28 luglio 2006

Coffy, Legacoop e la Bologna che affonda

Si fa dura la lotta fra Cofferati e i Ds. Durissima. E a esserne interessata non è soltanto la politica bolognese ma addirittura quella nazionale, seppure indirettamente. Prima vittima la città, però, ferma silenziosa e sfatta. Che il Cinese viva il volontario esilio emiliano come trampolino di lancio per altre avventure trova finalmente conferma, dopo mesi e mesi di sussurri, nelle sue stesse parole: durante un’intervista concessa nei giorni scorsi al direttore del Resto del Carlino, Giancarlo Mazzuca, il cosiddetto sceriffo (in babbucce, sia chiaro, non avendo risolto un problema che sia uno) ha dichiarato di “guardare lontano”. Pare che a D’Alema, tra proditori attacchi a Israele e preghiere in direzione de La Mecca, siano fischiate le orecchie.

Da quando è sindaco della città delle Due Torri, l’ex leader della Cgil è riuscito a litigare con tutti. Con i cittadini, intanto: mai si era visto a Bologna un numero così alto di comitati, segno che la giunta non viene percepita dalla parte della gente comune. Oppure con le categorie economiche, che un giorno sì e l’altro pure si lamentano del metodo Cofferati, che consiste nel prendere decisioni in completa solitudine, fregandosene di chi quelle decisioni dovrà vivere sulla propria pelle. Salvo tentare di schivarne le responsabilità se per caso qualcosa non andasse per il verso giusto.

Gli scontri hanno coinvolto anche l’ala più estrema della sua coalizione, scioccata dalla faccia feroce del primo cittadino in occasione di sgomberi di edifici occupati abusivamente e di manifestazioni antiproibizioniste. Quando però è stato chiaro che quella faccia feroce nascondeva in realtà una faccia di tolla, alla costante ricerca di visibilità su media nazionali lasciando i nodi – soprattutto quelli relativi alla sicurezza - a ingarbugliarsi sempre di più, i dissapori sono scomparsi. E tutte quelle minacce di uscire dalla maggioranza, mastellianamente sbandierate da Rifondazione comunista e da altre anime belle massimaliste, si sono sciolte come neve al sole.

Ma il duello più divertente, più vero e anche più tragico per Bologna è andato in scena una manciata di giorni fa. Ha cominciato il presidente di Legacoop, e sottolineiamo Legacoop, Pierluigi Calzolari, accusando Cofferati di essere troppo immobile a proposito delle principali infrastrutture bolognesi (metropolitana e passante nord dell’autostrada) giudicate essenziali per il rilancio di una città che sta affondando e sulle quali si sta discutendo da anni e anni. Guazzaloca era riuscito a farsi finanziare il metrò direttamente da Palazzo Chigi ai tempi di Berlusconi, soldi poi persi da Cofferati per aver cambiato il progetto dell’opera. Beninteso: essendo ben consapevole che così facendo avrebbe corso il grosso rischio di lasciarsi scappare di mano le risorse. Cosa poi avvenuta. La reazione dell’ex sindacalista alla staffilata del capataz cooperatore non si è fatta attendere: “Questi parlano sempre di mattoni” ha sibilato. Insomma, guerra aperta.

Una guerra che proseguiva nelle ore successive con le dichiarazioni del ministro Di Pietro, secondo le quali di denaro a Roma per Bologna proprio non ce n’è. Parole che a molti hanno fatto venire in mente cattivi pensieri: i siluri sopra e sotto l’acqua tra Cofferati e i Ds comincerebbero a scatenare le prime ritorsioni. Una città-simbolo per la sinistra abbandonata dal governo di sinistra è un paradosso e soprattutto una sconfitta bruciante per Cofferati. Il quale, se non altro, può contare sull’appoggio (non sappiamo quanto convinto) di altri due attori istituzionali come la presidente della Provincia di Bologna, la margheritina Beatrice Draghetti, e il potente governatore diessino dell’Emilia Romagna, Vasco Errani. I tre hanno compiuto un blitz romano non più tardi di due sere fa per incontrare Prodi. Risultato? Per ora, parole.

25 luglio 2006

In Occidente il futuro demografico è dei conservatori

In Occidente il futuro demografico è dei conservatori

di Guglielmo Piombini

Il Domenicale, 22 luglio 2006


Le statistiche demografiche confermano un dato che molti avevano già intuito: la mappa dell’infertilità coincide esattamente con quella della secolarizzazione. I paesi dove il calo delle nascite determinerà nei prossimi anni un crollo della popolazione, infatti, sono quelli che facevano parte dell’ex impero sovietico, dove l’ateismo di Stato ha regnato per generazioni: secondo le proiezioni delle Nazioni Unite tra cinquant’anni la Russia e la Romania avranno perso il 22 % degli abitanti, la Bielorussia il 28 %, la Bulgaria il 34 %, l’Ucraina addirittura il 43 %. La situazione è solo leggermente migliore nei paesi dell’Europa occidentale investiti dalla secolarizzazione a partire dalla fine degli anni Sessanta, che con un tasso di natalità di circa 1,4 figli per donna dovrebbero perdere, nello stesso arco di tempo, percentuali variabili dal 4 % al 12 % della popolazione.

Il confronto con l’alta natalità del mondo musulmano, in piena rinascita religiosa e solo marginalmente toccato dalla modernità, è eclatante. Non meno interessante, però, è il paragone con gli Stati Uniti d’America, dove la pratica religiosa è molto più diffusa che in Europa.
Lì la natalità è attualmente prossima a quello che in gergo tecnico si chiama tasso di rimpiazzo generazionale pari a 2,1 figli per donna e tutto indica che la popolazione continuerà a crescere, raggiungendo nel 2050 i 400 milioni di abitanti. Di questo passo fra cinquant’anni gli europei saranno cento milioni in meno, gli statunitensi cento milioni in più. Eppure solo trent’anni fa gli Stati Uniti, che erano stati all’avanguardia nella “rivoluzione sessuale”, avevano una natalità inferiore all’Europa: nel 1976 le donne americane avevano in media 1,7 figli, contro i due delle donne europee. A partire dagli anni Ottanta, tuttavia, mentre l’Europa accelerava sulla via della secolarizzazione, negli USA cominciava una inaspettata controrivoluzione conservatrice, che ha portato ad un risveglio religioso e ad una lenta ma costante ripresa della natalità.

Non tutti gli USA sono USA
L’esistenza di due americhe molto diverse tra loro, quella delle aree abitate in maggioranza dai cristiani born again e dai cattolici osservanti, che alle ultime elezioni hanno votato per Bush, e quella delle aree più laicizzate e simili all’Europa che hanno votato per Kerry, trova conferma anche dal punto di vista demografico. Il cuneo tra queste due americhe sembra destinato ad allargarsi, giacché gli americani maggiormente credenti che abitano gli stati “rossi” (così vengono contrassegnati tradizionalmente gli Stati che votano per il Partito Repubblicano) continuano ad avere più figli degli americani secolarizzati che abitano gli stati “blu” (regno del Partito Democratico).
Lo Stato più liberal d’America, il Vermont, che è rappresentato al Congresso addirittura da un socialista, Bernie Sanders, ha il più basso tasso di natalità: solo 1,57 figli per donna. All’opposto, lo Stato socialmente più conservatore, lo Utah dei mormoni, ha un numero di nascite di 2,71 figli per donna, il più alto del paese. Con questi tassi di natalità, se lo Utah e il Vermont avessero oggi la stessa popolazione e non ci fosse immigrazione o emigrazione, in due generazioni i bambini dello Utah diventerebbero il triplo di quelli del Vermont.

Il fatto che una rivista abbia proclamato New York come “la capitale americana del figlio unico” dimostra con evidenza come le aree metropolitane e costiere “europeizzate” siano destinate a perdere influenza politica rispetto alle più prolifiche zone rurali ed interne della cosiddetta Bible-Belt. Tra vent’anni la maggioranza religiosa potrebbe quindi diventare una super-maggioranza ad ogni livello di governo.

