30 maggio 2006

Ti prego, Silvio: torna a dirigere il partito

Nessuna spallata al governo unionista di Roma, nessuna rivincita per la Casa delle Libertà dopo le amministrative di domenica e lunedì. Anzi, diciamocelo: qualche voto in meno di quelli che il centrodestra si aspettava. La vittoria risicata di Milano e il mantenimento della Sicilia tra qualche difficoltà vengono oscurati dalle sconfitte nette di Torino, Roma e Napoli. Certo, la fortuna del centrosinistra è quella di non aver avuto ancora il tempo per fare danni, anche se le avvisaglie già si stagliano all’orizzonte. Avvisaglie cupe e inquietanti. Il punto però è un altro. Per l’ennesima tornata amministrativa la CdL si accorge a urne chiuse che per portare a casa voti bisogna “stare tra la gente”. Le lezioni del passato non ci sono servite a nulla. Continuiamo a pensare che basti l’idea di Berlusconi, e non Berlusconi in carne e ossa, a drenare consensi verso di noi.

Invece non è così. Visto che il fondatore di Forza Italia era quasi riuscito nell’impresa di capovolgere sondaggi disastrosi per l’appuntamento del 9 e 10 aprile, ecco che la CdL a livello locale ha pensato bene di sdraiarsi lungo il fiume in attesa dell’ondata di consensi. Ondata che ovviamente non si è vista. Non si vide quando il centrodestra governava, e dunque poteva contare anche su un certo effetto trascinamento e una dose di visibilità non trascurabile, figuriamoci se poteva accadere ora. Già, ma adesso? Una critica, Berlusconi se la deve sentir dire: nelle città, nelle province, nelle regioni le dirigenze di Forza Italia, vale a dire del partito di maggioranza relativa non solo del centrodestra ma di tutto il Paese, hanno un disperato bisogno di essere rinnovate. Negli ultimi anni troppe guerre intestine, basate su un vuoto progettuale preoccupante, hanno fatto perdere migliaia di consensi; consensi che neppure due mesi fa Berlusconi ha riacciuffato per poi vederli sparire di nuovo, con gli interessi, non appena la responsabilità della campagna elettorale è passata sulle spalle di altri.

Come al monopoli, Forza Italia deve ripartire dal “via” sul territorio. Cancellando commissariamenti che durano da tempo, stimolando l’organizzazione di congressi, favorendo la nascita di una classe dirigente legata al territorio e che col territorio sappia dialogare. Frasi fatte? Retorica? Banalità? Forse, certo è che in Forza Italia sono mancate anche le cose scontate. Sì, perché se mi guardo attorno (mi riferisco alla realtà che conosco meglio: quella di Bologna e provincia) scopro – a parte pochissime eccezioni che non vengono neppure utilizzate come dovrebbero - una sconfortante incapacità di parlare la lingua della gente. Ti prego, Silvio: torna a dirigere il partito e liberati di coloro che hanno vissuto benissimo nella tua ombra, non sforzandosi di fare altro.

26 maggio 2006

Eco-imperialismo: un bel libro stronca l'ideologia verde

Come scrive ottimamente Anna Bono su Ragion Politica, ogni tanto dall'Africa arriva una buona notizia. È di questi giorni la decisione del governo del Tanzania, uno degli stati dell'Africa orientale più colpito dalla malaria, di annullare finalmente il divieto di usare il Ddt (dicloro-difenil-tricloretano), l'insetticida per anni proibito quasi in tutto il mondo, nonostante la sua straordinaria efficacia, in seguito a una delle prime campagne ambientaliste internazionali. Dopo aver contribuito ad estirpare la malaria in Europa occidentale e in Nord America e a ridurne la diffusione in altri continenti, salvando la vita a circa 50 milioni di persone, all'inizio degli Anni '60 il Ddt era stato messo sotto accusa da alcuni ricercatori convinti che nel lungo periodo il prodotto avrebbe determinato una catastrofe ecologica senza precedenti, facendo ammalare di cancro milioni di persone e provocando l'estinzione di centinaia di specie animali.

La successiva campagna ambientalista contro il Ddt, lanciata nonostante che degli studi appena realizzati avessero già dimostrato che in realtà non era cancerogeno ed era innocuo - nelle quantità necessarie a combattere gli insetti - sia per l'uomo che per gli animali, fu efficace al punto che nel 1972 l'Agenzia Americana per la Protezione dell'Ambiente lo mise al bando. Sull'esempio americano, inoltre, il Ddt fu tolto dal commercio in numerosi paesi, sostituito da altri insetticidi che tuttavia si rivelarono meno efficaci. Subito i casi di malaria in Asia e ancor più in Africa ripresero a moltiplicarsi. Oggi la malattia colpisce circa 300 milioni di persone all'anno e ne uccide due milioni. È una delle piaghe del continente africano dove, insieme all'Aids e alla tubercolosi, costituisce una delle tre cause maggiori di morte: ne sono vittime 3.000 bambini africani al giorno, uno ogni 30 secondi: è come se ogni giorno 85 scuolabus avessero un incidente senza superstiti. Sempre in Africa, la malattia ogni anno costa 12 miliardi di dollari e la perdita di 100 miliardi di dollari di Prodotto Interno Lordo.

Quello della malaria e dei suoi costi umani colossali non è che uno degli esempi di quanto nuoccia l'ideologia ecologista , contenuta nel libro Eco-imperialismo. Potere verde morte nera del ricercatore americano Paul Driessen: una sorta di «libro nero» dell'ambientalismo appena pubblicato in Italia dalla casa editrice maceratese Liberilibri, tradotto e curato da Guglielmo Piombini che è anche autore della prefazione all'edizione italiana intitolata "Quando l'ambientalismo uccide". Associato al terzomondismo, che a sua volta ha origine dalla teoria del «buon selvaggio», l'ambientalismo diventa ecoprimitivismo ed è allora che produce i danni maggiori: gli ecoprimitivisti infatti non soltanto trascurano le responsabilità delle leadership dei paesi poveri, rapaci e irresponsabili amministratori di immense ricchezze che a causa loro non diventano mai volano di sviluppo economico e sociale, ma respingono lo sviluppo stesso come un mito pericoloso, anzi come un mitema dell'idea occidentale di progresso che, secondo loro, ha corrotto gran parte dell'umanità, portando la Terra quasi al collasso per eccesso di popolazione e di consumi.

Nella sua espressione estrema il movimento ambientalista considera l'uomo il cancro del pianeta e propaganda addirittura una cultura della morte. Presenta quindi tutte le caratteristiche per diventare un totalitarismo genocida e proprio mentre l'umanità deve già fare i conti con la cultura della morte e con il modello totalitario proposti dall'islam integralista che schernisce e sfida l'Occidente e la sua cultura della vita. È in questa prospettiva che occorre valutare la recente nomina dell'ambientalista Alfonso Pecoraro Scanio a ministro italiano dell'Ambiente e prepararsi a contrastarlo.


25 maggio 2006

Liberali alle vongole

E’ un’ottima provocazione quella di Marco Respinti, che sul Domenicale del 20 maggio scorso (vedi link) ha proposto di iniziare a discutere di “abolizione del liberalismo”. La questione infatti ci pare tutt’altro che accademica, specie nell’attuale situazione politica italiana, che rende assai urgente e di vitale importanza che venga solidamente ridefinita l’identità del centrodestra, per poi rilanciarne la strategia.

Come sempre avviene quando è in gioco il futuro di una coalizione, abbiamo davanti a noi un problema generale di cultura politica. Nel cuore della sfida alla quale è chiamato il polo di centrodestra italiano c’è l'idea del liberalismo, e di cosa sia veramente liberale.

Marco Respinti ha dunque rimesso sul tappeto una questione decisiva, per quanto tutt’altro che nuova. Nel suo editoriale ci ha ricordato che Friedrich von Hayek, campione indiscusso della scuola austriaca e quindi del liberismo internazionale, già nel discorso inaugurale del convegno che nel 1947 dette vita alla Mont Pelerin Society, aveva affermato senza mezzi termini: «sono convinto che, se la frattura fra il vero liberalismo e le convinzioni religiose non sarà sanata, non ci sarà alcuna speranza per la rinascita delle forze liberali». In questo modo Hayek puntò il dito verso una contraddizione epocale ancor oggi irrisolta: nessuno sa dire che cosa sia veramente il liberalismo, perché le tradizioni politiche che si richiamano all’ideale della libertà sono divise da un muro ideale che ha molto a che fare con la religione, e dunque con la questione delle verità fondamentali sull’uomo e la società.

La tradizione anglosassone, che risale alla Magna Charta ma ha trionfato nella Rivoluzione Americana, è tuttora contrapposta a quella continentale europea, che grazie all’Illuminismo ha prevalso nella Rivoluzione Francese. E il discrimine tra le due tradizioni è proprio il problema della laicità: da una parte, l’idea liberale e conservatrice che pur riaffermando la piena autonomia della politica non può né vuole prescindere dalle convinzioni religiose per costruire un modello condiviso di società. Dall’altra, l’idea giacobina per la quale il fenomeno religioso è rigorosamente da relegare nel privato, in quanto ogni sua interferenza sulla vita sociale non può che rappresentare un disturbo reazionario, rispetto all’affermazione dell’assoluta autonomia della ragione umana in campo politico.
Il frutto di questa divisione è che a tutt’oggi il concetto stesso di “liberalismo” denota orientamenti politici assai differenti a seconda della lingua e del Paese. Non è affatto un caso, come annota Respinti, se in Europa il termine è stato usato per la prima volta in senso politico nientemeno che da un imperialista come Napoleone Bonaparte, nel Proclama che ispirò il suo colpo di stato del 1799.

In Italia, ancora oggi, vediamo forze sedicenti “liberali” che arrivano a schierarsi con i campioni dello statalismo, pur di difendere un’idea laicista che non sa darsi ragione di quanto la questione dell’identità religiosa sia importante per una società evoluta.
E allora, per fare chiarezza, sarebbe meglio “abolire” il concetto stesso di liberalismo, così come propose a suo tempo il grande Hayek, per ricostruire una idea e un metodo nel quale il rapporto tra religione e politica sia riportato alla sua giusta dimensione, che non può essere quella di una contrapposizione di principio.

Come abbiamo scritto anche al Direttore del Domenicale, Marco Respinti ha sollevato un tema che sentiamo in modo particolare noi che, nel nostro piccolo, proveniamo dalla Gioventù Liberale degli anni ‘80.
Ancora oggi - giunti alle soglie o già ben oltre i quarant’anni - talvolta ci troviamo a discutere con qualche vecchio sodale di quell’epoca, tuttora sedicente liberale, per il quale il tempo sembra essersi fermato. Stiamo parlando di affermati professionisti, e anche di gente attiva in politica con alle spalle una certa esperienza, e quindi non più di studenti di belle speranze. Tuttavia, questi nostri amici sembrano ancora in preda ad una concezione antica e tutto sommato assai confusa del liberalismo. Essi riescono a vedere piuttosto bene quel che nel frattempo è successo nel mondo, e in primis ciò che è cambiato con gli attentati dell’11 settembre. Eppure quella loro idea giovanile li rende tuttora assai dislessici rispetto a ciò che è cambiato in Italia negli ultimi dodici anni.

