26 aprile 2006

Socci e quella "conquista" chiamata aborto

di: Guglielmo Piombini, da Il Domenicale, 8 aprile 2006

Dopo aver aperto gli occhi al pubblico, con i suoi lavori precedenti, sulle reali dimensioni delle persecuzioni anticristiane avvenute durante il XX secolo, nel nuovo libro Il genocidio censurato. Aborto: un miliardo di vittime innocenti (Piemme, pp. 176, € 10,00) Antonio Socci denuncia un altro genocidio in corso, ancor più vasto, nascosto e misconosciuto: quello dei bambini nei ventri delle loro madri. Socci conferma così le sue doti di polemista che, unite alla straordinaria capacità di individuare e prendersi a cuore le questioni veramente rilevanti per il tempo presente, lo collocano nella rosa dei migliori intellettuali cattolici italiani. Non c’è dubbio, infatti, che oggi l’aborto rappresenti il fronte più caldo, e probabilmente decisivo, della guerra culturale interna alle società occidentali tra coloro che sono impegnati nella difesa del patrimonio religioso e morale della tradizione giudaico-cristiana, e coloro che intendono perseguire fino in fondo il progetto illuminista di una società completamente secolarizzata.
Perchè questo, infatti, è il punto vero. Per quanto il diritto alla vita e la sacralità della vita siano questioni prettamente di diritto naturale, è indubbio che quando i nodi vengono al pettine torna semrpe in ballo, da una parte e dall'altra della barricata, la questione Dio.
Come ci si rende conto leggendo le pagine, spesso agghiaccianti, in cui Socci espone i dati sulla diffusione dell’aborto e ripercorre il dibattito che portò alla sua legalizzazione, la cultura postcristiana che ha preso il sopravvento negli ultimi quarant’anni nasconde, dietro una maschera di umanitarismo, razionalità, progresso e tolleranza, un lato oscuro e tenebroso. Si tratta di quella mentalità che Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae ha definito “cultura della morte”, la quale non concepisce l’individuo come una persona unica e irripetibile dotata di valore e dignità assoluta, ma come un essere spersonalizzato, ridotto allo status di un animale o di un oggetto puramente materiale. Da questa concezione dell’uomo discende una cultura che non solo ammette, ma promuove ed esalta (nella letteratura, nell’arte, nello spettacolo, nei costumi) il libertinismo morale, la promiscuità, le perversioni sessuali, l’edonismo sfrenato, il consumo di droghe, la contraccezione, il controllo delle nascite, la clonazione umana, l’eugenetica, l’eutanasia per malati e disabili, gli esperimenti sugli embrioni, l’aborto di massa.
Anche nelle sue ultime più mostruose manifestazioni, come l’eutanasia praticata in Olanda dai medici sui bambini, questa cultura pretende di considerare “conquiste di civiltà” quelle pratiche, come l’infanticidio, che erano invece tipiche delle epoche antiche, prima che iniziasse l’opera civilizzatrice della Chiesa tendente a screditare o ad abolire gli aspetti peggiori del paganesimo. Non è un caso, ricorda Socci, che i primi a reintrodurre l’aborto siano stati i bolscevichi e i nazisti (preceduti, per un breve periodo, dai giacobini durante la rivoluzione francese), e questo la dice lunga sulle ascendenze intellettuali degli attuali paladini del progresso. Scorrendo il pensiero occidentale degli ultimi secoli possiamo infatti individuare i nomi più significativi dei pensatori che un po’ alla volta hanno contribuito a dare forma alla mentalità secolarizzata di oggi: i nichilisti amorali come il Marchese De Sade o Friedrich Nietzsche; gli evoluzionisti fautori dell’eugenetica come Charles Darwin, Francis Galton e Ernst Haeckel; gli ideatori di utopie totalitarie anticristiane come August Comte e Karl Marx; gli esistenzialisti atei come Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir; gli esaltatori del piacere come Sigmund Freud ed Herbert Marcuse; le femministe nemiche della procreazione e della famiglia come Margaret Sanger e Betty Friedan; i fautori della liberazione sessuale come Wilhelm Reich e Alfred Kinsey; gli ambientalisti maltusiani come Paul Ehrlich e Lester Brown; gli utilitaristi sostenitori dell’eutanasia e dell’infanticidio come Jack Kevorkian e Peter Singer.
Questa cultura mortifera, che viene attivamente diffusa nel mondo dalle organizzazioni e agenzie internazionali, sta conducendo l’Occidente verso il suicidio demografico. Anche chi non vede l’aborto come un problema morale dovrebbe considerarlo un’emergenza sociale, dato che non esiste problema che i paesi europei si trovino oggi ad affrontare (dalla bancarotta dello stato sociale alla stagnazione economica, dall’invecchiamento della società all’invasione immigratoria) che non abbia come causa l’immensa mancanza di giovani e di bambini. Le proiezioni demografiche sull’Europa dei prossimi decenni riportate da Socci prospettano un futuro apocalittico, nel quale pochissimi giovani europei in età produttiva e riproduttiva dovranno mantenere un numero esorbitante di anziani, e contemporaneamente vedersela con masse crescenti e bellicose di musulmani.
Ma invece di correre ai ripari, i responsabili della catastrofe che si va materializzando davanti a noi continuano imperterriti a predicare l‘ideologia abortista e antinatalista. E c’è addirittura chi spinge sull’acceleratore! In Spagna il governo socialista di Zapatero, che in Italia trova i suoi emuli nel partito della Rosa nel Pugno e in ampi settori della sinistra, sta cercando di imporre un modello demografico e sociale che, se diventasse normativo in tutto il mondo, porterebbe l’umanità all’estinzione nel giro di pochi secoli. Questi campioni della ragione che hanno edificato l’Europa postcristiana si stanno rivelando, in ultima analisi, del tutto irrazionali. Che senso ha aver creato un’utopia secolare, se è destinata a durare al massimo un paio di generazioni?
Il libro di Socci dimostra in maniera lampante che oggi le vere persone razionali sono coloro che, cristiani o laici, si battono per la difesa della vita. Cioè per dare un futuro alla nostra civiltà.

1 Comments:

At 27/4/06 10:25 AM, Blogger Graziano said...

Noto, caro Piombo, che hai ripristinato le virgolette alla parola "conquista" che al Domenicale erano sfuggite. Provocando in me un sia pur fugace imbarazzo iniziale. Ma mi è bastato scorrere le prime righe della tua recensione per sentirmi di nuovo sulla retta via. Bravo e doveroso. Graziano

 

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