Il socialismo contro i figli
Un processo simile è avvenuto in Israele, dove gli ebrei ortodossi hanno tassi di natalità superiori a quelli degli ebrei laici. I fondatori dello Stato d’Israele, infatti, erano per la stragrande maggioranza ebrei socialisti provenienti dall’Europa. Le loro idee erano così di sinistra, che il partito di destra likud di Menachen Begin perse le prime otto elezioni generali. Nell’ultimo quarto di secolo, tuttavia, la base demografica dei laburisti è andata scemando, mentre la destra conservatrice è diventata competitiva grazie all’apporto elettorale delle famiglie ebraiche originarie del Nordafrica e del Medio Oriente, più numerose ed osservanti.

Il Canada multiculturalista, da parte sua, sembra voler seguire l’Europa e gli stati blu americani sulla strada della secolarizzazione e della sterilità. Emblematico è il caso della provincia francofona del Quebec, che nel 1960 era la terra cattolica più fervente e feconda del mondo. La messa domenicale era seguita dall’80-90 % percento degli abitanti, e i tassi di natalità erano di ben quattro figli per donna. Dalla fine di quel decennio, tuttavia, il Quebec ha conosciuto un brusco abbandono della pratica religiosa, e i suoi tassi di natalità si sono allineati a quelli attuali dell’Europa.

Il problema è che nella distopia sociale prospettata dai social-progressisti non c’è spazio per i figli, perché se si disprezza e si rifiuta la propria eredità religiosa o culturale, non c’è più ragione per tramandarla. A ciò si aggiunga che nelle moderne socialdemocrazie assistenziali la trasmissione della vita ha perso ogni valore economico, perché a mantenere e assistere i genitori durante la vecchiaia provvederà comunque la burocrazia dello Stato sociale. In ultima analisi, il test decisivo per valutare una civiltà potrebbe davvero essere il seguente: i suoi meccanismi sociali permettono alla società di autoriprodursi, o contengono un vizio fatale che porta alla decadenza e all’estinzione?

L’evoluzione sociale degli ultimi decenni sembra confermare che la socialdemocrazia laicista, nella quale la famiglia e i figli non servono più perché è lo Stato a prendersi cura dell’individuo “dalla culla alla bara”, abbia il destino segnato perché contiene in sé i germi della propria dissoluzione. Gli attuali sistemi sociali europei, che coniugano statalismo politico e progressismo culturale, sono minati da una contraddizione, perché tendono a distruggere quella larga base demografica necessaria a finanziare gli imponenti apparati assistenziali.

Gli europei secolarizzati che hanno orgogliosamente voltato le spalle al cristianesimo e alla famiglia tradizionale possono anche credere di essere all’avanguardia del progresso umano, ma in verità le culture e gli stili di vita che determinano la sparizione della società in poche generazioni hanno qualcosa di patologico, che contrasta profondamente con le leggi naturali, e vanno considerati fallimentari.

Sono queste le ragioni per cui Mark Steyn, uno dei più corrosivi giornalisti canadesi, ha affermato che le vere persone razionali e ragionevoli del mondo contemporaneo sono i cattolici ferventi, i born again americani, gli ebrei ortodossi e financo i fondamentalisti islamici, mentre gli occidentali secolarizzati seguono un sistema di idee cieco e irrazionale, che li condannerà a scomparire.

19 luglio 2006

Silvio batte un colpo. C’è e lotta con noi

A Silvio è venuta un’idea: puntare sui quarantenni per rifondare Forza Italia. E soprattutto rifondarla dal basso. La notizia ci ha messo di buonumore. Sia perché siamo quarantenni (e chi se ne frega del conflitto d’interessi), sia perché – molto più seriamente – ripartire dai giovani vuol dire tirare fuori dal mazzo una carta che fino a non molto tempo fa rappresentava uno degli assi nella manica berlusconiana. Troppo tardi? Con tutto il cuore e tutta la mente ci auguriamo di no. Sarà decisivo il modo in cui verrà condotta l’operazione, che doveva restare segreta e che invece è rotolata sulle scrivanie dei giornali. Poco male. Anzi, si tratta di una iniezione di fiducia per militanti, attivisti, simpatizzanti: il capo ha battuto un colpo, c’è e lotta con noi.

Un partito guidato da giovani è un partito che vuole andare oltre la tattica quotidiana, che la smette di vivacchiare in difesa e si ribella ai tentativi di accerchiamento di fameliche iene con la bava alla bocca. E’ un partito, insomma, che almeno in teoria lavora per darsi una strategia e che pensa e ragiona usando il tempo futuro. E’ un punto di partenza dopo i rovesci dei mesi scorsi. In Italia, con i chiari di luna delle prime settimane del governo Prodi, già si sente un gran bisogno della voce di moderati autentici e ben organizzati, pronti a smascherare gli inganni linguistici di Bersani e a togliere le foglie di fico a Padoa Schioppa, non avendo dubbi se stare con Israele o con i terroristi. Che sappiano, per dirla chiara, fare un’opposizione vera e dura. Il ritorno di Berlusconi sulla tolda della nave è fondamentale su questo terreno.

Ma il suo disegno di svecchiare il partito si traduce nella più sonora smentita di chi vagheggiava (anzi, sperava e spera ancora) che Forza Italia non sopravvivesse al suo leader e fondatore. Il quale dimostra di aver ben compreso il rischio madornale che grava sui conservatori e liberali italiani: quello di perdersi in mille rivoli, alla mercé di caporali o al massimo di caporalmaggiori. Senza una Forza Italia ristrutturata e con lo sguardo tenuto alto, per metà del Paese non ci sarebbe storia: verrebbe il tempo dei sottufficiali. Essenziali nella battaglia, beninteso, ma totalmente insufficienti per vincere la guerra.

Peraltro Silvio va incontro a un’esigenza che all’interno del partito si sentiva da tempo: trovare il modo di ridare entusiasmo a ragazzi e ragazze. Non è un caso che venerdì 21 e sabato 22 luglio, sulle colline bolognesi, sia in programma un seminario di due giorni riservato ai giovani azzurri. Si discuterà del contenuto da dare all’impegno politico, di che cosa vuol dire fare politica in una regione di frontiera come l’Emilia Romagna. E ci si confronterà con parlamentari, intellettuali, amministratori locali vicini al centrodestra. L’idea è venuta al consigliere regionale Ubaldo Salomoni, in curiosa coincidenza con le notizie apparse oggi sulla stampa a proposito del nuovo partito dei quarantenni che desidera Berlusconi. La base di Forza Italia voleva, invocava un segnale: quel segnale è arrivato.

17 luglio 2006

A quando la mediazione di Bin Laden per tenere a bada i talebani?

Che cos’è il genio se non il colpo di coda magistrale quando ti trovi con le spalle al muro? Il genio, però, va tenuto a bada perché quelle che a prima vista possono sembrare trovate originali, a volte si trasformano in clamorose scivolate a gambe all’aria. Con contorno di risate da tenersi la pancia. Il governo Prodi, nella questione palestinese, si era fatto trovare senza uno straccio di strategia. Un vuoto pneumatico che si estendeva all’intera politica estera dell’Unione, ingessata attorno a posizioni dei rispettivi partiti in disaccordo sui problemi posti da ogni scacchiere internazionale.

Poi è scattata la manovra a tenaglia contro Tel Aviv. Ha cominciato l’Iran, attraverso Hamas, sferrando l’attacco dall’interno con il rapimento di un soldato direttamente sul territorio israeliano; sulla sua scia si è mossa la Siria che ha dato via libera a Hezbollah e ai suoi missili partiti dal Libano. L’Italia è stata protagonista di un crescendo rossiniano nella sua partigianeria a favore dei terroristi di ogni sigla. Ha debuttato tacendo la solidarietà al primo ministro Olmert a proposito del militare fatto sparire da emissari del governo palestinese. In seguito, ha alzato il ditino contro Israele tirandogli le orecchie per la reazione “sproporzionata” nella guerra aperta scatenata dal Libano.

