26 settembre 2007

Il catasto ai Comuni? Una stangata fiscale. Ma nessuno lo dice

Sui giornaloni non se ne parla. Ovvio, sono tutti schierati per il professore dai grandi occhiali e i suoi tirapiedi. Sui quotidiani berlusconiani o di area, idem. Ma in quel caso incide l’ignoranza su certi temi tecnici mista a colpevole disattenzione. In ogni caso, potremmo essere alla vigilia di una stangata fiscale dalle proporzioni epiche.

Entro il 3 ottobre ogni Comune deve deliberare l’adesione al nuovo catasto. E nuovo catasto significa che la sua gestione non sarà più nelle mani dello Stato, come è stato fino ad ora, ma appunto rientra tra le competenze delle amministrazioni comunali. Un cambiamento che se ne porta dietro un altro. Dal momento del passaggio in poi l’immobile verrà considerato a fini fiscali non in base al reddito che genera, come accade peraltro in tutti i paesi civili e autenticamente liberali, bensì in considerazione del suo valore patrimoniale.

La conseguenza è molto semplice e allo stesso tempo drammatica. Visto che l’Ici, e cioè l’imposta comunale sugli immobili, viene calcolata sul valore catastale del bene; e visto che questo valore, con le nuove norme, è destinato a spiccare il volo, ecco che le associazioni dei proprietari sono imbufalite. In particolare, quella principale – la Confedilizia -, prevede un incremento dell’imposta di tre volte. Sì, l’Ici rischia di triplicare.

Perché tutto questo? Lo Stato sta riducendo sempre di più i finanziamenti alla periferia e dunque ecco trovato lo stratagemma. Si permette ai Comuni di fungere da controllori e controllati: oltre a decidere l’aliquota dell’Ici, come è già nei loro poteri, d’ora in poi si sceglieranno pure gli estimi catastali sui quali l’aliquota incide. Insomma, faranno tutto loro. A qualcuno interessa?

Di seguito riporto il testo di una intervista con la presidente della Confedilia Emilia Romagna, Elisabetta Brunelli Monzani, che ho curato per il quotidiano L’Opinione di una settimana fa. Nel servizio ci si riferisce a Bologna. Ma il discorso vale per tutte le città e i paesi.

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E' molto probabile che il prossimo 3 ottobre i proprietari immobiliari bolognesi non lo dimenticheranno tanto presto. Anzi, non lo dimenticheranno più. Entro quella data, infatti, la giunta Cofferati dovrà adottare il nuovo catasto. E i dolori che si preannunciano saranno lancinanti per tutti. “Si tratta di un catasto-truffa contro il quale ricorreremo al Tar”. Va giù dura la battagliera presidente della Confedilizia Emilia-Romagna, Elisabetta Brunelli Monzani, avvocato di professione e consigliera comunale di opposizione nelle file de “La tua Bologna”.

Si spieghi, Brunelli Monzani.
“Semplice. Il nuovo catasto patrimoniale ha come unico obiettivo quello di fare cassa, il cui peggior difetto è il calcolo dei redditi ottenuto applicando surrettiziamente valori patrimoniali ai saggi di fruttuosità fissati convenzionalmente a livello centrale. Si prevede la messa a regime di un censimento del valore delle case anziché dei normali canoni di locazione ritraibili da un immobile in un regolare libero mercato”.

Tradotto per il volgo?
“Succederà che l'Ici si troverà ad avere una nuova base imponibile triplicata rispetto all'attuale e la medesima operazione avverrebbe per tutte le altre imposte (registro, eccetera) commisurate al valore catastale degli immobili. Per le imposte sui redditi, invece, i valori censiti verrebbero tradotti in redditi che non avrebbero alcuna aderenza alla realtà”.

E la truffa?
“Questa operazione disincentiverà la grande maggioranza dei proprietari ad investire nel settore e aumenteranno i canoni di locazione. Le conseguenze sarebbero disastrose, foriere di tassazioni vertiginose per il Comune di Bologna che diverrebbe paradossalmente controllato e controllore di se stesso. Per questo motivo la Confedilizia promuoverà ricorso al Tar”.

