30 dicembre 2006

Claire Berlinski e l'Europa suicida

Lezione di una ebrea americana laica che dice che quando c'era la morale cristiana andava tutto meglio

Mentre le librerie europee continuano ad essere sommerse di libri e pamphlet antiamericani, negli Stati Uniti la situazione è opposta. Di libri esplicitamente antieuropei se ne trovano pochi, ma abbonda una pubblicistica liberal, capeggiata da Paul Krugman e Jeremy Rifkin, che propone il modello sociale europeo come un esempio per l’America.

Negli ultimi tempi si sta però sviluppando un filone di studi, di orientamento conservatore, che guarda con preoccupazione alle tendenze culturali, economiche e demografiche in atto in Europa. Senza alcun compiacimento, un numero crescente di osservatori d’oltreoceano vede nel declino della pratica religiosa e nel prolungato calo delle nascite i sintomi di una grave crisi spirituale, che potrebbe mettere a rischio l’identità cristiana e occidentale del vecchio continente.

Il timore che l’Europa si trasformi, prima della fine del secolo, in un continente a prevalenza musulmana ostile agli Stati Uniti viene espresso in una serie di libri usciti recentemente nelle librerie americane, come The Cube and the Cathedral di George Weigel (tradotto in Italia dall’editore Rubbettino), The West’s Last Chance di Tony Blankley (prossimamente tradotto da Rubbettino), While Europe Slept di Bruce Bawer, America Alone di Mark Steyn, e Menace in Europe. Why the Continent’s Crisis is America’s, too di Claire Berlinski, pubblicato dalla casa editrice Crown Forum di New York.

Il libro della Berlinski, giornalista americana di origine ebraica che scrive sul New York Times e sul Washington Post, ma che vive fra Parigi e Istambul, offre un’interessante analisi della pericolosa spirale suicida che ha imboccato il vecchio continente.

L’economia europea, si legge in Menace in Europe, è paralizzata da un eccesso di socialismo, e ogni tentativo di riforma viene bloccato da scioperi e dimostrazioni di piazza. L’Europa vede inoltre diminuire e invecchiare rapidamente i suoi abitanti, ma a differenza degli Stati Uniti non riesce ad integrare i numerosi immigrati musulmani, che tendono facilmente a radicalizzare la propria identità religiosa.

Le cellule legate ad Al Qaeda si sono stabilmente insediate in molte città europee, mentre in Spagna è bastato un attentato terroristico compiuto al momento giusto per determinare la completa capitolazione alle richieste degli attentatori. In Olanda i politici e gli artisti che hanno avuto il coraggio di parlare apertamente del problema islamico sono stati assassinati, e altri sono costretti a vivere sotto protezione.

In Francia le periferie abitate dagli immigrati musulmani sono diventate delle polveriere pronte ad esplodere. L’antiamericanismo è diventato un fenomeno di massa, e anche l’antisemitismo è in aumento. Non è questa, scrive la Berlinski, l’Europa che noi americani conoscevamo. Cosa è successo allora?

Secondo l’autrice, che pure si considera un’ebrea laica, esiste una stretta relazione tra la demoralizzazione degli europei e la scomparsa quasi completa del cristianesimo. La vera anomalia, infatti, non è la religiosità degli americani, ma l’ateismo degli europei: in Olanda un terzo degli intervistati non conosce la ragione per cui si celebra il Natale; in molti paesi europei non più del cinque per cento della popolazione assiste alla messa domenicale; in Inghilterra i musulmani che frequentano le moschee sono più numerosi degli anglicani praticanti.

Negli ultimi due secoli gli europei hanno cercato un sostituto della fede cristiana nelle nuove ideologie scientiste, nazionaliste o socialiste. Gli avvenimenti catastrofici del Novecento hanno però screditato anche queste credenze secolari, aprendo così una voragine di vuoto esistenziale.

In un sondaggio svolto nel 2002, il 61 per cento degli americani si è dichiarato fiducioso nel futuro, contro il 42 per cento degli inglesi, il 29 per cento dei francesi e il 15 per cento dei tedeschi. In Europa il suicidio è oggi la seconda causa di morte tra i giovani e le persone di mezza età, subito dopo gli incidenti stradali, mentre negli USA i tassi di suicidio sono la metà di quelli francesi, e rappresentano solo l’ottava causa di morte. Nel mondo musulmano, malgrado il fenomeno dei kamikaze, il numero dei suicidi è ancora più basso. Queste statistiche segnalano, secondo la Berlinski, il dilagante nichilismo autodistruttivo che ha pervaso le società europee.

Dopo aver assistito alla caduta di un ideale dopo l’altro, di un dio fallito dopo l'altro - le ideologie - oggi gli europei non riescono a trovare più nulla, nella propria storia, che meriti di essere conservato e tramandato alle future generazioni.

Per questo non reagiscono neanche quando i fondamentalisti islamici calpestano apertamente e con disprezzo quei valori di libertà e tolleranza che, a parole, dichiarano ancora di professare.
Sembra quasi che, dopo gli sconvolgimenti del XX secolo, gli europei non ne vogliano più sapere di sacrificare il benessere materiale presente per qualcosa di incerto o di futuro, come la salvezza eterna di cui parlano le fedi o, più mondanamente, la sopravvivenza della propria identità culturale o la vita delle prossime generazioni. In Italia, ha notato l’autrice intervistando un buon numero di uomini e donne, nessuno sembra preoccuparsi della denatalità e della possibile estinzione degli italiani.

“Non profetizzo - dice la Berlinski - il crollo imminente delle istituzioni democratiche europee o una catastrofe imminente sul suolo europeo, ma non escludo neanche queste possibilità. I sistemi assistenziali europei collasseranno. La sua demografia cambierà. L’Unione Europea potrebbe disfarsi. I terroristi islamici potrebbero riuscire a distruggere una città europea. Non sappiamo quali saranno le conseguenze di questi eventi, ma è ragionevole immaginare anche uno scenario terribile. Ancora una volta, le uniche persone che si sorprenderanno sono quelle che non prestano attenzione a quanto accade intorno”.

Guglielmo Piombini
(Il Domenicale, 30 dicembre 2006)

27 dicembre 2006

Welby: i moralisti del perdono prepagato

Il can-can mediatico orchestrato dai radicali attorno alla morte di Piergiorgio Welby, e la contestuale becera aggressione nei confronti della Chiesa, sono stati episodi molto più che sgradevoli.

Oltre alla evidente strumentalizzazione della tragedia personale di un uomo, ci ha disturbati un certo modo di pensare, diffuso anche fuori dai soliti ambienti dei militanti di sinistra, che la vicenda ha portato alla luce. Un atteggiamento moralistico fondato sulla sostanziale ignoranza di alcuni principi di civiltà, che a nostro parere presenta anche qualche aspetto di slealtà e vigliaccheria.

Per questo, non intendiamo associarci al coro politicamente corretto di coloro che – dopo un’eventuale presa di distanza dagli eccessi mediatici – finiscono per riconoscere che comunque il caso Welby avrebbe sollevato un problema reale che meriterebbe attenzione da parte del legislatore, in quanto potrebbero esserci dei diritti negati, e via discorrendo.

Perché proprio qui sta l’inganno, nel quale l’opinione pubblica è caduta già diverse volte. Una vera e propria trappola dialettica, che oggi potrebbe essere riproposta con successo non solo sull’eutanasia, ma anche su argomenti come la disciplina delle coppie di fatto e del cosiddetto “matrimonio gay”.
Tant’è che molti ci stanno cascando anche nelle file dell’opposizione, primo tra tutti (ma non inatteso) l’ineffabile Gianfranco Fini, che con l’intervista natalizia all’Espresso ha nuovamente prevenuto il suo partito nella smania di adeguarsi al mainstream del riformismo laicista.

Invece, secondo noi va in primo luogo evidenziato come nessuno sia più spregiudicato dei radicali nello sfruttare il naturale senso di compassione dell’opinione pubblica per i drammi personali, al fine di ottenere obiettivi politici.

Fin dagli anni sessanta, le battaglie dei seguaci di Pannella hanno sempre mirato a trasportare in politica gli aspetti più privati – e persino più intimi – della vita delle persone.
Al fine di ottenere leggi che avrebbero cambiato la vita di tutti, e nel giro di pochi anni sarebbero arrivate a scuotere le strutture fondamentali della società, i radicali hanno sempre puntato su casi umani che riguardavano solo alcuni. Il più delle volte esagerandone e travisandone la portata, e a volte persino contraffacendo le statistiche sulla loro diffusione.

Iniziarono con la battaglia per il divorzio, evocando le situazioni estreme di singole persone che – a causa del legame che le vincolava a matrimoni sciagurati – si trovavano nell’impossibilità di recuperare un minimo di sicurezza di vita, per se stesse e per i propri figli.
Senza troppi scrupoli, già allora utilizzarono a mani basse la compassione che suscitavano quelle singole esperienze, al fine di presentare il divorzio come una conquista di civiltà, che avrebbe dovuto fare uscire l’Italia dall’arretratezza culturale.

Proprio dall’insistenza su quei casi particolari è partito il cammino legislativo che ci ha portati alle separazioni coniugali di massa dei nostri giorni, che ormai nella maggioranza dei casi vengono pronunciate su semplice richiesta di uno o entrambi gli interessati, senza che sia più necessaria alcuna motivazione né giustificazione.
Con la conseguente diffusione di drammi altrettanto gravi (si pensi solo ai ricorrenti fatti di sangue collegati alle battaglie per l’affidamento dei figli, o alle odissee dei padri separati), e di oceani di infelicità che ormai riguardano milioni di persone, i cui casi personali vengono però assai meno evocati in politica.

Anche per ottenere l’aborto di Stato, negli anni settanta i radicali presero a denunciare in ogni occasione utile i drammi personali delle ragazze-madri disagiate, delle donne violentate, e di quelle in attesa di bambini malformati. Ed esagerarono oltre ogni limite di decenza – con la compiacenza dei grandi giornali e di tutti gli intellettuali di sinistra – le statistiche sulla diffusione degli aborti clandestini.

Tempo fa sul “Foglio” è apparso un articolo di Francesco Agnoli che, andando a riguardare certe ricerche ampiamente strombazzate dalla grande stampa, nei mesi che precedettero l’approvazione della legge 194, ha dimostrato – annuario Istat alla mano – che per rendere attendibili quei numeri sulla diffusione sull’aborto clandestino avrebbe dovuto avervi fatto ricorso, almeno una volta nella vita, la totalità della popolazione femminile in età fertile, a partire dalle ragazzine delle scuole medie fino alle attempate madri di famiglia.

Inoltre, chiunque abbia l’età non può avere dimenticato come il fronte abortista fosse assai assiduo nell’evocare i particolari truculenti – dai decotti di prezzemolo ai ferri da calza – che avrebbero fatto da contorno alla piaga dell’aborto clandestino.
Salvo poi accusare di terrorismo psicologico coloro che facevano conoscere al pubblico la verità sulle tecniche abortive utilizzate negli ospedali, e sul grado di sviluppo dei feti già nelle prime settimane di gravidanza.

