Molti anni fa, quando ero ancora un ragazzino, per un certo periodo ho abitato a Forlì.
Tuttora ho l’impressione che la Romagna abbia conservato una particolare vocazione per l’accoglienza di quei personaggi un po’ svitati – e talora matti da legare – che una volta si incontravano facilmente nelle piazze centrali di paesi e cittadine.
Erano soggetti stravaganti ma solitamente innocui, anche se un po’ fastidiosi. Tutti quanti, però, li conoscevano e li rispettavano, e spesso volevano loro anche bene.
C’era sempre chi si prendeva la briga di avvisare i pochi forestieri che incappavano nella loro petulante presenza, affinchè non si irritassero e non reagissero male. E sempre, tra la gente del paese, c’era anche chi si prendeva cura di loro, preoccupandosi che avessero di che vestirsi e dove dormire, o nella peggiore delle ipotesi offrendo loro un cornetto e un cappuccino (anche se ovviamente gli interessati avrebbero preferito brindare con l’ennesimo bicchiere di vino) quando li vedevano troppo male in arnese.
Nessuno contraddiceva questi piccoli teneri protagonisti di tante leggende cittadine, quando cominciavano a attaccar bottone con chi passava per la piazza, ovvero a improvvisare stralunati comizi, o comunque a disturbare il prossimo con le loro stravaganze. E questo non tanto per paura di trovare rogne, come oggi si fa con gli accattoni e i lavavetri ambulanti, quanto perché li si considerava parte integrante della comunità, e lo erano davvero.
Una volta si riteneva persino che gli scemi del villaggio fossero protetti da Dio, e quindi persone sacre. Di soggetti così ce ne erano molti anche a Bologna, e penso di averli conosciuti tutti durante gli anni di università.
Proprio in questi giorni è uscito un instant-book visionario, e a tratti persino profetico, dell’ottimo Danilo “Maso” Masotti, intitolato “Il Codice Bologna”. Qui sono raccolti alcuni ritratti di questi stravaganti personaggi, sempre meno numerosi, che a volte incarnano dei veri e propri tipi umani, ormai sospesi tra il passato e il futuro della memoria collettiva dei bolognesi. E tra l’altro sono molto più complessi e socialmente significativi di quanto possa sembrare.
Bene, in questi giorni di polemiche sulla vita privata di Berlusconi, di querele reciproche e di asseriti scontri tra il premier e il mondo cattolico, mi sta tornando spesso alla mente uno di quei tipi che da ragazzino a volte incontravo per il centro di Forlì, il sabato pomeriggio. Era un signore già piuttosto anziano, di quelli che a Bologna chiameremmo umarell, che si aggirava sempre per la piazza, agghindato con un paio di stivaloni di gomma, una giacca a vento militare e un tascapane che si diceva che contenesse generi alimentari di conforto, o forse vere e proprie razioni di sopravvivenza.
Tra le mani portava sempre una radiolina a transistor, un po’ più grande e scassata di quelle che – prima dell’avvento delle pay-tv – gli uomini “normali” portavano in giro la domenica pomeriggio, per ascoltare le radiocronache di Ciotti e Ameri mentre passeggiavano per il centro con “moglie incazzata di fianco”, come diceva una memorabile canzone degli 883.
Il nostro ometto attaccava bottone un po’ con tutti i passanti, anche se progressivamente riusciva a farsi ascoltare da sempre meno persone. Perché il motivo di quella strana tenuta e della radiolina sempre all’orecchio consisteva nella convinzione che lo scoppio della guerra fosse imminente, questione di giorni se non di ore, e quindi bisognasse farsi trovare pronti.
Tra l’altro, il previdente personaggio aveva l’aria perennemente un po’ incazzata. Probabilmente non era vero, e sono solo io a ricordarmelo così, ma a pensarci oggi mi sembra che assomigliasse un po’ a Mourinho, ovviamente in versione più brutta, anziana e maltrattata dalla vita. Era sempre imbronciato, ma non tanto per la prospettiva in sé della guerra, quanto perché non sembrava capacitarsi di come tutti quanti potessero trattarlo così con sufficienza.
Si capiva benissimo, e spesso lo diceva pure, che i suoi concittadini gli sembravano tutti inspiegabilmente incoscienti, menefreghisti, irresponsabili e stupidamente assuefatti. A sentir lui, lo faceva rabbrividire il solo pensiero di come tanta gente potesse essere così imbecille e stordita dalle penose bugie della stampa compiacente.
Infatti, secondo il nostro ometto, tutti i mezzi di comunicazione non facevano altro che nascondere il pericolo che incombeva ad horas su tutti noi solo per compiacere il governo. E questa sembrava essere l’unica spiegazione necessaria e sufficiente per il fatto che – giorno dopo giorno – lui continuasse a presentarsi in piazza con tascapane e radiolina, senza che la guerra fosse mai scoppiata prima di sera.
Anzi, a chi lo dileggiava chiedendogli come mai si trovasse ancora lì, lui rispondeva spiegando con concitata indignazione le storie dei complotti sempre nuovi organizzati dai media, e ovviamente dal governo. E ancora una volta faceva capire – con la sua solita aria grave e solenne da Cassandra incompresa, ma anche incazzata nera – che proprio non si rendeva conto di come certi pericoli potessero essere sottovalutati o persino ignorati dal popolo bue, tanto erano gravi e evidenti.
Bè, ecco, mai come in questi giorni, chissà perché, tutte le volte che per la strada incontro qualcuno che va per i fatti suoi con una copia di Repubblica sotto il braccio, oppure quando lo vedo mentre la legge al tavolino del bar, con una espressione più o meno pensosa e corrucciata, non posso più fare a meno di pensare a quell’ometto con la radiolina.
1 commento:
... e magari immagini che l'ometto con Repubblica che ha sostituito la radiolina, parli con accento ferrarese ... :-)))
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