26 marzo 2007
Arriva il libro più amato dalla Fallaci
La tesi centrale del libro, definito nella prefazione di Gianni Baget Bozzo “una enciclopedia dell’Islam fondamentalista”, è che, dopo il totalitarismo bruno basato sulla lotta delle razze e il totalitarismo rosso basato sulla lotta di classe, l’Occidente deve affrontare un totalitarismo “verde”, quello islamico, che si fonda sulla lotta tra le civiltà e le religioni.
Sulla base degli insegnamenti dei grandi autori liberali, come Hannah Arendt, Raymond Aron, Friedrich von Hayek e Karl Popper, lo studioso italo-francese dimostra in maniera convincente che il fondamentalismo islamico presenta tutte le caratteristiche dei movimenti totalitari: la confusione tra i campi della politica e della società civile, la mobilitazione totale e permanente, la fuga in avanti nell’estremismo, la scomparsa della distinzione tra civili e militari, il rifiuto dell’individualismo, il terrore di massa, il fine che giustifica i mezzi, il ricorso alla menzogna, il fanatismo ideologico, la demonizzazione di un nemico (l’Occidente giudeo-crociato) giudicato responsabile di tutti i mali di cui soffrirebbero le nazioni islamiche umiliate.
Per raggiungere la vittoria il totalitarismo islamico dispone di molte carte a suo favore: le più grandi riserve di petrolio del mondo; una determinazione senza limiti, che spinge generazioni di islamisti a preferire la morte alla vita; una demografia conquistatrice; e la paura che l’ascesa ineluttabile dell’islamismo suscita nell’infeconda Europa post-coloniale.
La vecchia Europa, infatti, sembra terrorizzata psicologicamente e pronta a tutte le debolezze e a tutte le negazioni pur di calmare i seguaci del totalitarismo islamista. Questo atteggiamento remissivo, spiega Del Valle, non fa che accentuare tra i fondamentalisti la rappresentazione sprezzante di un’Europa in declino, scristianizzata, senza solidi valori e colpita da una generalizzata sindrome di Stoccolma, quel fenomeno psicologico di sottomissione volontaria e di paura che spinge a difendere i propri carnefici.
Gli islamisti sono abili nel sfruttare la colpevolizzazione dell’uomo “bianco-giudeo-cristiano”, e sanno di poter contare sulla collaborazione di tanti occidentali pervasi dall’“odio di sé”. La fascinazione per l’Islam, diffusa soprattutto tra le elite politiche e intellettuali, è un prodotto della crisi di coscienza europea.
L’islamofilia, spiega Del Valle, nasce ai tempi dell’Illuminismo come riflesso dello spirito di rivolta contro la civiltà giudeo-cristiana, la Bibbia, la Chiesa cattolica e l’Ancien Régime, perché fu l’Europa cattolica e “oscurantista”, avversata dai Lumi, che resistette e scacciò l’islam dal nostro continente. Volendo far tabula rasa del proprio passato, gli europei post-cristiani proiettano nell’islam l’immagine di vittima della detestata Europa di un tempo. Nell’immaginario occidentale moderno l’Islam gode quindi del vantaggio di non essere stato intaccato dagli stereotipi negativi che, a partire dall’età moderna, hanno preso di mira il Cristianesimo.
Le vere ragioni profonde della mancata reazione europea agli assalti del totalitarismo islamista vanno quindi ricercate nella scarsa autostima e nell’alienazione dalla propria cultura storica, che secondo molti europei non meriterebbe più di essere difesa e preservata. Buona parte dell’Occidente, scrive Del Valle, non solamente non crede più in se stesso, ma si detesta inconsciamente e desidera scomparire collettivamente in uno slancio autopurificatore e riparatore, come il suicida che vuole farla finita con se stesso a forza di detestarsi e svalutarsi.
Questo masochismo redentore ed espiatorio degli occidentali, frutto della tendenza a dubitare della propria civiltà e a flagellarsi di continuo, costituisce una irresistibile esortazione alla liberazione delle pulsioni più sadiche e aggressive del totalitarismo islamista.
