Prima dell’avvento di Internet e in particolare dei blogs, quando si costituiva una qualsiasi associazione culturale, ricreativa, ma soprattutto politica, la prima cosa che si decideva invariabilmente di fare era pubblicare il proprio piccolo periodico. L’house organ, come si direbbe oggi.
Finita la riunione di fondazione, appena approvato lo Statuto, la prima cosa che il tesoriere doveva vagliare era il preventivo del tipografo per stampare in double face, su un foglio di carta patinata, non rilegato ma da piegare perché formasse quattro pagine, il numero zero del proprio “giornalino”.
Bisognava vedere se ci si poteva permettere la policromia, e come fare a smaltire l’enorme eccedenza di copie. Infatti in genere non c’era nessuno che stampasse a costi accettabili meno di 300 copie, ma quando l’associazione aveva trenta soci a cui spedirle era già grasso che colava.
In gioventù ci siamo passati anche noi del Filo a Piombo. Dal momento che la vita ha regalato a tutti e tre significative esperienze di giornalismo, in seguito abbiamo avuto modo di astrarci da quelle situazioni, e di poterle riguardare con un certo distacco.
Però, da studenti universitari, anche noi abbiamo ampiamente avuto a che fare con i soci che ti inviavano i loro “pezzi” scritti a mano, o con la Lettera 32. Così come con quelli che si sentivano censurati, non appena vedevano che per il loro sudato articolo non si era trovato posto in pagina. Ai quali non riuscivi mai a spiegare che non era questione di censura ma di spazio.
Anche perché in realtà lo spazio era quasi sempre una pietosa scusa, in quanto il più delle volte ti venivano sottoposti dei compitini di banalità sconfortante. O al contrario, dei “mattoni” cervellotici, magari sgrammaticati fino all’incomprensibilità. Articolesse, o aspiranti tali, dove era necessario scorrere di un fiato dieci righe prima di incontrare la prima virgola.
Insomma, in verità non si trattava mai di censura, bensì di produzioni intellettuali del tutto improponibili su un qualsiasi foglio stampato, anche a quei nostri livelli basic di comunicazione.
Anni dopo, sbattuti nella “cucina” della redazione di alcuni quotidiani, abbiamo avuto modo di vedere le lettere originali di quelli che scrivono sempre al Direttore.
I quali non sono altro che la versione scritta di quegli immancabili soggetti – in genere tutti dall’allure un po’ misticheggiante e un po’ retrò – che alla fine dei convegni si impadroniscono del microfono e sproloquiano senza mai fare la domanda, finchè non glielo strappano via.
Prima della rivoluzione mediatica innescata dal web, quel che più interessava alla “gente comune” – che i giornali non li scrive e spesso nemmeno li legge – era la piccola vanità di vedere il proprio nome stampato su una pagina. Perché è noto che gli Italiani scrivano molto più di quanto non leggano, e amino leggersi più di quanto non amino leggere i grandi maestri (come diceva una delle nostre nonne, nessuno prega Dio per avere più intelligenza).
Anche noi, probabilmente, abbiamo ancora in casa da qualche parte il ritaglio del nostro primo articolo sul giornaletto dell’associazione.
Poi, come è ovvio, con il tempo non ci si fa più caso. Ma a quelli che hanno la fortuna (si fa per dire) di proseguire con il giornalismo o con la politica, l’esperienza dona la possibilità di vedere che nel mondo della comunicazione, proprio come nel calcio, le dinamiche che si presentano sui campetti di periferia si riproducono identiche in serie A.
Chi scrive ha avuto modo di vedere coi suoi occhi un’assemblea di redazione di uno storico settimanale italiano, dove i giornalisti – tutti professionisti in carriera da anni – nicchiavano peggio che ad un’assemblea di condominio che deve deliberare sul rifacimento della caldaia, pur di evitare che si attuasse uno “sciopero della firma” sotto agli articoli del numero successivo.