Sono un tantino schizzinosi nei confronti di Berlusconi, ovviamente, ma la loro vera ossessione sembra proprio essere quella della laicità. Che per loro rappresenta uno schema mentale sempre più ristretto. Non arrivano a schierarsi contro la Casa delle Libertà, almeno per ora (non tutti, peraltro, visto che come è noto alcuni nostalgici del vecchio lib-lab hanno già saltato il fosso assieme ai radicali). Però pur di non arrendersi al profondo bisogno di valori condivisi e di radici solide che tuttora è alla base della nostra Right Nation, questi liberali alle vongole sembrano ancora culturalmente fermi ai tempi del pentapartito, e dei congressi nella cabina telefonica.
Pur di non dare troppa ragione alla Chiesa, sono anche disposti a diventare un po’ statalisti (vedi la loro strenua difesa della scuola pubblica). E pur di salvare la loro idea astratta di individualismo, finiscono volentieri per schierarsi, sui grandi temi etici, con le correnti di pensiero ormai più decrepite ed irrazionali che ci siano: dal naturalismo rousseauviano, al darwinismo sociale, all’edonismo estinzionista. Il tutto in nome di una pretesa “laicità”, che per loro – secondo lo schema illuminista e cartesiano – sarebbe una condizione necessaria per affermare il primato della ragione.

Forse alla fin fine è solo un problema di senso estetico, e del gusto perverso di sentirsi l’unica minoranza raziocinante. Però nella realtà dei fatti la loro posizione può sempre meno considerarsi, anche sul piano sociale ed economico, come quella di un cenacolo illuminato di “happy few”. Magari si tratta anche del solito effetto confondente che l’evangelica pietra d’inciampo produce da secoli nei confronti di coloro che si ostinano a resisterle, e a cercare la libertà senza la verità.
Ma a nostro parere - come ha notato Respinti - si tratta soprattutto di una consolidata incapacità di distinguere, e di ben interpretare la storia dell’Occidente, d’Europa e d’Italia. Un ritardo interpretativo che potrebbe portare ben presto i nostri amici ad esiti francamente senili. Simili a quelli che nel 1993 hanno colpito un campione del liberalismo all’italiana come il grande Indro Montanelli.

Per quanto, onestamente, si sia trattato di una vicenda marginale e non si possa parlare di una guerra culturale epocale, l’ultima un po’ bizzosa avventura del grande fucecchiese ci sembra emblematica delle persistenti contraddizioni di un certo mondo liberale. Certo, le sue ultime scelte sono state profondamente distorte da umori personali. Sul piano politico, forze profondamente illiberali hanno colto la palla al balzo per appropriarsi della querelle tra Montanelli e Berlusconi, e travestirla da battaglia di libertà. Quando invece, in realtà, se la libertà di opinione in Italia già allora era effettivamente in pericolo, non avveniva certo per colpa dell'uomo di Arcore.

Tutto questo per dire che le questioni di libertà, se non hanno alla base radici solide e riferimenti ideali ben chiari, e quindi se non si accompagnano alla eterna questione della verità, si trasformano assai facilmente in idoli retorici strumentali e capziosi. Idoli alla portata di tutti, ma che in politica alla fine fanno solo il gioco del più bravo ad appropriarsene.
E infatti, non si può dire che l’eredità ideale lasciata dal grande giornalista si fondi su quello che ha predicato negli ultimi anni. Ma a ben vedere, e qui sta il punto, anche in precedenza quello di Montanelli era stato un liberalismo piuttosto salottiero, elitario, e alla fin fine destinato alla sterilità politica. All’epoca era più difficile accorgersene, anche per noi giovani liberali conservatori, visto che allora sulla scena politica era dominante una Democrazia Cristiana che, sia pure sotto l’egida del cattolicesimo, si trovava sempre più compromessa a sinistra.

Montanelli e tanti liberali della sua scuola, in definitiva, erano talmente innamorati della loro idea illuministica e risorgimentale del liberalismo da non rendersi conto che, senza affrontare in modo diverso la questione della laicità della politica e dell’eredità cattolica, lo spazio occupato in Italia dalla Dc non avrebbe mai potuto essere riempito da una forza di stampo liberale.
Invece Berlusconi, pur nella sua assoluta atipicità, di questo si era reso conto fin dall’inizio della sua avventura politica, e difatti non a caso non si è mai attestato su posizioni laiciste. Anzi, ha atteso pazientemente che anche le gerarchie ecclesiastiche italiane si rendessero conto di quale fosse la posta in gioco e di chi fosse il vero nemico, e sembra che alla fin fine le stia chiamando anch’esse dalla parte delle libertà. E con esse, tutti i ceti medi non assistiti da prebende di Stato o di parastato, che con Berlusconi si sono scoperti maggioranza, e sono riusciti a vincere senza dover cercare compromessi con le “chiese” stataliste ed illiberali della Prima Repubblica.

Insomma, se il conflitto tra i “montanelliani” e “berlusconiani” è stato vinto da questi ultimi, alla fin fine è stato ancora una volta a causa dell’idea distorta di laicità che domina tra i primi. E cioè di un debito eccessivo, da parte loro, nei confronti dell’eredità illuminista.
Una tradizione ormai logora e da superare al più presto, appunto, come Von Hayek aveva visto già sessant’anni fa, e come vide anche Papa Giovanni Paolo II – è sempre Respinti a ricordarcelo – nel 1990: «se la memoria storica dell’Europa non si spingerà oltre gli ideali dell’Illuminismo, la sua nuova unità avrà fondamenti superficiali e instabili». Come sappiamo, Benedetto XVI è l’ideale continuatore di questa linea di pensiero, e quindi un interlocutore necessario per chi voglia ripensare la questione liberale.

Ma in Italia il passato non sembra mai voler passare, né per noi né per i nostri avversari di sempre, visto che con il nuovo governo Prodi la politica italiana è regredita di almeno quarant’anni, sul piano dei riferimenti culturali. Il dossettismo e il comunismo all’italiana stanno rivivendo un momento di vigore e di salute, che ci auguriamo analogo a quello che tanti anziani malati terminali sperimentano il giorno prima di passare a miglior vita.
Tuttavia anche nel piccolo mondo dei liberali alle vongole ce ne sono molti, ben più giovani, che – quasi come i famosi giapponesi sull’isola – ancora adesso se ne stanno fermi in posa, con il moschetto a tracolla, sulle rovine di Porta Pia. E che rischiano solo per questo di non riuscire più capire da che parte stia andando la politica. Ma è giunta l’ora di andarli a richiamare in servizio, che c’è bisogno anche di loro.

Dunque, ben vengano chiarimenti come quelli proposti da Respinti e da altri analisti del versante teo-con, che si ispirano alla tradizione liberale di stampo anglosassone e al suo rapporto ben più sereno nei confronti delle tradizioni religiose. L’identità culturale del centrodestra, e dunque le sue chances di nuova affermazione politica, se avranno un futuro sarà solo grazie a loro.

24 maggio 2006

Comunismi fai da te

Tra qualche settimana nascerà il Partito comunista dei lavoratori. Lo ha annunciato con orgoglio Marco Ferrando, l’esponente dell’ala trotzkista di Rifondazione che lascia la compagine bertinottiana dopo essere stato cacciato dalle liste per le elezioni dell’aprile scorso. “Ci collocheremo all’opposizione” ha dichiarato Ferrando. Sfumata la cadrega, non avevamo dubbi in proposito. Così l’Italia rischia di avere più formazioni post o neo bandiera rossa la trionferà che arbitri di calcio affidabili. Un record mondiale. Almeno in Cina o a Cuba se ne fanno bastare uno. Noi no. Noi vogliamo strafare e ne abbiamo bisogno di tre, se non addirittura di quattro. Infatti dopo i Ds, il Prc, il Pdci, ecco spuntare il Pcl. Alzi la mano chi ritiene che non esista una questione comunista al di qua delle Alpi.

Ma visto che al peggio non c’è mai fine, potremmo essere solo all’inizio di questa grottesca proliferazione (e inflazione) di falci e martelli. Sì, perché l’iniziativa di Ferrando non fa altro che ritirare fuori la vecchia questione della collocazione naturale di chi si sente “comunista” in un Paese occidentale. Una collocazione comoda quando si tratta di protestare e scendere in piazza a sbraitare contro qualche nemico di classe. Berlusconi, tanto per dire, coincideva perfettamente con la bisogna. Una sorta di manna dal cielo. E nonostante questo le elezioni, la sinistra, le ha vinte per una manciata di voti. Questo però è un altro discorso. I problemi cominciano quando dalla protesta si deve passare alla proposta, come si diceva una volta. È lì che casca l’asino. È in quel momento che vengono a galla tutta l’inutilità di slogan e parole d’ordine buone per i compagni trinariciuti nonché l’assenza di una reale capacità di gestire la cosa pubblica che non sia l’applicazione sistematica di vecchie e soprattutto dannose teorie.

Ora che Diliberto e Bertinotti, alfieri del movimentismo più impegnato, sono stati risucchiati nel vortice istituzional-governativo per pasteggiare nella generosa greppia di Stato, abbandoneranno il presidio della protesta e del girotondo, sfumeranno ogni velleità di marce e marcette, metteranno su un po’ di adipe borghese. Insomma: con la Casa delle Libertà al governo andava tutto male, adesso molto andrà bene. Tuttavia ci sarà sempre qualche compagno inacidito e invidioso che – essendo rimasto fuori da quella greppia – picchierà i pugni sul tavolo chiedendo più kefiah e meno blazer blu. E quando avrà perso definitivamente la pazienza, avendo capito che ai vecchi compagni piace un sacco fare i neo-borghesi con la puzza sotto il naso, si guarderà intorno per capire dove andare a intrupparsi per ricominciare a strepitare. Potrà essere la formazione ferrandiana o addirittura un altro partito comunista, magari quello delle casalinghe, la cui sigla avrebbe il grande pregio di ricordare i compagni cinesi: Pcc. Insomma, a ognuno il suo comunismo.

22 maggio 2006

Separazioni e casa coniugale: più difficile lo sfratto del marito

Di: Massimiliano Fiorin, da www.studiofiorin.it, 19 maggio 2006

Una sentenza della prima Sezione della Suprema Corte (Cass. 20 gennaio 2006, n. 1198) ci consente di fare il punto su un aspetto tra i più delicati della separazione coniugale. E’ indubbio che, tra i beni patrimoniali coinvolti nelle crisi delle famiglie, la casa occupi quasi sempre una posizione centrale. Nel nostro Paese il fenomeno è particolarmente accentuato, dal momento che per gli Italiani la proprietà dell’abitazione in cui si vive è un obiettivo di vita molto più avvertito e più frequentemente raggiunto di quanto non avvenga altrove. Basti pensare che, per una singolare coincidenza statistica, la percentuale delle famiglie italiane che vive in un’abitazione di proprietà è quasi identica (l’82% contro l’84% circa) a quella degli affidamenti esclusivi dei figli alla madre, in caso di separazione, prima dell’entrata in vigore della legge n. 54/2006.

