24 gennaio 2009

Un mito da sfatare: la superiorità culturale islamica

Nei paesi occidentali è in atto da qualche tempo, tra le elite politiche e intellettuali, uno sforzo propagandistico che da un lato mira a denigrare il passato dell’Europa, e dall’altro a presentare la storia dell’islam sotto la luce più positiva possibile. Una sua tipica espressione è l’idea della superiorità culturale dell’islam medievale sulla Cristianità europea.

Secondo la versione presente in quasi tutti i manuali scolastici, e accolta perfino dal Consiglio d’Europa, nell’Europa medievale il sapere antico era andato quasi interamente perduto, ma fortunatamente era stato conservato dagli arabi, che lo tradussero nella loro lingua e lo trasmisero in Occidente, permettendo così la rinascita della civiltà europea. Senza l’apporto della cultura islamica l’Europa non avrebbe conosciuto il Rinascimento e lo sviluppo scientifico e tecnologico moderno. Il mondo occidentale ha quindi un grande debito nei confronti dell’islam.

Le ricerche più recenti, come quelle di Sylvain Gougenheim, professore di storia medievale alla scuola normale superiore di Lione, hanno dimostrato quanto sia inesatto e parziale questo modo di leggere gli avvenimenti passati.

Mai interrotto il legame con il mondo classico

Il punto cruciale è che la tradizione culturale della Grecia antica non era scomparsa durante i cosiddetti “secoli bui”, ma aveva continuato a sopravvivere, senza soluzione di continuità, nella parte orientale dell’impero romano. Se per secoli l’Europa occidentale non ebbe un facile accesso alla cultura classica conservata nell’impero bizantino è proprio perché le conquiste arabe avevano reso la navigazione nel mar Mediterraneo estremamente insicura per i cristiani.

Tuttavia, malgrado fossero diventati più rari e difficoltosi, i legami con Bisanzio non si interruppero mai del tutto. Anche nel corso dell’Alto Medioevo circolavano in Occidente numerosi manoscritti antichi e molte persone erano in grado di leggerli, tanto che Pipino il Breve si fece spedire da Papa Paolo I la Retorica di Aristotele e altri testi greci.

Con la ripresa politica ed economica successiva all’anno 1000 i cristiani latini furono in grado di ripristinare dei contatti più intensi con i propri cugini orientali, entrando così in possesso delle opere originali greco-romane senza necessità di intermediazioni arabe.

Il domenicano Guglielmo di Moerbeke tradusse una quantità enorme di opere di Aristotele, Archimede, Erone di Alessandria, e molte altre furono tradotte dai monaci di Saint-Michel. Infine, dopo la conquista turca di Costantinopoli del 1453, molti studiosi greci fuggirono verso Occidente, favorendo l’ulteriore diffusione della cultura classica nell’Italia rinascimentale.

Va aggiunto inoltre che quasi tutti i traduttori arabi non erano musulmani ma dhimmi cristiani, come l’assiro Johannitius (in arabo Hunayn ibn Ishaq, 809-873) o il giacobita Yahya ibn’Adi (893-974), e che le traduzioni arabe delle opere greche furono scelte in maniera molto selettiva.

I testi politici, ad esempio, non furono mai tradotti in arabo perché considerati incompatibili con l’islam. Non è un caso che la Politica di Aristotele, che Guglielmo di Moerbeke aveva tradotto in latino nel 1260, sia stata pubblicata per la prima volta in lingua persiana solo nel 1963.

L'islam contrario al logos greco

Il pensiero greco-romano ebbe in realtà pochissima influenza sulle realtà teologiche, politiche e giuridiche del mondo islamico. Il sistema immunitario culturale dell’islam non riuscì ad assorbire il logos greco, ma lo vide come un corpo estraneo e alla fine l’espulse.

L’idea che i musulmani abbiano salvato la cultura greca rappresenta quindi una vera assurdità, se si considera che per secoli i greci hanno fronteggiato in prima linea l’assalto della jihad islamica, che ha spazzato via intere comunità elleniche dall’Anatolia, dalla Siria, dall’Egitto e da tutto il Mediterraneo orientale: un processo di annientamento culturale che continua ancora oggi nella parte settentrionale dell’isola di Cipro invasa dai turchi.

Cultura prospera...nonostante l'islam

Se la scienza e la filosofia prosperarono sul suolo musulmano durante la prima metà del Medioevo ciò non avvenne grazie all’islam, ma nonostante l’islam. Non c’è nulla nella dottrina islamica che possa aver dato impulso alla ricerca scientifica o filosofica, e praticamente tutti i maggiori pensatori della cosiddetta “epoca d’oro” dell’islam, come Rhazi (865-925), Farabi (870-950), Avicenna (980-1037), Averroè (1126-1198), furono osteggiati o perseguitati dalle autorità politiche e religiose musulmane.