Anche nel caso dell’aborto – come oggi si è fatto con l’eutanasia – si era dunque partiti così, con il racconto di singole storie drammatiche che a detta dei radicali solo una legge pietosa avrebbe potuto eliminare, intervenendo come una sorta di male minore.

Per poi arrivare alle decine di migliaia di interruzioni di gravidanza libere e gratuite, che ai nostri giorni si praticano ogni anno nelle strutture pubbliche. Il più delle volte, come sostengono le poche ricerche che (nel disinteresse della politica) sono state effettuate sul tema, senza che alle spalle delle donne interessate vi sia alcun autentico dramma di solitudine, malattia o miseria. E comunque senza alcun preventivo controllo sul reale pericolo per la loro salute psico-fisica, come invece sarebbe tuttora previsto dalla legge 194.

Una tattica del genere - ma rovesciata, in quanto stavolta si è partiti dai casi meno gravi per fare abrogare la disciplina legislativa di quelli più seri - è stata attuata anche nella polemica contro la legge Fini sullo spaccio di stupefacenti.
La quale, puntualmente, è stata appena depotenziata da parte del ministro Livia Turco: per ottenere misure meno restrittive sul consumo di cannabis ed altre droghe leggere, i radicali avevano più volte denunciato che i nostri ragazzi avrebbero potuto essere arrestati e rovinati per la vita, anche solo se trovati in possesso di un paio di “canne”.
Ipotesi spudoratamente falsa, ma sufficiente per mettere in allarme sia i genitori più permissivi che quelli più timorosi di non sapere controllare le abitudini dei figli.

Negli ultimi anni, le battaglie radicali si sono fatte più peculiari, e quindi i casi umani da sfruttare sono divenuti statisticamente più rari.
L’obiettivo però è tuttora quello di fare avanzare sempre di più l’insindacabilità e la tutela pubblica dei desideri privati, per quanto gli stessi possano attentare da vicino ai fondamenti della civiltà.
Ma per fortuna, oggi è più difficile che questa ribellione dei desideri possa essere presentata già in partenza come una esigenza di massa.

Per quanto riguarda le scelte di vita, è ancora possibile esagerare le statistiche, come avviene per quelle sulla diffusione delle coppie di fatto ed omosessuali.
Anche se - per dirla tutta - il fronte laicista non ha motivo di preoccuparsi più di tanto delle prime verifiche statistiche sull’andamento dei Pacs in Francia e delle “nozze omosex” nella Spagna di Zapatero, che dimostrano quanto in realtà per la popolazione fossero poco urgenti simili innovazioni.
Infatti, non a caso, le poche inchieste al riguardo si possono leggere su Internet e sulle testate cattoliche, ma non le si ritrovano mai nelle corrispondenze della grande stampa e dei telegiornali.

Tuttavia, quando invece si tratta di scelte di morte, anche per i radicali è diventato arduo inventarsi esigenze diffuse in tale senso, e casistiche ampie alle quali appoggiarsi.
Cosicché da ultimo – poco più di due anni fa – per affermare i loro principi sempre più individualisti i radicali sono passati ad utilizzare la malattia di singoli militanti.

Per sostenere il referendum sulla manipolazione genetica e la soppressione degli embrioni umani (cd. fecondazione assistita), hanno costruito una battaglia attorno alla storia di Luca Coscioni. Un uomo che nessun plausibile programma di ricerca sulle staminali embrioniali avrebbe mai potuto aiutare a guarire dalla sua malattia, ma che è stato trasformato in un simbolo di speranze negate.
E ora, con la recente drammatica vicenda di Piergiorgio Welby, si è passati alla battaglia per l’eutanasia.

Lo schema però è lo stesso: si parte da casi singoli, assai peculiari e drammatici, per suscitare la compassione dell’opinione pubblica, alla quale viene fatto ritenere di essere in presenza di un problema che riguarderebbe molte migliaia di persone e che solo una legge potrebbe risolvere.
La stampa e la Tv rilanciano volentieri simili storie, che in effetti, visto che nessuno di noi è immune dal rischio di vivere, possono capitare a chiunque e quindi suscitano nel pubblico un naturale senso di compassione. Sottacendo però il fatto che i politici del fronte avverso – per quanto meno abili e spregiudicati – non avrebbero mai avuto alcun problema nell’individuare testimonianze contrarie di altre singole persone, affette dalle medesime patologie, ma di opinione diametralmente opposta a quella di militanti come Coscioni o Welby.

Tuttavia, fin qui si tratta pur sempre di tattiche propagandistiche, che per quanto assai scorrette meriterebbero solo risposte politiche, se non altro per essere smascherate.
Ma sul piano etico, come dicevamo all’inizio, quel che invece non si può tollerare è l’atteggiamento mostrato da tante persone comuni, in genere nemmeno militanti di sinistra, riguardo agli argomenti moralistici montati dai radicali attorno a vicende come quella di Welby.

In quest’ultimo caso, come già era avvenuto per le istanze di Luca Coscioni, troppi cittadini – caduti a capofitto nella trappola mediatica – hanno ritenuto che fosse naturale sventolare il dito contro la Chiesa Cattolica e contro chiunque avesse obiezioni da porre.
Con la questione dei funerali religiosi non concessi a Welby, da parte di una canea di persone si è giunti persino ad invocare vergogna sulla Chiesa.

Non tanto per la sua inflessibile difesa delle ragioni della vita fino al “tramonto naturale”, come ha appena ricordato Papa Ratzinger, ma soprattutto per un’asserita mancanza di pietà.
Ed è qui, secondo noi, che si rivela quanto su certi argomenti sia diffusa non solo l’ignoranza, ma anche la slealtà e la vigliaccheria.

Certo, si tratta anche e soprattutto di ignoranza. L’imponenza della quale può conferire qualcosa di sublime persino al ridicolo, come a suo tempo scrisse Montanelli evocando l’immagine del culo dell’elefante.
In occasione della lezione di Ratisbona che tanto ha fatto arrabbiare l’Islam, anche intellettuali laici come Angelo Panebianco non hanno potuto fare a meno di denunciare gli strafalcioni e la supponenza di certi commentatori politici, il più delle volte notoriamente atei o agnostici, che non hanno voluto perdersi l’occasione di spiegare al Papa cosa realmente ci sarebbe scritto sul Vangelo.

Ed ora, fa la stessa impressione vedere i radicali dissertare sulla carità cristiana, e sullo “spirito religioso” della manifestazione inscenata per l’ultimo saluto a Welby.
Che in effetti, stando a quanto si è letto sui pochi giornali usciti in edicola in questo periodo natalizio, è durata per tre giorni, proprio come in simili circostanze avveniva nel mondo antico. Del resto, proprio come nei funerali dell’antichità, i militanti pannelliani non hanno lesinato né gli invitati né le prefiche.

Ma, come dicevamo, non è solo una questione di ignoranza o di strumentalizzazione politica.
Secondo noi, prendersela con la Chiesa per la questione delle esequie negate a Welby, rivela anche la meschinità d’animo di coloro che, secondo antico costume, vorrebbero fare la rivoluzione solo col permesso dei superiori.
Come quei giovani che – dal sessantotto ad oggi – continuano a scendere in piazza per inveire contro la repressione, sapendo in anticipo che nessuno li arresterà mai, e nemmeno negherà loro, col tempo, l’accesso alle migliori cattedre e alle più succose prebende.

Insomma, c’è qualcosa che non ha fatto onore nemmeno alla battaglia di Welby, nella pretesa moralistica di tanti verso la Chiesa cattolica.
Di fatto, in nome di un’idea di carità ben più pelosa di quella del manzoniano Attilio, molti hanno chiesto che la Chiesa abdicasse ai suoi insegnamenti, per concedere una sorta di perdono prepagato anche a chi quei principi li ha combattuti apertamente per anni, oltretutto non senza un certo coraggio personale.

La differenza tra la moralità di pochi e il moralismo di tanti si è vista chiaramente in questa occasione. Così come si è visto quanto poco se ne sappia, al giorno d’oggi, del significato del perdono e della pietà cristiana.
I teologi improvvisati che anche stavolta hanno voluto insegnare al Vicariato di Roma cosa avrebbe detto Gesù al riguardo, hanno chiaramente dimostrato di pensare che un funerale sia una specie di riconoscimento alla carriera.
La maggior parte di coloro che si sono scandalizzati, infatti, hanno fatto capire che quel che non si doveva negare a Welby sarebbe stato meglio che venisse negato a Pinochet, o ad altri recenti defunti illustri, poco graditi dalle parti della sinistra ma non solo.

Ecco, una simile opinione non solo rivela che i corifei della morte hanno compreso ben poco di che cosa stiano parlando, ma anche che nel loro animo alberga uno spirito moralistico assai supponente. Essi non sembrano nemmeno avere un’idea di come la Chiesa – specie di fronte al mistero della morte – implori il perdono e pratichi la pietà nei confronti di tutti, non a seconda di quanto ne appaiano degni, bensì di quanto se ne riconoscano bisognosi.

Solo per questo, infatti, a un agnostico dichiarato come Piergiorgio Welby sono state negate le esequie pubbliche – che peraltro non è nemmeno detto che lui personalmente avrebbe voluto – pur continuandosi a pregare per la sua salvezza eterna.
La Chiesa ha agito da maestra, oltre che da madre, affinché nessuno potesse considerare indifferente di fronte agli uomini il consapevole rifiuto di Welby di accogliere la misericordia di Dio, e di riconoscerne la volontà anche di fronte alla sofferenza.
Senza che questo togliesse nulla né alla pietà, né al perdono umano, né a un giudizio di misericordia che spetta solo a Dio e per il quale la Chiesa, che è anche e sempre madre di ogni battezzato, prega unanime.

Welby ha senz’altro purificato la sua incapacità di cogliere il significato e il mistero della sua stessa sofferenza, e quindi difficilmente possiamo pensare che Dio gli negherà la sua pace.
Ma ci preoccupa come il delirio di onnipotenza del pensiero individualista dei radicali, che vorrebbe ciascuno padrone assoluto della sua vita e della sua morte, non riesca più nemmeno ad intuire questa dimensione dell’avventura umana.
Per certi aspetti ci ricordano davvero l’atteggiamento di un bambino viziato, o se preferite – visti i personaggi dei quali stiamo parlando – di un vecchio bizzoso. Ai quali mancano il senso del limite, ma anche il senso degli altri, e della responsabilità verso il prossimo.

Ed è questo ciò che davvero non si riesce a tollerare: su certi temi ormai è diventato impossibile dialogare coi radicali, ma sarebbe auspicabile da parte loro un minimo di pubblica decenza nel riconoscimento della dignità delle posizioni altrui.
Negli ultimi anni, a differenza di quanto avveniva ai tempi delle battaglie per divorzio ed aborto, questa decenza sembra essere venuta meno.

Che stia avvenendo per la tracotanza di chi si sente destinato a vincere, ovvero per la disperazione chi si sente sempre più isolato, è difficile dirlo. Comunque, sarebbe davvero il caso che la piantassero.
E portassero più rispetto per chi, di fronte al mistero della vita e della morte, quantomeno porta sulle spalle molta più esperienza di loro.

