05 settembre 2010

Preti di plastica

Tratto da: diario di un avvocato di campagna

L'abito non farà il monaco, e nemmeno il prete, ma senz'altro è fondamentale per qualificarli.
Basterebbe un'occhiata alle cravatte di Don Verzè o di Don Sciortino, per capire che le loro ossessioni non hanno più nulla a che vedere con il pensiero cattolico. Ormai è una regola generale: gli uomini che dovrebbero testimoniare Cristo anche nell'abito esteriore, rinunciano a farlo nello stesso tempo in cui smettono di portare il collare romano. Per capirlo, non è nemmeno necessario citare casi così estremi e stravaganti. Da quando i preti hanno dismesso la talare, uno sguardo alla qualità del loro vestiario è già sufficiente per intuire il livello del loro pensiero, prima ancora che aprano bocca.

Per esempio, quello che ha celebrato la Messa a cui ho assistito domenica scorsa, in una località di villeggiatura, indossava paramenti troppo corti. Sotto l'orlo ricamato del camice, gli spuntavano orribili sandali di plastica portati con i calzettini. Miseramente afflosciato sopra a entrambi, si intravedeva pure il fondo di un paio di pantaloni grigi troppo lunghi. Se non fosse stato addobbato per dire Messa, si sarebbe capito che quell'uomo era un prete solo per via della tristezza che emanava da quegli accostamenti così sciatti e impropri.

E infatti, dopo aver letto il Vangelo, il celebrante ha iniziato la predica senza andare mai oltre le scarse attese che promanavano dal suo vestiario. Scandiva le parole a una a una, con un tono di voce dimesso e monocorde che suonava del tutto innaturale, come se lo stesse usando apposta per ostentare umiltà. Tra l’altro, si interrompeva a metà di ogni frase, come se stesse cercando – inutilmente – di creare un senso di attesa nell'uditorio. Benché non leggesse, la sua cantilena era tanto precisa e monotona che veniva il sospetto che si fosse imparata la predica a memoria.
Nel sentirlo, mi è tornato alla mente un collega che mi diceva sempre di non sopportare i preti, non tanto per quel che dicevano, quanto per il loro modo di parlare. Si chiedeva se per caso – dopo il Concilio – nei seminari moderni avessero organizzato dei corsi appositi per insegnare ai futuri parroci, al posto del latino, come esprimersi in modo così artefatto.

A un certo punto, senza cambiare tono di voce, il celebrante è entrato nel vivo del suo discorso. Il Vangelo che aveva declamato poco prima parlava del banchetto al quale invitare i poveri, gli storpi e i ciechi. Così, agganciandosi a quella lettura, il non più giovane prete prima ha iniziato a prendersela col governo francese (senza mai nominarlo) per aver ordinato l’espulsione dei Rom irregolari, e poi è passato a criticare aspramente il governo italiano per la questione dei precari della scuola.

Ha pure sviluppato una tesi davvero originale, secondo la quale la crisi educativa dei nostri giovani dipenderebbe dal fatto che nelle scuole non ci sarebbero abbastanza insegnanti, e la colpa sarebbe del governo che si rifiutava di assumerli. Questo a dire il vero non l'ho sentito, e me l’hanno riferito in seguito, perché a quel punto io mi ero già alzato in modo plateale, e avevo già oltrepassato l’ingresso della chiesa, per poi rientrare solo dopo la preghiera dei fedeli. Un modo come un altro, purtroppo collaudato fin troppe volte, per far capire che ero venuto per ricevere l’Eucarestia, non per sentire un comizio.

Accovacciata accanto alla porta, guarda caso, c’era una zingara che chiedeva con insistenza l’elemosina a tutti quelli che entravano a sentire la Messa. Non credo che, per coerenza con le sue opinioni sul governo Sarkozy, il nostro celebrante – oltre a garantirle il posto per mendicare – l’avesse regolarmente alloggiata in canonica assieme a figli e parenti. Ma bisogna capirlo: in effetti, nelle parabole del Vangelo colui che offre i banchetti è sempre un re, o un ricco possidente, immagine del Padre celeste. Non certo un normale padre di famiglia numerosa, una delle poche oggi rimaste, che deve ogni giorno farsi i suoi conti in tasca, per essere sicuro di poter sfamare quelli della sua casa. Insomma, voglio dire, anche i preti comizianti che vogliono prendere alla lettera le parabole devono pur sempre confrontarsi con le esigenze pratiche dell’economia domestica.