La carta stampata ha sempre avuto un influsso magico sulle persone, molto più esteso e persistente della credibilità nel merito di quelli che ci scrivono sopra.
La smania dei quisque de populo di comparire in televisione, che è esplosa con l’avvento dei reality show e ancor prima dei varietà dove si telefonava in diretta e si diceva “complimenti per la trasmissione posso salutare mia cugina?”, è sempre esistita pari pari anche per il più infimo dei bollettini della bocciofila.
Ma oggi, grazie ad Internet, molto sta cambiando. Sappiamo tutti che anche per i bloggers meno velleitari, il problema non è più quello di poter scrivere, ma di trovare chi ti legge. E’ il tormentone della “visibilità”, che ha reso tutto un po’ più complicato.
Tutto questo per dire che non possiamo escludere che certi processi si siano innescati anche tra i cittadini di TocqueVille.
Anche tra noi ci sarà quello che, pur di scalare la lista dei link in prima pagina, sarebbe tentato di concludere il proprio post con il più classico dei “voglio vedere se avrete il coraggio di pubblicare questa lettera”.
Per questo (finora abbiamo messo le mani avanti, non ci nascondiamo) vogliamo dire che noi l’abbiamo fatto apposta.
Da quando ci siamo iscritti alla Città dei Liberi, non abbiamo mai fatto molto caso ai criteri con cui vengono selezionati i post: solo quando il Sorvegliato e qualcun altro ci hanno messo la pulce nell’orecchio ci siamo andati a riguardare.
Abbiamo poi chiesto lumi a qualche blogger amico. E’ stato così che ci siamo accorti che, in due mesi di attività del Filo a Piombo, ci è stata aggregata sull’home page di Tocqueville qualunque cazzata scrivessimo.
Ma le uniche, invero rare, eccezioni erano costituite da qualche post nel quale – invece di scagliarci come al solito contro il Governo o contro i kompagni – ci dedicavamo alla critica del laicismo e del relativismo.
Abbiamo quindi provato, alla vigilia di Sestri, a confezionare un paio di ballon d’essai, con tanto di frasetta semipolemica in calce, del tipo di quella citata sopra.
Un bel paio di post squsitamente anti-, dove però il nemico era l’idea laicista ed anticlericale, e non una persona. Tantomeno, ci teniamo a dirlo, un blogger di TocqueVille.
Puff, per la prima volta siamo scomparsi dalla home. A differenza – bisognerà pur dirlo – dei consueti e contemporanei post che se la prendevano con il buon papa Benedetto e il cardinale Ruini. Assieme al solito rispettabile contorno di saloni voltairiani e breviari pagani, che il loro posticino al sole anche il giorno dopo Sestri se lo sono subito ripreso.
Visto che non c’eravamo ed eravamo curiosi di vedere quel che si era detto, abbiamo notato che i commenti dei bloggers più laicolibertari su quanto accaduto nel week-end ligure, sono finiti in home page di TocqueVille ancora prima che riaprisse per tutti quanti la pagina di segnalazione dei post.
Pertanto, eccoci qui dopo lunga premessa, per dire ai nostri venticinque della blogosfera che presumiamo di essere appena un po’ troppo cresciuti perché sia il tipo di giochino a cui ci faccia piacere di giocare.
Non siamo qui per il puro piacere di dare visibilità alle nostre idee o a noi stessi. Abbiamo appena detto che il nostro è un Paese dove già ci sono troppi scrittori rispetto ai lettori, e comunque per qualsiasi persona colta – non solo in Italia – il problema non è nemmeno più quello di leggere, bensì di selezionare le letture.
Siamo qui perché siamo partecipi di un’idea e un progetto politico. Lo facciamo nel nostro piccolo e non da protagonisti, per carità, che siamo tutti nani sulle spalle di giganti.