21 dicembre 2006

Prete si rifiuta di distribuire la comunione "per non offendere la sensibilità di qualcuno"

Ho riflettuto alcuni giorni prima di decidermi a raccontare la storia di cui sono stato testimone. Alla fine, dopo quello che avevo sentito, ho concluso che fare finta di nulla sarebbe stato un pessimo servizio alla mia coscienza, ai valori in cui credo e nei quali ho sempre creduto. A volte la realtà supera talmente di slancio la fantasia più fervida, che diventa necessario raccontare per filo e per segno come sono andate le cose, assumendosi la responsabilità di segnalare nomi e cognomi.

Dunque, sabato 7 dicembre il paese di Vidiciatico, una minuscola frazione di Lizzano in Belvedere, rinomata località dell’Appennino bolognese, è in fermento. Si sta per inaugurare la nuova seggiovia, struttura che per una località che vive di turismo riveste una importanza non trascurabile. Sono molti gli esponenti politici in attesa della cerimonia e dei discorsi ufficiali. Viene anche mobilitato il parroco locale, il sessantasettenne don Giacomo Stagni, per una Messa ospitata in un salone attiguo alla seggiovia.

Durante la celebrazione, al momento della distribuzione della eucarestia, don Giacomo se ne esce con una frase che non avevo mai udito prima. “Non verrò a distribuire la comunione – dice rivolgendosi ai fedeli – per non offendere la sensibilità di qualcuno di voi. Invito pertanto ad una preghiera personale”. Dopo di che si avvia frettolosamente alla conclusione.
Tra i presenti riconosco l’assessore regionale alle Attività Produttive, il diessino Duccio Campagnoli, e la presidente diellina (e cattolica) della provincia di Bologna, Beatrice Draghetti.

Tornandomene a casa, non faccio altro che pensare e ripensare alle parole pronunciate dal sacerdote. Trascorsa una settimana da quel sabato, decido di cercare don Giacomo. Riesco a scovare il numero di cellulare e lo chiamo. Gli chiedo ragione del suo comportamento. “Non ricordo le parole precise che ho pronunciato – mi risponde - ma eravamo in un contesto così festaiolo che non mi è sembrato opportuno fare la comunione. C’era poco tempo, i discorsi incombevano. Mi sono consultato con la Draghetti (sic!) e lei mi ha detto che qualsiasi decisione io prendessi a lei sarebbe andata bene”.

Altri uomini di chiesa, da me interpellati, mi hanno descritto don Stagni come un sacerdote che ha sempre fatto del bene alle comunità dove ha vissuto. Ma questo dettaglio non ha fatto altro che rendere più profondo il mio senso di smarrimento. Con l’approssimarsi del Natale 2006, del resto, si sono infittite le iniziative laiciste per minare alla base i simboli della religione cristiana. In molte scuole non si fanno più i presepi e gli stessi canti natalizi se la passano male. Ovviamente il pretesto è che “offendono la sensibilità di qualcuno”.

In mezzo a una delle Natività del Comune di Bologna sono riusciti a piazzare la statuina di Moana Pozzi nuda (un consigliere regionale dell’Italia dei Valori, Paolo Nanni, ha plaudito alla pensata arrivando a dichiarare che “il sesso è gioia”), mentre in quella della Camera dei Deputati sono comparse due coppie di omosessuali, poi ritirate. Insomma, ci stiamo “uccidendo” per non irritare i musulmani, i laici e i cattolici adulti, chiunque purché ciò significhi stracciare la nostra storia, la nostra cultura, la nostra anima.

E ora siamo ai preti che si autocensurano durante la Messa, dopo adeguata consultazione con il politico amico. Buon Natale.

15 dicembre 2006

La strategia del vitello

Chissà se l’uscita di ieri di Berlusconi, sulla libertà di coscienza che verrà lasciata ai parlamentari di Forza Italia rispetto all’imminente disegno di legge governativo sulle coppie di fatto, faccia parte anch’essa della strategia del vitello.
In altri termini, sarebbe interessante sapere se si è trattato di un altro degli assist che il buon Silvio insiste a lanciare al fedifrago Pierferdinando Casini, ogni volta che quest’ultimo insiste a cacciarsi nell’angolo, con la sua voglia di mettersi in proprio e di farsi notare.

Sulla estrema cavalleria del Cavaliere, crediamo che ci fossero pochi dubbi: ne avevamo avuto un saggio quando ha telefonato in diretta alla trasmissione di Floris solo per chiarirsi con il figliol prodigo, e quasi per scusarsi con lui, subito dopo che lo stesso si era prodotto in una mezza scenata per dire che lui non accettava ultimatum, e quindi non gli si doveva fare fretta per rientrare nella coalizione.

Considerato che, con il suo scatto d’orgoglio, il Pierferdi ci aveva fatto venire alla mente l’erezione di un bimbo che protesta durante il cambio di pannolino, il fatto che uno come Berlusconi si sia sentito in dovere di telefonare subito per scusarsi con lui, secondo noi doveva per forza rispondere ad un qualche secondo fine.
Ma a parte gli scherzi, naturalmente, non sappiamo che cosa di preciso stia passando per la testa dell’ex premier.
Vogliamo sperare che, anche questa volta, dietro l’uscita su coppie di fatto e libertà di coscienza ci sia dietro un disegno destinato a rivelarsi vincente.

Altrimenti non si capirebbe davvero per quale motivo, subito dopo aver pronosticato che il Governo Prodi presto cadrà proprio sul tema dei Pacs, che farà implodere le sue contraddizioni interne, il capo dell’opposizione si sia sentito in dovere di evidenziare le divisioni del proprio schieramento sullo stesso argomento. Oltretutto, offrendo al sopra citato Pierferdinando un’ottima ed insperata occasione di mostrare in che cosa il suo partito – voglie neocentriste a parte – possa veramente dirsi diverso dal resto della CdL.

Tant’è che anche Gianfranco Fini, con le dichiarazioni del giorno prima, aveva dato un suo contributo allo sgretolamento del fronte anti-Pacs.
Ma a dire il vero da lui ce lo aspettavamo, visto il suo precedente improvvido smarcamento in occasione dei referendum sulla manipolazione genetica ed uccisione di embrioni umani (cosiddetta “fecondazione assistita”). Da Silvio invece proprio no.

D’accordo, Forza Italia è un partito di massa, che trova la sua forza elettorale soprattutto nel pragmatismo e nella capacità di raccogliere consensi sia nell’elettorato cattolico che in quello più sensibile alle sirene laiciste. Lo sappiamo anche noi teo-con duri e puri, che se finora la sua fisionomia non fosse stata così, l’ex partito di plastica non avrebbe mai trovato la forza elettorale sufficiente per tenere insieme e rendere vincente il fronte alternativo alle sinistre. Tant’è che francamente avevamo apprezzato l’analogo atteggiamento di Berlusconi, in occasione dei referendum di cui sopra.

Tuttavia bisogna saper leggere i segni dei tempi, e in quella occasione la maturità dimostrata dal popolo italiano aveva sorpreso anche noi, per le proporzioni della debacle laicista. Quindi speravamo che la lezione fosse stata utile a tutti, come lo è stata per noi, nel nostro piccolo.
Ci siamo difatti convinti che davvero esista, tra i cittadini, un fondo di buonsenso e di ragione naturale che li porta a rimanere ben ancorati alla sostanza delle cose, quando sono in gioco i valori fondamentali.

Quando si è trattato di decidere sulla sacralità della vita, gli elettori si sono mostrati ben decisi a non dare retta alle parole d’ordine e ai capziosi ragionamenti degli intellettuali del mainstream e dei loro mezzi di comunicazione, tutti schierati in senso laicista.
Per questo ora siamo convinti che, anche sul tema delle coppie di fatto ed omosessuali, il popolo italiano non deciderebbe in modo troppo dissimile, se in ipotesi fosse chiamato a pronunciarsi con un referendum.
Così come ha saputo distinguere che cosa veramente fosse in gioco, quando è stato chiamato a pronunciarsi sulle fonti della vita umana, secondo noi l’elettorato saprebbe fare altrettanto, ora che si tratta di difendere le fonti della società. Cioè, la famiglia.

Il grande Chesterton diceva che soltanto ai cattolici, prima o poi, sarebbe toccato il compito di sguainare la spada per dimostrare che l’erba è verde d’estate, e le foglie cadono d’autunno. Ma quando si è trattato di difendere l’idea che i figli nascono da un uomo e una donna, anche i cittadini e i ceti sociali più secolarizzati del nostro Paese hanno mostrato di non avere troppi dubbi al riguardo.
Sui Pacs, secondo noi, succederebbe lo stesso, e quindi non si capisce per quale motivo Berlusconi abbia perso quest’occasione per confermare la sua proverbiale capacità di intuire i desideri, le opinioni e le esigenze della gente.

Cominciamo a sospettare che, dietro tutto questo pragmatismo, più che la strategia del vitello ci sia semplicemente la ben nota tendenza del grande comunicatore a non voler mai dire di no ad alcuno.
Ma almeno, per cortesia, ci avesse risparmiato il vecchio luogo comune della “libertà di coscienza”. La coscienza, non solo in politica, è un concetto troppo importante per essere usato per giochi tattici di questo tipo. E’ per difendere la sacralità della coscienza che san Tommaso Moro, patrono dei politici, ha affrontato la mannaia del boia. Tra l’altro, anche quella volta c’entravano – sia pure indirettamente – questioni matrimoniali.

Lasciare ai parlamentari libertà di coscienza solo su alcuni temi, è come dire che ai leaders politici di solito della coscienza dei propri deputati non gliene frega nulla. Ovvero, più verosimilmente, che non si è mai fatto troppo caso al fatto che ne abbiano una.
Ma soprattutto, da parte di Berlusconi ci si aspetterebbe un po’ più di attenzione nello sbandierare che Forza Italia non si schiererà sui Pacs in quanto “liberale”. Intanto, a ben vedere il liberalismo con le nozze omosessuali dovrebbe centrare poco o nulla, ed invocarlo a sproposito rischia solo di creare confusione tra chi ama ragionare sulle idee, e non solo sui calcoli elettorali.

Senza contare che invocare il liberalismo per non schierarsi sui Pacs rischia di creare – sul piano dei principi e dei valori – un’inopportuna e sgradevole consonanza con l’antico campo d’Agramante di coloro che considerano la famiglia come un limite per la libertà delle persone, anziché un suo fondamentale baluardo.
E poi, nessuno più del leader della CdL dovrebbe sapere che i partiti liberali “puri” di tutta Europa - pur con la loro rispettabile storia – non hanno mai avuto un peso elettorale decisivo per assicurare un governo ai loro paesi, come invece è nella missione e nelle potenzialità di Forza Italia.

Sappiamo bene che i successi di Berlusconi finora si sono basati sulla capacità di tenere assieme, nello stesso movimento politico, sensibilità e storie personali assai diverse tra di loro: senza la proverbiale capacità del leader di aggregare e di mediare – nelle idee e negli uomini – tra la parte più moderata della tradizione cattolica, liberale e socialista, tenendo ben ferma la barra del timone verso un obiettivo comune di libertà, Forza Italia non avrebbe mai potuto raggiungere le dimensioni di partito di massa, e quindi l’importanza politica decisiva che ha avuto in questi anni.

