30 giugno 2009

Il '68 non finisce mai

E poi uno si butta a destra. L’ateneo bolognese, nei giorni scorsi, ha offerto l’ennesima occasione per incoraggiare il ministro Mariastella Gelmini a proseguire nel suo tentativo di riformare in profondità l’università italiana. Certo, c’è da dubitare nel successo della sua iniziativa viste le nostalgie sessantottine che ancora abitano le menti e i cuori di tanti (troppi) cattedratici. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire, notoriamente. Cosa è successo sotto le Due Torri?

Di fronte alla seria prospettiva di sanzioni disciplinari decise dal pro-rettore Paola Monari ai danni di alcuni studenti aderenti a Bartleby, movimento che da settimane occupa uno stabile di proprietà dell’Alma Mater, un battaglione di prof ha sentito il bisogno di far sentire la sua indignazione. Così è spuntata una lettera nella quale ben 81 docenti (lo riscriviamo in lettere per conferma, come si fa sugli assegni: ottantuno) hanno decisamente preso le parti dei quattro ragazzotti in odore di ramanzina per difenderli e ribadire che la loro occupazione è da considerarsi sostanzialmente cosa buona e giusta.

Sarà. Ma quando decine di professori decidono di schierarsi a sostegno di chi commette soprusi, allora c’è qualcosa che non funziona nel corpaccione obeso dell’università. Difatti occupare è commettere una violenza, un sopruso appunto, una carognata. Perché si impedisce al legittimo proprietario di disporre come meglio crede del suo spazio. E se poi il proprietario coincide con una istituzione pubblica, quell’azione aumenta in modo esponenziale il suo carattere di vigliaccata.

Per il motivo molto semplice che la grande maggioranza dei cittadini (o degli studenti, come in questo caso) vengono esclusi dal godimento di un bene che è anche loro. Insomma, è la solita storia della minoranza chiassosa che si arroga con decisione unilaterale il diritto di agire per tutti gli altri, puntualmente silenziosi. Già: cosa ne pensano “tutti gli altri”? Chi se ne frega. In bocca al lupo, ministro Gelmini. La sua riforma o sarà prima di tutto culturale oppure non sarà.

16 giugno 2009

Guazza appoggia Alfredo. A modo suo

Mentre il Pd cerca di sfuggire al fantasma della Bartolini, la funzionaria di partito che nel 1999 per la prima volta – complice la grande astensione - fece perdere Palazzo d’Accursio alla sinistra, e per questo batte a tappeto le spiagge romagnole e le colline bolognesi per portare a votare al ballottaggio il maggior numero possibile di anziani già fuggiti per il caldo, sul fronte moderato qualcosa si è mosso. Giorgio Guazzaloca si è schierato a favore di Alfredo Cazzola, appoggiato dal PdL e dalla Lega. Una scelta di campo fatta a denti stretti, anzi strettissimi. A modo suo, insomma. L’ex primo cittadino ha dichiarato che, pur non ritenendo Mister Motor Show all’altezza di ricoprire la carica cui aspira, per il bene di Bologna auspica il cambiamento. Come dire: sto col male minore.

Giudizi che rischiano di sortire l’effetto contrario tra i guazzalochiani, che non hanno sentito dal loro ex-condottiero una vera e propria chiamata alle armi. E così questa volta l’astensionismo diventa una minaccia ben più seria per Cazzola, costretto a raccogliere tutti i voti anti-sinistra, che per Delbono. La campagna elettorale si avvia a una mesta conclusione per coloro che speravano come il Pd subisse sotto le Due Torri una sconfitta dalle conseguenze imprevedibili, risultato combinato dei problemi nazionali e della sciagurata amministrazione locale guidata da Cofferati. Invece le profonde fratture nel centrodestra ridanno fiato a un sistema di potere logoro, senza idee, che non lascia presagire nulla di buono per il futuro di Bologna.

