04 ottobre 2006

Finanziaria 2007: aggressione al padre

Uno studio del Sole 24 Ore ha finalmente confermato quello che ai padri di famiglia era risultato chiaro fin dall’inizio: la finanziaria presentata dal governo Prodi rappresenta un’aggressione non solo del ceto medio, ma soprattutto della famiglia, specie se numerosa, e ancor più se monoreddito.
Cioè, colpisce soprattutto la famiglia che si fonda sul lavoro di un padre.

La controriforma delle aliquote Irpef si è infatti combinata con quella degli sgravi per i carichi di famiglia.

La propaganda di regime sta cercando di fare credere che si sia trattato di un’operazione di riequilibrio, e si aggrappa alle tabelle sulle singole posizioni reddituali, che comincerebbero ad essere seriamente penalizzate solo dai 50-60 mila euro annui in su, mentre i redditi inferiori – che sono la grande maggioranza – in media porterebbero a casa qualche decina di euro di minore imposta.

Andrebbe subito osservato che nella realtà sociale ogni reddito non serve quasi mai a fare vivere una sola persona: esistono ancora famiglie dove la moglie non lavora fuori casa, e magari si è scelto di essere generosi nel numero dei figli. Qui vi è un padre che è praticamente obbligato a portare a casa un reddito abbastanza buono, senza che si possa parlare di ricchezza.

Anche prima della finanziaria di Visco e Padoa-Schioppa il padre di famiglia era di gran lunga il cittadino più tartassato dalle imposte dirette.
Nemmeno il governo Berlusconi era stato in grado di introdurre nel nostro sistema tributario il cosiddetto “quoziente familiare”, ovvero gli altri meccanismi in uso nella maggior parte dei paesi occidentali, che consentono di abbattere il reddito imponibile della famiglia sulla base del numero di persone che di quel reddito vive.

Ma ora, con la finanziaria in esame, si è voluti tornare al vecchio sistema sovietizzante delle “detrazioni” per coniuge e figli a carico.
Vale a dire alla previsione di una somma fissa, lorda, sempre uguale e sostanziamente irrisoria, da detrarre dall’imposta già calcolata.

Come se moglie e figli di un operaio dovessero costare esattamente come quelli di un professionista, secondo un criterio classista ormai abbandonato da tutto il mondo civile.
E senza tenere in alcun conto il fatto che nelle famiglie di basso-medio livello reddituale in genere si lavora almeno in due, e quindi l’aliquota media che grava sul nucleo familiare è più bassa di quella di una famiglia monoreddito.

Il governo precedente, accorgendosi di questa disparità, aveva sostituito il vecchio criterio con un sistema di “deduzioni”, cioè con una riduzione della base imponibile, che risparmiava i redditi dei capifamiglia in maniera proporzionale.

Ora tale sistema è stato spazzato via, e come se non bastasse la nuova finanziaria, sempre sul presupposto veterocomunista per cui più uno guadagna e più lo Stato lo deve bastonare, ha reso decrescente la detrazione per carichi di famiglia, fino ad annullarsi già a partire dai 55 mila euro di reddito annuo.
Nella pratica, dunque, una detrazione già irrisoria finirà per annullarsi per una parte considerevole dei padri di famiglia monoreddito.

Gli assegni familiari, essendo riservati solo ai lavoratori dipendenti a basso reddito, possono compensare in misura minima questo meccanismo infernale, e servono solo a rendere la stangata più dura per chi lavora e produce in proprio, senza poter portare se stesso e la famiglia ad abbeverarsi a qualche greppia di Stato o di sindacato.

Morale: il Sole 24 Ore ha pubblicato un grafico che rivela che con lo schema della finanziaria 2007 già a partire dai 30 mila euro di reddito annuo (alla faccia della manovra che colpiva “solo i ricchi”) più uno ha figli, più viene penalizzato.

Curiosamente, se mantiene a carico solo il coniuge, oppure se suddivide con quest’ultimo l’onere di un figlio, fino ai 30-35 mila euro di reddito il singolo contribuente ancora ci guadagna.
Ma se a suo tempo aveva deciso di tenere la moglie a casa, già sulla soglia dei 30 mila euro annui – che sono notoriamente un reddito con il quale non si può vivere decentemente in tre o quattro – il povero padre di famiglia comincia inesorabilmente a rimetterci.
E ci rimette sempre più, quanti più figli ha deciso di donare alla Patria.

