24 febbraio 2007
Medioevali i talebani? Magari fosse vero
In realtà, come osserva lo studioso statunitense Harry W.Crocker III in un articolo pubblicato sul periodico cattolico americano “Crisis” e intitolato Monasteries and Madrassas. Five Myths About Christianity, Islam, and the Middle Ages, definire “medioevali” gli aspetti più ripugnanti dell’islam contemporaneo è profondamente sbagliato, e non rende giustizia ad un’epoca che, a dispetto dei persistenti pregiudizi, fu tra le più luminose e ricche d’inventiva della storia europea.
Nessuno storico serio oggi accetta l’uso del termine “medievale” come sinonimo di “barbarico”, a meno che non si vogliano considerare barbarici anche Boezio, Giotto, Dante, Petrarca, Chaucer, Sant’Anselmo, San Tommaso, San Francesco, le cattedrali, la Magna Charta, le città libere; quindi l’invenzione delle università, degli ospedali, della stampa; nonché lo sviluppo della scienza, del capitalismo e dell’idea stessa di progresso.
Il Medioevo europeo, se non altro, non conobbe mai il soffocante dispotismo del mondo islamico, perché nell’ordine policentrico feudale e comunale il potere politico era ampiamente disperso e decentralizzato. Se guardiamo alle creazioni artistiche, è facile notare che quanto vi è di più ammirevole nelle nostre città risale al Medioevo e al suo sbocco rinascimentale. Nell’islam, invece, il divieto religioso di rappresentare figure umane o animali ha sempre impedito lo sviluppo della pittura e della scultura, mentre l’architettura fu in gran parte ispirata a quella bizantina.
Anche il nostro attuale sistema di notazione musicale, inventato dal benedettino Guido d’Arezzo in una di quelle fucine inesauribili d’innovazioni che furono i monasteri, proviene dal Medioevo. Quando in Europa fiorivano in tutta la loro bellezza il canto gregoriano, la polifonia e le canzoni dei trovatori, nelle terre musulmane l’ortodossia islamica, seguita ancora oggi dalle correnti più rigoriste dell’islam, condannava in toto la musica sulla base dei detti del profeta Maometto.
Le migliori realizzazioni dell’islam in campo filosofico e scientifico, a differenza che in Occidente, furono in larga misura opera di eretici e dissenzienti. I commentari di Averroè al pensiero di Aristotele furono molto più influenti in Occidente che nel mondo islamico, perché dal dodicesimo secolo in poi i filosofi dell’islam si arroccarono nel rifiuto delle acquisizioni dei classici pagani.
Se i musulmani furono spesso sprezzanti delle novità introdotte dall’Occidente, i pratici uomini dell’Europa medievale non perdevano mai occasione per accogliere dall’islam tutto quanto poteva servirgli, come la numerazione con lo zero, che gli arabi avevano portato dall’India. Gli stessi crociati adottarono senza pregiudizi le abitudini, i cibi e le fogge orientali.
E le differenze tra i due mondi sono ancora più evidenti se si guarda alla condizione femminile: l’islam, come quasi tutte le culture antiche, assoggetta quasi completamente la donna all’uomo, mentre il Medioevo cristiano vietò la poligamia e il ripudio. Ancora oggi nei paesi musulmani i diritti e le libertà della donne sono di gran lunga inferiori a quelli che le donne godevano in Europa durante il Medioevo.
Le testimonianze storiche, infatti, ci parlano di contesse, principesse e regine che potevano ereditare ed esercitare titoli proprietari e nobiliari; di dame che governavano famiglie, casati e feudi; di giovani che potevano diventare sante o guidare eserciti in battaglia, come Giovanna d’Arco; di donne che potevano fondare e dirigere scuole, ospedali, ordini religiosi e opere di carità; di donne che potevano svolgere ogni genere di lavori, vestirsi come volevano, recarsi nelle taverne e bere birra. Solo in una cultura che nobilita la donna possono infatti diffondersi il romanticismo dell’amor cortese, la devozione cavalleresca alla donna amata e il culto della Vergine Maria.