Cofferati, è bene rimarcarlo, non è stata l’eccezione rispetto a una classe dirigente ancora in grado di governare il territorio. Il fallimento del Cinese, amplificato dalla sua notorietà e dagli errori marchiani, si colloca in perfetta coerenza con la crisi del vecchio partitone, che non riesce a modernizzarsi e a parlare un linguaggio comprensibile dai suoi stessi elettori tradizionali.
La conferma si trova nell’esito del primo turno. Il ballottaggio, seppure di un soffio, dimostra che Delbono è tutto fuorché un candidato forte. E’ vero, è riuscito abilmente a ricostruire la vecchia Unione comportandosi da autentico prodiano.

Ma il mancato raggiungimento del 50 per cento più uno dei voti equivale allo schiaffo a un prodismo barcollante e senza ossigeno, per di più in casa propria. Pertanto non all’altezza di rispondere alle aspettative della città, che chiede a chi la amministra innovazione, coraggio e prospettive concrete.

17 aprile 2009

E all'orizzonte rispunta Prodi

Se un tempo Bologna era considerata il laboratorio della sinistra nazionale, dove si scavavano le fondamenta per il futuro, oggi la città si è ridotta a retrobottega. Il ritorno dell’Unione, con tanto di comparsata di Romano Prodi alla convention di Delbono di due giorni fa, dimostra che l’avvenire del Pd bolognese è nascosto nel passato, in esperienze già sperimentate e per la verità fallite. Alla fine il grigio professore mantovano, perfetto per una città ripiegata su se stessa e appunto ingrigita, non ha trovato di meglio che rifare l’antica ammucchiata.

Beninteso, i numeri sono dalla sua parte. Ed eravamo stati facili profeti al momento dell’investitura di Delbono a prevedere l’esito cui si è giunti da poche ore. Bologna resta un simbolo per il vecchio Pci, e perderla vorrebbe dire naufragio definitivo. Rifare l’Unione, dunque, garantisce sul risultato immediato (forse). Ma il nodo è proprio questo: l’orizzonte politico di una intera classe dirigente, di quella che va dagli ex-democristiani di sinistra che guardano all’Udc, a Rifondazione e tra poco ai Verdi non riesce ad andare oltre l’8 giugno 2009.

Per usare un linguaggio da giornalisti sportivi, si vuole vincere ma non convincere. Nel senso che l’obiettivo vero è quello di riconquistare le poltrone che contano e non farsi sfuggire di mano la gestione del potere, ben sapendo che quando si comincerà ad amministrare rispunteranno quelle frizioni e quelle distanze ideologiche che provocheranno l’immobilismo del governo locale. Ha ragione Filippo Berselli, coordinatore regionale del PdL, quando parla di “deja vu”.

Ma qui c’è in gioco ben altro che la sconfitta del centrodestra. Abbiamo una città che sta per finire in mano a chi si presenta con il phisique du role del becchino, a chi sa già che dovrà impiegare il proprio tempo a mediare, spiegare, tirare per la giacca questo o quell’altro alleato. Tutto fuorché governare e buttarsi a testa bassa per tirare fuori la città dal cono d’ombra in cui è sprofondata da tempo. L’Unione è la coalizione perfetta per accelerare, e non ridurre, il degrado di Bologna. E Delbono, politico senza carisma e incapace di trasmettere ottimismo, è la persona giusta per assolvere al compito.

Si può contrastare questa prospettiva? Intanto ciò che sta maturando all’interno del Pd sul piano nazionale potrebbe portare a conseguenze imprevedibili anche in periferia. Se le elezioni europee finiranno male, come molti segnali indicano, si dà per scontata la rottura definitiva fra ex-Ds e ex-Margherita. Rottura che difficilmente potrà riflettersi sull’esito della consulatazione elettorale bolognese, è vero, bensì sulla tenuta della coalizione subito dopo, con rischi consistenti di implosione. Oppure c’è il rischio più grave per Delbono: quello di non vincere al primo turno. Se il vicepresidente della Regione non porta la rinata Unione immediatamente alla vittoria, dovendo ricorrere al “secondo tempo”, l’effetto valanga sarà incontrollabile.

Certo, un centrodestra unito avrebbe aiutato molto a raggiungere l’obiettivo. Invece esso è spaccato fra due candidati forti come Cazzola e Guazzaloca, la cui presenza sui giornali e nei media in generale è monopolizzata quasi totalmente da inutili polemiche reciproche che non aiutano a erodere consenso a Delbono.