Non stiamo parlando dei soliti 50, 80 o al massimo 150 euro all’anno di Irpef in più o in meno: per le famiglie con due figli a carico, la stangata sarà già superiore agli 800 euro all’anno, qualora il padre monoreddito guadagni sui 50 mila euro all’anno, che per un nucleo di questo tipo rappresentano niente più che la soglia di sopravvivenza.
Se invece il figlio a carico è uno solo, la maggiore Irpef prevista per il suddetto scaglione di reddito è solo tra i 620 e i 680 euro circa.
Insomma, il nuovo sistema produce un singolare effetto di regressività, per cui in una famiglia monoreddito più sono i figli e più il babbo paga, anziché il contrario.

Dunque, ripetiamo, è la solita aggressione alla famiglia e soprattutto al padre di famiglia, trattato come una vacca da mungere tanto più pesantemente quanto più generosamente abbia messo il suo reddito a disposizione della moglie e dei figli.

Ma il problema è più esteso, e non si limita alla pur scandalosamente iniqua manovra fiscale del governo Prodi.
Si tratta di un fenomeno sociale che sta modificando nel profondo il rapporto padri-figli: chiunque può osservare come i figli di oggi, anche a trent’anni e passa, dipendano economicamente sempre più dalla famiglia d’origine.

Sono un numero enorme, specie al Sud, i giovani ormai giunti alle soglie della quarantina che non riuscirebbero a vivere da soli senza chiedere regolarmente soldi ai loro padri.
I quali ultimi, molto spesso, sono pensionati d’oro che percepiscono dal welfare dissennato degli anni ‘60-’80 quello che i suddetti loro figli possono solo sognarsi, per quando andranno in pensione a loro volta, semmai ci andranno.

Settori sempre più ampi del nostro Paese vivono, più che sul reddito di chi lavora, sulle rendite del patrimonio della generazione precedente: moltissime giovani famiglie, se non avessero la fortuna di vivere in una casa messa a disposizione dai genitori, e magari di percepire qualche affitto, ovvero i frutti di un più o meno sostanzioso capitale risparmiato da chi ancora poteva, non riuscirebbero mai a tirare avanti coi soli proventi del proprio lavoro.

Perchè la generazione precedente, quella di chi aveva vent’anni nel fatidico ‘68, è stata l’ultima che ha potuto permettersi di costruire solo col proprio reddito qualche fonte di rendita da lasciare ai figli: negli anni sessanta del secolo scorso un’abitazione costava in media 60-70 mensilità di uno stipendio, e c’erano molte più possibilità di ottenere un mutuo per comperarla, in quanto era relativamente più facile trovarsi un lavoro sicuro con uno stipendio stabile.
Oggi invece un’abitazione decente di mensilità ne costerebbe almeno 250, ed essendoci sempre meno stipendi sicuri, è anche più difficile per i giovani ottenere un mutuo garantito dai propri emolumenti.

Quando diventano padri a loro volta, i trentenni di oggi sanno già che difficilmente nella loro vita riusciranno a guadagnare più dei loro vecchi, e quindi si trovano costretti a scegliere tra il fare meno figli e il sottoporli ad un futuro di minor benessere.
Anche questo, oltre all’edonismo diffuso, scoraggia tanti giovani dal mettere su famiglia.

Per la prima volta da centinaia di anni l’Europa sta vedendo crescere una generazione di figli che ha prospettive di crescita economica minori di quella della generazione precedente: nemmeno le grandi guerre del secolo scorso – che sterminavano padri e figli, ma che almeno si concludevano con un ciclo di ricostruzione – sono riuscite a creare la depressione economica che oggi sta creando l’aggressione fiscale.
La quale ultima, a sua volta, è il frutto del dissennato welfare costruito dai nostri padri nel postsessantotto.

Per non parlare dell’enorme incidenza che ha sui consumi di una singola famiglia il solo fatto di voler mettere al mondo una persona in più del solito figlio unico.
Chi non vive da single, e nemmeno si limita a convivere con un altro single, ha sempre più bisogno di poter contare su una minima base patrimoniale che riesca a garantire al nucleo familiare quello per cui non bastano i soli redditi da lavoro.

Mettere su famiglia - ad esempio - comporta la necessità di una prima casa più grande.
Ma per la politica tributaria delle sinistre le dimensioni dell’abitazione non sono altro che un indice di ricchezza, sulla quale incrementare il prelievo fiscale mediante le revisioni degli estimi catastali da cui dipendono l’Ici, la tassa sui rifiuti urbani, ed altri indicatori.

Solo per questo si può affermare con certezza che spostare il peso della leva fiscale dal reddito al patrimonio - prassi considerata deleteria, oltre che immorale, da tutti gli economisti seri - significa aggredire prima di tutto la famiglia, e quindi il futuro della società.