Infine, e qui sta la brillante pensata delle ultime ore, Prodi ha chiesto la mediazione di Teheran per fare pressioni su Hezbollah. Il dettaglio che siano proprio i persiani a finanziare questi ultimi sembra non suscitare alcuna perplessità ai piani alti della diplomazia di Roma. Anzi, è un modo per tenere buoni gli estremisti dell’Unione che vedrebbero volentieri la scomparsa della stella di David dalle cartine geografiche del mondo. Insomma, il solito destino che viene riservato in Italia alla politica estera: moneta di scambio per soli motivi interni alla coalizione di maggioranza. Non solo. Prodi pensa pure di portare a casa qualche risultato sostanzioso sulla vicenda dell’escalation nucleare iraniana.

Sforzi vani e disastrosi, che per di più gettano nel ridicolo la nostra immagine tra le democrazie occidentali. Primo, perché anche i sassi sanno bene che Siria e Iran puntano alla distruzione di Israele; e, secondo, perché Teheran non ha alcuna intenzione di rallentare la sua corsa verso la bomba atomica. Che, al contrario, potrebbe accelerare. L’uscita di Prodi viene vissuta da Ahmadinejad come l’ennesima manifestazione di debolezza di un Paese che più tempo passa e più si zapaterizza. In pratica, un altro grimaldello per lavorare ai fianchi un’Europa sazia e disperata. A questo punto ci aspettiamo che la prossima proposta di Palazzo Chigi sia quella di chiedere i buoni uffici di Bin Laden nel conflitto afghano contro il ritorno dei talebani.

14 luglio 2006

L'avvocatura al tempo dei Bersani

I tanti commenti favorevoli che abbiamo letto sul decreto Bersani – specie per quanto riguarda la liberalizzazione dei servizi legali – e i mal di pancia di tanti “liberali, liberisti e libertari” che dicono che avrebbe dovuto pensarci già il governo Berlusconi, ci inducono profonde riflessioni.

Davvero, ci sembra urgente dare seguito alla provocazione del Domenicale, già a suo tempo segnalata, sulla “abolizione del liberalismo”.

Infatti, abbiamo l’impressione che questa parola ed altri termini connessi per alcuni siano diventati niente più che degli idola fori, che per riflesso pavloviano li portano ad entusiasmarsi e a perdere ogni residuo senso critico per qualsiasi proposta che, anche solo lontanamente, possa sembrare favorevole ai concetti di “mercato”, “concorrenza” e “liberalizzazioni”.

Il tutto alla faccia della vecchia predica inutile sul “conoscere per deliberare”.

Perché basterebbe riflettere un attimo per rendersi conto che gli avvocati non maneggiano merci o servizi standardizzati, che in quanto tali possono benissimo adattarsi alla legge della domanda e dell’offerta ed avere un prezzo oscillante secondo i diversi livelli di qualità.

Gli avvocati maneggiano i diritti individuali e collettivi dei cittadini: quelli che dovrebbero essere sacri, per i liberali, e qualificare la civiltà di una nazione proprio per il grado in cui riescano ad essere garantiti ed uguali per tutti.

Se ci si andasse un po’ ad informare, si scoprirebbe che con quasi 150 mila iscritti agli albi – in una proporzione sul totale degli abitanti che in Europa non si trova da nessuna parte – non si può certo dire che la professione forense in Italia sia esercitata da una corporazione che taglia fuori i giovani e gli outsiders.

E infatti, i tentativi del governo di indebolire l’avvocatura italiana non arrivano per quel motivo, né tantomeno a caso, e comunque non hanno solo motivazioni economiche.
In realtà, rientrano in una strategia consolidata, che ha tutto l’interesse a squalificare l’unico soggetto indipendente della società civile che maneggi la delicata materia dei diritti.

L’obiettivo è di ottenere che solo la magistratura, le forze dell’ordine, o al massimo le varie authorities – che sono tutte dirette emanazioni dello Stato – possano ritenersi corpi deputati, anche nella percezione dell’opinione pubblica, a garantire giustizia ai cittadini. Così come avviene in ogni Stato di Polizia che si rispetti.

Se ci si pensasse un attimo, anche i liberisti più convinti dovrebbero capire che l’obiettivo del decreto Bersani non è quello di dare più lavoro ai giovani o di fare abbassare prezzi e tariffe, bensì quello di trasferire il lavoro del ceto professionale nell’orbita delle grandi industrie, delle banche, delle assicurazioni, delle cooperative.

Quei famosi poteri forti, cioè, che sono interlocutori privilegiati del governo in carica e stanno già preparando le loro società di servizi, nelle quali il ceto professionale verrà proletarizzato (già oggi un giovane avvocato, se è fortunato, può fare una bella carriera impiegatizia che lo porti alle soglie della pensione con i 2.000 euro al mese al massimo, per qualche grande law firm con sede in Italia).

Facciamo un passo indietro rispetto al decreto Bersani, e pensiamo al nuovo codice delle assicurazioni, che oltretutto è stato concepito prima ancora dell'avvento del governo Prodi.
Le associazioni dei consumatori, tanto sensibili ai diritti della povera gente non-garantita, come mai sono tutte così entusiaste del fatto che – grazie alla nuova disciplina da loro caldeggiata – d’ora in poi l’unico soggetto autorizzato che dovrà tutelare i diritti del cittadino, e garantirgli un equo indennizzo se ha subito un sinistro stradale, sarà nientemeno che … l’impresa assicuratrice che deve risarcirlo?

E' infatti stato stabilito che le assicurazioni, per essere sgravate di costi che dovrebbero essere compensati da una riduzione dei premi che ovviamente nessuno vedrà mai, d'ora in poi non dovranno più liquidare il 10-12% in più del dovuto, a rimborso delle spese legali dei cittadini daneggiati e infortunati.

Ma chi ha interesse - oltre che le assicurazioni stesse - a stabilire che d’ora in poi, in sempre più casi, chi vorrà farsi assistere da un avvocato indipendente dovrà pagarselo?

Non si tratta difatti di un caso isolato: tanto è vero che il decreto Bersani ha anche previsto un ridimensionamento dei rimborsi dello Stato per le spese legali delle difese d’ufficio e del gratuito patrocinio civilistico. Non che questi rimborsi vengano aboliti, ma dovrebbero diventare più difficili e più dilazionati nel tempo.

I non abbienti hanno interesse a che gli avvocati diventino meno disponibili a difenderli, visto il rischio di dover lavorare gratis se non in perdita?

La risposta ai fautori della liberalizzazione ad ogni costo, sperando che abbiano ancora qualche sensibilità per il problema della effettività dei diritti.

Droga, Muccioli e Don Gelmini nel mirino

Il peccato è di quelli gravi: essere vicini al centrodestra. Peggio: avere le idee chiare su come combattere la droga. Anzi, a ben vedere, è proprio questo il tratto distintivo di San Patrignano e della Comunità Incontro: loro gli stupefacenti li vogliono debellare, non assecondare. Ovvio, allora, che un governo deciso a innalzare la quantità personale di droga consumabile nonché a favorire e stimolare happening antiproibizionisti come il recente Street Rave Parade bolognese, non potesse evitare di inserire Muccioli e Don Gelmini nell’elenco dei cattivi.

Lo ha fatto, peraltro, attraverso il meno sospettabile dei suoi esponenti, il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, cattolico con molti dubbi. Ieri ha annunciato alla Camera di aver avviato la verifica dei requisiti per l’iscrizione all’albo del ministero delle due comunità di recupero. Messaggio fin troppo chiaro. Dopo gli attacchi alle categorie professionali ritenute avversarie, ora è la volta del volontariato.

