12 febbraio 2008

Silvio "vo fà lo statista"

Alla fine chi pensava di incarnare la figura autentica del Sarkozy italiano, vale a dire Gianfranco Fini, ha dovuto riconoscere che il phisique du role si attaglia perfettamente a chi negli ultimi mesi lui stesso aveva giudicato essere il suo peggior nemico, ossia Silvio Berlusconi. Il Popolo della Libertà ha ripristinato in modo netto le gerarchie all’interno del centro destra, dopo un periodo che definire burrascoso è da generosi incalliti.

Messe da parte incomprensioni politiche e ripicche personali, il PdL dimostra per l’ennesima volta che nel campo dei moderati e dei liberali, le idee innovative e gli strumenti per realizzarle restano in mano a chi dal 1994 in poi, ossia dalla fondazione di Forza Italia, ha “terremotato” la politica di casa nostra: Berlusconi Silvio da Arcore.

Il quale ha una voglia matta di compiere quel gradino in più che gli consentirebbe di entrare in modo definitivo nella galleria dei (pochi) statisti italiani della storia repubblicana. E sa bene che per riuscirvi deve porre le basi per un accordo col Pd subito dopo le elezioni. Un accordo volto a tirare fuori il Paese dalle secche prima di tutto istituzionali in cui si trova da anni.

A quel punto sarà lui, e soltanto lui, ad aver impresso la svolta necessaria affinché l’Italia torni nel salotto buono dell’Europa e del mondo, con in più un bagaglio di regole moderne. Il discorso che Berlusconi ha tenuto sabato scorso in un caldissimo Teatro Nuovo, a Milano, per esempio, offre alcuni spunti di riflessione che vanno proprio in questa direzione. Intanto vivremo una campagna elettorale poco usuale.

Non mancheranno, sia chiaro, gli accenti forti, le polemiche al calor bianco, le accuse fuori dai denti. Ma Berlusconi punterà, neppure tanto velatamente, a dare una mano a Veltroni a mettere in cantina la sinistra massimalista e chi l’ha portata al governo, Romano Prodi. Legittima il sindaco di Roma all’inizio del suo intervento, facendogli gli auguri per la sua decisione di andare da solo, e delegittima il Professore e l’area comunista accusandoli di essere i veri responsabili del disastro in cui si trova l’Italia. Critica peraltro fondata. Insomma, l’alleanza tra i due partiti maggiori non sarà soltanto all’ordine del giorno dal 15 aprile in poi. Ma lo è già qui e ora.

Anche Veltroni deve però lanciare messaggi per un reale cambiamento di clima nei rapporti col centro destra, se vuole conservare un margine di dialogo con la (futura?) maggioranza parlamentare. Ecco quindi che l’arma dell’antiberlusconismo viene riposta e lasciata in eredità a chi ha già fatto capire di puntare ancora molto proprio sull’antiberlusconismo, che poi si trasforma in accusa di inciucismo nei confronti dell’ex alleato Pd: Diliberto e compagni. Berlusconi, poi, deve ancora sciogliere alcuni nodi importanti.

Questi nodi si chiamano Casini e Mastella. Il primo è stato sonoramente fischiato dalla platea del Teatro Nuovo ogni volta che Berlusconi pronunciava il suo nome. E a chi dalla sala gli urlava di dire qualcosa sul leader dell’Udc, Silvio ha risposto che da quell’orecchio non ci sentiva. Ma la reazione più piccata l’ha avuta quando un altro militante è sbottato gridando che “Mastella non lo vogliamo”. L’espressione del viso di Berlusconi si è fatta severa. “Ricordo – ha detto con tono che non ammetteva repliche – che senza la decisione dell’Udeur di uscire dal governo, ora continueremmo ad avere Prodi. Noi conosciamo il valore della riconoscenza”. Certo, se Mastella avesse fatto cadere Prodi per ragioni ideali e non per sue beghe giudiziarie, tra la base del centro destra ci sarebbero meno mugugni.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Graziano, meno male! Spero che tutti capiscano l'operazione che sta facendo Berlusconi. Operazione deliacata e difficile che va assolutamente sostenuta senza personalismi..