E così anche quest’anno ci tocca il teatrino dei giovanotti di Confindustria. Facciamocene una ragione. Da poco hanno finito di parlare i big, quelli più “grandi” insomma, che per i ragazzi in sala dovrebbero rappresentare modelli cui ispirarsi. Cerchiamo di capire che cosa possono aver imparato dai discorsi dei loro leader e da quelli dei rappresentanti del governo. Il responsabile dello stabilimento, Luca Cordero di Montezemolo, ha firmato uno dei suoi interventi più alti.
“Abbiamo bisogno di coraggio, di decisioni chiare” ha dichiarato. Bravo, ben detto. Vorremmo però chiedere al ferrarista perché non è stato il primo a dimostrare coraggio difendendo, quando si doveva difenderla e cioè durante la campagna elettorale, la riforma del lavoro di Marco Biagi, voluta e approvata dal governo Berlusconi. La quale, ci risulta, è valutata piuttosto positivamente dagli industriali, vale a dire dai suoi soci. Insomma, per parlare in italiano, da quelli che lo hanno eletto. Invece il presidente di tutto, quando c’era da tirarli fuori, gli attributi se li è tenuti ben nascosti correndo dietro a quell’altro fulgido esempio di rettitudine morale di Della Valle.
Sul dialogo con i sindacati, poi, Montezemolo si è paurosamente sbilanciato sollecitando che venga ripreso “con spirito costruttivo”. Infine, bordata finale al governicchio di Prodi sul numero di ministri e vice: “Sorprendente”. Una frecciata scagliata con sprezzo del pericolo, petto in fuori e bandana a violentare la fluente e aristocratica chioma.
Il ministro degli Esteri, D’Alema, non si è lasciato sfuggire l’occasione per darsi una ripassata ai baffetti e mostrare i muscoli davanti all’asilo della Confindustria. “Il Paese è avvolto dai privilegi; c’è pochissima uguaglianza” ha sentenziato. Sistemandosi in questo modo la coscienza. Perché se l’Italia post-berlusconiana è anche post-democratica, come Prodi va sparlando in giro per l’Europa e come con quelle parole sostanzialmente conferma anche il capo della nostra diplomazia, allora il lavoro cui è chiamato il neo esecutivo è di quelli tostissimi.
Il giochetto è vecchio come il cucco: peggiorare di molto la situazione reale per mettere le mani avanti. Non si sa mai. Se non riusciremo a sistemare le cose, la colpa sarà del caimano; se ce la faremo, saremo stati dei Mandrake. E poi D’Alema di quali privilegi parla? Considera anche quelli che derivano dal più grande conflitto di interessi che la nostra storia repubblicana conosca?
Ci riferiamo, se non fosse chiaro, al connubio fra Pci-Pds-Ds e Lega delle cooperative, un connubio che ora si estende alla maggioranza del Parlamento. E quando si adonta per l’assenza di uguaglianza, che fa? Si lamenta perché l’ex capo di Unipol, Consorte, è sempre stato trattato in guanti bianchi dalla magistratura italiana, quando altri personaggi nella sua stessa (o migliore) posizione giudiziaria sono stati sbattuti in galera e lì restano?
Chiudiamo in bellezza con l’esamino del ministro del Lavoro, Damiano. Il quale è riuscito a garantire che il governo “non intende cancellare o abrogare la legge Biagi, ma solo introdurre correzioni”. Peccato che per l’intera campagna elettorale questo provvedimento sia stato preso di mira dalla coalizione di cui Damiano fa parte e sia stato ritenuto responsabile dei milioni di precari che si aggirano per l’Italia in cerca di un tozzo di pane raffermo.
Dunque, qual è stata la lezione che i giovani di Confindustria hanno tratto da queste mirabolanti prese di posizione? Noi un’idea ce l’abbiamo, anche se non siamo d’accordo: che nella vita è meglio comportarsi da paraculi e bugiardi.
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