Tutto questo ha tuttora un prezzo, in termini di disomogeneità e di potenziali conflitti interni, a tutti i livelli della vita politica: ci dicono ad esempio che nel consiglio comunale di Padova – dove si è escogitata quella delibera che dovrebbe introdurre surrettiziamente le nozze gay e persino poligamie e promiscuità varie nel nostro ordinamento dello stato civile – l’unico consigliere dell’opposizione di centrodestra che non ha votato contro era appunto di Forza Italia.

Ma in un paese come il nostro, particolarmente in questo momento politico, un tema come quello della difesa della famiglia è troppo importante per sacrificarlo sull’altare dell’unità e della coesione interna. Non ci si venga a dire che nei grandi partiti conservatori anglosassoni, su questo ed altri argomenti si possono trovare posizioni anche ben più contrastanti.

La nostra storia, la nostra tradizione, e anche il nostro contingente momento politico sono troppo diversi per potercelo permettere. Non è questo il caso in cui ci si può permettere di ingrassare ad oltranza vitelli che poi rischiano concretamente di essere consumati da altri, con grande loro soddisfazione, ma lasciando a digiuno chi li ha allevati.
O almeno, se proprio si vuole continuare su questa linea, poi non ci si lamenti quando qualcuno arriva a dire che Forza Italia è un partito senz’anima.

04 dicembre 2006

Il Leone e il Delfino (e i loro due popoli)

Noi c’eravamo. E vorrei anche vedere che non ci fossimo stati. Ci interessiamo di politica da ormai più di vent’anni, quindi quella di sabato non è stata di certo la nostra prima volta in piazza.
Le due grandi manifestazioni del centrodestra degli anni novanta – quella della neonata Alleanza Nazionale e quella unitaria del Polo – noi del Filo a Piombo, chi più chi meno, ce le eravamo fatte tutte. E nel frattempo, ad arrivare ad oggi, tutti e tre avevamo trovato altre occasioni per esserci di persona.

Una dozzina di anni fa, nel tragitto da Piazza Esedra a Piazza San Giovanni, chi scrive questo post aveva al suo fianco la stessa compagna che ora è sua moglie. Ma allora non aveva ancora una professione ben avviata e tre figli da far crescere. Quindi (essendosi tra l’altro portato dietro anche i figli), questa volta chi vi scrive ha potuto manifestare in modo meno intenso, ma in compenso molto più consapevole, per esperienza diretta e quotidiana, di quel che il governo Prodi e la sinistra in generale stanno togliendo al futuro di tutti.

La prima impressione di noi del Filo a Piombo, dopo il corteo di sabato scorso, è quella per cui sia definitivamente venuto meno il partito di plastica. Detto da chi vive ed opera a Bologna, e quindi osserva più da vicino di tanti altri la perdurante disorganizzazione e lo scarso radicamento di Forza Italia sul territorio, può sembrare un commento troppo ottimista.
In fondo, pure le altre volte era stato evidente lo stridente contrasto tra l’inconsistenza del movimento berlusconiano, nella città dove ognuno vuol rimandare a casa Prodi, rispetto alle decine e decine di pullmann che già allora da Bologna scesero a Roma. E in questi anni la situazione non ci sembra cambiata più di tanto.

Ma se oggi diciamo che il partito di plastica è finito, è perché nelle altre manifestazioni non avevamo osservato lo stesso rapporto tra Berlusconi e la sua gente. Dopo tanti anni, abbiamo improvvisamente scoperto quanto ormai l’uomo di Arcore, l’imprenditore prestato alla politica, abbia raggiunto la statura di un autentico leader epocale, e cioè di uno dei più grandi statisti italiani di tutti i tempi.
Non solo per come il “leone della libertà” è riuscito a rivoluzionare la realtà politica ed istituzionale italiana, prima con la discesa in campo, la nascita del bipolarismo, e poi con gli ultimi cinque anni di governo. Ma anche e soprattutto per come, nel corso di questi anni vissuti pericolosamente, è riuscito a cambiare la mentalità del suo popolo.

Questa volta abbiamo avuto la netta sensazione che quella parte degli Italiani che non è di sinistra, e che per natura tende a rimanere un po’ lontana dalla politica, dopo dodici anni di cosiddetto berlusconismo sia divenuta molto più consapevole della propria missione sociale e della propria importanza.
Quel popolo tendenzialmente composto di lavoratori autonomi, di professionisti, di piccoli e medi imprenditori, di artigiani, di dirigenti del settore privato, di studenti ambiziosi, di casalinghe attente alla famiglia, ora è molto meno disposto a delegare ad altri il proprio presente e il proprio futuro.

Con Berlusconi, e con quel che rappresenta, questo popolo ha stretto un rapporto molto più profondo e significativo di quel che poteva sembrare. Sabato abbiamo scoperto, guardando negli occhi le persone del variopinto corteo, che tra il capo carismatico e l’elettorato del centrodestra si è consolidato davvero un legame forte, significativo, identitario. In altri termini, che di fronte al pericolo della sinistra al governo, il suo popolo ora sa di essere una cosa sola con lui.

Si poteva pensare, o meglio affermare con disprezzo – come avviene a sinistra, laddove ormai da anni “pensare” non è il verbo più appropriato – che votare per i partiti di centrodestra fosse solo un fatto di interessi, di egoismi, di rendite da difendere.
E non ci sarebbe nulla di male, anzi è l’ora di affermare chiaramente che difendere i propri interessi è un diritto civile fondamentale, che ha la stessa dignità morale a destra come a sinistra. Ma è anche il momento di dire che in questa fase della politica nazionale gli interessi dei moderati e dei conservatori sono i più importanti.

Perché mai come ora, in Italia, è divenuta evidente la differenza politica tra chi per decenni ha costruito il benessere di tutti con il proprio lavoro, la propria iniziativa e il proprio capitale, rispetto a chi invece ha sempre e solo preteso di togliere agli altri, per garantirsi la propria più o meno piccola greppia di privilegi assistenziali.
Quest’ultimo concetto è apparso molto chiaro nel discorso di Gianfranco Fini. Che forse è stato anche più brillante di quello di Silvio il Leone.
Ma nelle parole dell’ex Presidente del Consiglio c’erano alcuni aspetti che non abbiamo ritrovato nell’intervento di colui che – come è apparso a tutti – sabato in Piazza san Giovanni è stato incoronato come il Delfino, cioè il futuro leader della Casa della Libertà.

Intanto, e per l’appunto, noi del Filo a Piombo saremo stati un po’ impediti per colpa della folla (e, per chi scrive, anche dei bambini), ma non abbiamo mai sentito Fini pronunciare la parola “libertà”. Quella parola, cioè, che invece è stata il leit-motiv di tutto il resto della manifestazione.
E questo un po’ ci preoccupa, così come – sempre per ragioni identitarie – ci preoccupa che il nostro possibile futuro premier nei trascorsi anni di governo abbia sentito più volte il bisogno di farsi perdonare, oltre che il suo passato, anche le radici cattoliche del suo partito.

Non possiamo scordarci del differente atteggiamento tenuto rispetto a Berlusconi, che pure è un laico assai pragmatico, all’epoca dello scontro referendario sulla fecondazione assistita, che oltretutto si è concluso – nonostante gli improvvidi smarcamenti del futuro Delfino – con una netta vittoria dei valori cattolici che albergano nell’anima più profonda del nostro popolo. I quali, a nostro parere, sono anche gli unici valori in nome dei quali sarà possibile costruire un’autentica unità tra le basi elettorali dei due grandi partiti del centrodestra.

Ma non c’è solo questo. Il popolo di Alleanza Nazionale, storicamente, tende ad attendersi dallo Stato e in genere dalla mano pubblica molto di più di quanto avvenga per l’elettorato moderato di Forza Italia. Questo specialmente al centro-sud.
Tutti quanti, in una società moderna, tendiamo ad accorgerci del valore delle libertà individuali e collettive solo nel momento in cui le vediamo platealmente messe in pericolo, e con esse i nostri interessi e i nostri affetti più immediati, come sta avvenendo in questi primi mesi di governo Prodi.

E’ quindi assai facile sentirsi liberali, in questo periodo, anche quando si sia tendenzialmente uomini d’ordine, che in genere preferiscono sentirsi garantiti dalla collettività. Come scriveva Giuseppe Prezzolini, quando la libertà – che comporta rischio, responsabilità, fatica – è meno minacciata, tanta gente tende a preferire ad essa la sicurezza.
Per questo nutriamo qualche dubbio sul fatto che i due popoli, quello del Leone e quello del Delfino, siano davvero politicamente così omogenei, per aspettative, esigenze e sentimenti.

Ed è tutta qui la riserva che per il futuro potremo nutrire, se davvero prima o poi ci sarà il cambio di leadership che si è profilato sabato pomeriggio davanti a noi, e alla folla di Piazza San Giovanni.
Ma proprio per questo, specialmente ora, quel che conta è imparare ad essere uniti, per tornare a vincere. Non ci aspettavamo che i nuovi Circoli sarebbero stati nominati tante volte, nel discorso di Fini oltre che in quello di Berlusconi.
Questo forse è un segnale che tutti noi, nel nostro piccolo, dovremo cercare di raccogliere subito. In nome dell’unità, oltre che in quello della libertà.
Nel segno del Leone, così come in quello del Delfino.

25 novembre 2006

Papà Silvio, i circoli e le tribù

Silvio è stanco. Lo ha confessato lui stesso e non ha smentito il giornale che ha riportato la sua confessione. Qualcuno sostiene che doveva rimanere tutto segreto. Ma per favore. Se sei Berlusconi e ti trovi a una cena dove sono presenti alcuni giornalisti, e durante quella cena ti va di dire cose che potrebbero rovesciare i tavoli della CdL e del centrosinistra, è molto probabile che qualcosa – se non tutto – di quello che hai detto finirà in piazza. Quindi il Cavaliere ha voluto mandare un messaggio. A chi? A costo di essere tacciati di dietrologia, prima che all’esterno guarderemmo con più attenzione all’interno del partito.

Un partito che aveva bisogno come il pane di darsi una struttura democratica sul territorio ben prima delle dichiarazioni del suo fondatore. Ma che ora o si raddrizza la schiena con le sue forze oppure si liquefa. Papà Silvio, insomma, sta cercando di far crescere la sua creatura. Magari a suon di ceffoni, perché quando ce vò ce vò. Del resto le scelte da fare sono quelle decisive. L’idea dei circoli, come momento intermedio verso il partito unico, era e resta molto buona. Ma a condizione che Forza Italia sia solida. E per renderla solida è assolutamente necessario assegnare ai suoi iscritti il diritto di scegliersi chi comanda sul piano locale.