08 aprile 2009

I terremoti e il peccato originale

C'è una questione profonda che si rivela anche in casi come quello del terremoto dell'Aquila. Si tratta del fatto che la nostra società ha perso dimestichezza con due concetti che, invece, secondo noi avrebbero un'importanza decisiva anche sul piano sociale e politico: quello della provvidenza e quello del peccato originale.

Tre secoli di rosseauvismo ci hanno portato a pensare che la natura e l'uomo sarebbero fondamentalmente buoni e in sé perfetti. La nostra società sarebbe stata corrotta solo dall'egoismo della proprietà privata e dalla superstizione religiosa.
Sono cose che non si dicono più, e nemmeno ci si rende più conto di pensarle, ma le strutture culturali dominanti nella nostra società occidentale, ancora oggi, si basano proprio su questo paradigma.

Uno degli effetti collaterali più perniciosi di tutto ciò (assieme a quella famosa, progressiva, identificazione del diritto con il desiderio della quale già abbiamo parlato altre
volte) è che ormai la gente non riesce più a confrontarsi con un evento tragico della propria o altrui esistenza, senza che si vada subito a cercare il responsabile.

A parte i terremoti, sappiamo tutti che ormai buona parte dei medici ospedalieri, anche quelli bravi, nel corso della carriera si trovano almeno tre-quattro cause sul groppone. E' diventato inevitabile, visto che non appena muore qualche loro paziente che aveva meno di ottant'anni, i familiari vanno dall'avvocato ancora prima di essere andati dall'impresa di pompe funebri.

Poi, d'accordo, nessuno dice che la scienza e la tecnica non debbano indagare, cercare di migliorare, e che ci debbano essere incentivi alla responsabilità individuale, ecc.. e questo anche nella prevenzione dei terremoti.

Però occorrerebbe un impianto culturale diverso, anche perchè i cosiddetti "scienziati" ormai sono quasi tutti "tecnoscienziati", che fanno ricerche solo se e in quanto finanziate o finanziabili, e quindi devono sempre fare i conti con esigenze pratiche. E' una realtà che può non piacere, e si possono rimpiangere quanto si vuole i sistemi fondati sui finanziamenti pubblici (ne sanno qualcosa le nostre badanti ucraine e i nostri muratori albanesi che, spesso e volentieri, avrebbero tutti la loro bella laurea da esibire).
Tuttavia resta il fatto che la nostra società occidentale è progredita così, e senza questo sistema la conoscenza non potrebbe andare avanti.

Lasciando perdere i personaggi alla Travaglio, in perenne ricerca di pubblicità, che ci sono anche nel mondo scientifico, ormai dovrebbe essere stato chiarito che la ricerca sulla prevedibilità dei terremoti presenta scarse compatibilità economiche, in quanto il vero problema è semmai quello di mettere le case in sicurezza.

I giapponesi e i californiani ci sono riusciti meglio di noi, però nel loro caso bisogna tenere conto delle esigenze impellenti di una sismicità molto più elevata, che nel tempo li ha costretti a molte più ricostruzioni. Loro non devono confrontarsi con un'urbanizzazione statica che risale a secoli fa.

Ricorderò sempre l'espressione perplessa di quel collega giapponese in visita, che nel guardare la facciata di una basilica bolognese mi ripeteva "but, is it old?". Così come quella di una studentessa americana, con la quale facevo fatica a fare passare il concetto per cui quelle mura romane che ci trovavamo davanti risalivano al quarto e non al quattordicesimo secolo.
I giapponesi costruivano le case in legno e con le pareti di carta proprio per un senso connaturato di precarietà, e questo modo di pensare li ha facilitati nel tenersi aggiornati sui criteri antisismici.
Noi invece costruiamo in cemento armato e in muratura, quando proprio non possiamo costruire in pietra, perchè partiamo dal presupposto che una casa sia per sempre.