Proposte alternative?
“Oggi non mancano di certo gli alloggi di edilizia economica e popolare il cui numero sarebbe più che sufficiente solo che fosse ben governato. Al contrario, oltre il 50% di questi immobili è complessivamente occupato da abusivi, senza titolo e morosi. Fino al momento in cui il metodo sarà quello di tassare il valore degli immobili (addirittura ora pensando alla costituzione del catasto patrimoniale) e non per quello che effettivamente rendono, saranno vani gli sforzi di creare un vero mercato dell'affitto a prezzi per chiunque accessibili”.

Quindi?
“La vera rivoluzione da percorrere nell'interesse di tutti i cittadini sarebbe quella di costituire un catasto probatorio, che associ le finalità fiscali con quelle di assicurare la certezza dei rapporti giuridici e dei diritti del Servizio Pubblicità Immobiliare. Inoltre, e soprattutto, bisognerebbe distribuire, a chi ne ha davvero bisogno, buoni affitto spendibili sul libero mercato affiancandoli con un effettivo sostegno ai contratti agevolati nonché ai contratti transitori e per studenti universitari. Insomma, bisogna cambiare metodo”.

18 settembre 2007

Grillo lavora per Berlusconi

Tanto rumore per nulla. Alla fine l’antipolitica di Grillo scopre che deve fare politica per tentare di dare corso alle promesse fatte di fronte a decine di migliaia di persone incavolate nere. Del resto, non c’erano alternative. Se vuoi cambiare le cose o imbracci le armi ed entri in clandestinità, oppure ti metti a competere con chi sul mercato del consenso c’è già puntando a rubargliene un po’. Ma se scegli la seconda strada, allora non fai che legittimare i vecchi partiti che solo qualche giorno prima avevi descritto come ricettacoli di ogni male.

Insomma, sbatti il muso contro una contraddizione grande come una casa. Mandandoti a quel paese da solo. La parabola del comico genovese somiglia molto da vicino a quella seguita dal pubblico ministero Antonio Di Pietro, anch’egli salutato come moralizzatore del costume politico di casa nostra e dal quale si attendevano rivoluzioni palingenetiche al momento dell’abbandono della toga. Poi cosa è successo? Chiusa la porta al centrodestra, Tonino ha accettato la candidatura al Mugello dei Ds per arrivare a fondare una sua formazione politica. E oggi fa il ministro di un governo contro il quale si indirizzano gli strali dello stesso Grillo. Per di più occupandosi di infrastrutture delle quali dimostra di capirne il giusto.

Insomma, la decisione di fondare liste civiche nei paesi e nelle città con il bollino del V-Day per garantirne la rintracciabilità (manco fosse una fiorentina da fare alla griglia), acquieta l’onda di protesta e la riconduce a una dimensione molto meno alternativa di quando era esplosa. Aprendo un’autostrada a Berlusconi e al centrodestra. Sì, perché se Grillo può pescare soprattutto a sinistra, anche a causa di un governo che è il vero responsabile della rabbia della gente comune, chi se non Silvio incarna e fa da catalizzatore per chi vuole il cambiamento?

Ed ecco che rispunta la Brambilla con i suoi Circoli della Libertà, a proposito dei quali il leader del centrodestra si è affrettato a dire che non si trasformeranno mai in un partito. O meglio, non lo diventeranno a breve. Lo ha detto un po’ per tranquillizzare i feudatari che hanno in mano Forza Italia (che comunque continua a controllare un bel 30 per cento dei voti) e un po’ perché ci crede sul serio, dimostrandosi in questo migliore stratega del Grillo populista.

Se vuoi renderti credibile agli occhi di chi considera la politica tutta marcia, non devi diventare un partito e non lo devi neppure sembrare. E con questo è servito anche Giampaolo Pansa, che da elettore di sinistra si chiede cosa aspetti Silvio a mettere le mani sull’antipolitica. Lo sta già facendo. Altrimenti perché Bondi e compagnia sarebbero stati colti da profonde crisi di identità?