Se l’Europa persiste nei suoi atteggiamenti autodistruttivi, accettando un’immigrazione incontrollata dai paesi islamici e permettendo agli imam di predicare liberamente l’odio, potrebbe sorgere nel mezzo delle società europee una nuova cortina di ferro culturale e ideologica. Favorite dall’ideologia multiculturalista, in molte città europee stanno infatti nascendo delle aree abitate da musulmani inaccessibili anche alle forze di polizia. Da questi ghetti ceduti agli islamici potrebbe divampare in un futuro non troppo lontano l’insurrezione o addirittura la guerra civile. Quelle del Libano e della ex Yugoslavia, avverte Del Valle, sono cominciate così.
Guglielmo Piombini
(Libero, 23 marzo 2007)
22 marzo 2007
Riforma elettorale: la preferenza è di destra. E basta con Bondi-Tafazzi
Messa così, la questione dell’introduzione della preferenza nella futura (o futuribile?) riforma elettorale può apparire inquinata da una visione partigiana. Tuttavia, la sostanza è esattamente quella descritta: o il cittadino non conta nulla, trattato alla stregua di una vacca da mungere, e allora freghiamocene di chi vorrebbe come rappresentante. Ma se poco poco riteniamo importante che fra eletto ed elettore riprenda un minimo di dialogo, di confronto, si insinui un grammo di responsabilità, ebbene prevedere che il signor Rossi scriva esplicitamente il patronimico del candidato preferito è la strada da battere.
Dice: “Ma voi forzitalioti siete stati al governo, avete prodotto una legge elettorale tafazziana e la preferenza mica l’avete inserita. Come la mettete?”. La mettiamo male, infatti abbiamo perso. E stupisce che il coordinatore nazionale del più importante e straordinario partito italiano stia ancora lì a menarla con “se tornano le preferenze risorgono pure i notabili”. Ovviamente stiamo parlando di Sandro Bondi che solo la settimana scorsa si esprimeva in questi termini sul quotidiano “Libero”. E francamente non riusciamo a capire se creda sul serio a quello che dice, oppure (e lo capiremmo, eccome se lo capiremmo) se barricatosi sotto la cadrega, che si vuole tenere ben stretta, tenti di respingere gli assalti nemici facendo del terrorismo riformarolo col tono di quello che sta aspettando la confessione dei peccati altrui.
La sconfitta della Casa delle Libertà nel 2006 ha avuto tanti padri, ma il mancato inserimento delle preferenze ha incarnato una vera e propria contraddizione per una coalizione che si riteneva liberale. La preferenza è di destra perché significa attenzione alle esigenze del singolo elettore, cui si concede un briciolo (mica tanto) di potere contrattuale nei confronti del candidato. “Non hai lavorato? Hai combinato solo sciocchezze? Hai manifestato a braccetto con Cecchi Paone? Male: la prossima volta col cavolo che ti voto”. L’assenza della preferenza è di sinistra perché si traduce nel cervello all’ammasso, nell’adesione acritica al partitone che pensa per te, lavora per te, vota per te.
Il solito Bondi-Tafazzi afferma che la preferenza è scomparsa dal mondo occidentale, quindi non ci sarebbe ragione per tornare al passato. Forse che qualche Paese sviluppato ha un sistema elettorale come quello nostrano? Piuttosto non si capisce (o meglio: si capisce benissimo) perché agli italiani si chieda la preferenza nelle elezioni di quartiere, comunali, regionali, europee e poi gli si volti le spalle in occasione del voto per il Parlamento (oltre che per la Provincia), che da un punto di vista politico è il più delicato di tutti.
Preferenza fa rima (in tutti i sensi) con concorrenza. A prevalere è il politico che non ha il culo di pietra, che si muove, che lavora battendo il territorio palmo a palmo. Che organizza iniziative di cui spesso beneficerà tutto il partito. Che si fa portavoce dei problemi di coloro che lo hanno eletto. E’ il politico col telefono sempre acceso. E se qualcuno si trasformerà in “notabile”, pazienza. Preferiamo correre questo rischio piuttosto che la certezza di avere a che fare con nullafacenti irresponsabili, nel senso politico del termine, il cui unico pregio è essere molto amici di chi decide le candidature.