E' dunque inevitabile che, dopo un terremoto, vi siano quelli che cercano di imbastire polemiche sulla mancanza di sicurezza degli edifici. E' normale che, in casi come questi, specie a sinistra, ci sia chi se la prende con la mancanza di controlli e di finanziamenti da parte dello Stato e degli enti locali: il terremoto è un evento naturale come la pioggia, e quando arriva la pioggia ... chi è il ladro con cui prendersela?

Perlomeno, c'è da tirare un sospiro di sollievo che questa sciagura non sia avvenuta durante il governo Prodi. Altrimenti a quest'ora staremmo facendo i conti con la nuova sovrattassa sul terremoto abbruzzese, che a sua volta sarebbe stata apposta sulla tassa per smaltire la spazzatura di Napoli entro il 2011.
Ma a parte questo, visto che - se si vuol rimanere su un piano di realtà - è impensabile che alla fine paghi sempre Pantalone, avete mai visto come diventano selvagge le assemblee di condominio, quando arriva l'amministratore a dire che ci sarebbe da andare in tasca per mettere a norma l'impianto elettrico oppure per smaltire l'amianto del tetto?

Ecco, sommessamente domandiamo, ma la gente a queste cose ci pensa, quando scende al bar, apre la Repubblica, e poi comincia a polemizzare sulla incapacità di fare prevenzione dei terremoti?

03 aprile 2009

Ma quanto rosicano i pensionati dell'Arci (e il senatore Guzzanti...)


Dedicato a tutti compagni di oggi e di ieri - che tanto sono sempre gli stessi - ecco qui lo spottone di Silvio che, come un imperatore al Colosseo, ostende il pollice recto assieme all'abbronzato mr. President e al russo Medvedev. Nella galleria di foto di un'imbarazzatissima Repubblica c'è anche uno scatto in cui è proprio Obama a ripetere il medesimo gesto. Ma lui al massimo poteva ispirarsi a Fonzie, che tra l'altro è stato suo sponsor elettorale.


Il nostro amarcord elettorale di bolognesi - che con un po' di sano campanile, ancora oggi, non si rassegnano al ben diverso accento ferrarese dell'attuale commissario liquidatore del più grande ente inutile italiano - si nutre ancora dell'immagine di vecchi pensionati seduti fuori dal circolo Arci. Con il doppio mento che usciva fuori dal collo sbottonato della camicia presa in Piazzola, parlando ad alta voce perchè sentissero tutti i compagni e anche gli avventori causali, loro sì che ci spiegavano la pulettica con la prosopopea di chi veniva da lontano, e andava solo in autobus con l'abbonamento a prezzo politico.


"Finalmente con Prodi avremo uno che ci potrà rappresentare all'estero, che sa parlare bene l'inglese, mica come quello là ...".



24 marzo 2009

Cofferati e lo psicodramma della sinistra

Il centrosinistra bolognese sprofonda in pieno psicodramma, talmente surreale che sembra la trama di un film noir. Sergio Cofferati, uno che le critiche difficilmente riesce a sopportarle, specialmente quando arrivano dagli amici, è entrato a piedi uniti nella campagna elettorale. Dopo gli attacchi – peraltro neppure troppo pesanti - che gli aveva rivolto Flavio Delbono solo il giorno prima attraverso il quotidiano di riferimento, il sindaco ha deciso di rispondere da par suo. Il risultato è che l’ex vicepresidente della Regione ora giace ai bordi del campo della metaforica competizione per Palazzo d’Accursio con gambe e caviglie indolenzite, amorevolmente curato dal segretario provinciale del Pd Andrea De Maria.

Manca un programma, manca una coalizione, manca un programma della coalizione. Questo il vestito nuovo che il sarto Coffy ha confezionato per il candidato senza simbolo. Accuse che ben difficilmente possono essere smentite e che hanno il sapore della bocciatura definitiva. Ma la notizia non è neppure questa, anche se il materiale sarebbe sufficiente addirittura per la fluviale predica domenicale di Eugenio Scalfari, sempre sul quotidiano di riferimento. La notizia è un’altra, ed è che il primo sostenitore di Flavio Delbono si chiamava proprio Sergio Cofferati. Attenzione: non è un omonimo di quello che qualche ora fa gli ha fracassato gli stinchi meglio di quanto avrebbe potuto fare Ringhio Gattuso. No, sono la stessa persona.