13 luglio 2006

D'Elia: la Cdl da una parte, i suoi elettori dall'altra

Scusate, possiamo essere indignati oltre che ferocemente arrabbiati con chi abbiamo contribuito a mandare in Parlamento sotto le insegne della Casa delle Libertà? Dalla sconfitta elettorale in poi una cosa buona, una, il centrodestra l’aveva fatta: aver sollevato lo scandalo di un ex terrorista non solo eletto a Montecitorio, ma addirittura premiato con un ruolo istituzionale: la segreteria della Camera. Poca roba, vabbè, ma non c’era da far tanto gli schizzinosi. Il Sap (Sindacato autonomo di polizia) aveva a sua volta lanciato una iniziativa condivisibile: raccogliere firme per chiedere che D’Elia si limitasse a fare il semplice deputato, firme giunte peraltro da molti esponenti di vario livello della CdL e da moltissimi simpatizzanti.

Insomma, nonostante il rovescio del 9 e 10 aprile, la Casa delle Libertà sembrava essere riuscita a mantenere un briciolo di sintonia con i suoi elettori, risultato da non snobbare vista la voglia di anarchia che era trapelata durante la campagna referendaria. Il passo falso della sinistra, vale a dire nominare segretario di Bertinotti uno con trascorsi in Prima Linea, era la classica occasione per mandare un segnale preciso alla metà degli italiani che non volevano Prodi presidente del Consiglio: non temete, cari amici, siamo di vedetta e teniamo la guardia alta; tra poco ci riorganizzeremo. Un modo per infondere fiducia, dare coraggio a una ciurma con la testa bassa.

Ma dopo lo spettacolo di martedì, la ciurma ha una gran voglia di buttarsi a mare. Quello che è successo è noto: la mozione di condanna preparata da Forza Italia ha avuto vita breve. Anzi, non è neppure nata giacché in aula non è arrivata, abortita dai mal di pancia di molti deputati azzurri e leghisti, quelli ai quali è andato anche il nostro voto. Sì, certo le giustificazioni erano tutte di carattere procedurale. Tuttavia informiamo lorsignori che non siamo mica fessi e dunque non ci crediamo. Propendiamo, invece, per una ragione molto più terra terra e furbetta, ben illustrata oggi da Renato Farina su Libero. Meglio non creare precedenti, vedi mai che prima o poi non ci si limiti a reati di terrorismo per giudicare illegittima una nomina a una carica istituzionale. Come dire, non facciamo agli altri ciò che un giorno qualcuno potrebbe fare a noi. Quindi, inquadrati e coperti.

Quelli che restano scoperti, però, sono gli elettori di centrodestra, che non capiscono e non vogliono capire. Non vogliono capire che si è trattato di una classica operazione da prima Repubblica, da casta di politicanti che vogliono metterlo nel solito posto ai cittadini normali una volta varcato il portone di Montecitorio o Palazzo Madama. Non la stiamo vedendo più nera di quel che è, semplicemente perché è già nerissima.

Sappiate allora, carissimi parlamentari di centrodestra che avete affossato la mozione contro D’Elia, che i vostri elettori (cioè noi) non vi seguiranno su questo terreno. E sappiate anche che se sulla vostra nave, che sentiamo ancora nostra, qualcuno di voi si sente di fare quello che gli pare solo perché il capitano si è preso una vacanza, ebbene gli scogli sono vicinissimi. Sappiate, infine, che continuiamo a credervi diversi dagli altri. Nonostante tutto, e nonostante D’Elia, ancora diversi. Ma fino a quando?

11 luglio 2006

Il mondiale badogliano

Man mano che ci avvicineremo al trigesimo della Vittoria, si spera che qualcuno comincerà anche a fare qualche ragionamento non troppo scontato, riguardo all’euforia collettiva che ci ha presi tutti per la conquista della Coppa del Mondo.

Siamo tutti Italiani, no? Eppure non sono stato il solo che personalmente ... bzz, scch, prrr .... so, as far as I’m concerned have many increasing doubts about .... ppzz, scchhhh ...

Ehm, scusate, di questi giorni il caldo mi provoca strane interferenze mentali.
Stavo dicendo che, tuttavia, gli eventi sportivi di quest’ultimo mese stanno nutrendo in me sempre più dubbi ed imbarazzi sulla mia vera identità nazionale, e non credo di essere il solo.

A parte la retorica, mi sono sinceramente unito nell’animo alla grande e comprensibile nostalgia di quelli che si ricordavano dell’11 luglio 1982 come di un radioso giorno della propria infanzia o giovinezza.

Del resto, quelli verificatisi negli ultimi due giorni sono proprio gli eventi che fanno una Nazione, che ci rendono uni di memorie di sangue e di cor, proprio perché … buzz, scchh … these are days in the history of a Nation that everybody of us are going to remember … prr, bzzz …

Ehm, scusate ancora: dicevo che sono gli unici eventi della vita nazionale dei quali tutti noi, anche a distanza di anni, ricorderemo dove eravamo e come li abbiamo vissuti.
Quindi non capisco perché una parte di me si stia facendo tutti questi problemi.

Però, visto che noi del Filo a Piombo amiamo il football da sempre, e soprattutto siamo tifosi di una squadra che ha tutto da guadagnare dal fatto che la Caf ci vada giù pesante con le condanne, devo dire che almeno a me hanno molto colpito i tormenti di quelli che – fino alla disfida con la Germania – si erano sforzati … bzz, psssch … were distinguishing and a little bit noised … prrrr …

Urp, vabbè, scusatemi ancora una volta poi non ve dico più, sarà il caldo o forse sarà che sono di destra e berlusconiano, e quindi in piena fase recessiva, ma mi sento così confuso ed estraniato da tutto di questi tempi ....

Sto parlando di quelli che prima ostentavano distacco dalla Nazionale, per via del loro senso di superiorità morale rispetto al sistema di Calciopoli.

Quelli che poi, a metà strada, non ce l’hanno più fatta, e ora stanno cercando le più fantasiose giustificazioni per il loro repentino cambiamento di umore. Motivazioni di ripiego, che possono andare dall’antipatia per i tedeschi e poi per i francesi, fino al senso dell’interesse nazionale che alla fine avrebbe prevalso in loro (manco che, invece di tifare, gli avessero chiesto di andare a votare per il rifinanziamento della missione in Afghanistan …).

Insomma, sto parlando – e senza distacco – da quelli che hanno iniziato a tifare sfrenatamente per l’Italia solo dopo il 2-0 all’Ucraina, e solo “onde evitare più gravi sciagure alla Nazione”, secondo un costume italico peraltro già collaudato fin dagli anni ‘40 e gravido di illustri numi tutelari, per i quali tuttora siamo benevolmente ricordati in tutto il mondo.

A Bologna ce ne sono diversi, un po’ per ragioni color rosso-antico e un po’ per altre di colore rosso-blu.
Infatti, visto che il Bologna nell’anno di Moggiopoli c’è rimasto retrocesso, e grazie all’azione purificatrice dei prodi Borrelli & Rossi potrebbe anche essere ripescato in A, i nostri confratelli tifosi sono molto sensibili al fatto che si faccia pulizia nel nostro calcio.

Nel maggio scorso si era anche svolta una manifestazione cittadina, per fortuna marciante e non girotondante (dal momento che in effetti erano davvero in troppi per girare in tondo).
Il tutto al fine di chiedere giustizia e moralità, al grido di “un altro calcio è possibile”.

Inoltre, Bologna a parte, sappiamo che nel profondo nord il tradizionale atteggiamento celticheggiante e padanocentrico dei leghisti ne aveva spinti molti a iniziare il Mondiale facendo il tifo contro.
E non nascondiamoci che anche a sud del Po, in giro per il Bel Paese, ci sono stati numerosi altri nostri colleghi di fede politica, che viste le batoste subite dalla Right Nation - prima alle politiche e poi con il referendum - sulle prime … zzapp, ffschh … erupted with a lot of reserves about supporting … ehm, almeno all’inizio avevano manifestato qualche riserva nel tifare per Cannavaro e Co.