11 marzo 2007
L'oscurantismo dei liberal sull'omosessualità. Solidarietà a Risè e al Domenicale
Lo sospettavamo da tempo, e gli ultimi sviluppi della polemica sui Dico non hanno fatto altro che darcene una conferma.
I pregiudizi dei liberal sull’omosessualità sono ben più assurdi, beceri ed insidiosi per la libertà di pensiero e la ricerca scientifica, di quanto non lo sia mai stata la cosiddetta “omofobia”. La quale ultima, tra l’altro, è a sua volta una patologia che nemmeno esiste, se non come slogan polemico nei confronti di chiunque osi contraddire le loro posizioni.
Stiamo parlando del dogma della “normalità” della condizione omosessuale, e del pregiudizio positivo che la circonda. Un vero e proprio idolo del pensiero, che non accetta di essere discusso e tantomeno di poter essere falsificato in senso popperiano, e quindi che non ha nemmeno una base scientifica.
Infatti la principale conseguenza del dogma della “normalità” del gay è quella tipica delle idee fanatiche di ogni epoca: l’incoercibile senso di avversione e di scandalo verso qualsiasi opinione che si discosti dalla vulgata.
Non solo i militanti omosessualisti, ma anche i radicali e gli intellettuali genericamente liberal, su questo argomento si dimostrano capaci solo di lanciarsi in invettive scomposte verso i pochi dissenzienti, e persino di formulare richieste di censura preventiva nei loro confronti.
Certo, l’atteggiamento di chi nemmeno prova a controllarsi, perdendo completamente le staffe di fronte a qualsiasi opinione che contraddica la matrice “naturale” dell’omosessualità, così come la sua presunta “normalità”, e comunque l’obbligo morale di accoglierla come un comportamento socialmente indifferente (anzi, positivo e da valorizzare), di solito non viene mai solo.
Quasi sempre, si tratta di un pregiudizio che si accompagna ad un’altra serie di convinzioni sempre uguali a se stesse, tanto superficiali quanto profondamente intolleranti, su una serie di argomenti connessi di non poco rilievo. Cioè, riguardo ai grandi temi della libertà e della morale, e del ruolo civile e sociale della religione.
Infatti, solo quando si parla di questi ultimi argomenti, e in particolare di cattolicesimo e di curia vaticana (che rappresenta l’altro idolo polemico di tutte le ossessioni omosessualiste), queste persone si dimostrano capaci di altrettanta furia ideologica.
Le loro invettive suonano in modo davvero impressionante in una società aperta come la nostra, specie in quanto provengono da coloro che se ne spacciano per i principali fautori, e di solito pretendono di dare patenti di razionalità e liberalismo a tutti quanti.
Siamo insomma in presenza di una vera e propria sindrome isterica, che con la libertà di opinione e di ricerca scientifica ha ben poco a che vedere.
Sta diventando un vero problema, perché – come ci dimostra il recente caso Mastella-Santoro, ma anche le prese di posizione di alcuni bloggers che abbiamo letto negli ultimi giorni – si tratta di un atteggiamento che potrebbe danneggiare seriamente il livello delle libertà civili della nostra società, che di questi tempi è già piuttosto pericolante di suo.
Non è un caso che, almeno fin dagli anni ’80, l’omosessualismo abbia mutuato dalla sinistra più estrema la tecnica voltairiana di fare di tutto per screditare gli oppositori anche sul piano personale. Ormai non si ha più alcun ritegno nell’insultare chi ha opinioni diverse sull’omosessualità, additandolo come una persona a sua volta malata (l’omofobia, appunto), moralmente spregevole, e persino degna di attenzioni giudiziarie.
La voglia di querela e di censura sistematica del movimento gay nei confronti di tutti i dissenzienti – specie se cattolici – ha radici antiche e potremmo fare molti esempi.
