Parliamo dello scandalo che riguarda il direttore di Avvenire. E intanto cominciamo a chiederci perché mai nessuno dei media secolarizzati lo abbia ancora chiamato così, nonostante si tratti di una di quelle vicende pruriginose che, di solito, attirano all’istante una sana gragnuola di prime pietre su tutto ciò che odora anche lontanamente di Chiesa. Secondo noi – e ci sembra l’aspetto peggiore di tutta la storia – quanto è accaduto rappresenta anche e soprattutto un’occasione perduta per il mondo cattolico.
Intendiamoci, non c’era da farsi troppe illusioni. Tuttavia, in linea di principio, questa spiacevole situazione avrebbe potuto trasformarsi prima ancora che deflagrasse, per i pastori e per tutti gli intellettuali veramente cattolici, in una splendida opportunità di riaffermare davanti a tutti, alta e forte, una vera e propria lezione di laicità. Di quelle che solo la cultura cattolica, che la laicità ha inventato, sarebbe in grado di impartire, se solo si mostrasse meno inconsapevole di se stessa.
In primo luogo, da parte dei vertici della Cei, si sarebbe potuto insistere di più sul concetto che la Chiesa condanna il peccato e mai il peccatore. Possibilmente, lo si sarebbe dovuto fare in camera caritatis prima che scoppiasse lo scandalo, facendone giungere notizia, con santa prudenza, all’orecchio dello stesso Dino Boffo. Infatti – come ha ricordato anche l’autorevole Vittorio Messori – la vicenda della condanna per molestie era da tempo perfettamente nota negli ambienti episcopali, e non solo. Forse in questo modo si sarebbe potuto ottenere da Avvenire una maggiore discrezione sulle questioni private del Presidente del Consiglio. Nel coro della stampa laicista non si sarebbe di certo sentita la mancanza della voce del quotidiano della Cei, e se la cosa fosse potuta sembrare una censura dell’editore sul direttore, bè, chissenefrega.
Peraltro, a sentire lo stesso Avvenire, la presa di posizione (tutto sommato moderata) sulle presunte vicende sessuali del premier non era stata spontanea, ma era stata sollecitata da parte di frotte di lettori delusi, che dal quotidiano dei Vescovi avrebbero preteso maggiore severità e rigore morale nei confronti dello scandaloso (quello sì) libertinaggio del Cavaliere. A quanto si è letto negli editoriali di Boffo, in ben più di una parrocchia del Bel Paese, laddove i solerti pastori ogni domenica mettono Avvenire sul banco della buona stampa, si stavano avanzando truci sospetti di codardia o, peggio, di compromissione con la Sodoma e Gomorra del potere berlusconiano.
Appunto per questo, dunque, da parte dei Vescovi si sarebbe potuto parlare forte e chiaro, in via preventiva, proprio al pubblico dei fedeli cattolici.
In primo luogo, si sarebbe potuto ricordare a loro, e a tutti quanti, che è stato proprio il cattolicesimo che ha inventato la possibilità stessa di un approccio “laico” al rapporto del popolo con i governanti.
Infatti, è stato il cattolicesimo – e nessun altro – ad avere portato nel mondo la distinzione tra l’autorità spirituale e quella temporale. Senza l’esperienza storica della Chiesa cattolica, il potere secolare in Europa non avrebbe mai lasciato a nessun altra autorità il diritto di definire, in ultima istanza, cosa è morale e cosa non lo è. Tant’è che tutte le forme di governo che si sono succedute nel nostro Continente, dall’Editto di Costantino in poi, in un modo o nell’altro questo potere hanno sempre cercato di riprenderselo.
La storia della civiltà occidentale ci insegna che il rapporto tra la Chiesa e il potere secolare non è mai stato così dialettico e tormentato su alcuna questione, quanto su quella del diritto di avere l’ultima parola sulla moralità di governanti e governati.
Le contese più aspre tra Papi e Imperatori, in ultima analisi, facevano sempre riferimento a questo cruciale principio. Non c’è bisogno di scomodare Il Principe di Niccolò Macchiavelli, per dimostrare la pretesa di assoluta autonomia morale del potere civile, che peraltro risale a molti secoli prima del Rinascimento. Almeno fin dai tempi della lotta per le investiture. Anzi, anche prima, diciamo pure dai tempi di papa Gelasio I (fine del V secolo), che formulò per primo della teoria della separazione dei poteri, contro il cesaropapismo della tradizione bizantina.
