Se dobbiamo giudicare dai discorsi di certi bloggers, ma anche da alcuni titoli di saggistica comparsi di recente in libreria, di questi tempi è proprio l’idea distorta della “laicità” a dividere la politica italiana più di ogni altro problema.
Soprattutto nel campo dei moderati, dal momento che i primi passi del governo Prodi ci hanno mostrato che sul versante progressista le presenze cattoliche sono state subito annichilite, esattamente come le residue istanze liberali dei Rosapugnisti.
Però della Margherita non ci preoccupiamo più di tanto, perché il destino di dissolvimento dei “cattolici democratici” nel calderone progressista non è certo una novità della politica italiana. E i continui deliri – ormai oltre il limite della dissonanza cognitiva – ai quali ci hanno abituati personaggi come Daniele Capezzone, al limite possono servirci come cartina di tornasole di quel che può succedere a chi esageri nel fare del laicismo il proprio dogma.
Invece, visto che ci interessano le prospettive della Casa della Libertà, noi vorremmo rivedere la questione della laicità nell’interesse dei liberali ancora rimasti da questa parte della barricata. Anzi, ci interessano soprattutto coloro che – magari per narcisismo intellettuale – ancora credono nel terzismo, ovvero sono convinti che essere liberali voglia dire mettersi sempre al di sopra delle parti.
Parliamo cioè di coloro che abbiamo chiamato “liberali alle vongole”, per la loro incapacità di porsi al di fuori del punto di osservazione ormai troppo angusto e provinciale del vecchio liberalismo italiano. Il quale come sappiamo è di derivazione risorgimentale, e quindi ancora piuttosto conflittuale rispetto all’humus cattolico del nostro Paese.
Abbiamo già scritto altrove che i “laici” di ispirazione liberale, anche quando non finiscono per condannarsi alla senescenza politica in seno all’Armata Brancaleone progressista, tendono ad essere una delle componenti più inquiete – ma secondo noi anche più sterili, e culturalmente sorpassate – dell’attuale momento del polo moderato.
Purtroppo, l’irruzione sulla scena culturale e politica di sensibilità del tutto nuove, come quelle dei cosiddetti “atei devoti” e dei cattolici impegnati che non accettano di dissolvere la propria identità nel progressismo, sembra essere diventata la bestia nera anche dei nostri liberali alle vongole.
Lo si capisce dal sarcasmo che traspare da alcuni loro recenti editoriali e saggi politologici: i bersagli preferiti delle loro rancorose reprimende sono i pretesi “teo-con” che continuano a definirsi agnostici, come Giuliano Ferrara e Marcello Pera. Ancor più che i credenti dichiarati, che ad uno sguardo laicista conservano il pregio di essere assai più facilmente catalogabili, e di conseguenza ghettizzabili.
Il fenomeno era prevedibile, dal momento che i cattolici irriducibili alla secolarizzazione ci sono sempre stati ma – sempre dal punto di vista laicista – dopo le battaglie su divorzio e aborto degli anni ’70, ormai erano da considerare una specie di corpo estraneo della società.
Una riserva indiana interna ad un’altra riserva indiana, ancor più nascosta e marginale della prima, e quindi per ciò stesso tollerabile. O meglio, trascurabile.
Per chi è tuttora legato a questi schemi mentali, scoprire che numerose tematiche irrimediabilmente “di destra”, perdipiù ispirate da concetti religiosi, e quel che è peggio di derivazione americana, abbiano fatto presa persino su autorevoli personalità “laiche”, deve aver rappresentato un tradimento insopportabile. Ma è noto che, per coloro che fanno politica in modo passionale o settario, più che il nemico di sempre è l’ex amico che tradisce la causa a suscitare le reazioni peggiori.
Tuttavia, come dicevamo prima, non ci interessa tanto la solita sinistra più o meno salottiera, bensì un ceto di persone di media ed alta cultura, che spesso si sono politicamente esposte con il centrodestra. E quindi, di possibili compagni di strada che, specie in questa fase politica, non possiamo permetterci di abbandonare.
Anche se, per molti versi, il compito non sarà facile.