Ma a parte gli eccessi dei militanti, ci spaventa davvero notare come il pregiudizio gay friendly sia riuscito a trasformare in implacabili inquisitori anche numerosi intellettuali, politici, giornalisti, che per altri versi sembrerebbero essere soggetti autenticamente liberali e moderati.
In questi giorni ne abbiamo avuto l’ennesimo esempio, leggendo sulla blogosfera le reazioni che sono seguite alla pubblicazione di un numero del Domenicale che – nel contesto della polemica sui Dico – si è permesso di pubblicare un intervento sul tema dell’omosessualità del professor Claudio Risè, psicanalista e scrittore abbastanza noto, e a sua volta curatore di un proprio sito e di un blog.
Quest’ultimo ha dissertato con la sua consueta pacatezza e dovizia di argomentazioni, ricordandoci che l’idea dell’omosessualità come comportamento tipizzato, naturale e soprattutto irreversibile sia un’invenzione della cultura novecentesca.
Prima della fine dell’ottocento, e fin dall’antichità, non esisteva nemmeno la parola “omosessualità”. Nessuno – nemmeno tra i soggetti più tolleranti, e persino tra gli stessi omosessuali – aveva mai pensato che l’attrazione e la pratica erotica nei confronti di individui dello stesso sesso potesse rappresentare una condizione personale o una scelta di vita.
Prima della rivoluzione sessuale degli anni ’60, nessuno si era mai sognato di sostenere che un omosessuale dovesse in qualche modo ritenersi vincolato ad accettare come tali le proprie inclinazioni, e anzi a coltivarle con un certo orgoglio, in virtù di una sorta di obbligo di lealtà e coerenza verso la propria natura (e quella dei suoi simili).
Solo dagli anni sessanta, appunto, ha cominciato a svilupparsi un pensiero gay friendly basato su presupposti inconsistenti sul piano scientifico, che però sono ben presto diventati dogmi culturali. E cioè, la presunta matrice genetica dell’omosessualità, la sua irreversibilità, e soprattutto l’esigenza di trasformarla in uno stile di vita coerente con se stesso, in quanto portatore di valori positivi.
In realtà, nonostante le numerose ricerche svolte sul tema da tutta la comunità scientifica occidentale, il gene dell’omosessualità nessuno è mai riuscito ad individuarlo, e nemmeno ad ipotizzarne l’esistenza in modo scientificamente accettabile.
Quindi, la rivendicazione di una pretesa condizione omosessuale (e di una cultura “gay”, parola che etimologicamente ha davvero la stessa radice dell’italiano “gaio”, come se si dovesse trattare per forza di persone allegre e positive) è solo una recentissima costruzione culturale.
Basandosi su queste osservazioni, che oltretutto presentano innumerevoli riscontri clinici, Claudio Risè ha quindi difeso l’operato di studiosi come l’americano Joseph Nicolosi, ideatore del progetto di ricerca della associazione Narth, che tratta da un punto vista psicoanalitico le persone che desiderano uscire dalla omosessualità.
Tuttavia non vi è dubbio che Risè – così come lo stesso Nicolosi – nei loro interventi non hanno mai accolto nemmeno per implicito l’idea per cui il comportamento omosessuale sarebbe una malattia. Al contrario, entrambi si sono apertamente richiamati a un principio cardine della psicoanalisi, secondo il quale non si devono mai imporre determinati modelli di comportamento ai pazienti che chiedono aiuto per modificarli.
Vale a dire che in psicoanalisi, così come non si deve imporre l’eterosessualità, nemmeno si dovrebbe fare con il suo contrario. E questo non sulla base di un pregiudizio o di una scelta di valore, bensì di un criterio fondato sul rispetto della libertà individuale e della autonomia delle persone.
Dunque, Risè ha formulato osservazioni documentate ed intelligenti, se non proprio di puro buon senso, che se avessero riguardato un qualunque altro argomento sarebbero state serenamente discusse su un piano scientifico. Eppure, come era prevedibile, dopo l’uscita di quel numero del Domenicale si è letto in rete, e non solo, il solito campionario di reazioni scomposte.