Graziano Girotti
(L'opinione, 18 settembre 2007)

15 settembre 2007

Altro che pauperismo, l'economia di mercato nasce francescana

Murray N. Rothbard Integrando l'economia austriaca misesiana, la filosofia giusnaturalista tomista e lockiana e l'anarchismo politico degli individualisti americani dell'Ottocento, Murray N. Rothbard (1926-1995) ha costruito un grandioso sistema teorico, al quale deve la fama di massimo pensatore libertarian del Novecento. Meno approfondito però è stato un altro aspetto del suo pensiero, i cui semi erano già presenti fin dall'inizio della sua storia intellettuale ma che è giunto a maturazione solo negli ultimi anni della sua vita: l'apprezzamento per il Cristianesimo e in particolare per la cultura cattolica. Rothbard, ebreo e agnostico, pur senza battezzarsi o convertirsi arrivò al termine del suo percorso intellettuale a considerarsi "un ardente sostenitore del Cristianesimo" e ad aderire ad una visione culturale latu sensu cattolica.

Il Medio Evo, culla della moderna economia

Nel primo volume della sua monumentale storia del pensiero economico (Economic Thought Before Adam Smith), uscita postuma nel 1995, Rothbard rivaluta il Medioevo cattolico come un periodo ricco e creativo della storia europea, soprattutto grazie al fatto che quell'ingombrante istituzione che è lo Stato moderno non aveva ancora avuto modo di crescere e svilupparsi. Sulla base di alcuni studi revisionisti di Joseph Schumpeter e di altri meno noti economisti, Rothbard sviluppa una concezione della storia del pensiero economico opposta a quella ortodossa. Nel tipico manuale di storia del pensiero economico, infatti, i filosofi scolastici vengono trattati bruscamente come retrogradi pensatori legati alla mentalità medievale; dopo aver menzionato i mercantilisti e i fisiocrati, i "testi canonici" d'economia passano direttamente ai celebrati "fondatori" della scienza economica, Adam Smith (1723-90) e David Ricardo (1772-1823).

Per Rothbard invece la teoria e la pratica del libero mercato sono germogliate, ben prima di Adam Smith, nel mondo cattolico e non in quello protestante. Lungi dall'essere dei mistici che non capivano nulla d'economia, per Rothbard i filosofi scolastici erano degli economisti di notevole valore, che anticiparono alcune acquisizioni teoriche fondamentali come la concezione soggettiva del valore, arrivando quasi a delineare il concetto di "utilità marginale". Alberto Magno (1193-1280) e il suo grande allievo San Tommaso d'Aquino (1225-1274), così come gli scolastici successivi, pensavano infatti che il giusto prezzo di un bene non dipendesse da qualche sua qualità intrinseca, ma fosse quello determinato dalla communis opinio o dalla commune estimatione, cioè dal mercato.

L'ammirazione di Rothbard va in particolare a due francescani: al provenzale Pietro Giovanni Olivi (1248-1298), il vero scopritore della teoria soggettiva del valore; e a San Bernardino di Siena (1380-1444), il quale, oltre a fornire una magistrale analisi delle virtù e della funzione dell'imprenditore, riportò in auge, dopo circa due secoli, la teoria soggettiva del valore sviluppata da Olivi. Rothbard elogia poi i tardoscolastici della Scuola di Salamanca del sedicesimo secolo per la loro brillante difesa della proprietà privata, per le acute analisi dei fenomeni di mercato e monetari, per la dura critica dell'intervento del governo nell'economia.

L'allontanamento di Smith e Ricardo

Al contrario, Smith e Ricardo si allontanarono dalle acquisizioni teoriche soggettiviste degli scolastici per adottare un concetto oggettivo del valore, come la teoria del valore-lavoro, che portò la scienza economica su una strada completamente sbagliata per più di un secolo, fino a quando Carl Menger e i marginalisti austriaci di fine Ottocento la rimetteranno sulla giusta carreggiata. L'erronea teoria inglese del valore-lavoro, secondo cui il valore dei beni è determinato dal lavoro in essi incorporato, ha prodotto per Rothbard numerose conseguenze negative, spianando la strada alle teorie socialiste di Karl Marx e ad altre forme di interventismo statale. Non è un caso, nota Rothbard, che nel diciottesimo e diciannovesimo secolo i più convinti fautori del liberismo economico non fossero inglesi protestanti, ma francesi influenzati dal cattolicesimo come Richard Cantillon, François Quesnay e i fisiocrati, Etienne de Condillac, Jacques Turgot, Jean-Baptiste Say, Charles Comte, Charles Dunoyer, Augustine Thierry, Frèdéric Bastiat, Gustave de Molinari.


