Oggi, all’esito delle elezioni politiche, il nostro
blog non ha cambiato il suo nome. Però, per la gioia dei nostri venticinque lettori, come potete vedere abbiamo cambiato il sottotitolo. Perché il Piombo è ancora vivo, e lotta insieme a noi, ma il centrodestra italiano non è più da (ri)costruire.
Se avrete la pazienza di rileggere qui a lato il nostro “Piccolo Manifesto”, noterete che siamo nati giusto giusto due anni fa, all’indomani della catastrofe dell’avvento del governo Prodi. A questo punto, ripensandoci, si potrebbe persino dire che non tutto il male è venuto per nuocere. Infatti, se nel 2006 quei ventiquattromila voti fossero caduti da questa parte, probabilmente l’Amor Nostro non avrebbe avuto davanti a sé un nuovo quinquennio di legislatura. Se non si può dire così, va da sé, è solo per il disastro economico e sociale che questi ultimi due anni hanno rappresentato per tutto il Paese.
Inoltre, rimane il fatto che noi continuiamo ad avere la nostra gatta da pelare. Noi scriviamo tutti e tre da Bologna, e cioè da quella che per certi versi è ancora la capitale dell’Italia di mezzo. Non nel senso di Follini (a proposito, che fine ha fatto?), ma nel senso dell’Italia che oltre ad essere centrale in senso geografico è anche presa in mezzo tra la voglia di cambiare e di modernizzarsi, e l’incapacità di capire chi è veramente Berlusconi, liberandosi così dall’ipoteca culturale della sinistra.
Manca poco alle elezioni comunali, e probabilmente non saremo in grado di trovare un candidato che possa ripetere il miracolo di Guazzaloca. Anche perché – lo hanno capito in pochi – in realtà il consigliere uscente della Commissione Antitrust in quota casiniana è stato soltanto l’ultimo dei sindaci della tradizione rossa di Bologna. Un onesto e meritevole amministratore, che non ha mai voluto cambiare niente in politica, ma ha cercato di gestire in modo paternalista le questioni dell’amministrazione, per non dispiacere a nessuno e tantomeno al sistema di potere postcomunista.
Ad esempio, è stato anche per merito del vecchio Guazza, e non solo di Cofferati, se ancora oggi – nell’Italia che ha appena rifiutato all’estrema sinistra persino una rappresentanza in Parlamento – Bologna è rimasto l’unico capoluogo dove un candidato di estrema minoranza, se sgradito alla teppaglia rossa, non può nemmeno tenere un comizio in piazza.
Perché i centri sociali e i senza fissa dimora che allignano attorno alla nostra Università sono stati ospitati, tollerati e persino finanziati dal Comune già da prima dell’avvento a Palazzo d’Accursio dell’ex-sindacalista di Cremona.
Le ultime elezioni politiche ci hanno invece confermato che l’Italia, nel suo complesso, è un Paese stabile. Una grande democrazia dove il popolo non ha mai voluto la sinistra al governo, perché si tratta di una sinistra comunista che mai ha saputo diventare socialdemocratica, ma soprattutto perché in essa si riconosce soltanto, da sempre, più o meno un terzo del Paese.
La sinistra non è mai stata maggioranza in Italia. Né tantomeno è mai stata radicata nel cuore pulsante del Paese. Lo ha riconosciuto persino il direttore del
Corsera, Paolo Mieli.
Ospite a
Ballarò, l’ex “endorsato” dell’Unione prodiana ha riconosciuto che se negli ultimi quindici anni Berlusconi ha vinto tre elezioni politiche, è stato soltanto perché in quelle due che ha perso si era verificato qualcosa di anomalo.
La sinistra non ha mai capito Berlusconi perché non ha mai capito il Paese reale.
Non ha mai saputo intercettarlo, come si suol dire. Da quando è nata la seconda Repubblica, e gli schieramenti sono diventati analoghi a quelli di tutte le democrazie occidentali (e ciò è avvenuto, ancora una volta, grazie solo e soltanto all’intuizione politica di san Silvio da Arcore), la sinistra ha saputo esibire unicamente il mistero della propria sconfinata arroganza.