Dunque, l’assegnazione giudiziale della casa coniugale in sede di separazione è un provvedimento di decisiva importanza, che riveste anche una crescente rilevanza socio-economica, a nostro avviso non ancora abbastanza indagata. E’ già ampiamente osservabile che, per ragioni tanto evidenti quanto poco nobili, nel prossimo periodo i media nazionali parleranno sempre meno di declino della Nazione, di casalinghe che non arrivano a fare la spesa a fine mese, di bambini lasciati senza latte nella quarta settimana, ed altri consimili scenari ossianeschi. Quindi, è probabile che anche il problema in esame continuerà a rimanere nell’ombra. Tuttavia, sarebbe bello che prima o poi qualche opinion maker si accorgesse del fatto che in Italia, in decine di migliaia di casi ogni anno, le separazioni coniugali di massa comportano l’immediata ed irrevocabile perdita di un primario bene vitale a carico di un cittadino (il padre nell’84% circa dei casi) che non dispone di soluzioni alternative agevoli – considerati i notevoli costi delle abitazioni e degli affitti – e che spesso viene anche penalizzato nei suoi diritti di proprietario.

Riteniamo che questo fenomeno cominci ad essere preoccupante per la coesione stessa del tessuto sociale, visto che sempre più sociologi ed economisti si trovano costretti ad ammettere che tra i “nuovi poveri” e gli emarginati che si aggirano per le nostre città, specialmente nei grandi centri urbani, i padri separati sono ormai una categoria in evidenza. Inoltre, è intuitivo che il forzato sdoppiamento delle abitazioni di una crescente massa di ex-nuclei familiari, che vede come inevitabile corollario un raddoppio di costi per le utenze domestiche, per gli arredamenti, per i consumi quotidiani, e così via, alla lunga comporta anche una dispersione di risorse ed una crescita di prezzi che, specie in periodi di recessione, incide in modo tutt’altro che virtuoso sulle condizioni economiche generali.

Ma ora il problema si sta riproponendo anche sul piano strettamente giuridico, dal momento che il nuovo art. 155 quater cod. civ., introdotto dalla legge n. 54/2006 sull’affido condiviso, ha fatto cadere il muro dell’ipocrisia riguardo al fatto che l’assegnazione della casa coniugale dovesse tenere conto soltanto delle esigenze dei figli, considerando quasi irrilevanti i rapporti economici tra i genitori che avevano acquistato o preso in locazione il bene.

L’art. 155 quater, infatti, oltre a precisare che l’interesse dei figli deve essere valutato “prioritariamente”, e quindi non in modo esclusivo, ha espressamente aggiunto che devono essere tenuti in considerazione anche i predetti rapporti economici tra i genitori e il titolo di proprietà. La norma si è inoltre premurata di precisare che il diritto di godimento del coniuge separato sull’abitazione viene meno in caso di mancato utilizzo stabile del bene, così come di nuove nozze o di nuova convivenza more uxorio, e che l’eventuale cambiamento di residenza dell’assegnatario può comportare la revisione delle condizioni di separazione anche sul piano economico. Queste specificazioni, a nostro avviso, di per sé la dicono assai lunga sugli abusi ai quali la prassi dei provvedimenti di assegnazione aveva dato luogo nel corso degli anni.

Ben venga dunque questa sentenza della Cassazione che, pur essendo tutt’altro che rivoluzionaria, per il fatto stesso di aver accolto il ricorso proposto da un padre separato ci dimostra che, su questo problema, orientamenti contrari ai principi generali ricorrono ancora di frequente nelle decisioni di merito.

Il concetto di fondo ribadito dalla Suprema Corte è che l’assegnazione della casa coniugale al genitore affidatario dipende in primo luogo dall’esigenza di mantenere fermo il più possibile l’habitat domestico nel quale i figli erano cresciuti prima della separazione. Inoltre, tale assegnazione viene meno nel momento in cui i figli acquistano l’autosufficienza economica, ovvero rimangono dipendenti dai genitori senza più ragioni oggettive. Devono dunque applicarsi, anche rispetto a detta assegnazione immobiliare, i criteri già invalsi per la cessazione dell’assegno di mantenimento.

Nella fattispecie, al contrario, la vicenda di merito aveva visto la Corte d’Appello di Bologna confermare l’assegnazione alla moglie della casa di proprietà comune dei coniugi, per quanto non si trattasse dell’abitazione nella quale la figlia era cresciuta prima della separazione, e nonostante che la figlia stessa – omai maggiorenne – fosse diventata economicamente autonoma, pur continuando a convivere con la madre. La Cassazione ha dunque rinviato ad altra sezione della Corte, anche per una nuova determinazione dell’assegno di divorzio, che la sentenza cassata non aveva riconosciuto alla moglie proprio in considerazione dell’assegnazione della casa.

Si tratta pertanto di una sentenza che ci consente di ribadire alcuni punti fermi: in primo luogo, che il provvedimento di assegnazione è funzionale alle sole esigenze dei figli, e conferisce al coniuge convivente con essi un diritto di godimento meramente accessorio, che ora con il nuovo art. 155 quater è anche trascrivibile per l’opponibilità ai terzi. Come dicevamo, tale diritto è strettamente condizionato da un’esigenza della prole a carattere oggettivo, e la cui individuazione non è affidata alla sensibilità del giudice.

Dunque, in primo luogo, non deve mai essere disposta l’assegnazione della casa quando la coppia è senza figli (e questo dovrebbe essere più tenuto presente dalla giurisprudenza di merito, che invece – almeno in pendenza della causa di separazione – tende a perpetuare il criterio anche in assenza di prole, per evidenti finalità assistenziali nei confronti del coniuge asseritamente più debole, che poi, di default, è da individuarsi nella moglie).

In secondo luogo, l’interesse tutelato della prole è unicamente quello alla permanenza nell’habitat domestico nel quale si è stati cresciuti prima della crisi coniugale, e non quello di convivere con il genitore affidatario in una abitazione purchessia. Ne consegue pertanto, del tutto coerentemente, che il diritto di assegnazione non si trasferisce automaticamente assieme all’affidatario, fermo restando in linea di principio il diritto di quest’ultimo a cambiare residenza. E in ogni caso, l’assegnazione dell’abitazione familiare al genitore convivente deve cessare quando – una volta verificatasi l’indipendenza economica dei figli ovvero il venir meno delle ragioni oggettive perché essi continuino a dipendere dai genitori – non può più essere riconosciuto né ai figli né di conseguenza al genitore già affidatario un interesse protetto a permanere oltre nella casa ormai ex-familiare.

Salvo ovviamente che la casa in questione non sia di sua esclusiva proprietà, o che l’ex-coniuge goda di un autonomo titolo di detenzione della stessa. Anzi, pensiamo che debba senz’altro discenderne che, cessate le ragioni dell’assegnazione, venga automaticamente meno anche il diritto di succedere al coniuge ex-locatario, previsto dall’art. 6 della legge n. 392 del 1978.

La soluzione ribadita dalla Cassazione è dunque funzionale ad un sistema più equilibrato, sulla scia di quanto il legislatore ha cercato di disporre per mezzo del nuovo art. 155 quater cod. civ. Quest’ultimo, peraltro, in virtù dell’art. 4 della legge n. 54/2006 dovrebbe diventare norma generale di riferimento anche in caso di divorzio, e quindi valere anche come criterio interpretativo dell’art. 6, comma 6°, della legge n. 898 del 1970 sullo scioglimento del matrimonio.

In futuro dunque dovrebbe divenire più difficile che le esigenze di tutela della prole nella separazione diventino un mezzo surrettizio di tutela abitativa nei confronti del “coniuge più debole”: la posizione economica di quest’ultimo dovrebbe trovare già sufficiente tutela nel diritto all’assistenza materiale in persistenza del vincolo e nel diritto agli alimenti, nonché nelle norme sullo scioglimento dell’eventuale comunione legale, e soprattutto – in caso di definitiva cessazione del matrimonio civile – nell’art. 5 della citata legge n. 898 che determina i criteri di determinazione dell’assegno di divorzio. In questi ultimi casi la tutela del coniuge più debole (diciamo pure della moglie) è condizionata dalla sussistenza di fattori oggettivi, quali soprattutto la pregressa partecipazione alla vita familiare, nonché la oggettività delle ragioni che impediscano alla moglie stessa di conservare un tenore di vita compatibile, anche se – come precisato dalla stessa giurisprudenza – non necessariamente identico a quello goduto in costanza di matrimonio.

In altri termini, l’entrata in vigore delle nuove norme sull’affidamento condiviso dovrebbero avere reso ancor meno conforme ai principi generali il fatto che il matrimonio e la maternità possano di per sé costituire una “rendita vitalizia” a favore della donna, e a carico del coniuge maschio, anche successivamente alla separazione e allo scioglimento del vincolo civile. In quest’ottica, la sospirata approvazione della legge n. 54/2006 avrebbe rappresentato anche un’ottima occasione per riformare gli ultimi due comma dell’art. 5 della legge n. 898 sul divorzio, che continuano a disporre che l’assegno di divorzio e la tutela sanitaria cessino automaticamente soltanto quando l'ex-coniuge “passa a nuove nozze”.

Infatti, in primo luogo queste ultime norme ora non sono più coordinate con la nuova legge sull’affido condiviso, che al contrario si è fatta carico dei notevoli abusi morali e patrimoniali ai quali aveva dato luogo il sempre più diffuso costume delle convivenze more uxorio da parte dei coniugi separati o divorziati. Ma a parte questo, è del tutto evidente che il criterio della tutela assistenziale “fino a nuove nozze” risponde alla mentalità tradizionale secondo la quale il matrimonio – come del resto vuole l’etimologia della parola – ha una funzione di “tutela della madre” (e della donna in genere). Tale tutela, una volta legittimato il divorzio civile, nelle intenzioni del legislatore del 1970 avrebbe comunque dovuto trasferirsi da un marito all’altro.

Inutile precisare che una simile concezione pare del tutto contraria alla moderna mentalità sul ruolo della donna nella società. Eppure, chissà perché, in sede politica non si sono mai registrate particolari pressioni affinché simili residui della tradizione “patriarcale” venissero eliminati dal nostro ordinamento. Anzi, le notevoli resistenze che tuttora si registrano rispetto alla nuova legge sull’affidamento condiviso dimostrano che una funzione assistenziale delle assegnazioni abitative e pecuniarie a favore della ex-moglie affidataria continua ad essere vista con un certo favore, anche da parte delle più accese fautrici delle “pari opportunità”. E del resto non c’è da stupirsene, visto che le moderne politiche femminili si basano esplicitamente sul principio delle “azioni positive” (cioè, sulle ultime nonché uniche discriminazioni formali su base sessuale ritenute ammissibili dall’ordinamento), e pertanto è del tutto logico che esse non si curino nemmeno del principio del cuius commoda eius et incommoda.

Sono dunque assai opportune sentenze chiarificatrici come quella in commento, nella speranza che esse possano favorire anche un cambiamento di mentalità da parte dei giudici di merito, verso una visione meno “assistenzialista” delle dazioni patrimoniali imposte a carico maschile dal fenomeno delle separazioni e dei divorzi. Specialmente in presenza di figli, il cui “interesse preminente” altrimenti continuerà ad essere interpretato in modo strumentale, dai protagonisti della crisi familiare così come dagli operatori.

20 maggio 2006

Perché certi cattolici hanno paura del disegno intelligente?

Nel mondo cattolico le teorie del disegno intelligente sono state accolte con interesse dal cardinale di Vienna Christoph Schönborn, che il 7 luglio 2005 ha pubblicato sul New York Times un articolo critico verso il darwinismo, e a quanto pare anche dallo stesso Papa Benedetto XVI, che nell’omelia della Messa di insediamento ha affermato: «Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio».