Infatti la nostra impressione è che – alla base della loro ostinazione laicista – non vi siano unicamente ragioni ideologiche, e discutibili punti di riferimento culturali. Oltre a ciò, in molte persone potrebbero facilmente essersi consolidati stili di vita e vissuti personali tanto radicati da fare velo anche all’intelligenza politica, impedendo a questi nostri amici di ripensare il senso della propria stessa “laicità”.
A nostro parere è evidente che di fronte al problema del senso religioso e della morale pubblica non sono in gioco soltanto diverse visioni della società. Il problema coinvolge profondamente anche le scelte personali e la stessa esistenza di ognuno. Quindi, ripensare la laicità per molti non rappresenta unicamente un problema politico contingente, come potrebbe esserlo decidere se costruire o meno il Ponte sullo Stretto.
Nonostante questo, la delicatezza di una questione non è quasi mai un buon motivo per evitarla, magari con l’ipocrisia tipica di un certo sentire cattolico (ma estremamente laico nei presupposti) che, per guardare solo a ciò che ciò unisce, finisce per lasciare irrisolto ciò che divide.
In fondo, la questione della “laicità” è nata proprio quando nella nostra società ha smesso di essere condiviso non soltanto il modo di guardare alla politica, ma anche quello di guardare alla vita. Per questo riteniamo sia urgente ripensare il tema e rimetterlo sempre più al centro del dibattito politico e culturale.
E allora, suggeriamo di riavvolgere il nastro. Di rivedere alcune strutture portanti del modo corrente di pensare alla politica, quando si pretende di essere liberali.
Perché c’è qualcosa di sbagliato, un equivoco di fondo, che grava sul nostro comune passato e quindi sulla educazione politica che un po’ tutti abbiamo ricevuto.
C’è stato un momento nel quale la storia della libertà si è divisa per due sentieri. E di quella divisione ancora noi subiamo le conseguenze.
Da una parte la Rivoluzione Americana, il Bill of Rights, l’idea di una società dove ognuno nasce libero ed eguale perché tale è stato creato da Dio.
Un’idea che non era nuova, bensì uno sviluppo originale – in un Paese che è nato come un’Europa trapiantata – della tradizione scolastica medioevale. Cioè, dell’idea cristiana di libertà, e dell’autonomia della politica rispetto all’ordine spirituale.
Gli Stati Uniti si sono sviluppati in continuità con una tradizione dove la questione della laicità era stata studiata fin dall’alto medioevo. Perchè il cristianesimo stesso è nato laico: una delle grandi novità del Vangelo è stata proprio quella della divisione tra la sfera spirituale e quella politica.
Prima di Gesù non era così, e non solo nella società ebraica, che considerava il Messia un capo politico. Anche nell’Impero Romano, il Cesare annoverava tra i suoi attributi quelli del pontifex, del capo religioso.
Ed è stato così per tutte le civiltà antiche. In Europa ha tornato ad essere così con la riforma protestante, che ha conferito nuovamente ai sovrani autorità sulle materie spirituali, tanto che le guerre di religione si composero solo con l’imposizione del principio del cuius regio.
Nel mondo anglosassone che si trapiantò negli Stati Uniti, la teoria della laicità nacque sulla base di esigenze del tutto empiriche.
Agli orecchianti della storia delle idee, che rispetto a questi argomenti ci appaiono letteralmente schienati dai luoghi comuni imparati fin dalle medie superiori, potrà sembrare strano apprendere che John Locke, autore del primo “Saggio sulla tolleranza” (1667), predicasse rispetto per le posizioni di tutti tranne che per gli uomini irreligiosi e per i “papisti”.
Ma era un’idea del tutto coerente con le esigenze del suo tempo. Il bisogno di laicità nasce nelle società dove le idee religiose, e più in generale la concezione della vita, non sono più condivise da tutti e creano divisioni anche nel modo di rapportarsi all’autorità civile.
Tanto è vero che nei Paesi dei cristiani ortodossi – che sono stati più preservati dagli influssi della Riforma e quindi dalle relative guerre – una tradizione di consolidata sottomissione del potere religioso a quello civile ha fatto sì che il problema della “laicità” rimanga ancor oggi poco comprensibile.