La propria convinzione di essere lei stessa – per definizione – la democrazia. Mentre tutto quello che essa non capisce, o non può controllare, sarebbe soltanto il frutto di un sopruso, di un inganno alla buona fede dei cittadini, o nella migliore delle ipotesi un esempio della incoercibile ignoranza del popolo bue.
Concezione rozza quant’altre mai. Ma è quella che gente come D’Alema e Prodi hanno ribadito a chiare lettere anche in questa ultima campagna elettorale. Nonostante il primo – grazie sempre al potere di influenza mediatica che la sinistra mantiene – passi ancora per essere il più intelligente del suo giro, e il secondo sia addirittura il primo ministro uscente.
Anche noi, come Paolo Mieli e Giuliano Ferrara, avevamo apprezzato che la campagna elettorale fosse iniziata con il rifiuto del principale esponente (chissà fino a quando) del Partito Democratico di mettere in cima alle priorità l’imbolsito problema del “conflitto di interessi”.
Per quanto necessitata dalla situazione, questa scelta aveva dimostrato, in primo luogo, che quella storia è sempre stata una cazzata. Molto peggiore, in termini assoluti, persino della
Corazzata Potemkin di Fantozzi, ma tale da dimostrare l’immenso potere ideologico che la sinistra ancora possiede nell’orientare i
media e il suo elettorato.
La fine di quel mito ci avrebbe dato la possibilità di cominciare a spiegare chi è veramente Silvio Berlusconi, anche a quei bolognesi che non lo voterebbero mai, nonostante facciano parte a pieno titolo – per la loro condizione sociale, per la loro attività, così come per le loro esigenze, aspettative e problemi – del popolo della libertà.
Infatti, le elezioni di domenica scorsa hanno dimostrato che a Bologna quel modo di pensare è ancora radicato. Esiste, come dicevamo, un buon dieci-quindici per cento di cittadini che non riescono a dare fiducia al popolo della libertà di cui fanno parte, soltanto perché non riescono a liberarsi della ipoteca ideologica.
Un voto d’opinione, da sempre, si basa non soltanto sulla percezione dei propri interessi, ma anche su una visione globale della politica, che a sua volta presuppone un minimo di capacità interpretativa della realtà. Ecco, nella nostra Italia di mezzo esiste una parte di popolazione che la realtà non la può interpretare. Semplicemente perché c’è qualcuno che lo ha già fatto per loro. O meglio, c’è qualcuno che ha il potere mediatico (altro che conflitto di interessi!) di convincere molti dell’esistenza di un mondo parallelo a quello reale, che non potrebbe essere interpretato diversamente da una persona di buon senso.
Basta leggere la solita
Repubblica per accorgersi di come la sinistra, alla fine, ancora adesso stia continuando a propinare ai suoi lettori le cronache di un Paese surreale, popolato da servi sciocchi e profittatori malvagi, che farebbe capo ad un Cavaliere Nero che riesce sempre a prevalere sui buoni ingannando gli stupidi.
Per questo, dal nostro osservatorio, avevamo apprezzato – ma anche temuto – l’apparente intenzione del principale esponente (ma fino a quando?) del Pd di andare oltre questo schema.
Non sappiamo come andrà a finire, anche se a giudicare dalle pagine della sunnominata
Repubblica esibite nell’ultima settimana prima delle elezioni, è ancora tutto da dimostrare che il Pd saprà continuare su questa strada. O se, al contrario, preferirà rintanarsi nel rassicurante mito del Cavaliere Nero.
Il problema del momento, a nostro avviso, non è la fine della presenza parlamentare della estrema sinistra. Quello è solo un bene, che avvicina l’Italia alle democrazie mature. Il problema è che la
forma mentis di quell’estremismo è ancora presente nel nostro maggiore partito progressista. Tra i dirigenti, i militanti e gli elettori. E lo si capisce assai meglio guardando alla realtà dal nostro osservatorio dell’Italia di mezzo.