L'alleanza tra protestanti e assolutisti

Purtroppo nel sedicesimo secolo la grande tradizione scolastica era entrata in declino, a causa del contemporaneo attacco proveniente da due campi differenti ma oggettivamente alleati: i riformatori protestanti da un lato e gli apologeti dell'assolutismo dall'altro. Alla radice della religione cattolica, spiega Rothbard, vi è infatti la convinzione che Dio possa essere percepito non solo mediante la fede, ma attraverso tutte le facoltà dell'uomo, compresi i sensi e la ragione. Il protestantesimo, specialmente quello calvinista, pone invece Dio completamente fuori dalla portata delle facoltà umane. Per i protestanti l'uomo è troppo corrotto perché possa fidarsi della sua ragione o dei suoi sensi nella ricerca delle leggi naturali, e deve pertanto affidarsi alla rivelazione e all'arbitraria volontà di Dio. In questo modo, dice Rothbard, i protestanti non avevano a disposizione nessuno standard di norme etiche per valutare e criticare l'azione dei governanti, e per questo motivo fornirono poca difesa contro la marea montante dell'assolutismo statale moderno.

Se il protestantesimo aprì la strada allo Stato assoluto, i teorici secolaristi del Cinque-Seicento si impegnarono esplicitamente in sua difesa, con l'obiettivo di svincolare la vita politica da tutti quegli impacci morali che impedivano all'azione dello Stato di svolgersi liberamente. Senza più la critica giusnaturalista dello Stato, i nuovi teorici laici come Jean Bodin abbracciarono la legge positiva dello Stato come l'unico criterio politico ammissibile. Rothbard paragona quindi i protestanti antiscolastici che esaltarono la volontà arbitraria di Dio come unico fondamento dell'etica ai teorici dell'assolutismo che, allo stesso modo, elevarono l'arbitraria volontà del governante allo status di incontestabile e assoluta "sovranità".

La critica dei gesuiti

Rothbard ricorda che furono i gesuiti i primi a notare questo stretto collegamento tra i leader protestanti come Lutero e gli amorali teorici della politica come Machiavelli: i due veri e propri padri fondatori del moderno Stato secolarizzato. Entrambi, rifiutando per differenti ragioni la legge naturale elaborata dalla scolastica cattolica come base morale della politica, si sbarazzarono degli unici criteri sviluppati nei secoli per valutare e condannare le azioni dei governanti. Non il papato, ma lo Stato rappresentava per Lutero lo strumento di Dio, e pertanto i sudditi gli dovevano la più assoluta obbedienza. Per Machiavelli invece occorreva abbandonare ogni tentativo di giudicare la politica o il governo sul metro dell'etica cristiana, dato che quest'ultima andava subordinata all'imperativo supremo del mantenimento e dell'espansione dello Stato. Per questo motivo si è parlato di una "inconsapevole collaborazione" di Machiavelli e Lutero per l'emancipazione dello Stato, che darà modo a Thomas Hobbes di formulare un sistema politico che è insieme perfettamente machiavellico e perfettamente protestante.

Il luogo comune del Calvinismo come “motore economico”

Rothbard ritiene inoltre che la famosa tesi di Max Weber, che attribuisce la nascita del capitalismo al concetto calvinista di "chiamata", malgrado le sue fruttuose intuizioni debba essere respinta. Il capitalismo moderno, infatti, non inizia con la rivoluzione industriale del diciottesimo e diciannovesimo secolo, ma nel Medioevo e in particolare nei comuni cattolici dell'Italia centro-settentrionale, come dimostrato dal fatto che qui vennero inventate le nuove tecniche finanziarie e commerciali quali la banca e l'impresa, la lettera di cambio, la ragioneria, la partita doppia: novità che i teologi scolastici cercarono via via di comprendere e giustificare.

