Ci provano un po’ tutti, da qualche anno, a capire cosa stia cercando di fare Gianfranco Fini. Anche noi, quindi, daremo il nostro modesto contributo.
Lo facciamo molto volentieri, peraltro, perché l’ex leader del Msi ci offre uno di quei rari casi in cui le parole in libertà dell’ultimo dei blogger non potranno mai essere meno autorevoli di quelle della media degli opinionisti politici.
Infatti, il pensiero e le intenzioni di Fini rappresentano ormai uno di quegli argomenti sui quali chiunque può applicare a cuor leggero, nel suo piccolo, la linea editoriale di Repubblica. Nel senso che si tratta di uno di quei casi in cui le opinioni possono essere completamente svincolate dai fatti.
E poi, si tratta pur sempre di interpretare quel che dovrebbe avvenire dopo il governo Berlusconi. Quindi, siamo in un campo in cui tra il sapere tutto della politica e – come si dice nel baseball – non capirci una mazza, alla fine il risultato è uguale. Possiamo dunque sbizzarrirci a piacere.
Dunque, vorrei inziare col dire che mi ricordo ancora di un incontro pubblico con Gianfranco Fini al quale ho assistito, per caso, all’inizio degli anni 90. Forse l’ho già raccontato: lo avevo incrociato per strada, mentre – con indosso il suo storico loden – passeggiava per via san Vitale, a Bologna, accompagnato da due suoi fedelissimi di sempre.
Sapendo dell’incontro pubblico che era in programma nelle vicinanze, ho quindi deciso di seguirlo.
Quando sono entrato, la sala si era già riempita di un nutrito manipolo di militanti, che non appena hanno visto avvicinarsi l’allora segretario del Msi hanno iniziato a alzarsi in piedi e a urlare slogan ancora abbastanza truculenti per quell’epoca. Ricordo ancora che, nel preciso momento in cui il nostro è arrivato dietro al tavolo del relatore, gli slogan si sono trasformati in un unico assordante coro: “Fini, Fini!”, che è andato avanti per un paio di minuti.
In quel momento erano ancora recenti gli scontri congressuali con Pino Rauti, e le divisioni tra i rispettivi militanti. Fini era appena ritornato a essere segretario del Msi, dopo essere stato scalzato da uno storico congresso, per poi riprendere la guida del partito solo un anno dopo, sull’onda di una sonora sconfitta elettorale.
Le ferite di quella fase di trapasso erano ancora tutte aperte, e Fini era ancora un leader relativamente debole anche nel suo stesso partito. Quindi, i suoi fedelissimi di Bologna, con tutto quel chiasso, più che di tributare omaggio al loro capo stavano cercando di marcare il territorio, scoraggiando le eventuali manifestazioni di dissenso di qualche infiltrato dell’opposta fazione.
Eppure, erano molto pochi, anche tra i suoi, quelli che dubitavano del fatto che Fini sarebbe stato il liquidatore del Msi. Anche se nessuno si immaginava nemmeno lontanamente cosa sarebbe successo di lì a pochi mesi.
In quel momento, nell’autunno del 1991, Tangentopoli doveva ancora esplodere, e solo la Lega stava sempre meno timidamente raccogliendo la protesta dei ceti produttivi del nord.
Mancavano ancora circa tre anni allo sdoganamento di Fini e dell’idea stessa della destra, che guarda caso sarebbe avvenuto nell’ormai mitica saletta del centro commerciale di Casalecchio di Reno, a soli pochi chilometri da dove ci trovavamo quella sera.
Comunque, Fini ha svolto tutto il suo discorso in piedi, senza mai sedersi nemmeno per un attimo, come a volersi imporre sulla platea senza mai mollare la presa. Secondo l’abitudine mai perduta, ha parlato a braccio senza avere alcun appunto davanti.