A voler semplificare, la differenza nazionale tra gli schieramenti del centrodestra e del centrosinistra (fanculo al trattino) dipende dalle diverse aspettative nei confronti della politica. Essi rappresentano rispettivamente chi, in Italia, vuole vivere delle risorse che produce lui stesso, e chi invece conta sulla redistribuzione delle risorse prodotte da altri. Ovviamente non si tratta di uno schema sociale fisso ed immutabile, proprio perché viviamo in una democrazia e non in un regime. Ma il discrimine di fondo, peraltro legittimo, è senz’altro quello.
Da una parte, principalmente, il popolo delle partite Iva, i liberi professionisti, gli artigiani, i piccoli e medi imprenditori, gli studenti più ambiziosi, così come i lavoratori dipendenti delle imprese che vivono sul mercato. Dall’altra, il popolo dei dipendenti pubblici, dei lavoratori sindacalizzati, dei burocrati, dei pensionati, del sottobosco delle amministrazioni locali e della politica politicante, dei giovani con la sindrome del precariato, così come in genere di tutti coloro che – di riffa o di raffa, come si dice qui – si abbeverano (o almeno vorrebbero) alla greppia dello Stato e del parastato.
Solo nella nostra Italia di mezzo questa suddivisione non funziona. Perché qui il potere ideologico della sinistra impedisce a tanta parte di quella popolazione che, per le proprie naturali condizioni ed aspettative sociali, farebbe parte a pieno titolo del primo schieramento, di comprendere cosa rappresentino per il nostro Paese Silvio Berlusconi e il PdL.
Anche l’
exploit della Lega Nord, nella nostra città, più che un voto di protesta o l’inizio di un radicamento sul territorio, potrebbe rappresentare un esito inatteso di questa situazione.
Se al Nord tanti operai, così come tanti altri esponenti dei ceti più subalterni, hanno iniziato a votare PdL, è stato perché si sono resi conto di come la sinistra e i sindacati da tempo non sanno più rappresentare i loro interessi. Qui da noi molti di loro hanno votato Lega, ma solo perché non potevano rassegnarsi a votare per Berlusconi, contraddicendo se stessi, e superando l’odio e la mistificazione che da ormai quindici anni è stata coltivata in loro da parte della sinistra tradizionale. E, nello stesso tempo, molti bolognesi di estrazione borghese e benestante, piuttosto che sfogare la delusione verso la sinistra votando per un partito così volgare come la Lega, si sono rivolti verso il giustizialismo manettaro del partito di Di Pietro.
C’è da sperare che la Lega Nord, anche se è consapevole di quanto sopra, qui da noi non finisca per adeguarsi cercando inciuci con la sinistra tradizionale. L’anno prossimo infatti a Bologna ci saranno le elezioni amministrative. Perso per perso, ci sarebbe da aspettarsi che si candidi contro la sinistra – in persona – addirittura l’ineffabile onorevole Pierferdinando Caltagirone, in arte Casini.
Non allarmatevi: per adesso non ci pensa nemmeno, visto che crede ancora di essere Pierfurby e coltiva ambizioni nazionali o più probabilmente europee. Ma chissà che non ci ripensi, quando si renderà conto che i pochi senatori che gli sono rimasti non rispondono a lui ma a Totò Cuffarò, e avrà fatto il conto di quanti deputati - tra quelli che appartengono a lui e non a De Mita o Tabacci o Pezzotta - avranno resistito al canto delle sirene sottosegretariali e di sottopotere che senz’altro il PdL intonerà nei loro confronti. I nostri valori non sono in vendita? Puah…
Il problema è che davvero non sappiamo come fare per sperare di non essere per sempre condannati all’opposizione, nella nostra capitale dell’Italia di mezzo.
Ma una cosa sappiamo: meglio essere un’opposizione dignitosa, e ben radicata nel rapporto con la maggioranza produttiva del Paese, che non una maggioranza amministrativa costretta al continuo compromesso con una concezione falsa della politica e persino della realtà.
Sì, per quel poco che conta, da parte nostra questo ve lo promettiamo e ce lo promettiamo da soli.