La società islamica, quindi, non è affatto rimasta al Medioevo, dato che nessuna somiglianza vi è con la nostra “età di mezzo”. L’uomo medievale non era, nemmeno da lontano, un talebano. I suoi riferimenti culturali erano diversi: egli amava l’arte, le feste, i tornei, le celebrazioni, i colori vivaci; pensava che Dio avesse creato un mondo ragionevole, che il lavoro manuale fosse onorevole, che il progresso fosse possibile. Era, cioè, un occidentale, nel quale ogni europeo, americano o australiano di oggi può riconoscersi.
Guglielmo Piombini
(Il Domenicale, 24 febbraio 2007)
Vieni avanti, Prodino!
Prevedere ora cosa potrà succedere, è praticamente impossibile. Un paio di considerazioni, tuttavia, si possono azzardare. La prima riguarda i dodici punti imposti da Prodi e sottoscritti sull’attenti da tutti i partiti della maggioranza. Passare da un programma di circa 280 pagine a una facciata scarsa di quaderno, offre la cifra della disperazione che grava all’interno del centrosinistra. Un centrosinistra che ha visto la morte in faccia, e che presumibilmente non avrà nessuna voglia di rivederla tanto presto. O almeno fino a quando non avrà una seria alternativa a Prodi.
Ecco, questo governo Prodino potrebbe servire a entrambi gli schieramenti. A destra, perché la Casa delle Libertà è in frantumi e obiettivamente non era in grado di presentarsi in modo credibile a una tornata elettorale assolutamente inaspettata. In questo modo nel centrodestra si potrà proseguire verso la federazione di partiti e costruire una alternativa solida al governo del Paese. Mentre il centrosinistra è ancora Prodi-dipendente. Ma non per molto.
Vieni avanti, Prodino!
22 febbraio 2007
Un mercoledì da peccatori involontari
In questi tempi si è discusso molto del rapporto tra la Chiesa e le vicende politiche italiane.
Dunque è il caso di chiedere al cardinale Ruini se sia disponibile a concedere un’assoluzione collettiva a tutti quei cattolici non adulti, come noi, che benché ieri avessero regolarmente saltato il pranzo nel giorno del mercoledì delle ceneri, dalle tre del pomeriggio in poi hanno iniziato a godere come dei ricci senza nemmeno commettere atti impuri.
Speriamo inoltre che sia solo per via della Quaresima che il maggiore scrupolo della Casa della Libertà, da ieri, sembra essere quello di non apparire troppo scomposti.
Come se dalle parti della sinistra - a partire da Mastella fino al senatore Fernando Rossi dei Comunisti Italiani (e sempre sia lodato) - ci fosse qualcuno da non mettere sul chi vive, in quanto potrebbe essersi scordato dell’esistenza politica di Berlusconi. Non crediamo proprio che, anche se si cerca di non fare troppo chiasso, qualcuno di lor signori potrà mai perdere di vista l’eventualità di straperdere le elezioni anticipate.
Forse dalle parti di palazzo Grazioli la questione decisiva di queste ore è quella di tenere d’occhio
Dobbiamo quindi mobilitarci noi per fare capire ai grandi strateghi della Casa delle Libertà che c’è solo una cosa decente che il Presidente della Repubblica può fare, ed è quella sulla quale si deve puntare, a costo di dover tornare in piazza in due milioni?
Guarda, Silvio, che a fare troppi calcoli sulle carte nautiche della politica poi si finisce per perdere la rotta … chiedilo al grande navigatore di Gallipoli.
E, a proposito, non scordarti di portargli i saluti di Condi.
Bye bye, Max.
09 febbraio 2007
Così Ronnie, Maggie e Karol hanno cambiato il mondo
Oggi molti storici minimizzano il loro contributo e sostengono, con il senno di poi, che la vittoria dell’Occidente era inevitabile, perché il sistema economico e militare sovietico non era più in grado di reggere la sfida. In realtà chi visse quegli avvenimenti sa che il confronto fu per lungo tempo difficile e incerto. La potenza ideologica e militare del mondo comunista sembrava irresistibile, e il successo finale del mondo occidentale fu reso possibile solo dalla fede nella vittoria e dalle decisioni coraggiose di questi suoi tre leader.