Esattamente come avrebbe fatto il suo maestro Almirante, per tutta la sera ha cercato di offrire al suo pubblico le battute che volevano sentirsi dire. Nel discorso dell’ancor giovane segretario, l’abilità retorica che lo avrebbe reso famoso, al punto che oggi c’è persino chi lo invoca come statista, era già tutta presente. Ma in quella occasione il suo tono di voce era molto più stentoreo, mussoliniano, come ancora imponevano i concetti che esprimeva.
Ha parlato infatti per una mezz’ora abbondante di valori morali, di legge e ordine, volando molto alto, come si conveniva a chi ancora non si immaginava nemmeno quante opportunità avrebbe ancora avuto di giocare un suo ruolo, riguardo al presente e al futuro della politica italiana.
Il famoso “Fascismo del 2000” delle sue ultime tesi congressuali era ancora pienamente presente in quel discorso. Anche se – col senno di poi – forse già si poteva intuire che, almeno nella sua testa, e in modo ancora confuso e embrionale, stesse andando alla ricerca di una via d’uscita.
Più di una volta ha rivendicato la migliore tradizione del pensiero di destra, “…e quindi fascista”, come lo ho sentito testualmente affermare. Tuttavia, in tutto quel suo improvvisato comizio l’evocazione del fascismo è avvenuta solo in quelle parole, aggiunte alla fine di una frase, abbassando un po’ la voce. Come se si fosse trattato di una concessione alla platea, che però sarebbe dovuta rimanere tra quelle mura.
Ecco, ripensando oggi a quella serata bolognese di quasi vent’anni fa, sono dell’idea che dietro alle mutazioni dell’attuale Presidente della Camera, in fondo, ci sia ancora quell’atteggiamento di chi già vorrebbe essere altrove. Ma che nello stesso tempo sa bene che altrove non è, e forse si rende conto del fatto che in politica i miracoli non si ripetono, e quindi non potrà mai esservi.
Come hanno bene intuito quelli del Foglio, probabilmente non c’è nessuna strategia politica alle spalle della conversione laicista di Fini. Non si sta muovendo nella prospettiva del Quirinale. Anche se, senza dubbio, da buon politico di mestiere avrà compreso prima degli altri che il ruolo di Delfino di Berlusconi prima o poi lo avrebbe stritolato, e che quindi avrebbe dovuto in qualche modo liberarsene.
Tuttavia, nel suo cercare una via d’uscita, a nostro avviso ci sono motivazioni molto più personali che non politiche.
Una delle non poche cose che il nostro Presidente della Camera condivide con Massimo D’Alema, assieme al gusto per le ideologie storicamente perdenti, è la condanna a essere onerato – più che onorato – della propria stessa intelligenza. Vale a dire che è condannato a essere costantemente sopravvalutato, e a trovarsi sempre inseguito dai tentativi altrui di spiegare, con chissà quali recondite motivazioni, quelle scelte che alla fin fine, da un punto di vista politico, rappresentano solo delle sesquipedali cazzate.
Già gli era avvenuta una cosa del genere quando, inseguendo la sua nota ansia di legittimazione, aveva pensato di smarcarsi dal suo partito prendendo posizione contro la legge sulla fecondazione assistita. Lo ha fatto non senza frasi sprezzanti verso chi la pensava diversamente, nello stesso preciso momento in cui i suoi militanti di AN si stavano mobilitando per difendere quella legge dall’imminente referendum.
La gigantesca tramvata che gli intellettuali laicisti si sono presi in quell’occasione avrebbe dovuto rappresentare, da un punto di vista politico, una sorta di pietra tombale sulle eventuali strategie di avvicinamento di Fini al fronte “laico”.
Il risultato referendario fu infatti talmente eclatante da mostrare in modo addirittura plastico la sproporzione che ancora esiste – nell’opinione degli Italiani – tra la credibilità della Chiesa e quella del mainstream degli intellettuali che spadroneggiano sui mezzi di comunicazione.
