E così Carlo Azeglio Ciampi ha definito la Costituzione in vigore “la mia Bibbia civile”, con ciò lasciando intuire che modificarla si tradurrebbe automaticamente in eresia. Lasciano sempre perplessi quei laici, come l’ex presidente della Repubblica, che in determinate condizioni, per rimarcare la validità e la forza delle loro opinioni, ricorrono a termini e concetti fideistici.
È come se si sentissero in debito di credibilità. Siccome non riescono a far passare la bontà di ciò in cui credono, o temono di non riuscire a farlo con sufficiente autorevolezza, abbandonano la sfera del “naturale” per rifugiarsi in quella del “soprannaturale”. Tradendo inconsapevolmente la loro storia e la loro cultura. La conseguenza è che chi vuole cambiare la nostra Carta scivola nella bestemmia.
La profonda contraddizione di fondo, che muove anche a un sorrisetto beffardo, è che la bolla di scomunica attiene a un documento che, seppur importante, resta materiale e finito. E come tale i cittadini non solo hanno il diritto di cambiarlo laddove ritengano opportuno farlo, ma ne hanno anche il dovere perché in gioco c’è il futuro del Paese e a cascata quello loro nonché dei loro discendenti. Sia chiaro, si può essere in disaccordo sui cambiamenti proposti.
Ma il centrosinistra ciurla nel manico quando dice votiamo No e sediamoci attorno a un tavolo per cambiare ciò che non va. È positivo che Piero Fassino riconosca di essere d’accordo su alcune modifiche. Tuttavia quando si volta e si guarda alle spalle, si accorge di essere alla testa di una coalizione che litiga sulle strade. Come potrà raggiungere una decente intesa per dare una sistemata alla Costituzione?
Per questa ragione di fondo al referendum di domani e lunedì bisogna votare Sì. Ci troviamo nel mezzo di uno di quei rari frangenti della vita istituzionale d’Italia in cui è meglio una cattiva riforma, ammesso che la si consideri tale (e noi non siamo fra costoro), che nessuna riforma.
Sono i cittadini che devono suonare la campanella a lorsignori, o meglio: a certi lorsignori, che utilizzano il referendum a solo scopo di disfarsi del berlusconismo e del leghismo. Ossia dei due movimenti popolari da cui è giunta negli ultimi quindici anni l’unica brezza riformatrice per le nostre esauste istituzioni.
Basta leggersi il Venerdì di Repubblica in edicola. A sinistra, infatti, si è tentato di far perdere al referendum il suo respiro strategico per ridurlo a mera carta da giocare sullo scacchiere della tattica quotidiana. Si persegue nell’obiettivo di sempre, anche quando c’è di mezzo la Costituzione: far fuori il popolo dei liberali e dei moderati.
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