Altre voci cattoliche, come quella del cardinale Paul Poupard, del gesuita Giuseppe De Rosa o dell’antropologo Fiorenzo Facchini, hanno però mostrato una certa ostilità verso l’Intelligent Design. Il progetto intelligente scuote infatti il tranquillo modus vivendi tra scienza e religione al quale molti si erano abituati. Temendo di essere tacciati di oscurantismo, la maggioranza dei cattolici ha infatti cessato da tempo di criticare le teorie di Darwin sposando una sorta di “teismo evoluzionistico”, in base al quale il principio di evoluzione e il principio di creazione convivono su due piani diversi. Secondo questa visione “ecumenica”, il disegno di Dio si attuerebbe attraverso le leggi evoluzionistiche della natura.

Ci sono però alcuni problemi con il teismo evoluzionistico. In primo luogo, sopravvaluta eccessivamente le prove a favore dell’evoluzione. Una cosa è dire, come nella lettera di Giovanni Paolo II rivolta nel 1996 alla Pontificia Accademia delle Scienze, che la teoria evoluzionista è “più che una ipotesi”; ma altra cosa è dire, come il biblista Gianfranco Ravasi, che “è ovvio che l’evoluzione esiste, non si possono ignorare i risultati della scienza”. In secondo luogo, l’inserimento di Dio all’interno della visione evoluzionistica dà l’impressione di un’aggiunta posticcia e non necessaria, di cui la teoria darwiniana può tranquillamente fare a meno.

I cattolici, ovviamente, non potrebbero mai accettare una teoria fondata su presupposti filosofici naturalisti o materialisti, ma è proprio sotto questa veste che la teoria di Darwin compare nei testi di biologia, dove l’evoluzione viene invariabilmente presentata come un processo “cieco”, “non guidato” o “privo di direzione”. La dottrina evoluzionista ha rappresentato un veicolo fondamentale per la diffusione dell’ateismo e del materialismo, e forse nessuna dottrina è stata capace di allontanare tanta gente dalla fede nel Dio creatore come quella di Darwin. A buon ragione lo scienziato Richard Dawkins, fervente darwinista, ha potuto affermare che “le teorie di Darwin ci hanno permesso di diventare compiutamente atei”.

In gioco, dunque, non c’è solo la verità scientifica, ma un’intera visione della realtà. Il dibattito fra il darwinismo e il progetto intelligente è infatti parte di un più ampio conflitto culturale tra coloro che ritengono che nella natura non vi sia alcun progetto morale intrinseco, e coloro che credono che nella natura vi sia un disegno, un ordine morale, che va rispettato. Perché se l’universo è quello descritto dai materialisti, allora l’uomo è interamente determinato dalla natura e quindi privo di libero arbitrio, la vita umana non ha alcun significato ultimo, e non esiste alcun fondamento assoluto del bene e del male. Nel XX secolo i nazionalsocialisti e i comunisti hanno esplicitamente incorporato il darwinismo all’interno della loro ideologia proprio perché, degradando l’uomo al rango di un animale o, peggio, di un oggetto materiale sorto dalla fortuita combinazione di elementi chimici, erano liberi di annientarlo senza impacci d’ordine morale.

Oggi, analogamente, i sostenitori della cultura della morte, dell’aborto, dell’eutanasia, dell’eugenetica, degli esperimenti sugli embrioni o della clonazione umana hanno bisogno di un universo che sia compatibile con i propri desideri, nel quale non può esserci posto per alcuna realtà spirituale o sovrannaturale. Un’etica materialista richiede necessariamente un universo materialista. Le guerre culturali sono dunque, in ultima analisi, guerre cosmologiche. Coloro che riusciranno a ricostruire la narrazione più convincente sulle origini dell’universo, della vita e dell’uomo conquisteranno anche la guida morale e culturale della società.

18 maggio 2006

Prodi parte tornando indietro. Dall'Iraq e non solo

Nel primo annuncio di Prodi – il rientro del nostro contingente militare dall’Iraq non appena trascorsi “i tempi tecnici” necessari – alberga tutto quel polveroso e grottesco ideologismo di estrema sinistra che tiene sotto scacco l’intera maggioranza. Un ideologismo col quale però dobbiamo fare i conti. Parliamoci chiaro, fino ad ora il professore è stato coerente: Bertinotti (rifondatore comunista) al vertice della Camera dei Deputati; Giorgio Napolitano, ex innamorato delle truppe sovietiche in Ungheria, spedito al Quirinale, e oggi la ceralacca sul disimpegno del nostro Paese dal Medio Oriente. L’Italia è in fuga, sta tornando indietro alla velocità della luce. E non solo dall’Iraq bensì da tutte le sfide che la modernità ci ha scaraventato in faccia negli ultimi anni. Due su tutte: terrorismo e globalizzazione. Rinunciamo ad affrontarle. Anzi, riteniamo di cattivo gusto pensare di farlo.

E’ ufficiale: con Prodi l’Italia ha paura. Una paura zapateriana, un po’ calcolata e un po’ naturale. E la prima paura confessata dal neo presidente del Consiglio, quella di difendere la libertà e la democrazia nel mondo appunto, non è casuale. Rappresenta il cuore di questo esecutivo, in essa giace il desiderio inconfessato e inconfessabile di riportare l’Italia al 10 settembre 2001, facendo finta che le torri gemelle non siano mai state distrutte. Con tutto ciò che ne consegue. L’obiettivo di fondo, tuttavia, quello grosso è tornare al 26 marzo 1994, a quando Silvio Berlusconi doveva ancora vincere le sue prime elezioni.

Ci proveranno, eccome se ci proveranno, a passare il bianchetto su metà degli italiani. L’occupazione comunista, senza virgolette, delle più alte cariche dello Stato vuol dire proprio questo: puntare a cancellare dalla mente dei cittadini quel sogno di rivoluzione liberale incarnato da Berlusconi e che Berlusconi ha tradotto in pratica soltanto in parte. I moderati non devono dimenticare che c’è un lavoro da finire. Per questo l’opposizione in Parlamento da parte del centrodestra dovrà essere durissima e mai arrendevole. Dobbiamo tenere le posizioni per ripartire il prima possibile. E soprattutto per ripartire esattamente dove ci eravamo fermati l’8 aprile 2006. Se ci faremo anestetizzare, state certi che al risveglio ci sentiremo come quegli ibernati che nei film di fantascienza vengono riportati in vita dopo chissà quanto tempo. Non sapendo nulla di quello che nel frattempo è successo. Altro che sogno, allora.

16 maggio 2006

Il senso di Foa per le discriminazioni (e le ipocrisie)

Ma l’avete letta l’intervista di Repubblica a Vittorio Foa nell’edizione di domenica 14 maggio (pagina 17)? Voglio dire: l’avete letta fino in fondo? Se lo avete fatto e non siete ancora corsi alla finestra a lanciare un urlo belluino allora, amici miei, state perdendo la capacità di indignazione, ultima stazione prima dell’annichilimento definitivo. Certo, bisognava armarsi di santa pazienza e superare l’intera paginata di melassa per Napolitano presidente della Repubblica e di “Giorgio al Colle è un toccasana” per scoprire dove si nascondeva il mirabile trucco. E il trucco si annidava nelle ultime righe, ma proprio nelle ultime, quando magari il lettore si era già stancamente distratto assegnando all’intelletuale novantacinquenne fiducia incondizionata.

Brevissimo conto alla rovescia. Penultima domanda: “Se il centro-sinistra farà sul serio (sul partito unico, nda), può darsi che avremo presto un fenomeno di aggregazione anche nel centro-destra. Non crede?”; risposta: “Io vorrei che noi guardassimo al centro-destra con simpatia e non con disprezzo. Con comprensione, non con ostilità. Bisogna guardare agli altri non come a dei colpevoli, ma a come dei possibili alleati”. Perfetto. Mancano tre minuscole righette per voltare pagina. Nella tua mente, l’articolo l’hai già archiviato sotto la voce: “Però, a sinistra qualcosa sta cambiando…” e odi le campane del dialogo tra i poli quando all’improvviso ti crolla il mondo addosso. Dal nulla spunta un elefante inferocito che ti carica, ti raggiunge e ti schiaccia nel terreno con una terribile zampata. Tutto nell’arco di pochi millesimi di secondo.

Infatti, ultima domanda: “Questo vale anche per Berlusconi?” “Beh no. Io non sono favorevole alle discriminazioni, però…”. Avete letto bene: Foa parla di discriminazione per Berlusconi, per il cinquanta per cento degli italiani, per metà della popolazione di casa nostra. Insomma io e voi che state leggendo queste righe, per Foa non siamo degni di sederci al tavolo delle democrazie, non siamo degni di candidarci alle elezioni. Restiamo rozzi, fascisti, sporchi e cattivi. Da relegare nello scantinato. La sinistra, se questo è il pensiero di uno dei suoi massimi intellettuali di riferimento, resta uguale a quella che è sempre stata: intollerante e con la puzza sotto il naso.

E dire che qualche minuto prima lo stesso Foa era riuscito a dichiarare a proposito del solito Napolitano: “In lui la gente ha visto qualcosa di nuovo: il suo linguaggio. Egli parla conoscendo direttamente una quantità di situazioni, che sono i bisogni della gente e le difficoltà quotidiane della vita di molti italiani. Ho l’impressione che questo possa dare un contributo importante, con l’esempio, anche al cambiamento del linguaggio politico, che è molto deteriorato. Molto”. Esimio Foa, lei che è molto amico di Napolitano, quale contributo pensa di aver dato per stemperare i toni nel Paese?

13 maggio 2006

Cofferati: sindaco-sceriffo? Macché, in babbucce!

Per favore, smettiamola di dipingere il sindaco di Bologna come colui che col cuore in mano sfida le tare ideologiche dei suoi alleati più oltranzisti e riottosi. Smettiamola di rappresentarlo come un duro che raddrizza la schiena a no global, disobbedienti e casarini vari. E’ una balla, una balla grande come una casa. Ve lo dice uno che la realtà bolognese la conosce bene, se non altro perché la vive ogni giorno che Dio manda in terra. “Cofferati-sceriffo”? “Il Cinese che ama la borghesia” (come titolava ancora L’Indipendente del 10 maggio scorso)? Ma fatemi il piacere! Nell’ultimo anno la stampa nazionale ha fatto a gara a propinarci un Cofferati decisionista, pronto a tutto pur di ripristinare l’ordine, la giustizia e la legalità. La realtà, però, qual è?

Lasciamo la risposta a qualche grande elettore dell’ex leader della Cgil. Pietro Aceto, coordinatore dei Cittadini per l’Ulivo: “La città chiede a Cofferati risposte chiare. Le soluzioni tampone prefigurate fin qui sono fallite, non hanno risolto un solo problema. Anzi, li hanno peggiorati”. Paolo Giuliani, del coordinamento provinciale bolognese della Margherita: “Siamo di fronte a un sindaco isolato, che ignora il processo di partecipazione, che non dà segni di voler governare il quotidiano. Non vedo idee per Bologna, di quello che dovrebbe essere questa città. Non ti inventi sindaco. E ora i nodi vengono al pettine”. Paolo Zanca, segretario regionale dello Sdi: “La città è piantata e ferma. A Palazzo d’Accursio (il Municipio per capirci, ndr) ci si occupa molto di fare politica e assai poco di amministrare”. E aggiungiamoci pure le feroci polemiche esplose solo una decina di giorni fa sui Giardini Margherita, ormai terra di nessuno. Il presidente del Quartiere Santo Stefano, quello competente sulla zona, ha lanciato strali contro il sindaco accusandolo di non muovere un dito da mesi per riportare pulizia e ordine nel polmone verde di Bologna.