Se invece si viene folgorati sulla via dei circoli e contemporaneamente si lascia campo libero alle tante tribù che in questi anni di anarchia organizzativa sono nate e hanno figliato, vuol dire che nel partito unico porteremo i voti senza pesare un fico secco nella scelta della dirigenza, e dunque della linea politica. A noi questa prospettiva non piace. Continuiamo a ritenere quello incarnato in Forza Italia un patrimonio culturale di enorme importanza per il Paese intero. Che non va disperso. Le tribù, per noi, sono le correnti non inquadrate in un partito strutturato. Ogni leader, o presunto tale, si forma la sua catena di Sant’Antonio pensando poi di poter contare in un futuro neppure troppo lontano. Errore madornale scambiare il proprio orticello con gli interessi del partito. Sempre che sul partito ci si creda ancora, ovviamente. Questo è il rischio che vogliamo combattere: non dare per scontato che Forza Italia sia destinata a chiudere i battenti prima ancora che nasca il partito unico.

Ecco perché il rilancio della leva democratica, con l’annuncio dei congressi provinciali e comunali per la primavera prossima fatto da Bondi un paio di giorni fa, va nella direzione di irrobustire il partito, di ricondurre le tribù a correnti non impazzite e a far sì che Forza Italia si riappropri a livello locale di quella credibilità nel rapporto con le istituzioni, con le realtà associative, con la società civile che con l’era dei commissariamenti aveva perso. Non per responsabilità di questo o quel commissario, sia chiaro: è la figura in sé che non è adeguata. Anche recentemente, a chi scrive un alto dirigente di una associazione di imprenditori bolognese ha domandato: “Ma con chi dobbiamo parlare in Forza Italia per far sentire i nostri problemi? Dove siete?”. La democrazia interna non è solo un valore ideale; essa rappresenta uno strumento molto concreto per individuare le persone migliori cui affidare le sorti di una formazione politica.

23 novembre 2006

L'omosessualità una malattia? Sfida ai bloggers liberali

I fatti sono noti: il sito Culturacattolica.it, al quale va la nostra incondizionata solidarietà, ha protestato contro la collocazione in prima serata della fiction Rai “Il padre delle spose”, con protagonista Lino Banfi, in quanto tale trasmissione promuove apertamente il cosiddetto “matrimonio omosessuale”.

Il sito cattolico non ha chiesto la censura, bensì soltanto lo spostamento del programma in seconda serata, per evitare che il pubblico dei bambini e dei preadolescenti potesse trarne indicazioni discutibili sul piano pedagogico.

La scelta di Culturacattolica.it è stata ripresa, capziosamente, da un articolo di Repubblica, nel quale si è chiaramente sostenuto che i cattolici invocavano l’oscuramento della trasmissione. Il risultato di questa distorta informazione (ma si può ben pensare che sarebbe successa la stessa cosa se la notizia fosse stata data correttamente) è stato un pesante attacco al predetto sito da parte di crackers informatici, che ne hanno provocato l’oscuramento.

I curatori di Culturacattolica.it hanno quindi aperto un blog sulla piattaforma del “Cannocchiale”, per denunciare l’accaduto e chiedere solidarietà. I commenti subito apparsi su quest’ultimo estemporaneo spazio di discussione sono stati di tutti i tipi, come era prevedibile, ma prevalentemente di aggressione e insulto nei confronti dei cattolici.

Fin qui nulla di strano, se non fosse che tra i commenti è apparso quello di tale Piero Marcelletti, che non ci è dato sapere se sia o meno un responsabile della redazione del Cannocchiale, il quale tuttavia ha testualmente scritto: “Vorrei ricordare ai responsabili di questo blog che le loro opinioni sono ospitate da una piattaforma, quella de “Il Cannocchiale”, che ha una precisa policy per quanto riguarda tutto ciò che viene pubblicato in ogni singolo blog da essa ospitato. Questa policy vieta espressamente la pubblicazione di contenuti razzistici, discriminatori e sessisti.
E’ già successo che diversi blog ospitati da "Il Cannocchiale" siano stati chiusi dai responsabili della policy proprio perchè talvolta alcuni di questi blog hanno diffuso opinioni indiscutibilmente discriminatorie, proprio come quella che pretenderebbe di considerare l'omosessualità alla stregua di una malattia. Vi invito pertanto ad occuparVi di argomenti che abbiano a che fare con la fede, non spetta a Voi fare diagnosi di malattia.
Altrimenti, sarebbe necessaria una legittima segnalazione di “abuse” alla casella e-mail appositamente predisposta, per far chiudere questo blog.”


Bene.
Dunque, laddove ci venisse confermato che il signor Marcelletti ha l’autorità di rappresentare la piattaforma del Cannocchiale, ne dovremmo desumere che per quest’ultima la libertà di opinione si estende fino al punto di poter impunemente insultare i cattolici, il Papa, la religione, ecc. ecc., ma non ammette – sotto pena di chiusura del blog – nemmeno da parte del pubblico dei commentatori l’opinione secondo la quale l’omosessualità sarebbe una malattia.

Noi del Filo a Piombo quindi vogliamo in questa sede affermare che, non essendo mai stata provata la matrice genetica dell’omosessualità, riteniamo che l’orientamento eterosessuale dipenda dalla natura e dalla fisiologia umana, e non sia esclusivamente una questione di scelte personali.
Pertanto siamo convinti – assieme ad altri più autorevoli studiosi – che l’istinto omosessuale derivi da una deviazione dello sviluppo psichico della personalità, che si può manifestare in diversi momenti della vita per cause non tipizzate, ma comunque scientificamente indagabili.

Questa convinzione comporta che non consideriamo l’omosessualità come una condizione “normale”, nel senso che a questa parola viene comunemente dato dalla comunità scientifica. Poi si dovrebbero fare alcune precisazioni sulla differenza che passa tra l’anormalità di una condizione soggettiva e la “malattia”, per come quest’ultima viene definita in medicina, ma si tratterebbe di distinzioni troppo raffinate per il livello culturale dimostrato dai personaggi con i quali, nostro malgrado, abbiamo a che fare.

Ciò premesso, per tornare nell’ambito del dibattito culturale e politico, noi chiediamo a tutti i bloggers – particolarmente quelli che si professano liberali e addirittura radicali – di venire a dimostrare, anche con una semplice attestazione di solidarietà non tanto verso di noi quanto del sito Culturacattolica.it, che pur non condividendo la nostra idea sarebbero disposti a dare qualcosa per il nostro diritto di esprimerla, a parità di condizioni con gli altri cittadini della rete.

Non è necessario che si proclamino voltairianamente disposti a dare la vita per questo, anche perché consideriamo apocrifa e comunque sommamente ipocrita la famosissima frase. Specie in quanto la stessa viene di solito attribuita a un intellettuale che teorizzava apertamente la diffamazione, l’intimidazione e la calunnia verso gli avversari come strumenti legittimi di confronto (cfr. la lettera di Voltaire su alcuni enciclopedisti, citata da Pierre Gaxotte, Accademico di Francia, nel suo “la Rivoluzione Francese”: “Dobbiamo screditarli; dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come persone viziose; dobbiamo presentare le loro azioni sotto una luce odiosa … Se ci mancano i fatti, dobbiamo farne supporre l’esistenza fingendo di tacere parte delle loro colpe. Tutto è permesso contro di essi … Deferiamoli al governo come nemici della religione e dell’autorità; incitiamo i magistrati a punirli”).

Noi invece chiediamo solo pura e semplice solidarietà senza se e senza ma per il sito Culturacattolica.it, nonostante la forte diversità di opinione.
Altrimenti, segnaliamo fin d’ora la nostra ulteriore opinione di cattolici liberali, secondo la quale chi si rifiutasse per ragioni di principio (sia pure dichiarandosi liberale e libertario), in realtà sia soltanto un piccolo maleducato ignorante vigliacco untorello, moralmente più simile a un teppista comunistoide che non a una persona civile e decentemente acculturata, con la quale si possa discutere di argomenti seri. Punto.

20 novembre 2006

Modeste proposte per i Circoli della Libertà

Il Filo a Piombo guarda con favore al progetto dei Circoli della Libertà, che si sta sviluppando in queste settimane. Cercheremo di dare il nostro contributo all’iniziativa, anche fuori dalla blogosfera, così come avremmo fatto per ogni altro progetto credibile, al fine di rilanciare un centrodestra liberale e popolare.

Nel nostro piccolo potremo renderci utili, in quanto – pur non sapendo fino a che punto il nostro Filo potrà dipanarsi, sulla rete e nella vita reale – rimaniamo convinti che il materiale di cui esso è composto, in termini di cultura politica, sia il più adatto per tessere una tela resistente e destinata a durare nel tempo.

Tuttavia, già nell’impostazione che è stata data al progetto dei Circoli scorgiamo alcune grandi difficoltà. Intanto, secondo i promotori, lo spirito dell’iniziativa del senatore Dell’Utri dovrebbe essere innanzitutto culturale. I Circoli della Libertà dovrebbero nascere come luoghi di approfondimento e di elaborazione del pensiero, prima ancora che di partecipazione politica.
Ma se questo è vero, su quali basi culturali e con quale identità questi Circoli si stanno costituendo?

Sappiamo tutti che Forza Italia è nata in modo pragmatico, seguendo un generico richiamo al moderatismo liberale, senza vincolarsi – nemmeno nel nome – ad alcuna tradizione politica ben definita. Tanto che, quando nel 1993-1994 sono nati i primi clubs azzurri, assieme a tanta improvvisazione e scarsa cultura politica, in essi si poteva ritrovare un po’ di tutto. Sia rispetto ai grandi temi, che nelle opinioni più spicciole dei militanti.
Del resto, la situazione lo imponeva, e non ci scandalizziamo affatto per quella confusione della quale noi del Filo ci ricordiamo bene, visto che alcuni di noi hanno partecipato in prima persona alla nascita del movimento.

Ma ora, nonostante la perdurante logica del bipolarismo, e nonostante i successi ai quali ha portato lo spirito pragmatico di Berlusconi, crediamo che si debbano sciogliere alcuni nodi ideali, e definire a priori con più precisione l’identità possibile del liberal-conservatorismo italiano.

La progressiva decadenza della cultura occidentale ha importato nella nostra società problemi che nei primi anni novanta, al massimo, erano appena abbozzati. Oggi stanno giungendo a maturazione questioni epocali, come la crisi demografica, la dissoluzione dell’istituto familiare e degli altri riferimenti “forti” della società civile, la messa in discussione delle radici cristiane dell’Europa, l’aggressività dell’Islam.

Sta quindi diventando indifferibile un nuovo progetto educativo per le giovani generazioni, che coinvolga non solo le istituzioni politiche, ma soprattutto la famiglia, la scuola, i movimenti religiosi, le libere associazioni. Dall’altro lato, sul piano più strettamente economico, presto diventerà drammatica la questione dell’insostenibilità dello Stato sociale, così come lo abbiamo conosciuto fino ad ora.

Si tratta di temi che – a differenza di quel che accadeva negli anni in cui è nato il Polo delle Libertà – oggi stanno invadendo la sfera quotidiana di tutti i cittadini. Per questo si impongono grandi scelte di campo che non possono più essere eluse, rinviate o accantonate, in favore dell’ottimistica ricerca di ciò che ci unisce, al solo scopo di vincere le prossime elezioni.

