15 giugno 2006

Maledetta laicità # 1

Proviamo a prenderlo per le corna (grabbing it by the horns), questo tormentone della “laicità”.
Secondo noi sarebbe ora di farla finita persino con la parola, non solo per gli equivoci le incomprensioni che suscita, ma anche perché alcuni personaggi della nostra vita politica – che sul predetto termine ci campano – hanno davvero esagerato, ed ampiamente sorpassato il limite dell’onestà intellettuale.

In un’altra occasione, parlando dei “liberali alle vongole”, abbiamo sostenuto l’esistenza di un sedimentato equivoco storico, e addirittura semantico, che assieme al liberalismo coinvolge in pieno anche la questione della laicità. Il dibattito era stato lanciato da ben più autorevole rivista, e anche noi nel nostro piccolo abbiamo cercato di contribuire.

Però, la polemica recentemente sorta tra i bloggers di TocqueVille ci ha suggerito che, tra coloro che per il futuro pensano di poter ancora condividere un minimo di appartenenza ideale, sia urgente avviare quantomeno una “modalità provvisoria” per affrontare il problema. Altrimenti, continueranno a farla da padroni solo quelli che sulla propria presunta “laicità” ci stanno marciando senza ritegno da ormai troppo tempo.

Sono sotto gli occhi di tutti le personalità intellettuali e gli interi movimenti politici che, per quanto numericamente esigui, conservano un minimo di visibilità soltanto grazie all’ambiguità di questo concetto. Che invece, secondo noi, sia sul piano politico che su quello culturale non ha più alcuna ragione sostanziale di esistere.
Diciamo questo perché dopo tante polemiche, slogan e chiacchiere al vento, siamo convinti che servirebbe un sano e rapido ritorno alla realtà. Nell’ambito della quale è intellettualmente “visibile” solo ciò che possiede uno straccio di sostanza. Anzi, di essenza, nel senso aristotelico (e vorremmo dire tomistico, se lorsignori non si incazzano) del termine.

Al contrario, tra tutti gli orientamenti ideali che oggi si contendono il campo, i laicisti duri e puri sono probabilmente quelli che di sostanza ne hanno meno di tutti. Benché in compenso sia sempre assai solida la loro pretesa – che costituisce la loro caratteristica forse più odiosa e anche meno “laica” – di essere gli unici abilitati a dispensare patentini di liberalismo a destra e a manca.
Anzi, solo a destra: infatti è bastato un mese di governo Prodi per accorgersi che, quando si rivolgono a manca, i nostri eroi sono capaci di starsene ancor più allineati e coperti dei tanto vituperati cattolici adulti.

Siamo dell’idea che per i laicisti la “società” e la “politica” alla fin fine siano concetti eminentemente astratti, dei quali si può dire e disdire ciò che si vuole. La loro visione ci sembra ancor più semplificata di quella dei progressisti, ed anche quella più esposta a conseguenze inintenzionali disastrose, se solo riuscisse a dispiegarsi pienamente.
Del resto, è indubbio che nell’orizzonte ideale dei laicisti contino soprattutto gli individui. Anzi, diciamo pure che contano solo loro stessi, e i loro legami personali più o meno “deboli”. Negano Dio in nome dell’Io.

Solo per questo non si può pretendere alcuna condivisione da parte di coloro che, pur ostinandosi a praticare idee liberali, hanno scelto di prendersi la responsabilità di una famiglia tradizionale e di un lavoro professionale. Per questo, a maggior ragione, non abbiamo più alcuna intenzione di lasciarli dire e fare, ed eventualmente di decidere da soli anche per i nostri figli.

I motivi per cui in Italia è così rifiorita la questione della “laicità” li dovremmo conoscere tutti: negli ultimi anni – a causa dell’esplosione di una serie di questioni etiche e sociologiche davvero epocali – la parola in esame ha riconquistato il centro del nostro dibattito politico. E qualcosa di analogo è avvenuto, sia pure nell’ambito di tradizioni diverse, anche nel resto d’Europa e dell’Occidente.

Cosa c’è alla base di tutto questo? A nostro parere, si tratta di fenomeni sostanziali che erano già rilevabili in tutta Europa da almeno un quarto di secolo, ma che ci sono passati letteralmente sotto al naso senza che nessuno – ad eccezione della Chiesa Cattolica – lanciasse l’allarme.
Stiamo parlando dell’inarrestabile progressione dei divorzi di massa, della contraccezione generalizzata e delle genitorialità narcisistiche (non più di un figlio, massimo due).