Lungi dall’essere predeterminata fin dal suo inizio, l’affascinante storia della Guerra Fredda raccontata da O’Sullivan è ricca d’imprevisti e di autentici miracoli. Chi avrebbe mai potuto prevedere che un attore di film di serie B, un prete polacco e la figlia di un droghiere di provincia sarebbero diventati i protagonisti delle vicende della seconda metà del ventesimo secolo? La loro ascesa sembrava del tutto improbabile alla metà degli anni Settanta, quando occupavano posizioni di medio livello nelle gerarchie politiche o ecclesiastiche. In quegli anni, secondo O’Sullivan, non potevano emergere perché nella mentalità corrente erano considerati troppo conservatori (la Thatcher), troppo cattolici (Giovanni Paolo II) o troppo “americani”, cioè troppo ottimisti (Ronald Reagan).
Solo l’aggravarsi della crisi spinse la gente ad orientarsi verso leader carismatici disposti ad affrontare dei rischi. Gli anni Settanta furono infatti un decennio da incubo per l’Occidente. Tutto sembrava volgere al peggio: l’economia era devastata dall’inflazione e dalla recessione, l’Opec aveva quadruplicato il costo del greggio nel 1973, la criminalità e il terrorismo imperversavano, l’America aveva perso ignominiosamente la guerra del Vietnam, il comunismo si espandeva rapidamente in Asia, in Africa e in America centrale.
Jimmy Carter, uno dei peggiori presidenti della storia americana, incarnava perfettamente il senso di smarrimento e di incertezza dell’America di quegli anni. Con i suoi errori stava quasi per perdere la Guerra Fredda e per distruggere l’economia americana. Perdipiù, favorendo la caduta dello Scià di Persia, spianò la strada alla rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini, la scintilla che nei decenni successivi avrebbe fatto esplodere l’integralismo islamico in tutto il mondo.
Per risollevare l’America dal baratro occorreva una personalità che ispirasse fiducia e coraggio, e nelle elezioni del 1980 Carter subì contro Ronald Reagan la più grave disfatta elettorale di un presidente in carica nella storia americana, perdendo per 49 voti elettorali contro 489. Anche Giovanni Paolo II e Margareth Thatcher furono chiamati a rimettere in sesto una Chiesa sconquassata dai disordini postconciliari e un Regno Unito funestato da scioperi e crisi economiche.
Li accomunò un altro aspetto prodigioso: tutti e tre scamparono per un soffio ad attentati potenzialmente mortali. Reagan e il Papa sarebbero morti se i colpi sparati da John Hinckley il 30 marzo 1980 e da Ali Agca il 13 maggio 1981 fossero penetrati ad un millimetro o due di distanza; anche la Thatcher il 12 ottobre 1984 uscì incredibilmente indenne dall’esplosione di una bomba dell’IRA, che distrusse completamente la stanza d’albergo di fianco alla sua, uccidendo cinque persone e ferendone molte altre. Reagan e Giovanni Paolo II ebbero la stessa certezza di essere stati aiutati da una mano divina che deviò miracolosamente le pallottole, salvando la vita agli uomini che, senza alcun spargimento di sangue, avrebbero fatto crollare l’ateo “impero del male”.
Questa convinzione li spinse a giocare una partita molto rischiosa, che avrebbe potuto trasformare la guerra fredda in guerra calda, o addirittura in conflitto nucleare. Ronald Reagan, Karol Wojtila e Margareth Thatcher non credevano ai sostenitori della “coesistenza” o della “Ostpolitik”, che consigliavano di scendere a patti con il comunismo perché il regime sovietico era solido e sarebbe durato indefinitamente. Erano invece convinti che il sistema comunista fosse viziato alla radice, e che andasse contrastato con risolutezza sul piano morale. La storia gli ha dato ragione.
Guglielmo Piombini
(pubblicato su Libero, 9 febbraio 2007)