03 luglio 2006

Traversata nel deserto, parte seconda

A una settimana dal referendum costituzionale e a un paio di giorni dal decreto sulla competitività, proviamo a imbastire qualche ragionamento su ciò che più ci sta a cuore, il futuro del fronte moderato in Italia. Dunque, il referendum. Cosa può succedere a una coalizione che, chiamandosi Casa delle Libertà, non riesce a convincere neppure vasti settori del proprio elettorato ad andare a votare e a votare a favore di una riforma che si sforzava di essere autenticamente liberale? Il minimo è che la casa crolli. Ed è esattamente quello che sta accadendo.

Forse a qualcuno continua a sfuggire la gravità dell’ultima sconfitta del centrodestra, che a nostro avviso supera di molto i rovesci subiti dalla CdL dal 2001 alle elezioni politiche del 2006. La sfida per cambiare qualche mattone importante della nostra Costituzione rappresentava la sintesi e il senso dei moderati al governo del Paese. Una sfida che doveva servire a invertire sul serio la rotta, a prescindere dai governi successivi, dotando l’Italia di strumenti solidi ed efficaci per dare una bella rimodernata alle sue istituzioni. Bene, anzi male: quella sfida è stata perduta. E non perché i reazionari siano stati più bravi di noi, ma perché noi siamo stati peggiori dei reazionari. Il che è ancora più preoccupante.

Del resto, le poltrone del potere ci avevano offerto uno straordinario alibi per far finta di non vedere che anche la ex Casa delle Libertà era piena di codini. Forse che i quattro gatti (vabbè otto) degli amici di Casini si possono considerare dei liberali? E dobbiamo scoprire ora che in Alleanza nazionale dominano ancora i filo-statalisti davanti a un Fini culturalmente confuso? Suvvia. Lo avevamo detto prima e lo ribadiamo ora: l’esito referendario è destinato a rotolare automaticamente sui destini e le fortune politiche di leghismo e berlusconismo, ossia gli unici movimenti organizzati che si possano qualificare – dottrina alla mano - liberali. I quali, non a caso, sono oggi i veri malati del nostro panorama politico.

L’appuntamento del 25 e 26 giugno ha sostanzialmente confermato che i liberali sono in netta minoranza in Italia. Certo, forse un po’ meno di vent’anni fa. Ma pur sempre in minoranza. Una élite allargata, insomma. Realtà, questa, che ci fa riflettere anche sulla portata di alcune riflessioni che nelle scorse settimane hanno appassionato parte del mondo culturale vicino al centrodestra e che hanno riguardato l’ipotesi di abbandonare il liberalismo a chi ce lo ha sottratto, a quella sinistra capace di colonizzare territori non suoi. Andando alla ricerca di categorie più consone al moderatismo e al conservatorismo di casa nostra.

Cari amici del Domenicale, avete avuto coraggio a porre il dilemma. Tuttavia il dopo referendum ci e vi deve far riconoscere che la questione “liberalismo sì-liberalismo no” resta confinata in un recinto angusto. Talmente angusto che fa sorgere sospetti sulla sua reale utilità pratica. In realtà ci troviamo ad uno stadio ancora precedente, a spiegare agli italiani che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire responsabilità, che cosa vuol dire meritocrazia. Abbiamo scoperto, in parole povere, che ci resta un lungo lavoro da fare sui fondamentali di ciò che pensiamo e abbiamo sempre detto di essere.

A proposito di liberalizzazioni vere o fasulle, poi, ecco arrivare il decreto del governo sulla competitività. Un provvedimento che spara nel mucchio (forse neppure tanto a caso), ma che contiene in sé un grande merito, almeno dal punto di vista del centrosinistra: è vincente sotto il profilo del marketing politico. Quando un nuovo esecutivo si insedia, il suo obiettivo più immediato deve essere quello di lanciare segnali a chi lo ha votato. Perché è nelle prime settimane che si cementa la sensazione che il governo stia lavorando bene o male. Una sensazione che inevitabilmente accompagnerà l’elettorato per molto tempo. Il governo Prodi, col provvedimento del ministro Bersani, va in questa direzione. Non sto discutendo la sostanza bensì la forma, e mai come in questo momento, per Prodi e compagnia, la seconda è l’essenza della prima. Ricorderete, invece, che il governo Berlusconi si baloccò col falso in bilancio rimediando, in fatto di pubbliche relazioni, una clamorosa falsa partenza.

E adesso? Ci aspetta una seconda traversata nel deserto infinitamente più difficile della prima, con un numero di oasi inferiore alla precedente. Più difficile perché non può fare a meno del suo capo naturale, già provato da mille battaglie, dal quale ci si attende quello sforzo che ha sempre rimandato: mettere mano al partito. Ma mettere mano significa andare giù di mannaia e far rotolare teste. E dopo aver fatto rotolare teste, significa dare il via alla rifondazione del partito stimolando la scelta dal basso dei propri leader locali. Significa, tanto per tirare le conclusioni, far sperimentare anche all’interno quello che pensiamo e diciamo di essere: liberali.

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