Per non parlare – che in effetti è l’altro corno di una medesima grande questione etica – dell’ormai sopraggiunta insostenibilità del welfare state, così come lo si è concepito e costruito nell’Europa continentale, dal dopoguerra ad oggi.
Anche se si fa finta di non accorgersene, queste trasformazioni sociali basate sull’esaltazione delle libertà individuali ormai sono divenute così imponenti da disgregare il tessuto sociale. E addirittura, in una prospettiva ormai imminente, da spopolare il vecchio Continente, depauperandolo sempre più sia delle sue risorse materiali che delle sue genti autoctone.

L’avvento delle tecniche di fecondazione assistita e delle sperimentazioni sugli embrioni umani, nonché delle istanze omosessuali riguardo al matrimonio, hanno fatto sì che i problemi etici prima inosservati diventassero di grande attualità. Anche perché, nel contempo, la pressione dell’integralismo islamico ha messo in luce tutta la debolezza culturale dell’Europa a questo riguardo.

I “laici” più ortodossi tuttavia sembrano essere rimasti fermi alla spensierata e irresponsabile euforia degli anni ’70, quando le legislazioni su divorzio ed aborto si affermarono anche in Italia nella più assoluta inconsapevolezza delle conseguenze.
Tanto che la questione della “laicità” è stata da loro riproposta con così tanta veemenza unicamente per reazione all’iniziativa altrui. Difatti sono state le ultime forze culturali non secolarizzate ad aver imposto, con la forza dei fatti e della ragione, i temi etici all’attenzione della politica.

Per quanto possa sembrare paradossale, dopo la sbornia progressista del post-Concilio è stato il restaurato pensiero cattolico di Giovanni Paolo II a dimostrarsi il più attento alla realtà e alla razionalità dei fatti, rispetto al mondo astratto delle ideologie. “Chi è oggi il grande difensore della capacità della ragione umana nell’afferrare la verità?”, come ha chiesto provocatoriamente George Weigel. “Chi, se non il vescovo di Roma?”.
E’ stato di fronte a questo spiazzamento che i nostri lai-con hanno risposto innalzando (scusate il bisticcio) i loro alti lai. Alla forza della ragione, e al principio di realtà, hanno freudianamente opposto il principio di piacere. Sembra infatti che alla base della loro chiusura mentale ci sia solo il non volersi sentir dire che stanno ballando sul Titanic.

Per questo li abbiamo chiamati così, con il suffisso “con”: di fronte alle nuove sfide che si stanno proponendo alla razionalità del mondo occidentale, sono proprio i laicisti impenitenti, quasi peggio dei post-comunisti, coloro che hanno assunto l’atteggiamento più squisitamente conservatore. Anzi, reazionario, e comunque assai dogmatico.
Il tutto alla faccia del metodo liberale del dubbio, che per loro vale quando si tratta di opporsi alla Chiesa Cattolica, ma mai nei confronti del resto del mondo.
Nel crepuscolo delle antiche certezze nel quale è indubbiamente entrata la civiltà occidentale, i nostri lai-con – che non hanno mai modificato di una virgola le loro categorie di pensiero – si sono conquistati a pieno titolo le posizioni culturali più retrograde.

Eppure, l’ideologia del nichilismo gaio e il primato dell’io e le sue voglie sono ancora dominanti nelle nostre metropoli assediate. Si è prodotto un altro paradosso: mentre la nostra civiltà moritur et ridet, per usare l’immagine di Salviano, le sue enormi problematiche vengono rubricate sotto la voce della “laicità in pericolo”, soltanto e segnatamente in quanto l’Europa continentale ha perso la capacità di guardare alla propria situazione in modo autenticamente laico.

Alla base di tutto, vi è una concezione astratta e monistica dei diritti individuali, che porta a gridare al lupo di fronte ad ogni domanda non convenzionale che venga posta riguardo al significato delle nostre libertà.
Da parte del mondo laicista, l’unica reazione alle istanze morali è tuttora quella individuata a suo tempo da Augusto del Noce: il “divieto di fare domande”. Più banalmente, l’invito a farsi i fatti propri in modo ideologizzato. Anche questo a ben vedere è un atteggiamento assai meno aperto, e quindi meno “laico”, di quello che invece si ostina a voler cercare la verità.