Ma a parte questo, l’inatteso comizietto mi ha lasciato addosso un inusuale senso di tristezza, che è durato ancora per qualche ora dopo la Messa. I sandali di plastica avevano fatto la loro parte, d’accordo, ma c’era qualcosa di più. Quel prete, in fondo, non aveva fatto altro che riprendere una vecchia solfa pauperista che, per fortuna, nelle parrocchie italiane sta diventando sempre più flebile. Sui pulpiti delle chiese stanno cominciando a diventare prevalenti i sacerdoti che si sono formati dopo la buriana postconciliare. Quindi, bisogna riconoscere che la maggior parte dei parroci, oggi, limita le proprie incursioni domenicali in politica ai cosiddetti valori non negoziabili. Difesa della vita, famiglia, libertà di educazione.

E’ giusto così, perché sono queste le vere emergenze del nostro tempo. Ma la tristezza sale lo stesso, nel constatare come il pensiero cattolico, che pure potrebbe giovarsi dell’eredità di autentici giganti del pensiero politico, oggi in Italia – e non solo – sia incapace di andare oltre.
Sembra che, rispetto alle maggiori questioni economiche, sociali, e più strettamente politiche, i cattolici italiani e soprattutto il clero non abbiano più niente da dire, e quando la Cei tenta di approfondire gli aspetti tecnici dei problemi che le interessano, la voglia di rispedirli tutti a lavorare di braccia nella vigna del Signore viene anche al più devoto dei commentatori.

La dottrina sociale della Chiesa si può giovare tuttora di intuizioni di enorme profondità, radicate nell’eredità della filosofia scolastica: l’ideale della persona, il concetto di bene comune, il criterio della sussidiarietà. Però, quando si entra nel vivo del discorso politico, i cattolici ormai da più di due secoli non riescono a tradurre la loro gigantesca eredità in un progetto davvero originale. Devono sempre andare a prestito delle idee altrui, o limitarsi a contrastarle.
La vecchia Democrazia Cristiana ha vissuto per decenni nel compromesso con i marxisti, e quindi – nonostante gli sforzi compiuti dal PdL al fine di presentarsi come un vero partito popolare europeo – per i cattolici italiani il liberalismo è tuttora un oggetto relativamente sconosciuto.

Non solo per loro, a dire il vero, visto che il pensiero liberale non si è mai davvero radicato nella nostra cultura politica. Da noi hanno sempre prevalso ideali solidaristici più o meno estremi. I cattolici poi, non senza qualche ragione – vista la matrice massonica e anticlericale del nostro risorgimento – hanno sempre visto nell’idea liberale l’incarnazione del peggiore egoismo antievangelico.
Da noi, a differenza che nel mondo anglosassone, i grandi interpreti cattolici della modernità come Tocqueville o lord Acton non hanno mai fatto scuola.

D'accordo, bisogna aggiungere che, in tempi recenti, l’affermazione della Lega e del Popolo della Libertà sta restituendo giustizia al pensiero di grandi autori cattolici, come Rosmini, Gioberti o Cattaneo, che erano stati lasciati ai margini dapprima dal nostro Risorgimento massonico, e poi dall'avvento dell'egemonia gramsciana e del “cattolicesimo democratico”.
Ma si tratta pur sempre di cose che ci si può ripetere solo nei convegni di studi, di certo non di valori che abbiano conquistato la popolazione. Oggi il pensiero “teocon” – che negli Stati Uniti ha un seguito di massa e si giova di pensatori quasi esclusivamente cattolici – da noi non ha messo radici. Un progetto politico come quello di David Cameron sulla “big society”, ancora oggi, in Italia sarebbe difficile solo da pensare. Figuriamoci, quindi, se sarebbe possibile coinvolgere in esso i cittadini comuni.