Tra l’altro non è che il decreto Bersani – concomitante con la vittoria in semifinale coi tedeschi - ci abbia aiutati più di tanto a fare con convinzione il cambio di casacca.

Ammettiamolo pure: la sola prospettiva di essere costretti a vedere un Prodi gongolante che si concede ai fotografi, stringendo in mano un qualsiasi trofeo che non fosse quello commemorativo del cinquantenario dell’Alcisa (noto salumificio bolognese che ha per emblema tre porcellini danzanti) aveva fatto sorgere drammi interiori nella maggior parte di noi.

Ma non è solo un fatto di campanile, perché è anche vero che … bzzaapp, brbrbrr … many skeptical speeches were growing from most of public places around the Country … pscchhh … tanti discorsi azzurro-scettici stavano montando da anni un po’ in tutto il Paese, e non si trattava solo dei soliti leghisti e degli altrettanto consueti intellettuali capalbiesi, alla Sansonetti, che essendo sempre avulsi dai loro tempi ancora oggi disprezzano il calcio in quanto oppio dei popoli.

Per tutti costoro suggerisco dunque una soluzione dialettica che mi sembra peraltro molto semplice, ed è ispirata al motto d’esordio del nuovo presidente del Bologna, Alfredo Cazzola: “nello sport conta solo vincere”.

Un motto aggressivo del quale per la verità noi rossoblu ….prrrr scchh .... buzzz .... here we go here we go here we goooo .... did those boots of Arsenal’s team walk upon Highbury’s turf so green .... brrr, pzzz ....

Ergh, dicevo, noi tifosi del Bologna stiamo ancora aspettando di assistere a qualche esempio pratico del sopra citato motto.
Però, in questo periodo di calura, di euforia, ma anche repentini sbalzi di umore, ci viene davvero bene – e lo consiglio a tutti gli Italiani – per risolvere la confusione mentale che sono convinto stia attanagliando molti di noi.

In realtà, se ci pensate bene, esistono due Nazionali di calcio: una, che vince il Mondiale dopo ventiquattro anni, ed è la sola portatrice della nostra identità comune, l’unica Nazionale che ci rende tutti fratelli, che ci fa soffrire e sognare, che ci fa tornare bambini, che ci commuove e ci riempie di orgoglio, che ci unisce e ci fa fare fronte comune contro ogni malevola ed invidiosa critica esterna.

Perché è lei, la nostra comune maglia azzurra, la portatrice della nostra bandiera, prrr, sccch... buzzz ..... it’s our flag wagging so high .... ehm, è il simbolo pulito della nostra Patria, ed è un bene che appartiene a tutti noi al di sopra di ogni divisione, ci rende un solo popolo, e del quale tutti siamo orgogliosi.

Però poi esiste anche un’altra Nazionale, che il Mondiale poteva anche non vincerlo, e se non fosse stato per il salto della cavallina (anzi del canguro) con il quale Grosso si è messo a giocare sulla schiena dell’Australiano, poteva anche incappare in una eliminazione agli ottavi.
Del resto sappiamo bene che il calcio è fatto di episodi, nessuno si deve scandalizzare.

E quella - e solo quella - è la nazionale della cupola di Moggi e Carraro, la somma espressione calcistica dei vizi nazionali, il simbolo della degenerazione del nostro calcio e del degrado mafioso .... psschhh, buzzzz .... such a bloody crowd of burglars .... schhh .... in cui il nostro calcio sta languendo.

Quella sì che è un’accozzaglia di juventini fighetti e ladri, che hanno vinto scudetti e guadagnato miliardi in euro solo grazie alla compiacenza degli arbitri e del sistema, e pertanto è un covo di viziosi furfanti per i quali nessun italiano onesto può tifare senza vergognarsi.

Entrambe, tuttavia sono la nostra Nazionale di calcio: non è che cambino loro, e non cambia il nostro carattere.
Non è che una delle due sia più vera dell’altra: entrambe sono vere, anche perchè sono la stessa squadra.
L’unica cosa che cambia sono i risultati. E alla fine la realtà ha sempre il sopravvento.

Dunque, poiché nei fatti si è realizzata la prima ipotesi, allora viva l’Italia, viva i Campioni del Mondo, e tutti insieme in piazza a cantare l’inno.

10 luglio 2006

Il culo di Prodi, la faccia di Blatter

Del trionfo azzurro ai Mondiali parleremo dopo, perché qualcosina da aggiungere ce l’avremmo.

Ma intanto, ci chiediamo come mai nessuno abbia ancora fatto notare che uno dei primi effetti della vittoria di ieri sera è stata la spettacolare riconferma della potenza astrale del fondoschiena di Prodi.

Avevo avuto occasione di rimirarlo soltanto sabato mattina, mentre ero come di consueto in giro per i colli bolognesi ad allenarmi in bicicletta.
Mentre tornavo verso casa, mi sono visto venire incontro una Lancia Thesis grigio chiaro, che procedeva lungo la statale della Futa alla tipica velocità del pensionato.

Davanti all’auto c’era il Prode in bicicletta, assieme al gruppetto dei soliti amici. Stava arrancando in leggera salita, con indosso la solita divisa azzurra nazionale.

Mentre faticava sui pedali, con il faccione incorniciato dalle cinghie del caschetto da ciclista, devo riconoscere che aveva un aspetto ancora più ridicolo del solito. Soprattutto – visto lo sforzo pedalatorio – portava dipinta in volto una espressione da bollito che sarebbe bello vedere prima o poi riprodotta su qualche quotidiano.

Poiché io gli stavo venendo incontro in velocità, essendo ovviamente in discesa così come lui era in salita, ho fatto appena in tempo a voltarmi e a guardargli per un attimo il fondoschiena che ondeggiava sul sellino.
Porzione anatomica che, a quanto pare, da lì a poche ore si sarebbe dimostrata per l’ennesima volta più potente di quella di Lippi e di Sacchi messi insieme.

Considerati anche i precedenti, vien da dire che se il Mortazza fosse nato nell’epoca giusta, avrebbe potuto diventare un generale molto apprezzato da Napoleone (anzi, magari a quest’ora staremmo ancora vivendo nella Repubblica Cispadana).
Anche perché è proprio nei confronti dei colleghi che si trovano a fare le sue stesse attività, pur essendo – come avviene di solito – mediamente molto migliori di lui, che il fondoschiena di Prodi riesce a dare il meglio dei suoi poteri.

A pochi mesi dall’insediamento del suo governo, nel 2001, Berlusconi si era trovato tra i piedi i disordini del G8 a Genova, ma soprattutto gli attentati dell’11 settembre, e i conflitti internazionali conseguenti.
Questi ultimi hanno condizionato in massimo grado la politica economica del quinquennio, determinando una repentina frenata dell’economia mondiale, ancora oggi non del tutto riassorbita.
Sappiamo tutti che il governo Berlusconi, la cui politica economica puntava tutto sulla crescita, ne sia stato oltremodo penalizzato.

Invece il governo Prodi, la cui politica economica e fiscale di per sé potrebbe costarci ancor più di Bin Laden, appena insediato si è ritrovato la Nazionale di calcio Campione del Mondo, di nuovo dopo ventiquattro anni.

La vittoria di Berlino, secondo alcuni analisti (persino il Financial Times), potrebbe favorire le nostre esportazioni e in genere il nostro prestigio internazionale, fino ad indurre un aumento annuo del Pil dell’1% circa.
Più o meno quello che la nostra produzione dovrebbe perdere annualmente, solo in base agli orientamenti di fondo dei ministri prodiani, che pur dicendo di tutto e il contrario di tutto in questi primi mesi ci hanno già fatto capire quanto basta sulle proprie imminenti intenzioni.