E qualcuno non provi a notare che sugli sgomberi sta tirando fuori gli attributi. Vi siete mai chiesti dove vanno a finire i disperati le cui capanne vengono abbattute? Si accampano in un’altra parte della città, provocando l’ennesima nascita di un comitato di cittadini imbufaliti. Ormai a Bologna ci sono più comitati che nullafacenti con cani appresso (e dire che anche questi sono tanti). Da ridere, poi, le promesse da marinaio che Cofferati ha fatto sulle occupazioni di alloggi pubblici. Da un anno va avanti la tiritera con Rifondazione comunista, contro la quale il Cinese ha più volte minacciato di cacciarla dalla maggioranza, ovviamente senza mai spingersi troppo oltre e senza mai risolvere i problemi. L’ultima barzelletta è quella che ha riguardato il collettivo Crash. Aveva occupato una ex mensa nel quartiere San Donato. “Se ne devono andare” ha tuonato Cofferati. Certo che se ne sono andati, ma ad occupare un altro stabile con la benedizione dei responsabili locali del partito del presidente della Camera, Fausto Bertinotti.

Allora svegliamoci dal sogno. Cofferati è un bluff, un sindaco in babbucce, uno che pensa a guardare le sue foto sui giornali, che adora impegnarsi nel nascente partito democratico. Ma un sindaco non lo è. La sua credibilità di primo cittadino è pari a zero. Gridiamolo ai quattro venti. Per la sinistra è stato un madornale errore portarlo a Palazzo d’Accursio. Forse un errore peggiore di quello che condusse a presentare l’inconsistente burocrate Silvia Bartolini contro Giorgio Guazzaloca nelle elezioni comunali del 1999. Peggiore perché i bolognesi se lo ricorderanno di come sono stati trattati da questo ex agitatore di folle.

12 maggio 2006

Domandina per i tifosi della giustizia

A quanto pare, dopo la fortunata serie delle partite del cuore, le nazionali dei magistrati e dei giornalisti hanno deciso di cambiare sport, e di dedicarsi alla vecchia, cara e collaudata disciplina del lancio dello sterco nel ventilatore. Che come è noto “tira” anche più del football.

Dalle parti di Micromega e in qualche Bar Sport della Bolognina forse in queste ore stanno davvero convincendosi che la maxi-inchiesta la trionferà. E stanno solo aspettando che tirino dentro Galliani o qualche altro milanista, per dire che Berlusconi non poteva non sapere.

Quindi, una domandina per i tifosi della manetta “da caviglia” (per calciatori): come va che i grandi giornali sono tutti lì che sospirano per Jaki, che ha deciso di fare piazza pulita e di liberarsi della Triade? Forse che Lucky Luciano era stato raccomandato da Dell’Utri, e prima di sbarcare a Villar Perosa faceva lo stalliere ad Arcore? Dev'essere andata più o meno così, altrimenti ai vertici della Real Casa se ne sarebbero senz'altro accorti per tempo e non si sarebbero lasciati ingannare per tanti anni.

Morale della favola, almeno secondo l’altra Triade, quella dei grandi quotidiani del Nord (La Stampa, Gazzetta e Corriere): meno male che adesso la Juventus tornerà in mano agli Agnelli, sennò chissà dove saremmo andati a finire.

10 maggio 2006

La scienza fasulla di ambientalisti e progressisti

Il Domenicale, 29 aprile 2006
Junk-science: la ricerca farlocca che ci mette nei guai
di Guglielmo Piombini

Dal nucleare al riscaldamento globale, dall’AIDS all’estinzione delle specie animali, dalle cellule staminali alla clonazione passando per l’insegnamento dell’evoluzionismo, non c’è giorno che il pubblico dei Paesi industrializzati non sia tempestato da emergenze politiche basate su controverse teorie scientifiche. La tentazione è quella di disinteressarsene e di lasciare mano libera agli esperti. Ma sarebbe un errore gravissimo, come spiega l’opinionista dello statunitense The American Spectator Thomas Bethell nella brillantissima guida politicamente scorretta alla scienza da poco pubblicata negli Stati Uniti.

The Politically Incorrect Guide to Science (Regnery, Washington 2005) non è peraltro, come potrebbe sembrare a prima vista, un libro contro la scienza, ma una difesa del corretto metodo scientifico dagli abusi compiuti in suo nome. Bethell è infatti uno dei pochi scrittori, assieme al romanziere Michael Crichton, che hanno il coraggio di denunciare l’uso distorto della scienza da parte di ciarlatani che ingannano i giornalisti creduloni e scatenano isterie di massa al solo scopo di ottenere pubblicità, potere politico e finanziamenti statali. È infatti una caratteristica immancabile di queste “crisi imminenti” quella di richiedere sempre più interventi dello Stato, mai meno.

Per inquadrare il problema, in Italia possiamo pensare a un personaggio onnipresente sui media come Mario Tozzi, che quotidianamente dispensa al pubblico le proprie “verità scientifiche” ecologiste, malthusiane, anticristiane e anticapitaliste, e che è solito rispondere ai critici ostentando con arroganza credenziali di scienziato. In realtà, come si comprende leggendo un libro come quello di Bethell, uno come Tozzi non fa scienza, ma politica.Il valore predittivo di questa junk-science, la scienza-spazzatura, è del resto praticamente nullo: sono ormai 40 anni, infatti, che gli ambientalisti radicali sbagliano una previsione dopo l’altra, senza avere mai fatto ammenda.

I giornalisti, da parte loro, sono responsabili di atteggiamenti sin troppo condiscendenti verso gli “esperti” scientifici di tale fatta, anche quando la cautela sarebbe stata doverosa. Si possono ricordare, a questo proposito, le aspettative miracolistiche suscitate dalla stampa riguardo il progetto di ricerca sul genoma umano finanziato dal governo statunitense, i cui risultati concreti però non si sono mai materializzati. Oppure il recente caso del dottore sudcoreano Hwang Woo Suk, a lungo esaltato dai giornali e dalla televisione per i successi raggiunti nella ricerca sulla clonazione e sulle cellule staminali, rivelatisi poi volgarmente contraffatti.

Il pubblico, infatti, raramente viene messo a conoscenza delle lacune e delle carenze presenti nelle teorie scientifiche che stanno alla base d’importanti decisioni di politica pubblica.Il caso più grave è probabilmente quello del Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas nocivi che provocano il cosiddetto effetto-serra. Pochi però sanno che le teorie che attribuiscono a cause umane il presunto riscaldamento globale non hanno alcun fondamento scientifico sicuro e che l’applicazione rigorosa del Protocollo avrebbe ripercussioni devastanti sulle economie dei Paesi industrializzati (come ha documentato anche il libro Dall’effetto serra alla pianificazione economica, curato dall’Istituto Bruno Leoni e pubblicato da Rubbettino e Facco fra Soveria Mannelli, Catanzaro, e Treviglio, Bergamo, nel 2003).

La politica ammantata da scienza ha peraltro già fatto troppi danni in passato perché si continui a restare passivi. Bethell ricorda il caso del DDT, un insetticida formidabile il cui bando nel 1972 ha provocato nel Terzo Mondo la morte per malaria di milioni di persone. Vittime reali, mentre sono del tutto gonfiate le ecatombi di AIDS nell’Africa subsahariana.L’epidemia di AIDS è stata infatti inventata, per ragioni politiche, nel corso di un incontro internazionale svoltosi a Bangui, in Centrafrica, nel 1985. Da allora, mentre gli “esperti” diffondevano terrificanti paragoni con la peste nera che nel Medioevo sterminò un terzo degli europei, la popolazione dei Paesi dell’Africa Meridionale ha conosciuto la più alta crescita demografica del mondo, passando da 434 milioni a 733 milioni di persone. In 20 anni, insomma, il risultato della “terribile piaga” è stato quello di aver incrementato la popolazione del 70%, cioè un numero pari all’intera popolazione degli Stati Uniti... Negare l’esistenza dell’epidemia è però ancora tabù e sui giornalisti africani che hanno tentato d’indagare è caduto l’ostracismo generalizzato.

Bethell smonta infine altri miti “scientificamente corretti” quali la pericolosità del nucleare, la dannosità delle radiazioni e delle sostanze chimiche assunte in bassa quantità e la scomparsa della biodiversità (negli ultimi decenni il numero delle specie animali scoperte e osservate per la prima volta eccede enormemente quello delle specie estinte). Non manca nemmeno quello supremo, l’evoluzione darwiniana, che, pur spacciata come oggettiva, non trova in realtà alcuna conferma nei reperti fossili. Le prove mancanti dell’evoluzione vengono supplite da speculazioni a posteriori, ragionamenti tautologici, parallelismi carenti di contenuto, vuota retorica, esperimenti viziati o inconcludenti, speranze di scoperte future, minacce di scomunica per gli infedeli (“oscurantisti” e “fondamentalisti”) e vere e proprie frodi (Dall’uomo di Piltdown all’archeopterix). Così procede la scienza politicamente corretta.

Napolitano, il proto-D'Alema

Se l’operazione D’Alema al Quirinale abortisce, non si capisce per quale motivo la Casa delle Libertà dovrebbe votare Napolitano, comunista di ben più lunga (e compromettente) militanza di Baffino. Non bastano infatti il physique du rôle del notaio e l’età avanzata per rovesciare su di lui la fiducia di metà del popolo italiano. Quel fisico che forse sta affascinando Casini ma non certo Berlusconi. Il senatore a vita, insomma, è una sorta di proto-D’Alema, l’originale e non la controfigura. Il centrodestra ha chiuso le porte del Colle a questa, perché mai dovrebbe aprirle a quello? E non facciamo finta di scandalizzarci se il presidente della Repubblica verrà scelto dal 50 per cento dei parlamentari. L’Italia è un Paese profondamente diviso, uscito da una campagna elettorale dove le posizioni dei due schieramenti sono rimaste inavvicinabili e direi inconciliabili. La scelta dell’uomo del Quirinale non fa che ripetere questa fotografia. Embè: qual è lo scandalo? Si dice: con l’arrivo di Napolitano, alla prima crisi Prodi lascerà il posto al temuto Veltroni. Ripetiamo: embè? I moderati hanno offerto una prova splendida giusto un mese fa, dimostrando di esserci e di essere più che mai vivi. La nostra unità, attorno a Berlusconi, è la carta più importante che abbiamo nel mazzo. Di fronte ad essa non c’è Veltroni che tenga, il quale – magari – erediterà una coalizione ancora più sfasciata e brancaleonesca di quanto già non lo sia quella di oggi. Quando il centrodestra riuscirà a disfarsi del vizio di farsi precedere dal suo senso di inferiorità sarà sempre troppo tardi.

07 maggio 2006

Bombette relativiste: nel laboratorio emiliano spunta “la casa di tutte le religioni”

Forse la proposta non merita l’attenzione che stiamo per darle: potremmo rubricarla come una banale sparata di un politico in cerca di visibilità. Pensandoci bene, però, siamo convinti di trovarci di fronte all’ennesimo missile lanciato contro il cattolicesimo in Italia. Ovviamente nel silenzio più o meno generale. E allora la faccenda diventa seria.

