05 dicembre 2008

Ma io alla riforma Gelmini do la sufficienza

Imprigionati fra chi, da un lato, santifica il ministro Mariastella Gelmini e chi (molti) dall’altro lo crocifigge a prescindere, abbiamo deciso di avvicinare un cosiddetto operatore del settore, la cui testimonianza - proprio perché non politica - è interessante per capirci qualcosa di più nella sequela di proteste e occupazioni varie. Peraltro non è un operatore qualunque dal momento che Paolo Marcheselli ricopre una carica delicata: quella di dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale dell'Emilia Romagna. Lo abbiamo sentito a margine di un convegno organizzato dalla fondazione Sant’Alberto Magno, a Bologna.

Allora, Marcheselli, quale voto si sente di dare alla riforma della scuola tanto contrastata negli ultimi mesi?
"Al momento sarei portato a dare la sufficienza. Anche se tengo a sottolineare che il decreto legge non offre un’idea di quella che sarà la scuola del futuro. Bisognerà attendere i regolamenti attuativi: sono questi, infatti, gli strumenti legislativi che avranno il compito di delineare il corpo e l’anima della legge. Oggi siamo in una fase di attesa".

Però le contestazioni vanno avanti a ritmo serrato. Sono giustificate?
"Abbiamo visto momenti molto vivaci di protesta, ma se si va a vedere con attenzione il vero motivo di preoccupazione rimane il maestro unico nella scuola primaria e il relativo rischio di cancellazione del tempo pieno. Ma tutti gli altri aspetti sono stati accettati: dal voto in condotta all’obbligo di recuperare il debito durante l’anno pena la non ammissione a quello successivo, alla stessa valutazione in decimi. Sull’inserimento degli stranieri nelle classi comuni vorrei sottolineare che fino all’approvazione dell’ordine del giorno del Governo erano frequentissime le preoccupazioni dei nostri insegnanti circa le modalità ancora in vigore".

Vale a dire?
"Oggi il bambino straniero, compreso quello che non parla una parola di italiano, viene immediatamente inserito nella classe comune. E ciò può accadere in ogni momento dell’anno scolastico: a novembre, febbraio o aprile, per esempio. Se ciò si ripete più volte durante lo stesso anno, i problemi organizzativi acquistano dimensioni enormi. Beninteso: non bisogna confondere questo ragionamento con il senso di accoglienza che è totale sia da parte dei docenti che da parte delle famiglie".

Torniamo al maestro unico: cosa si aspetta concretamente?
"Ripeto: saranno i regolamenti a spiegare come il ministro intenda riempire le 40 ore settimanali. Oggi la legge prevede che al momento dell’iscrizione si possa scegliere fra quattro modelli orari: 24, 27, 30 e 40 ore. Va da sé che il maestro unico lo possiamo trovare soltanto nel primo modello, ma da lì in poi non potrà esserci. Dunque c’è bisogno di nuovi docenti. Certo, ci sono le due ore di insegnamento della religione cattolica, l’ora (o due) di lingua inglese. Dunque siamo già alle 27/28 ore. Da lì in poi? Ricordo che il ministro continua a dire di non voler cancellare il tempo pieno, anzi lo implementerà. Oggi viene assicurato da due insegnanti, ciascuno dei quali ha un obbligo di servizio di 24 ore per complessive 48. Però il servizio che diamo al bambino in realtà è di 40 ore. Ciò significa che abbiamo otto ore da redistribuire".

Insomma, a suo avviso c’è stata o no troppa strumentalizzazione?
"Assolutamente sì. È venuto fuori il punto debole del nostro corpo docente che è quello di essere refrattario a qualsiasi cambiamento. Basta chiedere all’ex-ministro Luigi Berlinguer".

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