23 maggio 2007

No alla schiavitù cinese

Almeno qualcuno in Europa dimostra di avere gli attributi. E di fregarsene altamente dei propri interessi economici. Se sono in gioco i valori di fondo della nostra società occidentale, liberale e antitotalitaria, non ci sono contratti miliardari che tengano: si denuncia alla comunità internazionale chi quei valori calpesta ogni giorno.

Lo si fa perché lo si deve fare e basta. Perché si è un Paese serio, non in senso prodiano ovviamente. Traduzione. Nei giorni scorsi il Parlamento tedesco ha approvato quasi all’unanimità una mozione con la quale chiede alla Cina di chiudere il suo migliaio di gulag, o meglio: laogai, ancora attivo.

I laogai sono campi di concentramento dove vengono rinchiusi non criminali comuni bensì dissidenti politici o chi comunque ha commesso reati di “idee”, comprese quelle religiose. Il sistema è quello dei lavori forzati, cui vengono costretti anche bambini e donne. Insomma, una sorta di moderna schiavitù con la falce e martello.

La genialata porta la firma di Mao Zedong che nel 1950 si inventò i laogai “organizzandoli e strutturandoli sul modello dei gulag sovietici. Almeno 50 milioni di cinesi ne hanno sofferto e ne continuano a soffrire”. A dirlo è Harry Wu, che nei laogai ci ha passato diciannove anni della sua vita e che dopo essere emigrato negli Stati Uniti nel 1985, ha dato origine alla Fondazione di Ricerca sui Laogai.

Sulla stampa italiana, quella fighetta e conformista, la notizia proveniente dalla Germania è passata sotto silenzio. Come volevasi dimostrare. Per carità, non sia mai detto che per una volta i giornaloni possano essere di qualche utilità. Se trent’anni fa c’erano le “sedicenti” brigate rosse, oggi ci sono i “sedicenti” gulag cinesi. Nessuno l’ha scritto, beninteso, ma qualcuno – ne siamo certi – in quei giornaloni sarebbe tentato di pensarlo.

E poi il nostro presidente del Consiglio, Romano Prodi, sponsorizzando uno strombazzato viaggio di propaganda a favore delle imprese italiane nell’Impero di Mezzo, aveva buttato là la proposta di togliere l’embargo europeo sulla vendita di armi a Pechino. Notare la differenza di stile e di palle: i tedeschi urlano in faccia al drago cinese di smetterla di perseguitare coloro che vogliono restare liberi, noi – con l’aria di quelli che la sanno lunga – gli regaliamo qualche caramella per tenercelo buono. E magari ci riteniamo pure furbi.

Non solo. C’è anche un problema di evoluzione della sinistra politica. La denuncia tedesca è forte perché può contare sul voto favorevole di Spd e Verdi, che mettono in mostra una maturità e un riformismo davvero autentici e rassicuranti. Forze politiche di sinistra che non esitano ad attaccare pubblicamente la più grande potenza comunista ancora esistente.

Da noi riuscite a immaginarveli Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio e mettiamoci pure lo stesso Mussi manifestare davanti all’ambasciata cinese chiedendo la chiusura dei laogai? Pura fantapolitica. Perfino Fassino faremmo fatica a vederlo. O forse sì, tanto ormai va dappertutto. Un dato è certo: una volta di più la sinistra nostrana mette in mostra un provincialismo culturale da fare spavento.

Graziano Girotti
(L'opinione, 23 maggio 2007)

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