Insomma, è successo che un consigliere regionale Ds dell’Emilia Romagna (predicatore di culto valdese), tal Massimo Mezzetti, ha buttato là di riunire “tutti i culti in una casa delle religioni, ovvero un luogo che, anche simbolicamente e come veste architettonica, rappresenti l’incrocio e l’incontro di culture e fedi differenti, dove si possa convivere e celebrare feste e cerimonie religiose. Potremmo affidare il progetto a un architetto importante, per dare maggiore qualità all’iniziativa”. Il virgolettato, sebbene sembri incredibile, è ripreso pari pari da quanto comparso sul quotidiano “Il Resto del Carlino” di mercoledì 3 maggio 2006, a pagina 1 del fascicolo regionale. Non è stato smentito.

Quando ci siamo imbattuti nella pensata del Mezzetti ci è venuta in mente una grande sala giochi, dove tutti saranno liberi di portare il loro passatempo preferito sperando di trovarci qualcuno con cui trascorrere qualche oretta, magari lontano dalle lamentele della moglie. E allora ci sarà colui che arriva col monopoli sotto braccio, o quello appassionato di strategie che sfodera l’immancabile risiko, o ancora il tradizionalista con le carte da briscola che invocherà un po’ di compagnia chiedendo: “Chi si fa un rubamazzo con me?” Alla fine della serata, una pacca sulle spalle e arrivederci alla prossima per la rivincita.

Una voce di dissenso per la verità, e per fortuna, c’è stata. Quella di Monsignor Ernesto Vecchi, vicario della Curia bolognese, il quale ha parlato di “idea non praticabile per i cristiani. La mescolanza delle fedi è un concetto non chiaro”. Parole che, dietro la necessaria forma diplomatica, nascondono una sostanza nettamente contraria. Noi che diplomatici non siamo, ci riteniamo spiritualmente, intimamente e culturalmente offesi da tale grossolano e volgare tentativo di farci esplodere in faccia la puntuale bombetta relativista. Una casa dei culti è, alla fine, la morte di tutti i culti. Ma soprattutto la morte del cristianesimo che, piaccia o meno, sta a fondamento della storia del nostro Paese, dell’Europa, dell’Occidente. Un fondamento che dunque va combattuto con ogni mezzo, anche con le idee più strampalate, per sfarinarlo, indebolirlo, fargli mancare la linfa vitale.

A pensarci bene l’obiettivo è uno solo. Continuare a mettere in discussione – sotto tante forme e da più direzioni (anche con idee strampalate) - il ruolo e l’esistenza stessa del cattolicesimo nel nostro Paese. Così che alla lunga (o forse neppure tanto alla lunga) si faccia largo tra la gente comune e anche tra la maggioranza dei cattolici il convincimento che, in nome del “dialogo” con le altre fedi, si dovrà pur rinunciare a qualcosa. Si punta a far abbassare la guardia, a lavorare ai fianchi. Non siamo fessi e nel tranello laicista non cadiamo. Per dialogare non si può e non si deve rinunciare a un etto della propria identità.

06 maggio 2006

Falso elogio della Juventus

Per la verità lo scandaletto calcistico di questi giorni, nato dalle intercettazioni telefoniche dei diktat di Moggi alla classe arbitrale, ci rende tutt’altro che tristi. Certo, il cattolico che è in noi – che crede nel peccato originale – è indignato alla pari del liberale, perché si tratta dell'ennesimo caso di violazione di un diritto fondamentale, perpetrato dalla solita azione combinata della magistratura e della stampa. Siamo pure infastiditi dalla retorica di quelli che delle polemiche calcistiche ci vivono, che in questi giorni si stanno esibendo in un prevedibile moralismo un tanto al chilo. Come se sputtanare un potente con il “metodo Fazio” fosse davvero un'azione moralizzatrice, e non solo una lotta di poteri contrapposti, alla quale le testate giornalistiche e tv per le quali si lavora partecipano a pieno titolo.

Inoltre, lo scandalo è montato proprio quando l’onorevole Previti stava varcando la soglia del carcere di Rebibbia. Sembrerebbe non centrarci nulla, ma anche per questo non vogliamo associarci in alcun modo all’infame atteggiamento di chi agita il ditino sulle disgrazie del personaggio di turno, per consolarsi delle proprie miserie e sollevarsi con una chiacchiera da bar dal grigiore della propria mediocrità.

Però non siamo insensibili al fascino del pallone, ed è per questo che non siamo affatto tristi. E allora vogliamo spendere qualche parola in favore del calcio così com’è. Con le moviole, le polemiche, gli arbitri sudditi, e tutto il resto. Nella speranza che anche questa volta andrà a finire che al massimo cambieranno qualcosa affinché niente cambi.

Insomma, il punto è che anche noi fin da bambini siamo stati educati a pensare che la Juventus è ciò che ruba. E’ stato il primo assioma in cui abbiamo creduto, fin da molti anni prima che potessimo ragionare di filosofia. Per diversi anni le nostre domeniche di adolescenti si sono nutrite di rigori inesistenti, arbitri venduti, gol regalati, scudetti rubati. Ed ora, che una pur infame indiscrezione ci ha materializzato davanti agli occhi un epifenomeno di ciò in cui abbiamo sempre creduto, volete toglierci la soddisfazione? E’ come se avessero pubblicato le foto autentiche di Babbo Natale in persona, mentre carica di doni la slitta con le renne. Una volta tanto che trovano una prova concreta e visibile di tutto quello che tutti noi devoti di Eupalla – Juventini compresi – abbiamo sempre creduto senza vedere e quindi con il sospetto che potesse essere un mito, che facciamo, ci lamentiamo?

Oltretutto, fateci caso, le intercettazioni ci hanno svelato che i modi con i quali Lucky Luciano esercitava il potere juventino erano banali e grossolani esattamente come ce li saremmo potuti immaginare – conoscendo il tipo – in una conversazione goliardica al bar Sport.
Se, dal buco della serratura, avessimo sentito un Moggi che – invece di dire parolacce e dare ordini da caporale – si fosse rivolto a Pairetto con il lei, e gli avesse chiesto di designare questo o quel guardalinee “per il bene di tutti”, ovvero gli avesse stroncato un arbitro “perchè la società che rappresento è assai delusa dall'atteggiamento che ha tenuto in passate occasioni”, la sostanza non sarebbe cambiata ma sarebbe stata tutta un’altra cosa.
Saremmo tutti stati un po' intimoriti, o più probabilmente ci saremmo fatti sedurre dai modi suadenti del potere.
Invece, grazie ai toni decisamente plebei usati dal nostro eroe, ci è stata lasciata in pieno la possibilità di incazzarci, e persino di sentirci migliori.

Quindi non ci vengano a raccontare che abbiamo toccato il fondo. Nemmeno si mettano a fare le vecchie zie longanesiane e a dirci che una volta c’era un po’ più di decenza, qualche valore sportivo in più, e cose del genere.
Perché non siamo poi così giovani, riusciamo ancora a ricordarci del calcio com’era prima del Milan di Berlusconi e di Sacchi. Ci ricordiamo di quelle stagioni in cui, invece di lamentarsi delle televisioni che avrebbero distrutto la poesia del football sotto una montagna di soldi, ci si lamentava delle partite troppo catenacciare e noiose, con pochissimi goal. Non abbiamo perso memoria di quelle lunghe stagioni di coppe europee nelle quali le italiane erano tutte già fuori al secondo turno. E ovviamente ci ricordiamo della Juventus come era, sempre sostanzialmente uguale a se stessa.

Sia chiaro che difendiamo il calcio di oggi non per ragioni di parte. L'abbonamento a Sky lo paghiamo così come pagheremmo quello allo stadio, perchè non disponiamo di smart card taroccate nè di ingressi vip. Oltretutto, noi del Filo a Piombo siamo perlopiù tifosi del Bologna e quindi abbiamo tutto da rimpiangere e nulla da difendere. Non siamo tifosi per ragioni di campanile: siamo con il Bologna così come alcuni ancor oggi tengono per il Torino o per il Cagliari, senza aver mai avuto nulla a che vedere con le rispettive città. E’ una fede nel vero senso della parola. Siamo fedeli ad un’idea, o meglio alla promessa di una situazione che non esiste più ma che continuiamo ad attendere, arroccati in una nostra fortezza Bastiani.

D'accordo, con queste premesse non possiamo poi negare che molto sia cambiato: il calcio da bambini ci sembrava un torneo medioevale, con tante bandiere al vento colorate di tutti i colori dell’araldica e anche di più. Quando abbiamo scelto la nostra casacca, abbiamo avuto la fortuna di non doverci limitare a scegliere le strisce che non erano nere. Ma solo per questo dovremmo associarci ai sospiri di quelli che rimpiangono quello di prima degli anni '90 come un calcio più pulito? Ma quando mai … al massimo eravamo noi ad essere più giovani.

Già in quegli anni la Juventus rubava, come è ovvio. Eravamo noi ad essere meno abituati alle statistiche tecniche e a certi particolari agonistici di cui oggi si esaspera l’importanza. Per conoscere l’essenza della Juventus non avevamo bisogno di andare a consultare le tabelle, a fine stagione, per ritrovare ogni anno un imbarazzante divario tra i bianconeri e le altre, nel numero complessivo di ammoniti ed espulsi. Al massimo, ci divertivamo a ragionare sull’imbarazzante discrepanza tra i trofei che gli juventini vincevano in Italia e le figuracce che collezionavano all’estero.

Ma per il resto non era un calcio poi così diverso. Nonostante che l’agonismo e le ripartenze sacchiane fossero ancora di là da venire, gli stadi avessero ancora le gradinate di cemento sulle quali ci si accalcava in piedi, e i diritti Tv fossero un concetto sconosciuto. Del resto anche allora si rimpiangeva il calcio di vent’anni prima come un’arcadia perduta. Già a quei tempi il Torino – trent’anni dopo Superga – appariva come l’icona di un calcio romantico. E consultando gli almanacchi Panini ci appariva un fatto incredibile che quello scudetto revocato ai granata negli anni ’20 (e non restituito al Bologna) fosse dovuto a una storia di partite compravendute, che oltretutto anche quella volta vide coinvolto un giocatore bianconero, senza però conseguenze di classifica per la Vecchia Signora. Però, appunto, questo ci conferma che non c’è niente di nuovo sotto al sole. Tantomeno per quel che riguarda la Juventus.

Anche quando agli albori degli anni ’80 scoppiò l’epico scandalo del calcioscommesse, quello che travolse Paolo Rossi, e durante il quale il Novantesimo minuto di Paolo Valenti ci mostrò persino un’auto della Polizia che faceva irruzione dentro allo stadio (un vero e proprio manipulitismo ante litteram), la Juve ne uscì scandalosamente favorita.
Rubò la sua immunità proprio al Bologna, che venne penalizzato di cinque punti per una partita con l’Avellino che tutti sapevano che non c’entrava nulla, perché il vero maneggino l’avevano fatto in Bologna-Juventus. Chi scrive era allo stadio: fu una domenica di neve nella quale i bianconeri compiacenti ci lasciarono pareggiare, al fine di rimediare ad un’atroce papera di Zinetti, il nostro portiere, che con un’alzata da pallavolista si era deviato da solo in porta un tiro di Causio che non avrebbe dovuto fare male a nessuno. Ma la Juve era sempre la Juve, e quindi il Bologna fu punito per interposta persona.

