Questa è la storia di uno di loro. Nel senso di magistrati. Di quei magistrati che quando li osservi nel lavoro o durante il tempo libero (poco, ci si augura), suscitano puntualmente sospetti che quel “pericoloso” di Berlusconi, alla fin fine, un po’ di ragione ce l’abbia nel tentare di ricondurli a un maggior senso dello Stato. Dicono che Enrico Di Nicola, procuratore capo a Bologna, stia andando in pensione. Sarà per questo che nei giorni scorsi non ha voluto mancare alla presentazione dell’ultima fatica letteraria di Romano Prodi, dal titolo: “La mia visione dei fatti. Cinque anni di governo in Europa”.
Qualche libro da leggere quando non sarà più indaffarato come oggi, infatti, gli tornerà utile. Di Nicola era là, seduto tra le prime file in compagnia di tanti leader e leaderini di partito giunti a rendere omaggio all’ex-presidente del Consiglio. Leader e leaderini che magari durante la recente campagna elettorale avevano bastonato Romano con gusto e che ora tornavano ad ascoltare il suo verbo. Battendo le mani e annuendo. Per carità, non ci scandalizziamo di certe ipocrisie. La politica è questo e molto altro. Per fortuna. Insomma, tutti i politici che si erano dati appuntamento in quella sala non stonavano affatto. Tanto è vero che la stampa locale, la mattina dopo, ha prontamente messo in luce come solo Prodi sappia tenere unita l’intera sinistra. Una balla colossale, sia chiaro, se solo si guardi a come è nata la crisi del suo governo all’inizio dell’anno.
Ma anche questa bugia poteva essere comprensibile nel gioco delle parti della politica e nella fame di notizie dei giornali. Se però scrutavi con attenzione nel caravanserraglio prodiano una sola persona, invece, non c’entrava nulla ma proprio nulla. E non c’entrava nulla perché non doveva c’entrare nulla. Una persona che portava la faccia paciosa e segnata dal tempo tipica dei pastori abruzzesi: Enrico Di Nicola.
Un magistrato, seppure alle soglie del meritato riposo, dovrebbe evitare come la peste serate come quella del libro di Prodi, ex-capo di governo (lo ripetiamo) e capo-partito. Per una semplice e tuttavia determinante ragione: chi amministra la legge non deve solo essere indipendente dalla politica oltre che da tutto il resto, ma lo deve anche formalmente sembrare. La forma, per chi porta la toga, è sostanza. E il magistrato che fa finta di dimenticarselo non presta un buon servizio all’ordine di cui fa parte, al Paese e dunque ai cittadini, giustamente timorosi che quando emette sentenze (o le emetteva) si faccia condizionare dalle sue conclamate amicizie. I magistrati e-lettori di ogni colore rappresentano la prova - tra le tante - di come l’Italia rimanga in modo pervicace un Paese istituzionalmente anomalo.
1 commento:
anomalo a dir poco!!!!
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