Nel libro L’incoerenza dei filosofi l’influentissimo teologo musulmano Al-Ghazali (1058-1111) attaccò il razionalismo greco e l’idea stessa di causa ed effetto, e ne concluse che la conoscenza scientifica è impossibile.

La teologia islamica dominante seguì questa impostazione, insistendo che le leggi fisiche non esistono perché, altrimenti, la volontà di Allah ne risulterebbe vincolata. Ricercare delle leggi fisse nella natura è una bestemmia, perché Allah è completamente libero di mutare le leggi della fisica in qualsiasi momento.

Osserva al riguardo il fisico americano Frank J. Tipler nel suo recente libro La fisica del cristianesimo (Mondadori, p. 139): «Nel corso dei miei studi piuttosto approfonditi, non sono mai riuscito a trovare una sola scoperta scientifica significativa compiuta nell’intera storia della civiltà islamica fino al XX secolo. Gli esempi di risultati scientifici documentati da parte di studiosi islamici sono sostanzialmente banali.

Tutta la fisica e tutta l’astronomia moderne derivano dall’opera dei cristiani Galileo e Copernico, che in pratica erano all’oscuro dell’opera degli scienziati islamici, e presero invece le mosse dall’opera dei greci Archimede e Tolomeo. Dal punto di vista della scienza, la civiltà islamica è come se non fosse esistita. Attribuisco questo fatto alle dottrine teologiche islamiche contrarie all’idea di leggi naturali
».

Altro falso merito

Molti riconoscono però agli arabi il merito di aver fatto da tramite delle innovazioni giunte in Europa dall’Oriente, come i numeri con lo zero, erroneamente detti “arabi” ma in realtà nati in India; la carta, inventata in Cina e diffusa in Spagna dagli arabi durante la metà del XII secolo; o il gioco degli scacchi, sviluppato anticamente tra l’India e la Persia e pervenuto in Occidente all’epoca delle prime crociate.

Va osservato tuttavia che, essendo l’impero arabo situato a metà strada tra la Cristianità europea e le civiltà orientali, ogni novità proveniente dall’Asia doveva necessariamente passare dal Medio Oriente musulmano per raggiungere l’Europa, ma difficilmente si può attribuire all’islam il merito di questo accidente geografico.

Occorre piuttosto chiedersi come mai il mondo islamico, pur trovandosi in una posizione geografica ideale, a contatto con tutte le maggiori civiltà mondiali dell’epoca, non coltivò nessuna delle innovazioni che si svilupparono nella più isolata Europa medievale, come la stampa (la cui introduzione nelle terre islamiche venne impedita praticamente fino al diciannovesimo secolo), le nuove tecniche di coltivazione, la ruota idraulica, i mulini a vento, gli orologi meccanici, gli occhiali, la partita doppia, la notazione musicale, le università o gli ospedali (il primo ospedale, costruito a Baghdad ai tempi del califfato Abbaside, fu opera del cristiano nestoriano Gabrail ibn Bahtisu, così come la prima scuola di medicina fu fondata a Gundeshapur, in Persia, dai cristiani assiri).

Una cultura parassitaria

È chiaro che la cosiddetta “scienza islamica” aveva poco o nulla a che fare con l’islam, ma era invece il risultato dell’amalgama delle avanzate conoscenze dei greci, degli indiani, dei persiani, degli ebrei e dei cristiani orientali, che i dominatori islamici sfruttarono in maniera parassitaria.

La breve fioritura culturale dei primi secoli di dominio islamico si ebbe quasi esclusivamente grazie all’eredità pre-islamica di una regione che rimase, per parecchio tempo, a maggioranza non islamica. Col passar dei secoli, man mano che i musulmani diventavano numericamente maggioritari nelle terre da loro conquistate, anche la creatività culturale andò definitivamente spegnendosi.

In conclusione, chi parla di “età d’oro” dell’islam commette un errore di prospettiva storica, perché ai tempi della conquista araba il Medio Oriente era già più avanzato dell’Europa devastata dalle invasioni barbariche. Questa superiorità non iniziò con l’introduzione dell’islam: al contrario, cessò con essa. La tanto vantata grandezza islamica rappresentò in realtà il crepuscolo finale delle progredite civiltà pre-islamiche mediorientali.

Usuali cliché buonisti anticristiani

Il cliché secondo cui “nel medioevo l’Europa era più arretrata del mondo islamico” è quindi privo di senso, perché non esistevano due civiltà concorrenti che si confrontavano sullo stesso piano. In Europa la civiltà romana era crollata con la fine dell’impero d’Occidente, e nuova civiltà, la Cristianità, stava faticosamente nascendo dalle rovine, difendendosi con le unghie e con i denti dai nemici che la attaccavano da ogni lato: i vichinghi a nord, i magiari a est, i musulmani a sud e a ovest.