E invece, ancora oggi, l’ineffabile Gianfranco sembra intenzionato a riprovarci, minacciando gesti clamorosi di dissociazione dalla legge sul testamento biologico, addirittura in contrasto con quel profilo istituzionale che fino a oggi sembrava essere diventato il filo conduttore di tutta la sua azione politica. E oltre tutto ha deciso di farlo proprio nei giorni in cui tutti gli altri, dagli alleati agli avversari (che peraltro nel caso di Fini ormai non si distinguono più), si stanno dimenando per recuperare l'attenzione del mondo cattolico - o presunto tale - riconoscendo quanto un buon rapporto con la Chiesa sia indispensabile per governare la democrazia italiana.
Ecco, per l’appunto, a nostro avviso solo per questi motivi non può trattarsi di una scelta politica, né di una strategia per il futuro.
Insomma, a ben vedere, solo uno che se ne frega del suo futuro politico può arrivare a pensare di scendere dallo scranno del presidente della Camera – con gesto senza precedenti – per andare sui banchi dei deputati a votare contro la maggioranza che lo ha issato a quella carica. Non è cosa che ci si può aspettare da un uomo ragionevole. Tantomeno quindi da un politico, che oltretutto si trova nella fortunata posizione in cui c’è già chi lo ha preso per uno statista, e magari potrebbe persino aspirare a salire al Quirinale.
Solo che, come dicevamo, il nostro Gianfranco condivide con Massimo D’Alema il fatto di essere affetto dalla sopravvalutazione altrui. Il giornalista, e in genere l’intellettuale che deve dimostrare a se stesso e agli altri di essere un acuto interprete della politica, in genere fa una gran fatica a capire al volo che una cazzata di Fini è solo una cazzata.
E invece, la chiave interpretativa dei gesti di rottura del nostro Presidente della Camera probabilmente si trova del tutto al di fuori dalla logica politica. Ed è da ricercare ancora oggi nel modo con il quale, quasi vent’anni fa, lo abbiamo sentito abbassare quasi impercettibilmente la voce, mentre aggiungeva in fondo a una frase quell’inciso “…e quindi fascista”.
Non si sta insinuando che, nel suo intimo, già si vergognasse di esserlo stato, per carità. Anzi, è significativo che oggi Fini abbia deciso di scegliere il laicismo, proprio nel momento in cui esso sta dimostrando di essere l’ideologia più perdente, sorpassata e senza prospettive del nostro tempo.
Una simile scelta, così poco “politica”, vorrà pure dire che tra i tanti difetti che il nostro può avere, ancora oggi, non vi è certo la paura di essere in minoranza.
Anzi, al contrario, da un punto di vista strettamente politico, secondo noi Fini è ancora oggi vittima di un’attrazione incoercibile per le idee più perdenti di ciascuna epoca. Scegliere proprio oggi di essere laicisti duri e puri non è tanto diverso, dal punto di vista della credibilità e delle prospettive politiche, dall’aver scelto di essere neofascisti trenta o quarant’anni fa.
Quindi, non è tanto la politica a ispirare le mosse di Gianfranco Fini. Secondo noi si tratta di un uomo molto più impolitico di quanto non suggeriscano la sua carriera e la sua posizione. Per questo è così difficile interpretarlo, per tutti noi che ci attendiamo che ragioni secondo le categorie proprie della sua professione (aspettativa che, peraltro, è assai più saggia e ragionevole di quella di coloro che dai politici pretendono – o fingono di pretendere – soltanto l’integrità morale, come dimostrano le vicende di questi ultimi mesi).
Probabilmente, nel fondo delle scelte di Fini c’è ancora oggi solo la sua voglia di essere altrove, e adesso che non è più leader di alcun partito si sente finalmente liberato dall’onere di dover dare sempre al proprio pubblico la battuta che ci si aspetta da lui, come gli aveva insegnato Almirante.
Dunque, sbagliano coloro che – solo perché si tratta di un politico di professione, oltretutto abile e di bella presenza – continuano a aspettarsi che Gianfranco Fini sia ancora coerente con quello che era stato e che non è più.
E non sarà più quello, almeno per i prossimi quattro o cinque anni. Ma questo è già un altro discorso.
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