Si poteva essere più fortunati a ritrovarsi quella coppa luccicante tra le braccia, proprio quando si aveva bisogno di coprire delle magagne?

In queste ore, peraltro, oltre al culo di Prodi vorremmo anche rimirare la faccia di Sepp Blatter, presidente della Fifa.
Intanto perché non si è degnato di venire a mostrarcela alla premiazione, nonostante la logica e la tradizione volessero che fosse proprio lui a consegnare la coppa al nostro capitano.

Sui motivi dell’assenza possiamo solo fare illazioni: tuttavia, per comprendere quanto sia stata gradita alla Fifa la vittoria azzurra, basta andare a leggere le dichiarazioni a caldo di Beckenbauer, capo dell’organizzazione di Germania 2006.
Il vecchio Kaiser – senza un minimo di diplomazia dirigenziale, nonostante proprio lui sia accreditato come il futuro Presidente Fifa al posto di Blatter – ha immediatamente preso le difese di Zidane, puntando il dito contro la provocazione di Materazzi. Senza poter nemmeno intuire, così come nessun altro, che cosa in realtà i due si siano detti.

Ma soprattutto, per cogliere la considerazione della Fifa nei nostri confronti, basta ammirare la decisione di premiare Zidane come miglior giocatore del torneo (alla faccia di Grosso e di Cannavaro), in modo del tutto incurante dell’oscena espulsione rimediata ieri sera.
Ci mancava solo che al marsigliese dai nervi scossi dessero anche il premio fair play.

Comunque da veri signori, visto che la vittoria copre tutto, probabilmente non ci faremo nemmeno caso. E celebreremo i nostri eroi in trepida attesa di sapere se ci sarà l’amnistia per lo scandalo Moggi.

Non vorremmo sembrare troppo snob, ma questo – soprattutto in quanto tifosi del Bologna – non ci lascia affatto tranquilli.

07 luglio 2006

Come il femminismo ha danneggiato le donne

Da Libero, 7 luglio 2006

Nozze, figli, sesso.
Il femminismo ha ucciso le donne

Esce negli Usa una rivisitazione politicamente scorretta sui danni della rivoluzione sessuale

di Guglielmo Piombini


Il nuovo volume della fortunata serie di guide politicamente scorrette pubblicate dalla Regnery di Washington, The Politically Incorrect Guide to Women, Sex, and Feminism (pp. 221, $ 19,95) di Carrie L. Lukas, sta facendo scendere sul piede di guerra le attardate, ma sempre rumorose, vetero-femministe. L’autrice, trentaduenne opinionista del “National Review Online”, ritiene infatti che i movimenti per i diritti delle donne siano rimasti vittime del successo dei propri predecessori. Oggi le donne, scrive la Lukas, godono di una completa libertà di scelta riguardo l’istruzione, il lavoro o la famiglia, ma le femministe, invece di celebrare questi progressi, continuano a presentare le donne come vittime della discriminazione e a pretendere dallo Stato trattamenti privilegiati.

L'attacco alla vulgata femminista

L’obiettivo della Lukas è di aiutare le donne ad affrontare consapevolmente le scelte più importanti della propria vita, offrendo loro un’informazione più completa di quella diffusa dalla vulgata femminista politicamente corretta. Molte giovani ragazze, ad esempio, sono state indotte a credere che l’età per avere figli possa essere rinviata a lungo senza conseguenze. In realtà la fecondità femminile cala notevolmente dopo i trent’anni, ma quasi nove donne su dieci sovrastimano di cinque-dieci anni l’età in cui la fertilità inizia a diminuire. Il risultato è che molte donne si accorgono troppo tardi di non poter più avere il numero di figli desiderato. Un sondaggio svolto tra le quarantenni americane senza figli ha rivelato che solo per un quarto di loro si è trattata di una decisione intenzionale, mentre per tutte le altre la scelta ideale sarebbe stata di uno, due o addirittura tre figli.

Tra natura e cultura

Molte ricerche scientifiche riportate dalla Lukas, inoltre, dimostrano che gran parte delle differenze di comportamento tra uomo e donna non sono “socialmente costruite”, ma innate e biologiche. Per questo motivo le rivendicazioni femministe che cercano di forzare la natura femminile in ruoli non propri rischiano di creare infelicità nelle donne. La rivoluzione sessuale, ad esempio, ha peggiorato la condizione femminile, perché le donne hanno maggiori difficoltà a separare il sesso dall’amore, e spesso continuano a rammaricarsi, anche dopo anni, delle passate esperienze di sesso occasionale. Gli uomini, infatti, quando vogliono instaurare una relazione seria e duratura continuano a preferire le donne caste e fedeli. Il corteggiamento tradizionale osteggiato dalle femministe assolveva un’importante funzione, perché permetteva all’uomo e alla donna di scoprire le reciproche intenzioni. L’uomo, prendendo l’iniziativa del corteggiamento e sopportandone tutti i costi, dimostrava alla donna il proprio sincero interesse e di essere quindi disposto ad investire molte risorse nella relazione; la donna, facendo la difficile e non cedendo se non dopo una corte assidua, rassicurava l’uomo che, nella loro futura relazione, sarebbe stato quasi impossibile per altri uomini conquistarla. La danza del corteggiamento era dunque, in un linguaggio cifrato, una tacita promessa di fedeltà, cioè la miglior base per un matrimonio felice.

Le polemiche anti-matrimonio

La polemica delle femministe contro il matrimonio, accusato di essere un’istituzione patriarcale che intrappola la donna per tutta la vita, viene contraddetta da numerosi dati empirici, che dimostrano come le persone sposate godano di maggior ricchezza finanziaria, salute fisica, felicità mentale e persino di una vita sessuale più appagante rispetto a quelle single, divorziate, separate o che coabitano. Anche i figli cresciuti all’interno di una famiglia stabilmente sposata hanno meno problemi con la scuola, con la giustizia, con il sesso prematuro e con il consumo di droghe o alcolici. Le ricerche dimostrano inoltre che il divorzio raramente riesce a migliorare la situazione dei coniugi, e che viene sempre vissuto come un trauma dai figli.

Smontati i miti del femminismo

La Lukas demolisce anche l’idea secondo cui le donne guadagnano meno degli uomini perché discriminate nel mondo del lavoro. Se veramente le donne, a parità di rendimento, potessero essere pagate meno degli uomini, allora gli imprenditori che le assumessero otterrebbero degli enormi vantaggi competitivi. Il libero mercato, quindi, punirebbe immediatamente il comportamento economicamente irrazionale dei datori di lavoro “maschilisti”. In verità le donne spesso preferiscono non svolgere lavori che, anche se meglio pagati, comportano frequenti e prolungati spostamenti, orari non flessibili, dure fatiche oppure rischi elevati. Non è un caso che gli uomini siano vittime del 92 per cento degli infortuni mortali sul lavoro. I movimenti femministi, accusa infine la Lukas, sono diventati dei gruppi di pressione impegnati solo a chiedere sussidi e privilegi alla classe politica. Oggi negli Stati Uniti molte donne single con figli fanno a meno del coniuge e vivono con gli aiuti elargiti dal welfare state. Volendo liberare le donne dalla loro “subordinazione” al marito, le femministe hanno finito così per renderle dipendenti dallo “Zio Sam”. Ma la dipendenza dal governo è cosa ben diversa dall’indipendenza personale.

Panella al Filo sulla politica estera: "Italia in panchina mentre gli altri decidono"

Nei giorni scorsi Carlo Panella, firma prestigiosa del Foglio, era a Bologna per presentare il suo ultimo lavoro, “Il libro nero dei regimi islamici”, edito da Rizzoli. Il Filo a Piombo lo ha brevemente intervistato chiedendogli un giudizio sui primi passi del governo Prodi in politica estera.