Per questo parliamo di psicodramma. A sinistra e nel centrosinistra non sanno più che pesci pigliare. Se è il tuo stesso primo cittadino a ritenere che il tuo candidato a sostituirlo giudica quest’ultimo una nullità politica, resta il lettino dello psichiatra. Bocciando Delbono, Cofferati boccia se stesso e si spedisce direttamente dietro la lavagna con il cappello da asino ben calzato sulla testa. In questo modo accende i riflettori sul fallimento suo e soprattutto sull’incapacità del centrosinistra di guadagnare credibilità agli occhi dei bolognesi.

L’entrata assassina di Cofferati si ripercuote anche su tutto il centrodestra, caricandolo di una responsabilità ancora maggiore in termini di affidabilità di programmi, di alleanze e di governo. Ne saprà approfittare?

20 marzo 2009

Le balle di Michele Serra

Abbiamo una notizia: da ieri Michele Serra, noto polemista di Repubblica, è entrato nella campagna elettorale di Bologna. Ne abbiamo avuto la conferma quando ci siamo imbattuti nella sua rubrica “L’amaca”, il pensierino quotidiano graffiante e sarcastico che dispensa ai suoi lettori. Che peraltro gradiscono. L’altro ieri Serra ha preso di mira la vicenda del check up medico dei candidati alla carica di sindaco che tanto scalpore (a scoppio ritardato) ha suscitato in città. “La contesa (elettorale ndr) – scriveva – è approdata sui giornali nazionali per il colpo basso anzi bassissimo inferto a Giorgio Guazzaloca, felicemente guarito da un tumore: un suo avversario di centrodestra (nemico interno, i peggiori) ha chiesto di sottoporre tutti i candidati a visita medica, per vedere chi è più arzillo e magari chi ce l’ha più lungo”.

Ohibò, a questo punto della lettura siamo stati assaliti da dubbi esistenziali. Eravamo convinti che tutta la stampa locale avesse raccontato la vicenda per come era effettivamente andata. Vale a dire un medico, in passato sostenitore di Delbono e attuale presidente del sindacato della ambulatorietà privata, aveva avuto l’idea e l’aveva lanciata, scatenando il putiferio. Invece no: Serra dimostrava come sempre di possedere una marcia in più e di essere lui il vero custode della verità. Tutto un complotto ordito nelle oscure stanze di quegli oscurantisti di filo-berlusconiani, insomma.

Rosi dall’invidia e richiuso il quotidiano, ci siamo messi a riflettere sulla nostra condizione di giornalisti incapaci di andare al di là delle nostre convinzioni politiche, che puntualmente inquinano i nostri articoli. Stavamo per essere vinti da queste frustranti considerazioni che abbiamo voluto riprendere in mano l’intervista concessa dal medico a un quotidiano locale, dove Antonio Monti (questo il suo nome) ammetteva di aver appoggiato il candidato senza simbolo. E tra le mani ci sono di nuovo capitati i ritagli di stampa dove venivano riportate le voci fatte correre dai sostenitori di un altro candidato di sinistra, Gianfranco Pasquino, secondo le quali lo stesso Monti aveva finanziato la campagna elettorale di Delbono. Voci liquidate dal medico come “idiozie”. Oppure, ancora, quegli articoli dove si mettevano nero su bianco prima l’adesione entusiastica di Delbono al check up e dopo qualche ora la retromarcia dell’ex vicepresidente della Regione. “Avevo capito che era un mezzo scherzo”.

Tutto questo per Serra non era accaduto: al contrario, si è trattato di banale e scontata guerra interna al centrodestra. Delbono immacolato, Pasquino intoccato, Monti l’agnello sacrificale. E così il cerchio (della disinformazione) si è chiuso. Proponiamo Michele Serra assessore alla Cultura del Comune. Di Delbono o di Pasquino, non fa differenza. Post-scriptum: alla fine di queste righe pensiamo di aver brillantemente superato le nostre frustrazioni. “E’ la campagna elettorale, bellezza”.