La Francia, che è il paese in Europa che pratica la politica fiscale più generosa per i carichi di famiglia, con grandi agevolazioni per chi mette al mondo dei figli, è anche l’unico paese europeo che – immigrazione a parte - ancora riesce a mantenere un decente tasso di riproduzione, perchè sfiora quei 2,2 figli a coppia che i demografi ritengono indispensabile per mantenere stabile la popolazione.
I tassi demografici piu bassi d’Europa invece li abbiamo in Spagna e in Italia.

Dovremmo tutti riflettere su questo.
Dovrebbero farlo specialmente quei padri che mantengono da soli la famiglia, tenendo alta l’indignazione e la protesta per quanto sta accadendo con questa finanziaria, che oltretutto è in controtendenza rispetto alle politiche fiscali degli ultimi anni di tutti i paesi occidentali.

Tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti, in particolare i cattolici, occorre anche cominciare a diffondere il senso etico della resistenza fiscale.
La morale cattolica giustifica detta resistenza laddove si tratti di difendere da una palese aggressione, oltre che il proprio lavoro e la proprietà, anche le persone che ci sono affidate. In quanto l’eccessiva fiscalità non colpisce mai solo i singoli, ma coinvolge sempre le famiglie e l’insieme del corpo sociale.

Si era già ipotizzata in ambienti cattolici la legittimità etica di un tasso di resistenza al prelievo diretto, variabile dal 10 al 25% a seconda della base reddituale imponibile e del numero di figli da difendere.
Forse la percentuale andrà sempre più rivista.

Non è un’esigenza dalla quale siano esclusi i lavoratori dipendenti di reddito medio e medio-alto, altra categoria penalizzata da questa finanziaria: infatti è urgente diffondere, contro la propaganda dei sindacati socialcomunisti che da sempre cercano di piazzare un cuneo morale tra la pretesa virtù dei propri protetti e la propensione ad evadere dei lavoratori autonomi, la consapevolezza di come non sia affatto vero che solo chi lavora in proprio possa evadere il fisco (rectius: resistervi), e lo faccia.

I lavoratori dipendenti, specie giovani, che accettano di lavorare con un semplice contratto a progetto (ex co.co.co.) ovvero di trascorrere mezze giornate lavorative in nero, conferiscono al datore di lavoro un risparmio – tra contributi, Irap, oneri accessori – che può essere anche del 35-40%, e quindi può far ritornare nelle tasche del lavoratore un maggior stipendio completamente esente da ritenute.

Del resto, i contributi che vanno all’Inps per i lavoratori parasubordinati, sempre più difficilmente torneranno indietro sotto forma di pensione, per un lavoratore che oggi ha meno di quarant’anni.
Senza contare che quelli che hanno la possibilità di fare lavori in nero, nella maggior parte dei casi non ne avrebbero mai nemmeno lontanamente avuta l’occasione se avessero preteso la piena regolarizzazione fiscale.

A ciò si aggiunga che il risparmio effettivo che un privato che paghi in contanti può ottenere da un professionista, da un artigiano o comunque da un prestatore autonomo di beni e servizi, per sottrarre la singola transazione al peso della mannaia fiscale, può essere parimenti di circa il 35-40%.

Ora, se la manovra fiscale del governo Prodi andrà a buon fine, sarà difficile ottenere un risultato di effettiva resistenza fiscale solo sulla base di una semplice rimodulazione delle fatture emesse ai privati, ovvero degli scontrini fiscali rilasciati dagli esercizi commerciali.
Infatti, gli studi di settore su professionisti, commercianti, artigiani, che probabilmente verranno inaspriti, potrebbero portare alla presunzione di maggiori redditi anche molto maggiori di quella percentuale che effettivamente i lavoratori autonomi già ora riescono a sottrarre all’aggressione.

L’aumento della pressione fiscale, inoltre, comporterà anche un sensibile aumento dei prezzi al consumo di beni e servizi.
Soprattutto, il prevedibile inasprimento ulteriore delle imposte sui consumi e sulla casa comporterà per le famiglie anche un aumento della tassazione indiretta, che sarà difficile arginare solo incrementando la resistenza fiscale rispetto alle imposte dirette sul reddito e all’Iva.

E’ quindi probabile che occorrerà trovare sistemi ulteriori: le nuove norme sulla anagrafe tributaria e sulla restrizione all’uso del contante, che oltretutto stanno comportando maggiori costi per i cittadini dei quali beneficeranno solo le banche e le multinazionali dell’informatica, probabilmente ci indurranno ad arrivare ad una sorta di sciopero del bancomat.

