Lezione di una ebrea americana laica che dice che quando c'era la morale cristiana andava tutto meglio
Mentre le librerie europee continuano ad essere sommerse di libri e pamphlet antiamericani, negli Stati Uniti la situazione è opposta. Di libri esplicitamente antieuropei se ne trovano pochi, ma abbonda una pubblicistica liberal, capeggiata da Paul Krugman e Jeremy Rifkin, che propone il modello sociale europeo come un esempio per l’America.
Negli ultimi tempi si sta però sviluppando un filone di studi, di orientamento conservatore, che guarda con preoccupazione alle tendenze culturali, economiche e demografiche in atto in Europa. Senza alcun compiacimento, un numero crescente di osservatori d’oltreoceano vede nel declino della pratica religiosa e nel prolungato calo delle nascite i sintomi di una grave crisi spirituale, che potrebbe mettere a rischio l’identità cristiana e occidentale del vecchio continente.
Il timore che l’Europa si trasformi, prima della fine del secolo, in un continente a prevalenza musulmana ostile agli Stati Uniti viene espresso in una serie di libri usciti recentemente nelle librerie americane, come The Cube and the Cathedral di George Weigel (tradotto in Italia dall’editore Rubbettino), The West’s Last Chance di Tony Blankley (prossimamente tradotto da Rubbettino), While Europe Slept di Bruce Bawer, America Alone di Mark Steyn, e Menace in Europe. Why the Continent’s Crisis is America’s, too di Claire Berlinski, pubblicato dalla casa editrice Crown Forum di New York.
Il libro della Berlinski, giornalista americana di origine ebraica che scrive sul New York Times e sul Washington Post, ma che vive fra Parigi e Istambul, offre un’interessante analisi della pericolosa spirale suicida che ha imboccato il vecchio continente.
L’economia europea, si legge in Menace in Europe, è paralizzata da un eccesso di socialismo, e ogni tentativo di riforma viene bloccato da scioperi e dimostrazioni di piazza. L’Europa vede inoltre diminuire e invecchiare rapidamente i suoi abitanti, ma a differenza degli Stati Uniti non riesce ad integrare i numerosi immigrati musulmani, che tendono facilmente a radicalizzare la propria identità religiosa.
Le cellule legate ad Al Qaeda si sono stabilmente insediate in molte città europee, mentre in Spagna è bastato un attentato terroristico compiuto al momento giusto per determinare la completa capitolazione alle richieste degli attentatori. In Olanda i politici e gli artisti che hanno avuto il coraggio di parlare apertamente del problema islamico sono stati assassinati, e altri sono costretti a vivere sotto protezione.
In Francia le periferie abitate dagli immigrati musulmani sono diventate delle polveriere pronte ad esplodere. L’antiamericanismo è diventato un fenomeno di massa, e anche l’antisemitismo è in aumento. Non è questa, scrive la Berlinski, l’Europa che noi americani conoscevamo. Cosa è successo allora?
Secondo l’autrice, che pure si considera un’ebrea laica, esiste una stretta relazione tra la demoralizzazione degli europei e la scomparsa quasi completa del cristianesimo. La vera anomalia, infatti, non è la religiosità degli americani, ma l’ateismo degli europei: in Olanda un terzo degli intervistati non conosce la ragione per cui si celebra il Natale; in molti paesi europei non più del cinque per cento della popolazione assiste alla messa domenicale; in Inghilterra i musulmani che frequentano le moschee sono più numerosi degli anglicani praticanti.
Negli ultimi due secoli gli europei hanno cercato un sostituto della fede cristiana nelle nuove ideologie scientiste, nazionaliste o socialiste. Gli avvenimenti catastrofici del Novecento hanno però screditato anche queste credenze secolari, aprendo così una voragine di vuoto esistenziale.
In un sondaggio svolto nel 2002, il 61 per cento degli americani si è dichiarato fiducioso nel futuro, contro il 42 per cento degli inglesi, il 29 per cento dei francesi e il 15 per cento dei tedeschi. In Europa il suicidio è oggi la seconda causa di morte tra i giovani e le persone di mezza età, subito dopo gli incidenti stradali, mentre negli USA i tassi di suicidio sono la metà di quelli francesi, e rappresentano solo l’ottava causa di morte. Nel mondo musulmano, malgrado il fenomeno dei kamikaze, il numero dei suicidi è ancora più basso. Queste statistiche segnalano, secondo la Berlinski, il dilagante nichilismo autodistruttivo che ha pervaso le società europee.
Dopo aver assistito alla caduta di un ideale dopo l’altro, di un dio fallito dopo l'altro - le ideologie - oggi gli europei non riescono a trovare più nulla, nella propria storia, che meriti di essere conservato e tramandato alle future generazioni.
Per questo non reagiscono neanche quando i fondamentalisti islamici calpestano apertamente e con disprezzo quei valori di libertà e tolleranza che, a parole, dichiarano ancora di professare.
Sembra quasi che, dopo gli sconvolgimenti del XX secolo, gli europei non ne vogliano più sapere di sacrificare il benessere materiale presente per qualcosa di incerto o di futuro, come la salvezza eterna di cui parlano le fedi o, più mondanamente, la sopravvivenza della propria identità culturale o la vita delle prossime generazioni. In Italia, ha notato l’autrice intervistando un buon numero di uomini e donne, nessuno sembra preoccuparsi della denatalità e della possibile estinzione degli italiani.
“Non profetizzo - dice la Berlinski - il crollo imminente delle istituzioni democratiche europee o una catastrofe imminente sul suolo europeo, ma non escludo neanche queste possibilità. I sistemi assistenziali europei collasseranno. La sua demografia cambierà. L’Unione Europea potrebbe disfarsi. I terroristi islamici potrebbero riuscire a distruggere una città europea. Non sappiamo quali saranno le conseguenze di questi eventi, ma è ragionevole immaginare anche uno scenario terribile. Ancora una volta, le uniche persone che si sorprenderanno sono quelle che non prestano attenzione a quanto accade intorno”.
Guglielmo Piombini
(Il Domenicale, 30 dicembre 2006)
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