Tutto questo faceva parte del gioco. Ci incazzavamo, certo, ma il fatto che la Juventus rubasse, in quanto diretta espressione dell’unico potere forte che si conoscesse nell’Italia di allora, era vissuto come un fatto del tutto naturale. Dei furti della Juve ne parlavano senz'altro meno di oggi, visto il monopolio Rai e quindi l'assenza di una concorrenza televisiva legata ad altro carro. Ma il servilismo dei giornalisti era più o meno lo stesso. La sublime formula della sudditanza psicologica, idolo retorico che ancora oggi spiega in termini politicamente corretti la corruttibilità degli arbitri, nacque proprio in quegli anni '70, esattamente come tante altre espressioni ipocrite che però sono durate di meno, tipo l'arco costituzionale, le convergenze parallele e i partiti di lotta e di governo.

La differenza con il presente è che – essendo all'epoca ancora vivo l’avvocato – la Juve usciva sempre da queste situazioni come la Fiat se ne uscì da Mani Pulite, con l’eleganza dei veri impuniti.
Pertanto, cosa si vengono a lamentare per le telefonate di Moggi? Certo, la parlata di Lucky Luciano non è esattamente quello che gli ultracinquantenni avrebbero potuto immaginarsi. I loro erano anni in cui si discorreva ancora di uno “stile Juventus”, come se presso le altre squadre di vertice si mettessero tutti le dita nel naso. Ma se è solo per quello, gli ultracinquantenni non si sarebbero nemmeno aspettati che Lapo Elkann si facesse beccare in quel modo. Si tratta di segni dei tempi che però non cambiano la sostanza.

Dunque, ci aspettiamo che tutto rientri molto in fretta. Che nulla cambi, nemmeno la Juventus. Dal momento che parliamo di football e non del bene comune della società, l’unico cambiamento che auspichiamo riguarda la collocazione del Bologna nel consorzio pallonaro, che vorremmo tornasse ad essere quella degli anni ’60. Quando non si aveva paura della Juve che veniva a giocare in trasferta da noi. E magari si riusciva anche ad uscire dallo stadio senza doversi incazzare. Ma se non si soffrisse per i furti arbitrali e le angherie delle squadre potenti, che calcio sarebbe?

05 maggio 2006

Il culo dell'elefante

Adesso che è uscito il film, stiamo cominciando davvero ad appassionarci al Codice da Vinci.
O meglio, non al libro in sé, nè al fenomeno editoriale connesso, ma ai commenti delle legioni di pseudoacculturati che ne difendono le ragioni, specialmente nei loro blog e negli altri luoghi deputati alla recensione dilettantistica che esistono sulla rete (Ibs, Amazon, ecc.).
Qualche commento lo abbiamo visto anche aggregato su Tocque-ville.
E più ne leggiamo e più ripensiamo all'immagine montanelliana del "culo dell'elefante", per rendere l'idea di come in certe forme di ignoranza umana possa esserci nello stesso tempo qualcosa di solenne e di ridicolo.
Ecco, questa ci sembra l'immagine migliore per descrivere l'imponente fenomeno che Dan Brown ha creato, riuscendo a far diventare un capolavoro trash tutti i peggiori pregiudizi e luoghi comuni, e quindi tutta la peggiore ignoranza diffusa, in materia di cattolicesimo.
Ormai ci siamo convinti che Dan Brown è una specie di Joyce all'incontrario: l'irlandese ha scritto capolavori, come l'Ulisse, che per essere apprezzati a fondo richiedono che il lettore abbia un'erudizione di base, cioè abbia letto almeno una cinquantina di testi fondamentali per la storia del pensiero e della letteratura; il Codice da Vinci invece per essere goduto necessita che al lettore gliene manchino almeno altrettanti.

03 maggio 2006

Ciampi rinuncia al bis? E noi gridiamo dieci, cento, mille volte sì al bis di D’Alema (nel senso della trombatura)

Ciampi ha deciso: rinuncia al bis. Che la partita per il Colle, dunque, cominci. O meglio: che venga alla luce del sole giacché nell’ombra andava avanti ormai da giorni. Che succederà? Praticamente impossibile prevederlo. E’ certo però che alla notizia giunta dal Quirinale, sul volto di D’Alema si è disegnata quell’espressione concupiscente ma anche un po’ discola tipica di quei monelli che sanno essere il barattolo di marmellata anelato da anni a qualche centimetro dai polpastrelli. Ma Baffino sa anche che questi sono i momenti più delicati, in cui bisogna controllare la bava che potrebbe scivolare da un angolo della bocca. Una mezza parola sbagliata, perfino un abbinamento troppo ardito fra una giacca e una cravatta, rischiano di costargli carissimo. Ovviamente si è subito affrettato a dichiarare che spetta all’Unione, vittoriosa (?) nelle elezioni, a proporre nomi. E qui bisogna essere chiari. Gridiamo dieci, cento, mille volte no a D’Alema presidente della Repubblica. Mica perché è un ex comunista, manco per idea. E neppure perché infante e incosciente (forse) corse verso Togliatti con un mazzo di fiori in mano. Anche le sue esperienze di lanciatore di molotov ci lasciano indifferenti. Proprio niente di tutto questo. L’unica, vera ragione è lo spettacolo che un D’Alema trombato per la seconda volta in pochi giorni metterebbe in piedi per cominciare la lenta rosolatura di Prodi. Al quale l’ha giurata per averlo bloccato nella corsa alla presidenza di Montecitorio. Prodi, dal canto suo, proprio in virtù di quel gran culo che ha dimostrato di possedere, diventerebbe automaticamente un bersaglio facilmente centrabile. Quel deretano enorme che gli ha permesso di vincere (?) il 10 aprile, ora si trasformerebbe nel suo punto debole. Con un D’Alema che, con baffo eccitato e copricapo alla Robin Hood, inizierebbe a prendere di mira il Professore. Signori, sediamoci in sala e smorziamo le luci. Chi porta i pop corn?

01 maggio 2006

Piccolo manifesto del Filo a Piombo

Cerchiamo di definire meglio la posizione del Filo a Piombo, e di indagare se la nostra ispirazione cattolica, liberale e conservatrice possa tradursi in una proposta valida per il centrodestra italiano.

La risposta è tutt’altro che scontata: nonostante i numerosi tentativi di questi ultimi anni, che hanno veduto la nascita di varie riviste “di area”, i cattolici e i liberali nel nostro Paese si guardano ancora con sospetto. Tra i liberisti più intransigenti, e nell’area “libertarian”, sono ancora molti quelli che giudicano le concessioni fatte dal governo Berlusconi alle istanze del mondo cattolico e dei centristi come un tradimento della causa, o al limite come il motivo principale per il quale l’agognata “rivoluzione liberale” non sarebbe stata realizzata. E dal canto suo la cattolicità continua ad essere, come del resto è coerente rispetto alla sua natura, una sorta di pietra d’inciampo per le istanze dei liberali duri e puri.

Allora, come sempre quando si è in presenza di una crisi, forse non farà male ritornare ai principi, e rivisitare le storie da cui si proviene.
Anche noi che diamo vita a questo blog, come tutti coloro che cercano di “pensare” al polo moderato italiano, siamo dovuti ripartire dal 1993. L’anno in cui la rivoluzione giudiziaria ha spazzato via i partiti di centrosinistra della Prima Repubblica, che da lì a poco sarebbero stati sostituiti dalla grandiosa intuizione politica di Silvio Berlusconi e dalla nascita del bipolarismo compiuto.

Noi del Filo a Piombo ci eravamo conosciuti qualche anno prima all’Università, grazie all’esperienza – che proprio in quel 1993 andò ad esaurirsi – di Controcorrente Giovani. Qualcuno si ricorderà di quella associazione dei lettori del Giornale di Montanelli: un’iniziativa giovanile che, nonostante la sua esiguità numerica e debolezza politica, qualche buon punto deve averlo segnato, considerato che ancora oggi si vendono libri su di essa (vedi link).

A ripensarci ora, in questa primavera del 2006, visto che il rammarico del momento è quello di una maggioranza quasi assoluta non conquistata per 24 mila voti, fa una certa impressione ricordare che all’epoca di Controcorrente Giovani e ancor prima della Gioventù Liberale – per quelli che c’erano – la nostra massima prospettiva di liberali conservatori era quella di scagliarci in nome del reaganismo statunitense contro il lib-lab di stampo europeo, come allora veniva definito il progressismo alla Ralf Dahrendorf.
Insomma, propugnavamo cose che in Italia non si erano ancora mai viste, e che quasi nessuno credeva politicamente attuabili: le nostre erano iniziative di minoranza anche all’interno di quelli che sarebbe stato esagerato – se già si fosse usato il termine – definire circoli “di nicchia”.

Nonostante questo, il nostro vanto è di avere evitato di arruolarci tra gli schizzinosi che, in nome delle proprie convinzioni estetiche, ancora oggi sembrano ignorare quel che è successo dal 1993 ad oggi e quindi tuttora si perdono nel vagheggiare “la bella destra”.
Siamo sempre stati tra coloro che, pur non sempre essendone militanti, ed anzi spesso senza nemmeno esserne elettori, fin dal principio hanno salutato in Forza Italia il tanto desiderato partito liberale di massa. Finalmente un partito di ispirazione popolare, con tutti i rischi demagogici che questo comporta, ma che per la prima volta nella storia repubblicana si è dimostrato in grado di rappresentare la maggioranza degli italiani senza concedere troppo al desiderio di farsi assistere e garantire da qualche greppia di Stato.

Tanto che oggi, dopo le elezioni del 9-10 aprile, abbiamo la sensazione di essere sempre stati, e di essere ancora, sempre un po’ più avanti e assieme un po’ più indietro rispetto alla personalità di Silvio Berlusconi. Più avanti, perché anche ora che Forza Italia si è confermata il primo partito italiano, e ha dimostrato la sua capacità di rispondere alle attese della maggioranza degli italiani, continuiamo ad interrogarci su come un partito simile potrà sopravvivere alla personalità del Caimano, e strutturarsi come polo di attrazione di un futuro partito dei moderati. Ma nel contempo ci sentiamo più indietro, rispetto alla genialità con cui Berlusconi è riuscito e tuttora continua ad interpretare il sentire comune del Paese che non si riconosce nella sinistra. Non è la prima volta, dal 1994 ad oggi, che ci sorprendiamo a doverlo idealmente rincorrere, subito dopo avere temuto che la sua epopea politica fosse quasi al capolinea.

Tuttavia, per pensare al centrodestra che verrà dopo Berlusconi, fino ad oggi siamo andati a cercare le idee perlopiù in modelli stranieri. Ci siamo rivolti laddove in politica il bipolarismo è più compiuto, ma soprattutto dove è più radicata, e quindi più avanzata, la capacità di interpretare e di condividere a livello popolare i valori delle libertà politiche ed economiche.
Da cattolici, ci siamo riletti Tocqueville, Lord Acton, Jacques Maritain, Carl Schmitt, Augusto Del Noce, il compendio della dottrina sociale della Chiesa. In quanto liberisti, ci siamo arrovellati su Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises, Bruno Leoni e Murray Rothbard. E come conservatori, siamo tornati a cercar lumi da Giovanni Battista Vico, Edmund Burke, Ernst Junger e Martin Heidegger, Arhtur Moeller van der Bruck e Josè Ortega y Gasset, così come dagli altri classici, ma soprattutto presso Russel Kirk e le più recenti ispirazioni del pensiero teo-con statunitense, soprattutto la “triade” di Novak, Weigel e Neuhaus.