La nostra opinione pubblica presume tuttora che quello della “laicità” sia soltanto il problema di limitare e regolamentare la rilevanza pubblica delle scelte di vita religiosamente ispirate. Per evitare che si producano “ingerenze” nella politica, così come nelle libertà altrui.
Cosicché va a finire che le grandi questioni etiche non vengono nemmeno affrontate. O vengono trattate con dosi incredibili di disinformazione e malafede, come possiamo riscontrare quasi ogni giorno anche dalla lettura di certi quotidiani e di certi blog politici. Come se non si stesse parlando del futuro di tutti, ma solo delle esigenze di qualcuno.

Secondo la ristretta mentalità laicista, ferma all’anticlericalismo ottocentesco, il sentimento religioso e le sue esigenze possono avere rilevanza pubblica nelle società moderne solo come residuo di un passato oppressivo. O al limite, come pericoloso instrumentum regni delle forze politiche asseritamente più illiberali.
Per chi parte sempre da questo pregiudizio giacobino, i motivi di scandalo sono sempre gli stessi, e si sono trasformati in vere e proprie ossessioni. Come le “ingerenze” del Vaticano denunciate per ogni dove, e il nuovo oscurantismo che sarebbe ormai alle porte.

Quando il merito dei problemi non può essere eluso, allora – pur di difendere a tutti i costi gli antichi dogmi individualisti – il principio di realtà viene sempre più calpestato.
Pensiamo a questioni come la ricerca scientifica sulle cellule staminali, le unioni civili omosessuali, la libertà di educazione nelle scuole pubbliche e private, il problema delle tossicodipendenze.
Su questi argomenti, da parte del fronte laicista stiamo assistendo – anche quando si pretende di fare riferimento a dati scientifici – ad esemplificazioni così capziose, e talvolta a menzogne così spudorate da fare impallidire persino la propaganda dei totalitarismi novecenteschi.
Che almeno non pretendevano di essere laici, anzi – come il marxista Ernst Bloch – te lo dicevano chiaro e tondo che se i fatti li avessero contraddetti, sarebbe stato tanto peggio per questi ultimi.

Insomma, nell’atteggiamento di fondo dei nostri lai-con le contraddizioni di principio sono così tante da far ritenere che, alla prova del dibattito politico, la loro ideologia si sia rovesciata in quello che avrebbe dovuto essere il suo contrario. Dimostrando così la propria inconsistenza, o quantomeno il suo esaurimento.

Oltretutto i loro argomenti specifici sono sempre più vetusti, ormai oltre il limite del grottesco.
Sarebbe interessante vedere come reagirebbe un qualunque intellettuale “laico”, se discutendo dello stato attuale delle libertà civili improvvisamente evocassimo l’appoggio dato da Martin Lutero alla strage dei contadini a Frankenhausen (1525), che secondo alcuni costò decine di migliaia di morti.

Ovvero se, confrontandoci sulla libertà di ricerca scientifica, gli riproponessimo come un mantra la vicenda di Johannes Keplero, grande scienziato luterano, che fu considerato per tutta la vita dai suoi correligionari come figlio di una strega (che dovette anche salvare dal rogo), e che nel 1594 fu costretto a lasciare il Collegio di Tubinga per trasferirsi nella cattolica Linz, e poi a Praga, proprio per aver sostenuto la teoria copernicana che il protestantesimo considerava eretica e blasfema.
Eppure, quando si tratta di temi d’attualità come la ricerca sulle staminali embrionali, è tuttora assai usuale sentir richiamare il tormentone sulla Santa Inquisizione, il caso Galileo e Giordano Bruno.

Bastano questi esempi per intuire quanto ormai sia divenuto un peso inutile, nel dibattito culturale e politico italiano, doversi stare a confrontare con un ceto intellettuale che, a quasi duecento anni da quando le truppe napoleoniche hanno rivalicato le Alpi, e a poco meno di centoquarant’anni dalla fine dello Stato Pontificio, ancora non riesce a farsi serenamente una ragione del ruolo civile e sociale del fenomeno religioso.

E allora, diciamolo chiaro e tondo: la laicità, per come la intendono loro, non esiste. Non esiste sul piano ontologico. E’ una moneta falsa.
Ovvero, se proprio vogliamo essere storicisti e meno perentori, cominciamo a discutere l’ipotesi che la storia d’Europa stia per essere sconfitta dalla sua stessa idea di laicità. In quanto la nostra civiltà ormai post-cristiana sta letteralmente per cedere, sotto il peso delle conseguenze non intenzionali del laicismo realizzato.

Ok. Come pars destruens pensiamo possa bastare. Nel post che segue cercheremo di essere più costruttivi. Siamo sicuri che gli aggregatori di TocqueVille, con il consueto spirito laico, ce li passeranno entrambi.

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