Rothbard ricorda che la prima classica formula pro-capitalista, "In nome di Dio e del profitto", si ritrova in un libro contabile fiorentino del 1253, e che ancora nel Cinquecento la cattolica città di Anversa era il maggior centro commerciale e finanziario.

Inoltre il più importante banchiere e finanziere dell'epoca era Jacob Fugger, un buon cattolico della Germania del sud; egli lavorò per tutta la vita, rifiutò di ritirarsi e annunciò che avrebbe continuato a far denaro fino a quando avesse potuto: un primo esempio, osserva Rothbard, di weberiana "etica protestante" in un solido cattolico! Per Rothbard, Weber avrebbe dovuto invertire i rapporti causali: fu lo sviluppo del capitalismo che portò il calvinismo ad accomodarsi ad esso, piuttosto che il contrario; ne è prova il fatto che solo il tardo calvinismo, specificamente puritano, sviluppò la versione weberiana della "vocazione" e dell'ascesi mondana.

Una conferma dagli studi recenti

Questa tesi di Rothbard sul ruolo avuto dalla scolastica medievale nella preparazione dello spirito capitalistico ha trovato conferma negli studi recenti di Michael Novak e di Rodney Stark. Ma va ricordato che anche il noto sociologo tedesco Werner Sombart era giunto alla medesima conclusione. In un suo libro del 1913, Il borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico, sviluppò queste illuminanti considerazioni:

"Qualunque sia la causa che ha condotto spontaneamente alla elaborazione di un razionalismo economico, non si potrà porre in dubbio che esso abbia trovato un potente appoggio nel dogma della Chiesa, che tendeva a realizzare nel complesso dell'esistenza umana quanto il capitalismo doveva attuare nella vita economica. San Tommaso sapeva che chi vive in castità e con moderazione soccombe più difficilmente al peccato di sperperare, e si rivela anche in altri modi migliore amministratore. Ma oltre alla prodigalità, la morale cristiana combatte anche altri nemici della concezione borghese della vita. Soprattutto l'ozio, che anche per lei è "il principio di ogni vizio". Accanto all'industriosità e alla parsimonia gli scolastici insegnarono anche una terza virtù borghese: il decoro, l'onestà o onorabilità. Io credo che dobbiamo all'opera educativa della Chiesa una considerevole quantità di quell'elemento che, sotto la forma della solidità commerciale, è parte tanto importante dello spirito capitalistico. Quando si leggano con attenzione gli scritti degli scolastici, soprattutto quell'opera meravigliosa del grandissimo Tommaso d'Aquino, che nella sua monumentalità fu raggiunta soltanto dalle creazioni di Dante e di Michelangelo, si riceve l'impressione che essi ebbero a cuore, più di questa educazione della borghesia all'onorabilità, un'altra opera educativa: quella che tendeva a fare dei loro contemporanei uomini retti, coraggiosi, intelligenti ed energici. Nulla condannano con maggior veemenza della fiacchezza spirituale e morale. Un concorso a premi che ponesse la domanda: "Come posso fare del signore impulsivo e gaudente da una parte e dall'operaio ottuso e fiacco dall'altra, un imprenditore capitalistico?" non avrebbe potuto trovare una risposta migliore di quella già contenuta nella morale dei tomisti. Le opinioni qui espresse sono nettamente opposte a quelle prevalenti sulla posizione della dottrina ecclesiastica rispetto alle esigenze del sorgente capitalismo".

A dispetto di ogni concezione materialistica della storia, queste ricerche sembrano dimostrare che le istituzioni capitalistiche (diritti di proprietà, contratti, imprese, libertà individuale, governo limitato) che hanno fatto grande la civiltà occidentale sono emerse spontaneamente dal basso quando sul piano della cultura si sono diffusi e affermati determinati precetti morali, come la responsabilità individuale, lo sforzo e l'impegno personale, l'affidabilità, la fedeltà, l'onestà, la prudenza, la lungimiranza, l'autodisciplina morale: in sintesi, i valori della tradizione morale giudaico-cristiana elogiati da Murray N. Rothbard.