Massimo D’Alema a capo della nostra diplomazia. E’ la persona giusta dell’Unione al posto giusto?
“No, è la persona sbagliata nel posto sbagliato. Tanto è vero che è finito agli Esteri perché Prodi, prima delle elezioni di aprile, aveva concluso uno sciagurato patto con Bertinotti promettendogli la presidenza della Camera dei Deputati, alla quale D’Alema giustamente ambiva in quanto presidente dei Ds. Insomma, si è trattato di un pasticcio di poltrone che - dopo la fallita rincorsa al Quirinale – si è risolto dirottando D’Alema alla Farnesina dove invece dovevano finire Fassino oppure Rutelli”.

Dalle prime battute come si possono valutare le mosse di Baffino?
“Non la sta gestendo bene. Per un motivo molto semplice. Si può decidere tutto, di andarsene dall’Iraq o di restare, e così per l’Afghanistan. Ma lo si deve fare nella massima chiarezza. Nella questione afghana, per esempio, D’Alema sta mettendo in mostra discrete (non eccellenti) doti manovriere; tuttavia gli mancano doti politiche. Come sempre, del resto. Il dissidio interno all’Unione è tra chi intende combattere la guerra al terrorismo ricorrendo anche alle armi e chi queste armi non intende usarle mai se si resta nell’ambito di una alleanza con gli Stati Uniti. Non finisce qui. C’è la posizione dei radicali che vorrebbero restare in Iraq, quella dei filo-cubani che ricorrerebbero alle armi solo contro gli americani e infine quella neo-pacifista di Rifondazione, che non si schiererebbe contro nessuno”.

Un bel rompicapo…
“…su questo è il momento di fare chiarezza politica e non limitarsi a piccoli cabotaggi parlamentari. D’Alema sta preferendo proprio i piccoli cabotaggi e ciò rappresenterà la palla al piede del governo”.

Chiarezza per l’Unione, ma chiarezza anche per la Casa delle Libertà. Cosa succederà nel fronte moderato a proposito del rifinanziamento della missione in Afghanistan? E tu lo voteresti?
“Sicuramente lo farei. Berlusconi è stato tentato di non farlo. Alla fine, a parte le differenze politiche, il dispositivo tecnico – cioè il rifinanziamento – verrà votato dalla CdL. Con motivazioni radicalmente opposte a quelle della sinistra, ma verrà votato”.

D’Alema è andato negli Stati Uniti a chiedere a Bush di chiudere Guantanamo. Dopo pochi giorni la Corte Suprema gli ha dato ragione. Un successo?
“Intanto non ha parlato con Bush bensì con Condoleeza Rice. Con la quale, come mi ha rivelato una persona presente al colloquio, ne ha discusso per cinque secondi. In ogni caso Guantanamo, che è stato un errore, non verrà chiusa, qualsiasi cosa dica la Corte Suprema. E comunque non verrà chiusa per le pressioni dell’Unione Europea, che sa soltanto contrapporsi alla politica estera americana non avendo però alcuna proposta alternativa per combattere il terrorismo”.

Il conflitto arabo-israeliano è entrato in una nuova e cruenta fase. Noi come ci stiamo muovendo?
“L’ultimo attacco palestinese è stato sferrato da Hamas, e dunque dal governo palestinese, contro il territorio nazionale di Israele. I soldati, infatti, non si trovavano nei territori occupati. Si è trattato, dunque, di una classica azione di guerra tra nazioni in occasione della quale il nostro governo non ha ritenuto di esprimere la sua solidarietà al Paese che ha subìto il torto. Ora l’Italia è “equivicina” rispetto a Hamas e Fatah, e lontana da Israele”.

Torniamo andreotttiani?
“In un certo senso sì, ma senza Andreotti e con una situazione radicalmente mutata rispetto a quindici anni fa. Tutte le mosse compiute finora dal governo Prodi, compreso il viaggio in Usa di D’Alema, sono andate molto peggio di quanto non abbia raccontato certa stampa. Mostrando una Italia in panchina e opportunista mentre gli altri decidono. Un’Italia che non ha una strategia alternativa. Quando, dopo aver comunicato alla Rice che ce ne andremo dall’Iraq, a D’Alema è stato chiesto che cosa faremo di fronte alla richiesta della Nato di inviare più aerei in Afghanistan, il nostro ministro degli Esteri ha risposto imbarazzato che di queste questioni “non vogliamo discutere in via bilaterale ma solo in sede Nato”. Come dire: dove vado, porto pesci. A quel punto la Rice ha sorriso e ha capito chi aveva di fronte chiudendo il colloquio”.

03 luglio 2006

Londonistan, frutto marcio dell'appeasement

Come un piccolo stato fondamentalista islamico è sorto indisturbato nel cuore dell'Inghilterra


di Guglielmo Piombini

(Il Domenicale, 1 luglio 2006)



Gli attentati suicidi compiuti alla metropolitana di Londra il 7 luglio 2005 hanno rivelato l’esistenza di una vasta rete di terroristi islamici e di simpatizzanti, ramificata in tutta l’Inghilterra. Nel nuovo libro Londonistan la giornalista inglese Melanie Phillips, editorialista del Daily Mail, racconta in maniera dettagliata come, proprio sotto il naso dell’intelligence britannica, Londra sia diventata il centro europeo della promozione, del reclutamento e del finanziamento del terrorismo islamico, tanto da venir soprannominata ironicamente “Londonistan”. La Phillips riporta i dati di un rapporto del ministero degli interni del 2004, secondo cui il 26 per cento dei musulmani britannici non prova alcun sentimento di lealtà verso l’Inghilterra, il 13 per cento sostiene il terrorismo, e l’1 per cento (circa ventimila persone) è attivamente impegnato nel terrorismo o nelle attività di sostegno. Un altro sondaggio ha rivelato che il 60 per cento dei musulmani britannici desidera vivere sotto la legge coranica, mentre per il 32 per cento “la società occidentale è decadente e immorale, e i musulmani dovrebbero cercare di porvi fine”.


Com’è possibile che i governi europei, con Londra in testa, continuino ad invitare, ospitare e sussidiare col welfare larghe masse di musulmani, che non fanno mistero di odiare e di voler distruggere le società che si comportano così generosamente con loro? Secondo Melanie Phillips l’Inghilterra raccoglie esattamente ciò che ha seminato. Le sue accuse, documentate e circostanziate, sono rivolte soprattutto ai servizi di sicurezza inglesi, la cui “benevola trascuratezza” nei confronti del terrorismo islamico ha finito per sconfinare nella “maligna complicità”. Più di una volta, ad esempio, le autorità inglesi hanno negato le richieste di estradizione di sospetti terroristi provenienti dall’Arabia Saudita, dall’Algeria e dall’Egitto. Questi comportamenti, secondo la Phillips, nascono da una concezione cinica e ristretta dell’interesse nazionale, basata sulla convinzione che, se lasciati agire indisturbati, gli islamisti radicali non avrebbero attaccato la Gran Bretagna: la tipica mentalità dell’appeaser che, come disse Winston Churchill a proposito di Neville Chamberlain, nutre il coccodrillo sperando di essere divorato per ultimo.


Questa “codardia” delle autorità inglesi ha però anche altre spiegazioni più profonde, che la Phillips cerca di portare alla luce. Il Londonistan, infatti, nasce e si sviluppa come conseguenza del collasso dell’identità nazionale e della fiducia nei propri valori. Negli ultimi trent’anni il sistema educativo ha cessato completamente di trasmettere alle nuove generazioni la storia e la cultura inglese, che vengono condannate in blocco come colonialiste, razziste e xenofobe. In questo modo gli immigrati non vengono integrati nella cultura della patria d’adozione, e si creano tutte le condizioni per la disintegrazione sociale. L’istituzione che più di ogni altra dovrebbe difendere i valori della tradizione culturale inglese, la Chiesa d’Inghilterra, appare sulla via dell’autoliquidazione. Eppure, osserva la Phillips, “in America le Chiese sono in prima linea nella difesa dei valori occidentali. Il sostegno più forte ad Israele viene dalle chiese evangeliche. In Gran Bretagna, per contrasto, la Chiesa Anglicana è in prima linea nella ritirata dall’eredità giudeo-cristiana.”