La storia di questo tormentato rapporto rappresenta niente di meno che la storia della laicità. E’ stato infatti il Cattolicesimo a portare nel mondo l’esigenza – che oggi viene rivendicata come “laica” – di una netta separazione del potere spirituale di interpretare la morale che Dio si attende dagli uomini, rispetto al potere temporale che attiene al governo della politica.
Prima dell’avvento della Chiesa cattolica, in tutte le società antiche questo potere religioso spettava al potere civile. E’ appena il caso di ricordare che l’Imperatore romano era anche pontifex maximus, cioè l’unico autorizzato interprete del rapporto tra gli uomini e la divinità, e quindi delle norme morali.
Ancora nel IV secolo, fu Costantino a convocare il Concilio di Nicea, nella convinzione – indiscussa ai suoi tempi – che l’Imperatore fosse il massimo responsabile delle questioni religiose. Dunque, solo per questo si deve riconoscere che è stata la Chiesa di Roma a “inventare” la laicità, togliendo al potere politico il compito sacrale di definire le norme della morale pubblica e privata. Un compito che, come vedremo, in Europa è ritornato nelle mani del potere “laico” solo con la riforma protestante. A seguito della quale, non a caso, le chiese sono tornate a essere “nazionali”, e a riconoscere il Re come loro capo supremo.
Non è quindi uno scherzo della storia, né tanto meno l’espressione di un maggiore senso civico, se ancora oggi sono i Paesi di tradizione protestante quelli che pongono maggiore attenzione alla moralità sessuale dei loro governanti. E nel contempo, non è un caso se nel mondo anglosassone la stampa popolare sguazza nelle vicende di letto dei politici con una voluttà che, prima del caso Noemi, in Italia davvero non si era mai vista.
Per spiegare la cosa, prendiamola un po’ alla lontana, che purtroppo è necessario. Nel 1525, Martin Lutero, per mantenere gli appoggi politici indispensabili per la diffusione della sua riforma teologica, scrisse ai Principi tedeschi (che non aspettavano altro) la famosa Esortazione alla Pace secondo cui doveva ritenersi lecito l’uso della forza bruta contro i contadini ribelli di Svevia.
Ciò in quanto, secondo il grande riformatore religioso, se ogni autorità legittima viene da Dio, i governanti non dovevano ritenersi vincolati da esigenze morali nel reprimere la rivolta dei contadini che avevano “preso la spada senza l’autorità divina”. Da ciò ne discendeva che “un principe può, spargendo sangue, guadagnarsi il cielo”.
Lutero concluse quella lettera con una esortazione che ai nostri giorni, sotto sotto, sarebbe assai piaciuta ai fedelissimi di Antonio Di Pietro: “cari signori, sterminate, scannate, strangolate, e chi ha potere lo usi”.
Ora, cosa c’entra questo antecedente storico con la laicità moderna e ancor più con il gossip su Mister B. e la signora D’Addario? C’entra, c’entra, perché è proprio dalla tradizione protestante che deriva la convinzione per cui i comportamenti privati degli uomini pubblici – soprattutto riguardo alla sfera sessuale – non possono mai essere soltanto affari loro.
Infatti in un sistema democratico, se spetta al potere politico definire in ultima istanza ciò che è morale e ciò che è immorale, allora non può che essere un fatto legittimo – e persino di vitale importanza – che gli elettori si interessino dei costumi privati dei governanti.
In un simile assetto di valori, il popolo può legittimamente aspettarsi che, dopo le elezioni, la privata moralità del primo ministro sarà la stessa che verrà pretesa da loro. E’ per questo motivo che i vizi e le virtù private dei politici, nei Paesi che hanno conosciuto il Calvinismo in tutte le sue varie declinazioni, ancora oggi diventano in automatico un affare che riguarda tutta la cittadinanza.
Proprio per effetto della mancanza di un’autorità spirituale ben distinta da quella politica, nelle culture di stampo protestante è diventato del tutto naturale che – quanto meno nella percezione dell’opinione pubblica – il livello medio dei costumi della nazione venga definito da come si comportano i governanti nel loro privato.