In questo senso, come sappiamo, la modesta proposta del Filo a Piombo è fortemente identitaria, e cerca una composizione tra le tradizioni liberale, cattolica e conservatrice. Speriamo dunque che nel nascente movimento dei Circoli della Libertà ci sia sufficiente chiarezza e coesione sui suddetti argomenti.
Non vogliamo doverci ritrovare bloccati a discutere per ore di laicità dello Stato, o del vero significato dell’essere liberali o dell’essere moderati. Ciò in quanto le linee di fondo della nostra ispirazione dovrebbero essere già definite.

Specie in una regione come la nostra, l’Emilia-Romagna, dove è collaudato da decenni un blocco sociale ed economico che fa riferimento allo Stato, al partito, al sindacato e alle cooperative, la nostra alternativa dovrà invece rivolgersi alle famiglie, alla libera impresa, all’associazionismo civico, alle categorie dei lavoratori autonomi e dei professonisti, e non per ultima alla Chiesa di Benedetto XVI e dei movimenti cattolici meno compromessi con lo spirito “conciliare”.

Inoltre, su un piano più operativo, quello che chiediamo ai promotori della iniziativa è di non frammentare né disperdere le energie di centrodestra già presenti sul territorio.
Ci sembra evidente che sarebbe impossibile ripetere nelle stesse modalità, tredici anni dopo, l’epopea che ha portato alla nascita dei clubs di Forza Italia e dei circoli di Alleanza Nazionale. Noi di questo Filo eravamo attivi in politica, in quei tumultuosi mesi, ed è proprio il ricordo di quella esperienza che ci fa ritenere assai rischiosa e un po’ velleitaria l’idea di fare rinascere “dal basso” il centrodestra.

E’ vero che oggi si vede chiaramente quanto poco sia rimasto – dal punto di vista dell’organizzazione, del personale politico e della presenza sul territorio – dello spirito di partecipazione popolare che animò la nascita del Polo delle Libertà, nei primi anni novanta. Ma non per questo crediamo che sia possibile fare tabula rasa e ripartire da zero, affidandosi solo all’entusiasmo di nuovi volontari, così come allo sconcerto e alla rabbia degli elettori, che stanno di nuovo facendo soffiare il vento alle spalle dell’opposizione.

L’eccessivo spontaneismo, difatti, a nostro parere finirebbe per riproporre la situazione che già si era creata subito dopo il venire meno del primo governo Berlusconi, quando i primi clubs e circoli di Forza Italia e Alleanza Nazionale, che avevano accompagnato l’ascesa dei rispettivi leaders, svanirono rapidamente nel nulla, lasciando sul territorio solo la presenza di politici semiprofessionisti con già diversi anni di esperienza alle spalle, oltre a qualche più o meno valido outsider.

Per questo, anche se riconosciamo che i Circoli della Libertà siano un’ottima occasione di formazione e crescita, specie per i più giovani, non possiamo illuderci del fatto che essi diventino sezioni di reclutamento di una classe politica totalmente nuova.
Persino in una regione difficile come l’Emilia-Romagna, dove il centrodestra ha poco radicamento e non vanta una tradizione di amministratori locali, in questi anni si sono comunque formate personalità politiche che in un modo o nell’altro hanno maturato un minimo di esperienza e di appeal elettorale.

Esiste un certo numero di consiglieri regionali, provinciali, comunali, e di dirigenti locali di partito, le energie dei quali non vorremmo vedere disperse, e tantomeno le une contro le altre armate.
Dunque, a nostro parere il partito di Forza Italia, così come la Lega Nord e i settori di Alleanza Nazionale e dell’Udc meno compromessi con le politiche stataliste ed assistenziali, dovrebbero essere coinvolti nel progetto in maniera organica.

Per legittimare i nuovi Circoli delle Libertà non ci si può affidare solo al mandato – vero o presunto – di Berlusconi e di altri dirigenti nazionali. Occorre invece individuare dove e come il centrodestra di questi ultimi tredici anni abbia messo radici nel tessuto sociale del nostro Paese.
A tale scopo, occorre che il nascente movimento dei Circoli si dotato di guide attente ed autorevoli, riconosciute come tali da tutto il centrodestra, che conoscano le diverse realtà del nostro Paese e sappiano individuare su ogni territorio le presenze e le energie più adatte.

Non è una frase fatta: se i promotori dei Circoli della Libertà cederanno alla tentazione di porsi come la “corrente del rinnovamento”, nell’ambito di Forza Italia e più in generale dello schieramento conservatore, essi finiranno per dare vita solamente ad una corrente di partito in più.
Poiché non siamo di quelli che credono alla “democrazia interna” nei partiti, specialmente in questa fase e tantomeno rispetto a un movimento poco strutturato come Forza Italia, speriamo che chi ha la possibilità di decidere sia veramente consapevole di quanto sopra.

15 novembre 2006

Solo la ripresa demografica salverà l'Europa

La forte diminuzione delle nascite nelle popolazioni europee, e in primis negli italiani, negli ultimi decenni, è conseguenza dell'abbandono della pratica religiosa in nome di ideali edonistici e dei dettami del relativismo etico. Ciò spalanca inevitabilmente le porte all'immigrazione, soprattutto islamica. Solo nella riscoperta dei valori tradizionali cristiani e familiari vi potrà essere salvezza per i nostri figli.

CROLLO DEMOGRAFICO E RITORNO ALLA FEDE. NE VA DEL NOSTRO FUTURO

Da alcuni decenni gli abitanti dell’Europa stanno sperimentando una situazione paradossale: vivono più a lungo ma mettono al mondo meno figli. Inevitabilmente, quando le folte generazioni del baby-boom nate tra il 1950 e il 1964 usciranno dal mondo del lavoro per andare in pensione, trascineranno il vecchio continente in uno stato d’emergenza. Per la prima volta nella storia, infatti, le classi non più in età produttiva e riproduttiva costituiranno la grande maggioranza della società.

L’Europa verrà investita da una “tempesta perfetta”, perché contemporaneamente verranno al pettine tutti i nodi delle attuali tendenze negative: il calo e l’invecchiamento della popolazione, la riduzione della forza lavoro, l’esplosione delle spese degli stati assistenziali, e la presenza maggioritaria di popolazioni musulmane in molte aree del vecchio continente, per effetto della loro massiccia immigrazione e alta fertilità. Secondo alcuni autorevoli osservatori (come Niall Ferguson, Bernard Lewis, Mark Steyn, Bat Ye’or, George Weigel) la civiltà europea potrebbe non superare questa crisi, e venire assorbita dalla civiltà islamica prima della fine del secolo.

Cause del regresso demografico

Per avere un’idea del crollo della natalità che si è verificato nell’ultimo quarto di secolo, basti pensare che in Italia nel decennio 1950-1959 nacquero 8.824.000 bambini; nel successivo decennio del boom economico, dal 1960 al 1969, ne nacquero ben 9.679.000; negli anni Settanta le nascite calarono a 8.304.000, e poi avvenne il crollo: nel decennio 1980-1989 le nascite furono 5.987.000, e nel 1990-1999 solo 5.367.000; se negli anni Sessanta il saldo fra nascite e morti era stato positivo per 4.653.000 unità, negli anni Novanta c’è stato un saldo negativo per 177.000 unità, e tendenze analoghe si sono verificate un po’ in tutto il continente.

Una debacle demografica di simili proporzioni si può spiegare solo con una profonda demoralizzazione morale e spirituale, il cui sintomo più evidente è il declino delle pratiche e delle credenze religiose. Un numero crescente di studi, infatti, conferma che ovunque la mappa dell’infertilità coincide con quella della secolarizzazione.

Da quando hanno perso la fede religiosa per abbracciare un’etica materialistica, gli europei hanno iniziato ad accettare l’aborto, il controllo delle nascite, i matrimoni gay e la promiscuità sessuale, e smesso di andare in chiesa, di prendere la Bibbia sul serio, di credere nel futuro e di avere figli.

La secolarizzazione, infatti, favorisce negli individui un atteggiamento edonistico di corto respiro, programmato sul breve arco della vita terrena, mentre la fede religiose spinge le persone a progettare la propria esistenza secondo un orizzonte temporale più lungo.

Gli europei dei secoli passati avevano gli occhi rivolti all’eternità e al futuro della Cristianità, e si impegnavano in progetti, come la costruzione delle cattedrali, che potevano durare secoli. La cattedrale di Colonia, ad esempio, ha richiesto più di trecento anni di lavoro per essere edificata, e coloro che la iniziarono sapevano bene che non l’avrebbero mai vista completata.

Nel breve orizzonte temporale preso in considerazione dall’europeo irreligioso contemporaneo, invece, rimane poco posto per i figli, che impongono responsabilità, costi e sacrifici immediati in cambio di pochi benefici futuri, dato che all’assistenza durante gli anni della vecchiaia provvedono gli apparati pensionistici e sanitari dello Stato sociale.

Proprio il welfare state, destinato alla bancarotta a causa dei suoi colossali deficit, incarna più di ogni altra istituzione il breve orizzonte temporale dell’utopia secolare socialdemocratica, in cui si consumano senza ritegno le risorse presenti mettendo tutto in conto alle generazioni future, se vi saranno.

Il relativismo, porta aperta per l'islam

La secolarizzazione produce anche un secondo effetto negativo, generando società troppo permissive e senza fibra morale, incapaci di resistere agli attacchi delle culture agguerrite provenienti dall’esterno. Nelle società irreligiose non esistono più standard fissi di moralità, si oscura la differenza tra il bene e il male, e tutto diventa relativo.

È questo il motivo per cui nell’attuale Europa è diventato impossibile criticare l’islam, anche di fronte alle sue manifestazioni più eclatanti di prepotenza e di violenza. Il relativismo culturale ha infatti educato gli europei all’idea che la propria cultura non abbia nulla di particolare che meriti di essere protetto, mentre il multiculturalismo impone di tollerare anche coloro che non ti tollerano e che desiderano distruggerti.

È probabile infatti che l’islamizzazione dell’Europa, invece di condurre all’utopia multiculturalista, produca una totale metamorfosi politica e culturale del vecchio continente, come sempre è accaduto in passato alle terre assoggettate dall’islam.

Se gli islamici dovessero prendere il sopravvento, le grandi realizzazioni della cultura europea generata dal Cristianesimo rischiano di diventare un lontano ricordo, e fra meno di cento anni l’Europa di San Benedetto e San Francesco, di San Tommaso e Dante, di Cervantes e Shakespeare, di Leonardo e Michelangelo, di Tiziano e Rembrandt, di Copernico e Newton, di Bach e Mozart, di Fleming e Pasteur, di Goethe e Hugo, di Dostoevskij e Tolstoj, di Solgenitsin e Wojtyla potrebbe esistere solo sui libri di storia e nei musei. Oppure, peggio ancora, le vestigia dell’Europa cristiana potrebbero subire la sorte delle statue dei grandi Budda dell’Afghanistan, demolite dai talebani.

L’Europa rischia di perdere il suo patrimonio spirituale più importante, e di precipitare nel dispotismo, nella stagnazione intellettuale e nell’arretratezza economica che caratterizza le terre dell’islam.