Nel mondo dei bloggers, persino autori solitamente moderati e di centrodestra come Pierluigi Mennitti o come Daw si sono uniti al coro degli estremisti radicali nell’attaccare violentemente Risè e il Domenicale, con le solite becere accuse di oscurantismo, dogmatismo religioso, illiberalità, e persino di razzismo.
Oltretutto, con l’accusa di razzismo i forsennati dell’ideologia gay friendly hanno anche operato – più o meno inconsapevolmente – un rovesciamento concettuale davvero assurdo e beffardo: infatti, cosa altro è il razzismo se non la tendenza a ritenere che alcuni comportamenti e caratteristiche umane (di solito quelle deteriori) derivino dalla razza, e quindi da basi genetiche, piuttosto che dall’ambiente, dalla cultura e dall’educazione?
Eppure, sono proprio i sostenitori ad oltranza della “naturalità” e della “normalità” del comportamento omosessuale che in passato cercavano disperatamente di individuare di un gene specifico in tale senso, e che ancor oggi sostengono che la personalità gay sarebbe innata ed irreversibile.
Chi dunque è il razzista, colui che sostiene che l’omosessualità dipende dalla natura, o chi invece la considera un’espressione della volontà?
Nonostante tutto ciò, la buriana è stata tale che persino l’editore del Domenicale, il senatore Marcello Dell’Utri, si è sentito costretto a prendere le distanze dalla sua stessa rivista, spaventato dal fantasma dell’idea di considerare l’omosessualità come una malattia. Idea che peraltro nessuno ha mai sostenuto.
Addirittura, tra i bloggers vi è stato qualcuno che – come un qualsiasi bigotto benpensante – ha invocato l’intervento “delli superiori”, cioè degli ordini professionali, affinché vengano represse simili inaccettabili idee, e si impedisca l’orrida eventualità che si trasformino in protocolli terapeutici. Detto da gente che di solito si spaccia per liberale, e quindi si dice fautrice dell’abolizione degli ordini suddetti e anche del valore legale dei titoli di studio, in nome della libertà di ricerca scientifica, davvero non c’è male.
Non è peraltro nemmeno la prima volta che accade. Stavolta, tuttavia, questi censori sono arrivati – secondo la migliore tradizione totalitaria – a far dire alla vittima cose che questa in realtà non ha mai sostenuto, nemmeno indirettamente o per implicito. Come ad esempio l’idea che l’omosessualità sarebbe una malattia, e che coloro che la praticano siano persone moralmente indegne o comunque da reprimere.
Tuttavia, per capire le posizioni di autori come Claudio Risè basterebbe leggere quanto da loro scritto, senza nemmeno metterci troppa attenzione, ma solo un minimo di sforzo di liberarsi dei pregiudizi liberal sull’omosessualità. Non tanto perchè questi ultimi siano a loro volta indegni, quanto perché sono privi di fondamento razionale.
Purtroppo, il nostro Piombo ci ha appena ricordato, sullo stesso Domenicale e su questo nostro blog, come il medioevo fosse un’epoca assai meno oscura di come un pregiudizio universalmente diffuso ce la dipinge.
Ma secondo noi, bisogna cominciare a discutere seriamente dell’ipotesi speculare secondo la quale, ai nostri tempi, il vero oscurantismo e la vera irrazionalità superstiziosa provengano proprio da parte del pensiero liberal.
Il quale, riguardo ai problemi posti dal fenomeno dell’omosessualità (ma anche su altri temi, soprattutto quelli religiosi) non accetta alcun contraddittorio, né sul piano scientifico né su quello della libera discussione di idee. In quanto, a differenza del pensiero conservatore e cattolico, sul punto la confraternita dei pensatori liberal non ha alcuna idea razionalmente sostenibile da far valere, ma solo dogmi e pregiudizi da imporre, senza nemmeno garantire un minimo accettabile di eleganza e di onestà intellettuale.