Invece di concentrarsi su questo dramma storico senza precedenti, in cui una civiltà riuscì tra difficoltà indicibili a sopravvivere, a ricostituirsi su nuove basi spirituali e poi a fiorire, molti storici preferiscono sottolineare con compiacimento il fatto irrilevante dell’inferiorità dell’Europa rispetto all’islam, che si era impadronito con la forza delle ricchezze e del sapere delle civiltà più avanzate dell’epoca, e che teneva sotto assedio la stessa Europa, ostacolandone in maniera decisiva la ripresa economica.

C’è probabilmente un fine ideologico nel ricordare ossessivamente quanto la civiltà islamica fosse un tempo più raffinata di noi: quello di distruggere negli occidentali la capacità di apprezzare il proprio passato, di identificarsi con la propria civiltà e di formarsi dei giudizi critici sull’islam. In questo modo si rafforza l’agenda multiculturalista e anti-cristiana che ha paralizzato le società occidentali, e che le ha rese incapaci di difendersi dai nemici che vogliono distruggerla.

Guglielmo Piombini
(Radici Cristiane, n. 41, febbraio 2009)

17 gennaio 2009

Al centrodestra non interessa vincere a Bologna

La discesa in campo di Alfredo Cazzola, che si è candidato a sindaco di Bologna alcuni giorni fa puntando a raccogliere i consensi di tutto il centrodestra, è la prova che il fronte anti-Pd aveva bisogno delle primarie come il pane. Ora in lizza ci sono tre big: appunto l’ex presidente del Bologna, poi Giorgio Guazzaloca appoggiato dall’Udc, e infine il giovane Daniele Corticelli, altro civico alternativo al prodiano Delbono e compagni.

Senza trascurare il senatore Stefano Morselli, storaciano pentito, che ha confermato la sua corsa in solitaria. Cosa succederà da qui a giugno, laddove ci sarà – come è molto probabile che ci sia – il via libera di Berlusconi a Mister Motor Show nelle prossime ore? Proviamo a indovinare: tutti e quattro penseranno a darsele di santa ragione, ciascuno mirando a squalificare gli altri concorrenti che guardano con appetito al medesimo parco-voti. Una gara per di più già iniziata.

Delbono potrà così condurre una campagna elettorale in quasi totale relax, essendosi già scontrato con i competitori interni, e si concentrerà sul vero obiettivo: non tanto quello di mettere in difficoltà la folta truppa di avversari quanto quello di ricostituire il grande Ulivo. A quel punto la vittoria sarà molto vicina. Addirittura al primo turno, se volessimo fare i pessimisti a oltranza.

La morale di tutta questa storia è che ai leader nazionali del centrodestra conquistare Bologna interessa molto poco. Come al solito. Beninteso: non si tratta di peccato mortale. Soprattutto quando dall’altra parte si distende una opposizione veltroniana a dir poco sbrindellata e alla mercé di se stessa. Ma è proprio questo il punto: ci si doveva impegnare affinché sotto le Due Torri, per ciò che rappresenta la città nell’immaginario collettivo della sinistra, il Popolo della Libertà fosse in grado di elaborare una strategia che quanto meno provasse a vincere.

Invece, anche su Cazzola all’interno del PdL c’è chi storce la bocca. Raisi si è dimostrato freddino, in Forza Italia l’ala di Comunione e Liberazione non è un mistero abbia un debole per il Guazza; solo Giovanardi ha pronunciato un sì convinto, per non parlare della Lega, addirittura entusiasta.

Certo, Cazzola sembra possedere qualche freccia in più degli altri nella sua faretra. E’ un personaggio molto conosciuto e vincente, avendo venduto il Bologna Calcio dopo averlo portato in serie A e all’indomani della storica vittoria in casa del Milan all’inizio del campionato; con la Virtus Pallacanestro ha fatto sfracelli; ha condotto il Motor Show alla notorietà mondiale. Quando si è trattato di entrare in rotta di collisione con la nomenklatura di sinistra non ci ha pensato due volte ed è partito lancia in resta con gli attacchi a Comune e Provincia (si veda il caso Romilia), e oggi non è più accusabile di conflitti di interesse anche se Delbono lo ha prontamente etichettato come un Berlusconi in miniatura.

Accusa scontata e prevedibile, lanciata più per parlare alla “pancia” del proprio elettorato che per convinzione. Cazzola, infine, non è neppure esageratamente schiacciato sul centrodestra avendo avuto qualche frequentazione dall’altra parte, cosa che non guasta.

Il problema è che il centrodestra arriva a Cazzola dopo un percorso incredibilmente accidentato, fatto di annunci imminenti e poi sfumati, di briscoloni sempre rimasti nell’ombra, di scontri interni a volte anche duri, di attese sfibranti circa le intenzioni di Guazzaloca.

Il PdL ha tirato a campare giorno dopo giorno, navigando senza timone e dunque privo di un disegno da tradurre in pratica. Se Cazzola doveva essere, allora era meglio prendere il toro per le corna mesi fa e lavorare per una scelta condivisa il prima possibile. Invece si è fatta passare l’immagine di un partito indeciso e spaccato al proprio interno, scatenando le legittime ambizioni di questo e di quello.