I libri fanno sempre bene, a leggerli davvero, ma a ben vedere – grazie a quel che è stato fatto in questi tredici anni, bisogna riconoscerlo – ora non è più necessario guardare così lontano e quasi sempre all’estero, come avveniva ai tempi eroici di Controcorrente Giovani: un movimento popolare di matrice cattolica e liberale, in Italia, secondo noi potrà radicarsi anche solo sulla base di principi universali ed elementari. Forse sarà sufficiente una riflessione sul senso della libertà, che tenga conto dei segnali confortanti che sono venuti dai recenti esiti referendari e poi elettorali.

La tenuta politica della Casa delle Libertà, che ancora rappresenta la maggioranza del Paese soprattutto nelle aree più evolute e produttive, ma ancor prima il clamoroso naufragio del referendum sulla uccisione e la manipolazione genetica degli embrioni umani (cd. fecondazione assistita), hanno portato alla luce l’animus più profondo del popolo italiano. Siamo in presenza del sentire di un popolo che non condivide più – ammesso che mai lo abbia fatto – il relativismo delle sue oligarchie culturali, accademiche, scientifiche, dell’informazione. E tantomeno, ça va sans dire, si trova in sintonia con i poteri finanziari ed industriali. Ma al contrario continua ad ascoltare la voce della Chiesa Cattolica e del Papa, sui grandi temi della vita umana, ma anche sulle questioni connesse della libertà politica.

Proprio dalla dottrina cattolica può ripartire la nostra idea di libertà. Finora, abbiamo un po’ sofferto la contraddizione tra l’individualismo e il relativismo propri del pensiero liberale, rispetto alla tensione etica verso il vero e l’universale che pure ci appartiene in quanto cattolici. Ma oggi crediamo che questo nodo possa e debba venire sciolto, per non trasformarsi un impedimento drammatico.

Il liberalismo “debole” dei relativisti così come quello “di nicchia” dei duri e puri, se così si possono chiamare, vanno in qualche modo superati perché sono i fatti della attualità politica – e non le discussioni tra intellettuali – che stanno mettendo in discussione i fondamenti stessi della nostra società. A partire dalle questioni della famiglia, del rapporto tra sessi, dell’educazione, per arrivare al terrorismo islamista, all’immigrazione, al crollo demografico, alla imminente rottura del patto generazionale su cui si sostiene il nostro welfare.

Per questo troviamo urgente recuperare il sentire cattolico, nella nostra idea di libertà politica: anni fa l’allora cardinale Ratzinger, riflettendo su questi grandi temi, osservò che il limite del pensiero occidentale che discende dall’illuminismo è quello di avere concepito le libertà politiche in modo molto meno razionale di quanto non si pensi.
Da Rousseau in poi, non è stata tanto la ragione quanto la natura ad occupare il centro della riflessione: “l’uomo creato libero”, come scrisse von Schiller, ha iniziato ad essere concepito come portatore di desideri e di bisogni che non avevano più bisogno né di significato, né di una corretta relazione con il mondo e con Dio, per essere considerati buoni. Tali desideri avrebbero comunque potuto e dovuto trovare – per mezzo di un’idea del tutto astratta e disincarnata della razionalità umana – la più ampia soddisfazione possibile.

Ma questa concezione nei secoli a venire avrebbe oscurato progressivamente la verità sull’uomo, e quindi alla fine la sua stessa libertà. L’esito più radicale (ma anche più prevedibile da parte della secolare saggezza della Chiesa, come ha annotato lo stesso cardinale Ratzinger) è stata la disperazione esistenzialista di Jean Paul Sartre: l’uomo che non ricerca più la verità su stesso, bensì solo la libertà, diventa privo di senso. Perché della sua libertà non sa più che farsene, e in definitiva può usarla solo in modo distruttivo per sé e per gli altri.

L’errore marxista fu quello di considerare pienamente libera – o meglio liberata – solo la società in cui l’eguaglianza e la fine dello sfruttamento del lavoro avrebbero potuto salvaguardare le esigenze e i desideri di tutti. Addirittura si sarebbe dovuti arrivare a liberare l’uomo dal lavoro, che veniva visto come una schiavitù e una maledizione (e a parlarne ora sembrano cose d’altri tempi, ma l’attuale nostra terza carica dello Stato la pensa ancora così).

Una tale idea di società era contraria alla realtà e alla verità sull’uomo, e pertanto l’oppressione ideologica è giunta immediata. Ma anche nelle società democratiche il problema della libertà è rimasto ancor oggi almeno parzialmente irrisolto, e continua a generare abusi. Anche laddove il socialismo non si è mai inverato e hanno prevalso modelli liberali ovvero solidaristi, è rimasta forte la spinta politica a rifugiarsi in una falsa concezione dell’uomo, della società, dello Stato.

Le libertà politiche disgiunte dalla verità sull’uomo e dal suo bisogno di legami e di significato, tendono ad autodistruggersi e anche ad essere rifiutate. Tanto che le strutture politiche e giuridiche dello Stato oggigiorno faticano non poco a configurarsi, e ancor più a farsi pienamente accettare, come condizione della libertà di ognuno e della piena realizzazione di tutti. Esse continuano ad essere percepite da ampi strati della popolazione – non sempre a torto – come un potere oppressivo dal quale “liberarsi”, ovvero come Grande Madre dalla quale farsi proteggere ed assistere.

Forse è per questo che gli apparati ideologici occidentali sono ancora così legati al vecchio sogno comunista, e i liberali più radicaleggianti continuano a legarsi al carro delle sinistre: gli interessi degli altri continuano ad essere percepiti come un limite, un’aporia insuperabile, e alla fine solo l’invidia resta il motore dell’azione politica, come si è visto anche in Italia in questi ultimi anni di spaventoso odio ideologico per il cosiddetto berlusconismo.
Ma se anche l’individualismo liberale ha portato ad esiti incerti, è stato perché il modello che ancora oggi ci propone è quello di una società dove non può più pretendersi una morale. Ciò in quanto da che mondo è mondo i mores presuppongono una verità condivisa, e un significato comune per i comportamenti socialmente rilevanti.

Un’esigenza di fondo del tutto imprescindibile, che però per la prima volta nella storia dell’umanità (e solo nelle società occidentali) ora è considerata non più necessaria e anzi del tutto inammissibile, in quanto l’unico metro di giudizio sulla qualità di una società libera è divenuto quello della sua capacità di trasformare in diritti i desideri di ogni singolo, salvaguardandoli da ogni vincolo esterno, specie se di tipo statuale.
Il criterio ultimo della politica contemporanea, in effetti, sembra davvero essere la difesa ad oltranza dell’“io e le sue voglie”, per riprendere l’efficace espressione dello stesso Ratzinger, usata nella sua ultima omelia prima dell’elezione a Pontefice.

Ma questo modello così insufficiente rispetto al problema della verità, e quindi anche della libertà, ed oggi versa in una crisi profonda. Lo vediamo nell’altrimenti inspiegabile difficoltà dell’Occidente di rispettare se stesso, e di difendere “dall’interno” i propri valori. Oggi il pensiero corrente tende a diffidare del concetto stesso di verità e si trova spaventosamente disgregato e indifeso, sia di fronte all’aggressività islamista, dall’esterno, sia di fronte alle sfide indotte dalla propria stessa modernità, all’interno.

La risposta cattolica ci appare dunque come quella più efficace, ma anche come quella più autenticamente liberale: perché parte dalla questione della verità sull’uomo, e ricostruisce le libertà politiche non come semplice difesa dei desideri, degli interessi e delle esigenze dei singoli. Se ognuno è arbitro dei suoi desideri finisce per esserne schiavo, e alla lunga si verifica una situazione di crisi che poi è quella della società occidentale contemporanea, che non sa più darsi ragione dell’altro e non sa più costruire relazioni stabili (vedi la crisi della famiglia, l’aborto, la disgregazione sociale).

Invece, nel sentire cattolico, la libertà dei singoli e dei gruppi hanno sempre un significato e una direzione, in quanto ogni diritto fondamentale è un aspetto coessenziale ed ineludibile della verità sull’uomo e sulla sua dimensione sociale. Nasce su questi presupposti il pensiero giusnaturalista e la dottrina sociale della Chiesa, e la critica dello Stato che queste scuole hanno sempre attuato.

L’autentica realizzazione dei singoli e della collettività, nella prospettiva cattolica, tiene conto di una verità secondo la quale ogni uomo si definisce solo per mezzo di relazioni ed appartenenze. Ogni uomo è libero in quanto proviene “da”, vive “per” e si relaziona “con”. Questi ultimi non sono limiti esterni né intrinseci, bensì le condizioni e la possibilità stessa della libertà individuale e collettiva. Dunque, la dottrina sociale cattolica sulla libertà come “bene comune”, e cioè ricerca di una situazione in cui ad ogni singolo e gruppo sia dato di sviluppare nel massimo grado realisticamente possibile la verità su se stesso, ci sembra oggigiorno la ricetta meno in crisi tra tutte quelle liberali.

Nel nostro definirci “cattolici, liberali, conservatori” ognuno dei termini si relaziona strettamente con gli altri. Sappiamo che sono termini che per ragioni storiche in Italia sono sempre stati visti in contrapposizione reciproca.
Ma noi ci diciamo cattolici non tanto in senso confessionale, quanto nel senso della nostra aspirazione all’universalità, e ad un’azione politica che, tenendo conto della verità sull’uomo e del suo bisogno di significato, possa andare nel senso della autentica libertà. E quindi siamo liberali non nel modo illuministico e giacobino, né tantomeno in quello progressista.

Il nostro liberalismo si declina in senso conservatore, in quanto esiste una tradizione da difendere: la nostra identità occidentale ed italiana, che non è fatta tanto di principi e di bandiere, quanto di relazioni ed appartenenze. Non è solo la nostra fede e la nostra visione del mondo che intendiamo difendere. Sono le nostre famiglie, il nostro lavoro, le nostre case e le nostre scuole, le nostre strade, piazze ed opere d’arte, i nostri libri e spettacoli preferiti, le nostre amicizie e persino le nostre antipatie, quelle relazioni alle quali sentiamo di appartenere e alle quali guardiamo, perché oggi le vediamo messe in pericolo.

Nel quadro politico attuale, la Casa delle Libertà a nostro avviso deve convergere su questa prospettiva: per comprendere quanto possa essere vincente, basta guardare a come solo il liberalismo popolare di Forza Italia, e il pragmatismo berlusconiano che nonostante tante incertezze continua a regalarci tanti bei momenti di verità sulle condizioni del Paese, anche nelle elezioni in cui era dato per spacciato è riuscito a catalizzare quasi la metà dei voti di tutto il centrodestra.
Guardiamo poi a come il convinto sostegno delle oligarchie economiche e culturali, per non parlare dei mezzi di informazione, non abbia saputo salvare la Rosa nel Pugno – esempio emblematico di istanza liberale che ha finito per rinnegare se stessa, nel momento in cui ha deciso di proporsi unicamente come movimento anticattolico – da un sonoro flop elettorale.

La strada per la costruzione dell’identità del centrodestra per gli anni a venire, a nostro parere passa dunque per queste tre parole, ma soprattutto dal rapporto reciproco tra di esse: cattolici, liberali, conservatori.