Vale a dire che per salvare l’economia stiamo rischiando di dover regredire al medioevo, quando si teneva ben nascosta la borsa con le monete, e i contadini dovevano nascondere ai gabellieri persino le provviste dell’orto, per non dare a vedere che se la passavano relativamente bene e che magari potevano anche permettersi di prendere gente a giornata.

Bisognerà in altri termini riabituarsi a girare con molti soldi in tasca, e a tenerne ampie scorte sotto il materasso: infatti, tra meno di un paio d’anni – se non cambierà il regime – tutte le transazioni superiori ai 100 euro dovranno essere pagate con mezzi elettronici o con assegno non trasferibile.

Tanto che già ora gli artigiani, i commercianti e i professionisti non possono più permettersi di tenere troppi soldi in banca, perchè col nuovo sistema di anagrafe tributaria – il cosiddetto “grande fratello fiscale” – verrà loro controllato persino quanti giorni di ferie all’anno possono permettersi in pensione o in albergo, e quante volte al mese vanno in pizzeria o al ristorante.

Se non si inverte la rotta, tra un po’ questa esigenza del ritorno al contante sarà sentita da tutti. E’ quindi meglio cominciare ad attrezzarsi.

5 commenti:

Massimo ha detto...

Resistenza fiscale ho intitolato un mi post e resistenza fiscale potrà essere solo se saranno i partiti del centro Destra ad organizzarla mettendo a disposizione degli elettori pool di avvocati e commercialisti per affrontare le inevitabili reazioni e con l'impegno solenne, una volta tornati al governo, di una sanatoria (condono ;-) perchè tutti coloro che hanno contribuito a ribaltare questa filosofia del trasferimento di risorse dalle nostre tasche alle clietele stataliste non abbiano a pagare dazio.
Vorrei poi sottolieanre quanto sia penalizzante la situazione di single e di coppie senza figli con ambedue i coniugi al lavoro. Nessuna detrazione. Un salasso autentico. E al Nord soprattutto, la situazione single/coppie senza (o con un figlio) figli con coniugi tutti ocupati è sempre più diffuso.

Anonimo ha detto...

Condivido, io avevo già assottigliato il C.C. perchè
nella compagine di governo circola un certo AMATO, mi ero permunito
di chiuderne uno.
ma mi chiedo in base a quale criterio si VIETA di fatto la circolazione dell'EURO?
è o non è la moneta ufficile dello STATO? se non posso spenderla in base a quale principio?
non vedo la legalità in questo
divieto.
nella vecchia lira c'era scritto
"a corso legale in tutto lo STATO"
nessuno stato può vietare di pagare con la moneta riconosciuta dallo stesso stato legale, altrimenti non facciamo parte dell'EURO, non stò chiedendo di pagare in Dollari sterline etc
che puoi non riconoscere ma nella moneta UFFICIALE circolante.

Abr ha detto...

Questo è un grandissimo post. Sottolinea un tema fondamentale: la leva fiscale come primario responsabile della (de)natalità (ottino l'esempio dell arancia, ma anche i Svizzera e parzialmente in Germania).
Non mi piace far dietrologie, ed è effettivamente più facile pensare che si tratti di pura impreparazione e inadeguatezza, da parte di chi predispone manovre dalgi esiti così assurdi; ma ti assicuro, sono arrivato a pensare, considerando queste cose, che lo facciano A BELLA POSTA.
Per lasciar spazio agli immigrati,nuovo lumpen proletariat che rimpinguerà i voti della sinistra. Una ambiziosa operazione sociale insomma. Simile alla SOluzione Finale (di questo passo,nel giro di 100 anni, la popolazione iraliana sarà dimezzata).
Ressitere resistere resistere ...
ciao, Abr

Paolo ha detto...

Un paese che (re)introduce un'aliquota fiscale del 43% (anche tralasciando tutto il resto) è un paese governato da una banda di ladri.
Purtroppo non credo molto nella possibilità di un'aperta rivolta in difesa di quella proprietà privata che è "sacra", come ha scritto Piombini in un suo bellissimo libro, e benedetta dal Signore. Qui nei decenni del leghismo più rampante neppure il canone si è riusciti a boicottare.
Ma certamente meccanismi di resistenza fiscale sono destinati a diffondersi.
Prego perché i padri, portatori del principio di libertà, sappiano esercitare la loro maestria.
Paolo M.

jo ha detto...

Post veramente eccezionale, mi son permesso di linkarti dal mio post.