Sta per arrivare nelle librerie l’ennesima fatica di Marco Pirina, lo studioso che per primo sollevò a livello nazionale, e in tempi non sospetti, la questione delle foibe istriane. Fondatore del Centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur”, da vent’anni Pirina si occupa dei caduti “senza un fiore” come lui stesso ama ripetere, quelli che la vulgata di sinistra ha sempre tenuto rinchiusi nei cassetti della storia. E lo fa sfornando volumi stracolmi di documenti, fatti, testimonianze che hanno contribuito in modo determinante a conoscere meglio gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale in Italia. Tiene le distanze da Giampaolo Pansa (“Lui presenta una storia romanzata mentre io faccio parlare le carte” dice) e ricorda con orgoglio come nel 2003 la sua associazione abbia ricevuto il riconoscimento di Istituto di Storia Moderna, parificato agli Istituti sulla Liberazione.
Ora è la volta di “1943-1945 - Donne nella guerra civile italiana”, con un sottotitolo significativo: “Tra il Gladio e la Stella Rossa”. Incontriamo Pirina durante un tour di conferenze nel Bolognese, invitato dai Circoli della Libertà. Nel volume sono abbracciati tutti i tipi di donne. Si va dalle ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana (quelle regolari attive nel Servizio Ausiliario Femminile e quelle aggregate ai reparti combattenti della X Mas, delle Brigate Nere, della Monte Rosa, eccetera), alle cosiddette Volontarie della Libertà, sul fronte partigiano. In questo caso la suddivisione è in staffette, collaboratrici e combattenti. Le diverse storie raccontate vengono illustrate da immagini e ritratti di figure femminili particolarmente importanti. Non vengono trascurate neppure le civili, vittime di entrambi i fronti.
“Tanto per i partigiani quanto per i fascisti - conferma Pirina - esse non sono nient’altro che spie e per questo vengono uccise, violentate, deportate senza ritorno oppure scompaiono nel nulla. Si tratta di storie ancora più drammatiche di coloro che hanno deciso di schierarsi”. Uno dei capitoli del libro è dedicato alle maestre, nel mirino dei partigiani in quanto ritenute il trait-d’union tra il regime e i bambini: vengono eliminate dovunque si trovino.
E’ l’umanità, nonostante il sangue e l’odio di quegli anni, a sgorgare dal libro. Ecco, allora, le storie d’amore. Quella “nera” tra gli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, oppure quella “rossa” tra i partigiani comunisti Mirco e Katia, uccisi dai loro compagni perché si erano separati dalla brigata di appartenenza. Qual è, dunque, l’immagine che si ricava della donna nel ‘43/’45? “La donna fascista - risponde Pirina - crede fermamente in Dio, Patria e Famiglia. Esce di casa e va volontaria per difendere la sua idea di focolare, pur sapendo di rischiare la morte in una battaglia già perduta. La partigiana è invece colei che punta a ritagliarsi un ruolo nella società nuova che si formerà. Il suo è un atto di ribellione, vuole diventare qualcuno”. Ci riuscirà? “Assolutamente no.
Nel 1945, Ilio Barontini, capo partigiano e dirigente del Partito Comunista d’Italia, scrive che spetta agli uomini portare avanti un progetto politico ben preciso. Alle donne chiede esplicitamente di tornare tra le mura domestiche. Quelle stesse donne dovranno aspettare il femminismo degli anni Settanta per vedere esaudito il loro desiderio”. Insomma, la guerra civile al femminile non ha vincitori: solo vinti. Anzi, vinte. Le fasciste perché perdono la guerra, e le partigiane in quanto costrette a riporre nel cassetto dei loro sogni più intimi l’obiettivo di uscire di casa.
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