Gli inglesi, nota la Phillips, rifiutano con orrore anche solo l’idea di ritrovarsi nel mezzo di una guerra di religione, memori probabilmente della drammatica esperienza con il terrorismo irlandese. Questo spiega perché, subito dopo gli attentati del 2005, il capo della polizia londinese sia corso in televisione a dichiarare che non bisognava collegare gli atti terroristici all’islam, mentre le autorità religiose annunciavano di voler invitare le famiglie degli attentatori alla Cattedrale di San Paolo per le commemorazioni funebri. Ancor più paradossale, secondo la Phillips, è il fatto che la sinistra, con la sua insistenza per i diritti degli omosessuali, per l’eguaglianza della donna e per la libertà sessuale, si sia alleata con gli islamisti radicali che predicano la pena di morte per gli omosessuali, la subordinazione della donna e la lapidazione delle adultere. A quanto pare, quando si tratta di attaccare l’Occidente, la sinistra e gli islamisti radicali non esitano un attimo a mettere da parte le loro differenze. Non è raro, infatti, vedere per le vie di Londra marciare spalla a spalla i progressisti con i fondamentalisti islamici, tra slogan a favore dei diritti umani e sventolii delle bandiere di Hamas.


Questa strategia della sinistra potrebbe però rivelarsi pericolosa. Come spiega la Phillips, “i musulmani britannici sono in maniera schiacciante nauseati dai comportamenti equivoci e dissoluti di un’Inghilterra che ha rigettato il concetto di rispettabilità. Vedono attorno a sé l’alcolismo, l’abuso delle droghe, la pornografia, la rottura delle famiglie, e per questo decidono di opporsi ai valori guida della società che li ospita. Ciò che li disgusta, in realtà, è il crollo dei valori occidentali”. Mentre un tempo l’atteggiamento più comune degli immigrati in Occidente era quello della gratitudine e dell’ammirazione, perché scoprivano una civiltà molto più avanzata ed efficiente di quella da cui provenivano, oggi assistono ad uno spettacolo di decadenza culturale che scatena spesso un effetto opposto: come ha dichiarato la madre del terrorista Zacharias Moussaoui, recentemente condannato all’ergastolo per l’attentato dell’11 settembre, “è stata la vita londinese a fare di mio figlio un terrorista”. L’azione dei progressisti occidentali, di demolizione della propria tradizione culturale e di appeasement verso i musulmani, invece di condurre alla pacifica convivenza potrebbe rivelarsi come la ricetta migliore per l’escalation del conflitto di civiltà all’interno delle nostre società.



Traversata nel deserto, parte seconda

A una settimana dal referendum costituzionale e a un paio di giorni dal decreto sulla competitività, proviamo a imbastire qualche ragionamento su ciò che più ci sta a cuore, il futuro del fronte moderato in Italia. Dunque, il referendum. Cosa può succedere a una coalizione che, chiamandosi Casa delle Libertà, non riesce a convincere neppure vasti settori del proprio elettorato ad andare a votare e a votare a favore di una riforma che si sforzava di essere autenticamente liberale? Il minimo è che la casa crolli. Ed è esattamente quello che sta accadendo.

Forse a qualcuno continua a sfuggire la gravità dell’ultima sconfitta del centrodestra, che a nostro avviso supera di molto i rovesci subiti dalla CdL dal 2001 alle elezioni politiche del 2006. La sfida per cambiare qualche mattone importante della nostra Costituzione rappresentava la sintesi e il senso dei moderati al governo del Paese. Una sfida che doveva servire a invertire sul serio la rotta, a prescindere dai governi successivi, dotando l’Italia di strumenti solidi ed efficaci per dare una bella rimodernata alle sue istituzioni. Bene, anzi male: quella sfida è stata perduta. E non perché i reazionari siano stati più bravi di noi, ma perché noi siamo stati peggiori dei reazionari. Il che è ancora più preoccupante.

Del resto, le poltrone del potere ci avevano offerto uno straordinario alibi per far finta di non vedere che anche la ex Casa delle Libertà era piena di codini. Forse che i quattro gatti (vabbè otto) degli amici di Casini si possono considerare dei liberali? E dobbiamo scoprire ora che in Alleanza nazionale dominano ancora i filo-statalisti davanti a un Fini culturalmente confuso? Suvvia. Lo avevamo detto prima e lo ribadiamo ora: l’esito referendario è destinato a rotolare automaticamente sui destini e le fortune politiche di leghismo e berlusconismo, ossia gli unici movimenti organizzati che si possano qualificare – dottrina alla mano - liberali. I quali, non a caso, sono oggi i veri malati del nostro panorama politico.

L’appuntamento del 25 e 26 giugno ha sostanzialmente confermato che i liberali sono in netta minoranza in Italia. Certo, forse un po’ meno di vent’anni fa. Ma pur sempre in minoranza. Una élite allargata, insomma. Realtà, questa, che ci fa riflettere anche sulla portata di alcune riflessioni che nelle scorse settimane hanno appassionato parte del mondo culturale vicino al centrodestra e che hanno riguardato l’ipotesi di abbandonare il liberalismo a chi ce lo ha sottratto, a quella sinistra capace di colonizzare territori non suoi. Andando alla ricerca di categorie più consone al moderatismo e al conservatorismo di casa nostra.

Cari amici del Domenicale, avete avuto coraggio a porre il dilemma. Tuttavia il dopo referendum ci e vi deve far riconoscere che la questione “liberalismo sì-liberalismo no” resta confinata in un recinto angusto. Talmente angusto che fa sorgere sospetti sulla sua reale utilità pratica. In realtà ci troviamo ad uno stadio ancora precedente, a spiegare agli italiani che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire responsabilità, che cosa vuol dire meritocrazia. Abbiamo scoperto, in parole povere, che ci resta un lungo lavoro da fare sui fondamentali di ciò che pensiamo e abbiamo sempre detto di essere.

A proposito di liberalizzazioni vere o fasulle, poi, ecco arrivare il decreto del governo sulla competitività. Un provvedimento che spara nel mucchio (forse neppure tanto a caso), ma che contiene in sé un grande merito, almeno dal punto di vista del centrosinistra: è vincente sotto il profilo del marketing politico. Quando un nuovo esecutivo si insedia, il suo obiettivo più immediato deve essere quello di lanciare segnali a chi lo ha votato. Perché è nelle prime settimane che si cementa la sensazione che il governo stia lavorando bene o male. Una sensazione che inevitabilmente accompagnerà l’elettorato per molto tempo. Il governo Prodi, col provvedimento del ministro Bersani, va in questa direzione. Non sto discutendo la sostanza bensì la forma, e mai come in questo momento, per Prodi e compagnia, la seconda è l’essenza della prima. Ricorderete, invece, che il governo Berlusconi si baloccò col falso in bilancio rimediando, in fatto di pubbliche relazioni, una clamorosa falsa partenza.

E adesso? Ci aspetta una seconda traversata nel deserto infinitamente più difficile della prima, con un numero di oasi inferiore alla precedente. Più difficile perché non può fare a meno del suo capo naturale, già provato da mille battaglie, dal quale ci si attende quello sforzo che ha sempre rimandato: mettere mano al partito. Ma mettere mano significa andare giù di mannaia e far rotolare teste. E dopo aver fatto rotolare teste, significa dare il via alla rifondazione del partito stimolando la scelta dal basso dei propri leader locali. Significa, tanto per tirare le conclusioni, far sperimentare anche all’interno quello che pensiamo e diciamo di essere: liberali.