Noi europei di oggi siamo i fortunati eredi della civiltà che ha prodotto la quasi totalità delle più grandi creazioni intellettuali della storia umana, come ha dimostrato il sociologo Charles Murray nel libro Human Accomplishment (Harper Collins, 2003). È necessario però che la religione che ha originato questa civiltà unica sia vivificata, perché la scienza, la filosofia, l’arte e la libertà che tanto apprezziamo, se private dei loro fondamenti culturali originari, sono destinate ad evaporare.

Per affrontare questa sfida cruciale il secolarismo è uno degli ostacoli maggiori, perché incoraggia la denatalità, la mancanza di fiducia, i dubbi e l’apatia. Il multiculturalismo e l’egualitarismo devono essere screditati se l’Europa vuole sopravvivere, perché fino a quando l’ideologia dominante imporrà l’idea che tutte le culture sono uguali, sarà impossibile organizzare una difesa della civiltà occidentale.

Nell’attuale crisi spirituale dell’Europa, il relativismo potrebbe rappresentare la stessa fatale debolezza del politeismo degli abitanti della Mecca del settimo secolo, che troppo a lungo tollerarono Maometto entro le mura della città, e ne furono poi conquistati.

Il merito di chi difese la Cristianità

Nella sua storia la Cristianità si è già trovata in situazioni altrettanto critiche, ed è sempre riuscita a trovare la forza morale per salvarsi. Le crociate, presentate dall’attuale vulgata politicamente corretta come forme di intolleranza e aggressività, furono invece uno dei momenti più nobili ed eroici della difesa della civiltà occidentale.

Le crociate apparvero per la prima volta solo dopo mille anni di storia cristiana quando l’islam, un colosso che si estendeva dalla Spagna all’India, aveva già conquistato con le armi più della metà dei territori della Cristianità. Solo a quel punto la Chiesa decise di impegnarsi con tutte le sue forze per salvare l’Europa, perché la sopravvivenza della Cristianità era in pericolo.

Il Cristianesimo è una religione pacifica, che è disposta a prendere la spada solo quando è minacciata di conquista e distruzione. I crociati decisero di farlo, sopportando enormi sacrifici personali e costi economici, e salvarono in questo modo la nostra civiltà.

E’ vero che la crociate non riuscirono a recuperare in via permanente la Terrasanta, però ritardarono la conquista di Costantinopoli per altri tre secoli e mezzo, e con essa l’invasione dell’Europa centrale, dando il tempo alla Cristianità di rafforzarsi.

Anche la Reconquista della penisola iberica faceva ufficialmente parte delle crociate, e senza di essa gli europei non avrebbero mai scoperto l’America. Il viaggio di Colombo, infatti, divenne concretamente realizzabile solo dopo la presa di Granada, l’ultimo dominio dei Mori in Spagna.

La colonizzazione del continente americano da parte dei cristiani, e la conseguente prosperità generata dai commerci interatlantici, rovesciarono definitivamente gli equilibri a favore della Cristianità. Un Cristoforo Colombo islamico che fosse partito dall’Andalusia musulmana avrebbe invece portato il Nuovo Mondo sotto l’insegna della Mezzaluna, e a quel punto il dominio mondiale dei seguaci di Maometto sarebbe stato solo una questione di tempo.

Il sangue, la fatica e il coraggio dei crociati non salvarono solo la Cristianità, ma il mondo intero. Per questo motivo dobbiamo essere riconoscenti alla Chiesa e ai monarchi europei, specialmente quelli spagnoli e portoghesi, che unirono i loro sforzi per fermare l’avanzata islamica.

Tra un paio di generazioni l’Europa sarà molto più religiosa di quanto lo sia oggi, se non altro perché le persone di fede tendono ad avere più figli di quelle non religiose. L’unica questione rilevante è: sarà il Cristianesimo o l’islam la religione che prenderà il posto dello sterile e suicida secolarismo?

Solo se gli europei torneranno a seguire il comandamento biblico di costituire famiglie numerose, religiose e unite potranno affrontare con successo la crisi che incombe sul vecchio continente. Questi figli amati, devoti e motivati rappresentano l’unica speranza che ha l’Europa per risolvere i problemi di domani.

Guglielmo Piombini
(Radici Cristiane, n. 19, novembre 2006)

09 novembre 2006

9 novembre 1989: silenzio di tomba. Dov’è la sinistra riformista?

Silenzio tombale. Sull’anniversario della caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989) è calata, inesorabile, l’indifferenza più ostinata. E dire che una legge dello scorso anno istituisce il Giorno della Libertà, impone alle istituzioni locali di celebrare cerimonie ufficiali commemorative e chiede alle scuole di organizzare momenti di approfondimento. Invece nulla di nulla.

Ieri il quotidiano Libero gridava contro la disattenzione del centrodestra, smemorato pure lui. Ma almeno la Casa delle Libertà qualcosa ha fatto quando governava. A noi interessa mettere in luce il profondo imbarazzo che giunge dall’ala riformista della sinistra, di cui tutti parlano e nessuno vede mai. E non pare vedersi neppure oggi, quando le farebbe molto comodo, a nostro modesto avviso, testimoniare la sua esistenza marcando la distanza dai massimalisti. O quanto meno uscire da quel buco nero dove a dominare sono veterocomunisti, sindacalisti d’altri tempi, sottosegretari di lotta e di governo, dipendenti pubblici imboscati e compagnia cantante.

Insomma dove sono i radicali prodini, i socialisti di Boselli, i presentabili della Margherita, i dalemiani sempre pronti a far vibrare il baffo, i mastelliani, i diniani? Provate a fare un salto (di dignità) ogni tanto, così magari vi si vede all’interno del gruppone. Possibile che la giornata di oggi non vi stimoli neppure uno straccio di comunicato stampa, un sussurro ad una qualche tv (ne avete talmente tante attorno a voi)?

04 novembre 2006

Ai banchetti di Forza Italia non mi hanno tirato le uova

Sono rari i casi in cui la notizia sta in ciò che non accade piuttosto che in quello che accade. Ma in occasione dei banchetti organizzati da Forza Italia durante il weekend del 28 e 29 ottobre scorsi, per protestare contro la Finanziaria di Prodi, deve far riflettere il fatto che sia andato tutto liscio. Traduzione. Per chi vive in Emilia-Romagna, o in una qualche altra regione dominata dalla sinistra per diritto cooperativo, resistenziale e antifasista (il refuso è voluto), c’è un termometro molto artigianale ma altrettanto efficace per misurare il gradimento del partito e in generale del centrodestra tra la gente.

Se quando scendi nelle vie per fare propaganda e distribuire volantini i passanti non te li strappano guardandoti con gli occhi iniettati di sangue, se non ti insultano, non ti tirano le uova, non ti minacciano apertamente (tutti “contrattempi” accaduti a chi scrive con una certa regolarità negli ultimi anni), allora vuol dire che il vento ce l’hai alle spalle e non in faccia. E se poi i tuoi avversari, che tu conosci benissimo, ti squadrano di lontano e sui loro visi immusoniti si disegnano i tratti inconfondibili dell’imbarazzo, puoi star sicuro che stanno rosicando. E se, ancora, ti camminano a due metri di distanza facendo finta di nulla, e quindi implicitamente tradiscono la considerazione che loro hanno di te dalla notte dei tempi come usurpatore di spazio pubblico (solo loro, infatti, possono andare in piazza, non gli altri), a quel punto ecco la pistola fumante: i compagni stanno vivendo i giorni peggiori dalla vittoria di aprile.

Bene, la settimana scorsa abbiamo provato tutto questo. Era una splendida giornata di sole in uno dei più brutti comuni alle porte di Bologna, Calderara di Reno. Brutto perché violentato da una urbanistica senza capo né coda e da un sindaco non all’altezza (a proposito, sulla qualità in picchiata dei dirigenti ds anche nelle zone rosse, prima o poi scriveremo qualcosa). Non ci facevamo vedere nella centrale piazza Marconi dall’antivigilia delle elezioni, quando un energumeno si piantò di fronte a noi e ci urlò che dovevamo vergognarci, aggiungendo che di lì a qualche giorno saremmo scomparsi. Facendoci capire che se non ci avesse pensato il “popolo democratico”, ci avrebbe pensato lui. Noi gli promettemmo che quanto prima saremmo tornati. Promessa mantenuta.

Dunque, siamo arrivati con l’armamentario di ordinanza: tavolino, bandiere, materiale vario da distribuire. Abbiamo preso posto di buon’ora giusto di fronte alla chiesa e lì ci siamo messi a lavorare. L’accoglienza iniziale, tra i pochi passanti, è stata quella di sempre: fredda che più fredda non si poteva. Poi pian piano ci siamo scaldati. Grazie non solo ai soliti amici ma anche per l’interesse di persone mai viste prima, che venivano da noi a chiederci se potevano firmare “qualcosa”. Di fronte alla nostra proposta di sottoscrivere la petizione contro la cittadinanza in cinque anni agli immigrati, lesti tiravano fuori la penna e soddisfatti ci lasciavano il loro autografo.

Così siamo andati avanti fino a sera. Senza alcun incidente di sorta. Anzi, conoscendo un sacco di gente che prima ci evitava accuratamente. Un segnale molto più inequivocabile dei sondaggi. Dall’altra parte c’è scoramento, insoddisfazione, riconoscimento che l’epiteto lanciato dal Berlusca in campagna elettorale un qualche fondamento ce l’aveva.

Negli stessi giorni si svolgeva sulle colline bolognesi, a Monghidoro per essere precisi, la festa provinciale azzurra. Organizzata dal consigliere regionale Ubaldo Salomoni, è stata una festa in tutti i sensi. Partecipazione massiccia di militanti e simpatizzanti, ma anche di noti elettori della Margherita, si è dipanata lungo sette tavole rotonde: dal ruolo dei cattolici in politica, all’impegno dei giovani, ai temi dell’informazione e dell’economia. Un ringraziamento particolare va agli esponenti di Forza Italia che si sono sciroppati centinaia di chilometri pur di esserci: Renato Brunetta, Benedetto Della Vedova, Alessandro Gianmoena (direttore editoriale di “Ragionpolitica”) e Francesco Pasquali (segretario nazionale dei giovani di Forza Italia).

Conclusione? Semplice: c’è una gran voglia di tornare a far politica sul territorio. C’è una gran voglia di partecipare, di dare il proprio contributo. Il vento è alle nostre spalle: che bello ritornare a correre!

28 ottobre 2006

L'ultimo libro di Ann Coulter: un pugno nello stomaco dei sinistrorsi

Le persone non si arrabbiano quando dici il falso su di loro, ma quando gli dici la verità: forse è questo il motivo per cui il nuovo libro di Ann Coulter, Godless. The Church of Liberalism (New York, Crown Forum), che appena uscito ha raggiunto il primo posto nella classifica delle vendite su Amazon, sta facendo imbestialire i liberal americani. La furia sarcastica della biondissima autrice, ribattezzata sulla copertina del Time come Ms. Right, non risparmia infatti nessuna delle manie ideologiche dei progressisti.