Guglielmo Piombini

(Pepe, n. 21/2007)

06 settembre 2007

Fi e Idv dicono no ai terroristi in Parlamento

Per una volta le puntuali polemiche scoppiate a ridosso del 2 agosto, a Bologna, non resteranno lettera morta. Era stato lo stesso presidente dell’associazione dei famigliari della strage della stazione, Paolo Bolognesi, a levare alta la voce durante la cerimonia di commemorazione: “Basta con deputati e senatori che nel loro passato sono stati coinvolti in atti di terrorismo” aveva ammonito sotto la canicola estiva. Forza Italia si è così mossa in Regione mettendo a punto una mozione che sta per essere presentata all’Assemblea Legislativa di viale Aldo Moro. Ma il messaggio politico importante è che sarà un documento condiviso anche da un partito della maggioranza visto che porta la firma dell’esponente dell’Italia dei Valori, Paolo Nanni. La Regione Emilia-Romagna si impegna a manifestare alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica il suo totale disaccordo in merito alla presenza in Parlamento di persone su cui gravano sentenze passate in giudicato per fatti di terrorismo. E chiede alle Camere di inserire tra le cause di ineleggibilità anche la condanna definitiva per fatti di terrorismo”. E’ questo il testo che i due consiglieri regionali stanno per mettere ai voti dei loro colleghi del parlamentino locale.

“Dopo dibattiti e polemiche che hanno tenuto banco a lungo sui media nelle settimane scorse – spiega Salomoni – non possiamo permetterci che tutto venga confinato nel dimenticatoio. E’ intollerabile che a rappresentare il popolo italiano siano stati eletti personaggi che in passato si sono distinti per attività di sovversione delle istituzioni democratiche. Oltre a dar vita a una tragica contraddizione (chi si poneva l’obiettivo di distruggere lo Stato con la violenza, oggi se ne fa interprete), essi sono un insulto a quelle stesse istituzioni democratiche. E’ nostro dovere far sentire l’indignazione di una vastissima parte di cittadini italiani”.

“Una indignazione – continua l’azzurro – che cresce in modo esponenziale quando si pensi alle vittime del terrorismo di destra e di sinistra, ai loro familiari, in sostanza a chi ha vissuto sulla propria pelle, direttamente o indirettamente, la follia omicida di rivoluzionari di professione. Ogniqualvolta qualcuno di questi si guadagna l’attenzione di quotidiani e televisioni è una ulteriore pugnalata alle spalle di chi in passato ha sofferto e sta ancora soffrendo. Impedire che questi e altri personaggi possano rappresentare il popolo italiano nelle sue istituzioni, è un dovere morale al quale non ci sentiamo di sottrarci”.

Graziano Girotti
L'opinione, 4 settembre 2007

03 settembre 2007

Il cuore di tenebra del Partito Democratico

L’articolo che vi riportiamo integralmente qui di seguito è stato pubblicato sul numero di agosto de “Il Punto”. Si tratta del giornaletto ufficiale dei Democratici di Sinistra di Pianoro, ricco paese dell’hinterland bolognese del quale vi abbiamo già parlato altre volte.

Alcuni dei nostri lettori ricorderanno che il reddito pro-capite dei residenti nel comune di Pianoro, così come il fatturato medio delle aziende locali, sono tra i più alti d’Italia. Del resto, basti pensare che a Pianoro ha collocato la sua lussuosa residenza – tra gli altri imprenditori di spicco – anche Luca di Montezemolo.
Tuttavia, fin dal dopoguerra, la popolazione pianorese ha sempre votato a stragrande maggioranza prima per il Pci e poi per il maggior partito postcomunista. Ci sembra dunque che quel che si dice da queste parti, in questo periodo di fermento per la sinistra italiana, possa essere interessante per tutta la Nazione.