Ma nel contempo, sono pienamente laiche quelle società dove rimangono saldi alcuni principi comuni di fondo, anche in materia spirituale e religiosa, perché altrimenti la laicità non serve affatto e non può impedire né i più aspri conflitti, né la decadenza morale e civile.
Questa impostazione empirica è propria della tradizione americana. E difatti gli Stati Uniti – Paese multiculturale fin dalle origini – rappresentano tuttora la più laica delle grandi Nazioni per ragioni del tutto pratiche, e non ideologiche. Nonostante la la loro perfetta laicità, anzi proprio in relazione ad essa, gli Usa non sono mai stati una società irreligiosa.
Tutt’altra cosa fu invece la Rivoluzione Francese, dalla quale discende – per via risorgimentale – la visione della laicità che va per la maggiore in Italia, così come in tutta l’Europa continentale.
Quella dei sacri principi dell’ottantanove è stata piuttosto l’affermazione di un’unica idea piuttosto totalizzante, anche e soprattutto in materia religiosa.
Di certo ha rappresentato una grande rottura col passato, e difatti si è proposta alla società del suo tempo – in modo sempre assai traumatico, dal Terrore alla Vandea – come l’avvento di un’era del tutto nuova.
E’ stato il trionfo delle idee illuministiche, dei pamphlet, del culto degli Enciclopedisti per la Dea ragione. La rottura radicale con il passato e, con essa, l’affermazione dell’idea che libertè egalitè fraternitè fossero realizzabili soltanto contro Dio e la tradizione ricevuta dai padri.
Non vi è mai stato nulla in quella tradizione che potesse portare laicità. Non poteva esservi nulla di laico nel pretendere che i ministri di culto giurassero fedeltà al potere politico.
Paradossalmente, avrebbe potuto esserci un po’ di più di laicità nel massacrare i Vandeani, nonché nel saccheggiare ed espropriare i beni ecclesiastici, se questo almeno fosse avvenuto senza la pretesa di instaurare un nuovo ordine morale.
Ma una simile opzione sarebbe stata impossibile, perché in natura il vuoto non esiste, e quindi non si sarebbe mai potuto sradicare dalla memoria civile dei popoli una tradizione religiosa, senza almeno provare a sostituirla con un’altra.
Per questo diciamo che l’idea di laicità che tuttora va per la maggiore nell’Europa Continentale è un gigantesco imbroglio storico e culturale.
Dal punto di vista delle libertà civili, quella dei laicisti è sempre stata la parte sbagliata. Appena meno che per i comunisti. Difatti va detto che fin dalle origini le due linee di pensiero hanno sviluppato una importantissima tradizione comune: entrambe alla libertà hanno ben presto sostituito il mito della “liberazione”.
La liberazione dal bisogno, vagheggiata dei marxisti, assieme alla liberazione dalla norma morale, che è fine ultimo del relativismo.
In ultima analisi, la filosofia della laicitè della tradizione giacobina ha perseguito la liberazione da Dio. Ma questa – come insegna la visione storica cattolica – in ultima analisi porta l’uomo soltanto a fuoriuscire da se stesso e dalla realtà, e quindi alla alienazione.
Nonostante il luogo comune che ancora si insegna nelle scuole, proprio la tradizione illuministica si è trasformata, nel corso degli ultimi due secoli, nel campo privilegiato dell’irrazionalità. Non è dunque su questa linea di pensiero che si può costruire una società aperta e libera. E quindi, nemmeno la vera laicità.
Nel nostro mondo occidentale, dove stanno emergendo con prepotenza le conseguenze di questa fuga dell’uomo da se stesso, l’unica laicità sostenibile è il ritorno alla razionalità concreta della dottrina politica medioevale, preservata nelle sue linee guida dalla tradizione americana. Secondo la quale l’uomo nasce libero e gode di diritti naturali che il potere politico deve riconoscere, e che le autorità spirituali da esso autonome (solo questa è la vera laicità) devono saper interpretare e garantire.
Insomma, occorre il riaggancio a ciò che prima della Rivoluzione Francese era stato eredità comune europea, e che si è preservato nella tradizione americana.
Per potercisi almeno avvicinare, come prima cosa bisogna finirla con gli equivoci sulla laicità, e poi con le discutibili idee sulle libertà civili che vi girano attorno. Altrimenti non andremo da nessuna parte.
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