Però nel contempo ci sentiamo troppo grandicelli per poter essere confusi tra i bambini che si lamentano perché i grandi non li fanno giocare.
Quindi per cortesia, e ci rivolgiamo a quelli che tengono le mani sulla consolle, non pensiate che il problema si potrà risolvere come una volta faceva il bambino padrone della palla.
Non pensiate di essere in presenza dell’eterno gioco politico di quelli che, per costringere tutti ad ascoltarli anche quando non hanno niente da dire, cominciano subito a protestare contro la “mancanza di democrazia interna”, gridano alla censura di regime, e magari fanno anche lo sciopero della fame.
Come è noto, quello è lo stile politico di qualcun altro. Di qualcuno che in effetti è urgente sapere da che parte sta.
Siamo di quelli che schmittianamente pensano che in politica non si possa eludere l’individuazione del nemico e poi dell’amico. Ma prima ancora di definire questo, vorremmo capire da lor signori se per caso pensano che il nemico numero uno del momento, nella vita politica italiana ed europea, sia papa Ratzinger ovvero Ruini. O se, eventualmente, il nemico dovessimo essere noi teo-con, o chi altro.
Non ce la caveremo appellandoci allo spirito liberale: siamo partiti con il rilanciare l’appello del Domenicale sulla “abolizione del liberalismo”, proprio per uscire da questa nebbia terminologica in cui ogni vacca è grigia.
La nostra intenzione è invece quella di capire qual è la vacca più grassa e in che direzione è il pascolo più verde. Rimanendo fermi a disputare su chi sia il più liberale del reame, e ad invocare aperture e confronti a 360 gradi fini a se stessi, non ci arriveremo mai.
E nemmeno pensiate che il problema si potrà risolvere alla democristiana, troncando, sopendo o rinviando la questione. Né, tantomeno, facendo il solito appello paraculo a “guardare a ciò che unisce e non a ciò che divide”.
Se permettete, quel giochino è nato proprio nella nostra area politica, quindi nel corso degli anni ci siamo troppo abituati a chi ce lo vuol servire perché, eventualmente, qualcuno possa nutrire ancora qualche speranza di successo.
Qui c’è in gioco un progetto politico, e una comunità di persone che non scrivono solo per passione, ma anche perché hanno delle idee e sono preoccupati per il futuro dei loro figli, della loro città, dell’Italia e dell’Europa.
Non ce ne andremo sbattendo la porta, appunto perché non siamo bimbi e ai direttori dei giornali non scriviamo più da anni. Della nostra firma in pagina non ce ne frega niente.
Ci interessa partecipare al massimo delle nostre potenzialità ad un progetto politico condiviso. Ridare voce e una direzione comune alla Right Nation. Non era quello che si era detto di fare?
Allora cominciamo a mettere in chiaro da che parte si sta, e a che gioco sta giocando ciascuno di noi.
6 commenti:
Perché non vieni a mettere direttamente le mani sulla "consolle" per aiutarci ad aggregare?
Io qualcosa sull'argomento ho scritto qui: http://ideazione.blogspot.com/2006/06/tocqueville-la-vita-dopo-sestri.html
a.man.
Eccellente post. Grazie.
Sono ore che cerco di fare capire il mio punto di vista ai miei colleghi aggregatori, penso che da ora in poi rispamierò molto tempo dicendo loro di venire a leggere questo post.
Complimenti.
Anche tu hai bevuto l'allucinogeno che fa dire cose a cui nessuno crede?
Meraviglioso post (l'allucinogeno l'ho bevuto da mesi io ;) )
Robinik
Bravissimo!
Grazie anche a Robinik che l'ha segnalato..
Ciao! :-)
Lontana
non vorrei peccare di ingenuità ma di molti casi penso
1) nessuno è perfetto
2) non tutti i post vengono rintracciati
esempio, di un mio modesto contributo, non ho trovato traccia
Choir Partiture
ma non credo esistano particolari prevenzioni
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