Ora, il “Punto” non circola soltanto negli ambienti del partito e alle Feste dell'Unità, ma viene generosamente recapitato per posta (non sappiamo a spese di chi) a tutti i cittadini pianoresi e delle frazioni vicine, senza alcuna eccezione.
L’articolo che vi abbiamo ricopiato – e vedrete che ne è valsa la pena – è opera di un tale “prof. Giuseppe Ugolini”, del quale sappiamo ben poco, e tantomeno dove insegni, anche se da qualche tempo ci stiamo informando per evitare rischi ai nostri figli in età scolare.
Siamo tuttavia sicuri del fatto che il nostro ricopre un ruolo di rilievo nei Ds pianoresi, e nutre altresì una sconfinata considerazione per il proprio ruolo. Una stima chiaramente ricambiata dai compagni della locale Federazione, che gli riportano il titolo di “professore” ogni volta che lo citano, inserendolo persino nella firma dei suoi numerosi articoli.

Non vi è infatti numero della rivista in questione che non pubblichi una “perla” dell’Ugolini, a mo’ di editoriale sui temi della politica nazionale, senza anteporvi alcun distinguo né presa di distanza. Anzi, in passato abbiamo notato che quando alcuni lettori hanno scritto alla redazione de “Il Punto” per lamentarsi dei toni troppo accesi, è stato lo stesso ineffabile Ugolini a rispondere per reprimere pubblicamente le critiche.
Insomma, il “professore” non è un outsider tra i Ds pianoresi, bensì un intellettuale da essi molto apprezzato, che sulla rivista del partito tratta sempre degli stessi argomenti, usando invariabilmente lo stile - diciamo così - appassionato, che potrete gustarvi nell’articolo che segue.

Abbiamo deciso di proporvelo, perché stavolta ci sembra che il professore abbia toccato temi di grande attualità nazionale, visto che su quel numero de “il Punto” era riportata in copertina una bella foto di Walter Veltroni, e un articolo di fondo a sostegno della sua candidatura alla presidenza del PD.
D’accordo, non si dovrebbe fare eco a certi articoli, dal momento che quando qualcuno si scaglia contro “il peso morto di un cadaverone che non vuol essere seppellito” (che nella fattispecie, come quasi sempre accade nei testi dell’Ugolini, sarebbe quello della Chiesa Cattolica e delle “cornacchie” vaticane) lancia dei messaggi in codice che non poche teste calde potrebbero raccogliere.

Tuttavia, per una volta correremo il rischio, in quanto ci sembra comunque bello ed istruttivo sapere che cosa realmente pensi la “base” ex diessina del nascente Partito Democratico, soprattutto nei confronti dei “fetidi opportunisti” e degli “ottusi antiumani” (così recita la prosa ugolinana) che provengono dalla Margherita o dalla sinistra cattolica.
Ma a parte questo, dobbiamo confessare che nei contenuti e nello stile dell’Ugolini c’è qualcosa che ci avvince e ci costringe a leggerlo e rileggerlo compulsivamente, come non ci capitava da tempo per nessun altro autore (con un’unica eccezione, lo ammettiamo, per l’immortale lettera dettata dal principe de Curtis nel film “Totò, Peppino e la malafemmina”, della quale abbiamo consumato la videocassetta).

Insomma, l’Ugolini è un po’ come una droga oppiacea, che all’inizio fa vomitare, ma poi rende schiavi dell’euforia artificiale che induce. Siate dunque avvertiti, in quanto ci esoneriamo da ogni responsabilità.
Pertanto, augurandovi di non cadere nella nostra stessa dipendenza, ecco che vi proponiamo l’ultima perla del “professore” in versione assolutamente integrale, compresi i congiuntivi sbagliati, gli errori di sintassi, e il leniniano disprezzo delle iniziali minuscole per il nome dei nemici.
Per il futuro però non chiedetecene ancora, perché lo vogliamo tutto per noi.