Invece, la cultura cattolica consente di mantenere ben distinti i due piani, proprio perché si basa sul principio per cui ciò che è morale in definitiva lo stabilisce Dio, ma non lo interpreta il Principe, bensì la Chiesa. E comunque, il potere politico non può usare la spada a cuor leggero e di sua autorità, per ripristinare la pubblica moralità violata. Questa ben diversa concezione, d’altra parte, nella storia ha sempre viaggiato in parallelo con il noto principio, altrettanto “laico” nella sua essenza, e parimenti dimenticato da quelli di Avvenire, per cui la Chiesa condanna il peccato ma mai il peccatore.
La dottrina canonica tradizionale della potestas ecclesiae in temporalibus – tanto esecrata dai nostri laicones alla amatriciana, perché la sola citazione della frase in latino dà loro un senso di oppressione e di indebita ingerenza – è sempre stata la custode di questo fondamentale principio di laicità. Infatti, aver portato nel mondo l’idea per cui il Principe deve ritenersi soggetto all’autorità spirituale del Papa, è valso a ottenere che non spettasse al potere civile stabilire di suo arbitrio i canoni della morale.
Insomma, se Avvenire o chi per esso avessero speso due righe per questo semplice ripassino di storia delle idee politiche e religiose, forse l’iniziativa sarebbe bastata per ricordare a tutti, cattolici e non, che il criterio per cui non si deve andare a ravanare sotto le lenzuola degli uomini pubblici è esattamente un principio di cultura cattolica. Cioè, di laicità. Perché – altra cosa che non andrebbe mai scordata – la laicità l’ha inventata colui che insegnò a dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio.
Come si vede, quindi, la buriana che si è scatenata per via dell’incidente capitato al povero Dino Boffo, è sì una questione politica, che almeno per qualche giorno coinvolgerà i rapporti tra Chiesa e Stato. Ma nella sua essenza si tratta di una questione anche teologica, e comunque morale. Probabilmente è per questo motivo che la Santa Sede, così attenta a quello che non è contingente nella vita politica delle nazioni, a quanto pare finora aveva cercato in qualche modo di mitigare i moralismi del giornale dei Vescovi italiani, riguardo alle vicende della vita privata del Cav. e dell’immigrazione.
Ed è sempre per questo che, nella scabrosa vicenda del direttore di Avvenire, i Vescovi medesimi non hanno perso soltanto un’ottima occasione di esercitare la prudenza evangelica. Il quotidiano della Cei avrebbe pure ben potuto ricordare a quei suoi lettori così pii e intransigenti, che si stracciavano le vesti per il libertinaggio del premier, che uno dei criteri di vita più importanti, per un cattolico, dovrebbe essere quello di non giudicare per non essere giudicati.
Anzi, ancora una volta, è ben triste che nessuno di quelli che sapevano della vicenda di Terni abbia richiamato il suddetto aureo criterio all’orecchio del povero Dino Boffo, prima che si esponesse sulle colonne del suo giornale a fare la predica al gaudente Berlusconi.
Ma a parte questo, più di ogni altra cosa, a noi dispiace che i pastori della Chiesa e ancor più gli intellettuali cattolici abbiano perso l’opportunità di dare a tutti quanti una bella lezione di laicità.
L’Osservatore Romano, quasi inascoltato, almeno ha cercato di rispondere a teologi moralisti da strapazzo, tipo l’ineffabile Vito Mancuso, che la Chiesa Cattolica le anime le accoglie e le cura, non le condanna.
Fare il contrario – cioè, condannare il peccatore e non il peccato, come usano fare i neo-calvinisti di Repubblica e i loro amici cattocomunisti – non è soltanto il segno del moralismo più deteriore. E’ anche, quel che più ci interessa, un’espressione di totale assenza di senso della laicità.
Insomma, si è trattato di un’occasione perduta, e speriamo che la prossima volta, se proprio deve essercene una, vada meglio. Anche se, per come vanno le cose nel mondo cattolico italiano non c’è troppo da sperare, se non nella Sede della Sapienza, che poi è sempre la cosa migliore da fare. E non ci vengano a chiedere dove sia questa Sede della Sapienza, e se sta a Roma o altrove. Cattolici del piffero.