Esiste la presenza politica e sociale dei cattolici vicini a Comunione a Liberazione, che è quella più aderente a questo modello, e i risultati che essa ottiene sono tutt’altro che trascurabili. L’impressione, però, è che si tratti pur sempre di movimenti collaterali, che rispondono solo a se stessi, e non coinvolgono l’intero corpo sociale dei cattolici.
La grande massa dei fedeli che frequentano le funzioni domenicali è ancora imprigionata dai discorsi pauperisti dei preti malvestiti, oppure dalle omelie un po' fruste e corrive della maggioranza dei parroci. Difficilmente gli interpreti del pensiero dei Vescovi italiani, che sono parimenti divisi riguardo alle scelte politiche di fondo, riescono a andare oltre le esigenze – peraltro urgenti e prioritarie – dei cosiddetti valori non negoziabili.

Sui temi sociali e politici i cattolici continuano a andare a rimorchio di un solidarismo ormai esausto, e a riproporne i vecchi schemi. Eppure, a quasi vent’anni dalla scomparsa del modello democristiano, forse i tempi sarebbero maturi per cominciare a ritrovare l’unità su qualcosa di più concreto, che possa trasformarsi in un grande progetto per l’Italia.
Devono muoversi per primi i laici, come è ovvio, ma deve muoversi anche la gerarchia. Finché sui banchi della buona stampa, alla porta delle parrocchie, continueranno a prevalere certe riviste ossessionate da Berlusconi, delle quali peraltro ai fedeli frega assai poco, sarà impossibile tornare a parlare di un'autentica e originale partecipazione del cattolici alla vita politica nazionale.

D'altronde, se i movimenti cattolici più vitali, che si impegnano non solo nel volontariato ma anche nel mondo dell'impresa e del lavoro, continueranno a essere così autoreferenziali, la situazione non cambierà.
Occorre che l'episcopato superi le sue divisioni e sappia sposare un progetto politico originale. Un'idea di fondo per la società italiana che non si ponga più - come è avvenuto nel cinquantennio democristiano – come una continua rincorsa delle ideologie secolari della modernità, e nemmeno delle migliori.

E poi, è urgente che la gerarchia ecclesastica impari a rapportarsi con i media con l'autorevolezza e l'univocità che oggi si richiederebbe a qualunque leader politico: inutile ribattere che la politica e il suo linguaggio non rientrano tra i compiti della Chiesa, perchè è comunque intollerabile il modo fazioso e superficiale con cui oggi il mondo della comunicazione stravolge sistematicamente le prese di posizione del Papa e dei Vescovi sui temi politici e sociali. Così come lo è la disinvoltura con cui esso attribuisce al mondo cattolico, se non addirittura alla Santa Sede, le esternazioni più o meno allucinate dei soliti due o tre porporati in cerca di pubblicità, per non parlare di quelle dei già citati pretazzi in giacca e cravatta.

I presupposti culturali e filosofici per un simile progetto non mancherebbero di certo. Basterebbe solo ritrovare unità, superare i vecchi schemi e ritornare alle fonti della dottrina sociale cattolica. Quel che non ha voluto fare la DC, e quello che (anche per colpa di quest'ultima) non è ancora riuscito a fare Berlusconi, e cioè radicare nel tessuto sociale del Paese quel partito liberale di massa che l'Italia non aveva mai avuto, potrebbero ancora farlo i Vescovi.
Se solo sapessero guardare oltre, e magari, tanto per cominciare, ci liberassero dai preti con i sandali di plastica.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Don verzè è uno che fa venire voglia di rivalutare l'arcivescovo di Canterbury (membro di un confraternita di druidi, lo ha ammesso lui stesso..., fosse diventato lui papa invece di Benedetto XVI, mi facevo subito episcopaliano ( sapete, sono gli anglicani degli USA, molto meno modernisti degli originali, guidati dal druido di prima...), come fa un prete a dire quello che ha detto nell'intervista a Kos di qualche giorno fa?