Il cadaverone
del prof. Giuseppe Ugolini

Si è detto che circola l’ipotesi che l’esasperazione del vaticano nel combattere pacs e dico non si giustifichi solo con l’opposizione delle cornacchie ad una qualsiasi forza di garanzia e legittimazione ai nuovi tipi di convivenza, ma che sotterraneamente, subdolamente l’aggressione ai principi laici e allo stato venga esercitata strumentalmente contro un obiettivo che preoccupi assai di più la corte vaticana: il costruendo partito democratico.
Se così fosse veramente, se ne potrebbe ricavare una stupenda prova che realizzare il partito democratico sia la miglior cosa del mondo.
Gli emersi dalle catacombe hanno sempre conservato in cuor loro la paura d’esservi ricacciati con l’avanzare della società laicizzata, con l’espandersi delle idee di liberazione dalla soggezione alle paure instillate dalle religioni e dal servaggio padronale. La scomposizione di quello che era stato a lungo l’unico partito ufficiale e benedetto dei cattolici non solo non ha indebolito la presa delle ventose clericali sulla società italiana, ma anzi ha fornito loro più chances col poter sviluppare una strategia dotata di più pedine da muovere a seconda delle condizioni politiche.
Il partito democratico, qualora non si paralizzasse da solo per tiri alla fune interni, qualora predominasse quantitativamente nella gestione democratica l’ala ex DS, potrebbe indebolire ai tentacoli clericali la presa sull’area della sinistra.
Tuto ciò che va politicamente di traverso alla chiesa non può essere che propizio allo sviluppo di una più sicura democrazia e al liberarsi da un peso morto gigantesco che inchioda il costume sociale, la mentalità, la scuola e la formazione dei giovani, nonché la ricerca scientifica in Italia; peso morto di un cadaverone che non vuole essere seppellito che contribuisce enormemente a mantenerci tra i paesi che arrancano e a riconfermarci agli occhi di altri popoli occidentali come sciocchi moralisti sentimentali senza una vera solida eticità individuale e sociale.
Del resto, l’alleanza prontamente rinnovata tra chiesa e destra fascistoide rafforza la tesi che l’accanimento sul tema “famiglia” non sia altro che un pretesto per entrambi col porsi a protezione di un istituto che nessuno si è mai sognato di boicottare. Ci stupiremo ancora di tale alleanza e del machiavellismo luciferino dei clerico-fascisti? E hanno l’impudenza di chiamarsi “santa sede!”.
Tuttavia io stesso faccio molta fatica a credere che l’opportunità della sinistra aumenteranno con l’accasarsi con politici cattolici rispetto ai quali mi pare che non si possa che oscillare tra il crederli dei fetidi opportunisti che sfruttano la religione e il sostegno delle parrocchie e il giudicarli “in buona fede” ottusamente aggrappati a principi ideali astratti, contro natura e antiumani.
In ogni caso, un siluro è già partito e ha già colpito aprendo la falla dell’ennesima scissione della sinistra. E’ evidente che l’allontanamento della minoranza DS dal progetto del PD è avvenuto per la convinzione di non poter realizzare alcun obiettivo socialista assieme a politici che al mattino passano a far colazione con ostia e brioche al bar del vaticano. […] (anche i puntini tra parentesi quadre, per segnalare l’omissis, sono nel testo originale. Sospettiamo infatti che ce ne fossero anche per Walter. Chissà cosa ci siamo persi. Ndr).
Credo che non si possa far altro che stare a vedere per un po’ anche se rimanere in posizione passiva a prendere atto soltanto degli orientamenti dei capi è esiziale specialmente per un partito di sinistra, progressista.
I militanti DS (viventi o zombi) mi pare siano diventati una delle tante sponde di gomma contro cui finiscono e rimbalzano per traiettorie sempre più oblique le biglie delle forze che veramente contano.
Come mai, anche questa volta ciò che è stato proposto dai vertici riguardo la costituzione del partito democratico ha ricevuto regolarmente, prevedibilmente, il solito automatico, scontato, abitudinario sostegno della maggioranza dei delegati? Dubito che se i vertici avessero proposto il contrario, sarebbero stati confortati dalla maggioranza degli stessi individui. Meditate! Meditate! Ma prima uscite dal torpore letargico!
Comunque, visto che la frittata è stata fatta, chi non aderirà al partito democratico dovrebbe partecipare ugualmente alle primarie per la scelta del leader al fine di far prevalere un candidato proveniente dai DS: si impari ad agire politicamente su più fronti e non per pedissequo accodarsi o sentimentalismo identitario imbecille.