05 maggio 2006

Il culo dell'elefante

Adesso che è uscito il film, stiamo cominciando davvero ad appassionarci al Codice da Vinci.
O meglio, non al libro in sé, nè al fenomeno editoriale connesso, ma ai commenti delle legioni di pseudoacculturati che ne difendono le ragioni, specialmente nei loro blog e negli altri luoghi deputati alla recensione dilettantistica che esistono sulla rete (Ibs, Amazon, ecc.).
Qualche commento lo abbiamo visto anche aggregato su Tocque-ville.
E più ne leggiamo e più ripensiamo all'immagine montanelliana del "culo dell'elefante", per rendere l'idea di come in certe forme di ignoranza umana possa esserci nello stesso tempo qualcosa di solenne e di ridicolo.
Ecco, questa ci sembra l'immagine migliore per descrivere l'imponente fenomeno che Dan Brown ha creato, riuscendo a far diventare un capolavoro trash tutti i peggiori pregiudizi e luoghi comuni, e quindi tutta la peggiore ignoranza diffusa, in materia di cattolicesimo.
Ormai ci siamo convinti che Dan Brown è una specie di Joyce all'incontrario: l'irlandese ha scritto capolavori, come l'Ulisse, che per essere apprezzati a fondo richiedono che il lettore abbia un'erudizione di base, cioè abbia letto almeno una cinquantina di testi fondamentali per la storia del pensiero e della letteratura; il Codice da Vinci invece per essere goduto necessita che al lettore gliene manchino almeno altrettanti.

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