La sinistra crede ad esempio che i criminali siano vittime della società, che i molestatori di bambini possano essere riabilitati, che i feti non siano persone umane, che il darwinismo sia un fatto, che il socialismo funzioni, che l’islam sia una religione di pace, che i selvaggi siano sempre buoni e vivano in armonia con la natura, che il riciclaggio sia una virtù, che la castità non lo sia, e così via. Queste dottrine sono razionalmente meno dimostrabili della storia dell’Arca di Noè, tuttavia vengono insegnate nel sistema scolastico pubblico, dal quale sono state bandite tutte le espressioni della tradizione giudaico-cristiana.

Le scuole pubbliche non possono menzionare la religione non certo perché lo vieta la Costituzione, spiega la Coulter, ma perché sono diventate le madrasse della Sinistra. Con una differenza: gli integralisti islamici che vivono negli Stati Uniti ricevono i fondi per le scuole coraniche dall’Arabia Saudita; i liberal invece costringono tutti gli americani a finanziare con le imposte le loro scuole “religiose”.

Per la Coulter l’ideologia progressista, pur facendo a meno di Dio, rappresenta infatti una vera e propria religione, con le sue sacre scritture (la sentenza Roe vs. Wade), i suoi martiri (la spia sovietica Alger Hiss o l’assassino Mumia Abu-Jamal), i suoi sacerdoti (gli insegnanti della scuola pubblica), i suoi luoghi di culto (le aule scolastiche) e la sua cosmologia (l’evoluzionismo).

In questa chiesa senzadio l’aborto rappresenta il più santo dei sacramenti: “non importa di cosa i progressisti si occupino di tanto in tanto - minare la sicurezza nazionale, aiutare i terroristi, opprimere la classe media, liberare i delinquenti violenti -, la questione irrinunciabile del loro programma, per la quale sarebbero disposti anche alla guerra, è quella dell’aborto”.

La Coulter non ha mai mezzi termini. La sua denuncia dell’ipocrisia sinistrorsa, che attacca le convinzioni morali e religiose degli avversari in quanto “non scientifiche”, è sempre serrata. I liberal infatti sono i primi a manifestare disprezzo per la scienza, quando contraddice la loro ideologia dimostrando ad esempio che il concepimento segna l’inizio di una nuova vita umana, che il nucleare e gli OGM sono sicuri, che il DDT permette di sconfiggere la malaria, che molte differenze tra l’uomo e la donna sono innate e biologiche, che l’AIDS colpisce in larga misura gli omosessuali o che la ricerca sulle cellule staminali adulte sta dando ottimi risultati.

In quest’ultimo caso ci si potrebbe chiedere come mai ai progressisti stiano tanto a cuore gli esperimenti sulle cellule staminali embrionali, che non hanno mai dato alcun frutto. Il motivo è che la ricerca sulle staminali adulte manca di un elemento decisivo: non implica la distruzione di una vita umana.

Sembra quasi che ai progressisti la scienza interessi solo quando permette loro di confezionare delle scuse per eliminare la vita umana. La loro pseudoscienza sostiene una religione alternativa secondo cui l’umanità è solo una parte, forse la più insignificante e dannosa, della natura. Per questo predicano la crescita zero della popolazione, la riduzione degli standard di vita e il vegetarianesimo. Al cuore della loro ideologia ambientalista vi è l’odio per l’umanità. “Noi invece, fedeli all’insegnamento biblico, crediamo di dover popolare la Terra finché ci sarà posto, per andare poi a colonizzare Marte”, scrive la Coulter.

L’autrice riserva le sue cannonate finali contro i custodi dell’evoluzionismo, il mito fondante dell’ideologia progressista. Questi “darwiniaci”, come li chiama, non sono seri scienziati che faticano tra tubi e provette, ma fanatici convinti che l’evoluzione debba essere vera a dispetto di tutte le testimonianze fossili di cui disponiamo dopo 150 anni di ricerche e di ogni altra prova contraria. Il loro metodo di discussione è quello di chiudere la bocca ai critici con l’aiuto di giudici compiacenti.

Il distretto scolastico di Dover, Pennsylvania, è stato condannato a pagare più di un milione di dollari di spese legali per avere cercato di introdurre l’insegnamento delle teorie del disegno intelligente nelle lezioni di biologia. Dopo una batosta del genere, chi avrà più il coraggio di criticare l’evoluzionismo nella scuola pubblica?

In realtà l’evoluzionismo interesserebbe ben poco ai progressisti, se non gli servisse per negare l’esistenza di Dio e per edificare una visione del mondo compatibile con i propri desideri: “Fai quello che vuoi: va a letto con la segretaria, uccidi la nonna malata, abortisci il figlio difettoso. Darwin dice che beneficerai l’umanità! Non sbaglierai mai se segui i tuoi istinti. Agisci e lascia che sia Madre Natura a selezionare i vincenti e i perdenti”. Non per caso Marx e Hitler adottarono esplicitamente la teoria di Darwin a sostegno delle proprie ideologie mortifere. Alla fine, conclude la Coulter, sono sempre i senzadio a eseguire i genocidi.

Un libro, come si vede chiaramente, senza peli sulla lingua, nel più puro stile coulteriano. Un pugno nello stomaco, insomma, che nel contesto esacerbato di certo mondo americano si comprende però benissimo. Da noi probabilmente meno, molto meno. Ma non è detto che sia meglio.

Guglielmo Piombini
(Il Domenicale, 28 ottobre 2006)

25 ottobre 2006

L'ultima perla della compagna Rosy: il quoziente familiare è contro le lavoratrici

Dopo qualche mese di governo Prodi, viene da chiedersi quale mistero si annidi nella sinistra – e in particolare nella sinistra che cerca di vendersi come cattolica e moderata – per dimostrarsi sempre, alla prova dei fatti, peggiore persino dei peggiori pregiudizi che circolano sul suo conto.

Rosy Bindi, ministro “per le politiche familiari”, nel corso di un’audizione parlamentare in Commissione Bilancio tenutasi proprio ieri, si è dichiarata apertamente contraria all’introduzione del “quoziente familiare” nel nostro sistema tributario.

Per chi non lo conoscesse, si tratta di un principio di elementare realismo ed equità, anche grazie al quale la Francia – dove è stato introdotto da molti anni – riesce ancora, nonostante la secolarizzazione e l’edonismo diffuso, a mantenere tassi di natalità decenti.
In pratica, consiste nella riduzione del reddito imponibile di ogni componente del nucleo familiare, in base ad un quoziente che dipende dal numero di persone che di quel reddito vivono.

L’effetto fiscale non è solo quello di favorire le famiglie numerose, ma anche l'attenuazione della disparità che normalmente esiste – vista la progressività delle aliquote – tra i nuclei monoreddito (dove il più delle volte, per forza di cose, il capofamiglia porta a casa uno stipendio almeno decente), rispetto a quelli in cui si lavora in due o in tre.
In queste ultime famiglie, è difatti frequente che si guadagni complessivamente di più, ma con una minore pressione fiscale, in quanto ciascun singolo stipendio, essendo più basso, sconta una minore aliquota Irpef.

Insomma, il “quoziente familiare” ha la funzione di rendere più agevole la scelta di avere figli, ed anche di crescerli con le proprie forze rinunciando a godere in famiglia di un reddito in più, senza per questo venire ulteriormente penalizzati sul piano tributario.

Il governo Berlusconi non era riuscito ad introdurlo a causa dei soliti problemi di bilancio, anche se la riforma Tremonti si era perlomeno mossa in quel senso, introducendo un sistema di deduzioni per i familiari a carico, al posto delle vecchie detrazioni puntualmente reintrodotte da Visco nello schema della finanziaria 2007 (come da noi già stigmatizzato in altro post).

Invece Rosy Bindi, sedicente cattolica, e sedicente ministra per la famiglia, ha riferito papale papale in Parlamento di essere contraria per ragioni di principio, e non tanto per esigenze di cassa.
Infatti, sue testuali parole, l’introduzione di un quoziente familiare “favorirebbe i redditi medio-alti” e “scoraggerebbe il lavoro della donna”.

E brava la nostra cattolica adulta, nonché “donna più bella che intelligente”, come ebbe a dire Vittorio Sgarbi in una memorabile battuta. La ministra tra l’altro sarebbe anche una sedicente moderata, visto che è in quota alla Margherita e non certo a Rifondazione.

Intanto, dobbiamo registrare che per l’ineffabile Rosy – così come per i comunisti duri e puri – godere di un reddito medio-alto è di per sé una colpa. I ricchi devono piangere.
A detta di colei che dovrebbe curare le “politiche familiari”, quei padri che mettono il proprio unico reddito a disposizione di tutta la famiglia, vanno penalizzati proprio per questo: il fatto di mantenere la moglie a casa, così come l’alto numero dei figli, sono visti come “indicatori di lusso” che aggravano la colpa sociale di guadagnare bene.

Ogni figlio in più sembra rappresentare un disvalore sociale da reprimere con la leva fiscale, così come avviene per il consumo di sigarette e superalcolici. Alla faccia della Costituzione che tutela la famiglia, e alla faccia della ispirazione cattolica della ministra in questione.

Ma il punto non è solo questo. Secondo la vergine di Sinalunga – come pure è stata definita la ministra, in virtù delle sue notorie opzioni personali – la scelta di metter su famiglia con un solo reddito genererebbe un’ulteriore distorsione: quella di “scoraggiare le donne lavoratrici”.

Come a dire che la donna che rimane a casa, e si affida al reddito del marito per curare meglio la crescita e l’educazione dei figli, merita essa stessa di essere penalizzata.
A quanto pare, secondo la Bindi la donna che non lavora fuori casa contribuisce di meno al bene comune, in quanto non si emancipa. E quindi sarebbe meglio per le sorti progressive dell’intera società che le donne non stiano a casa con i figli. Meglio che in ogni famiglia si lavori in due, piuttosto che dipendere tutti dal reddito di un singolo sporco maschio borghese, che solo per questo potrebbe farsi venire tentazioni patriarcali.

In altri termini, si tratta di comunismo della più bell’acqua (santa). Di pregiudizi pauperisti, veterofemministi, ed anche antifamiliari, che sono stati sconfitti in tutto il resto del mondo civile da ormai molti anni.
Ed altresì, si tratta dell’ennesima conferma che l’unico modo che la sinistra conosce di prendersi cura delle esigenze delle famiglie, è quello di andare in tasca alle medesime, per poi “redistribuire” il maltolto ai pochi nuclei familiari dei propri protetti, mediante elargizioni assistenziali.

Non stiamo commentando la solita sparata di Diliberto o di Giordano. Si tratta delle dichiarazioni rese al Parlamento da un ministro che dovrebbe essere, almeno di fronte agli elettori, espressione della parte più moderata della coalizione di governo. Che oltretutto, in quanto sedicente cattolica, dovrebbe essere anche quella più attenta alle famiglie.

Che schifo. Solo questo, sempre più, ci rimane da dire di quella gente. Che schifo.

22 ottobre 2006

Saluti da Sodoma e Gomorra (ovvero: messaggio in bottiglia per Silvio)

Bologna rappresenta da decenni, non solo a livello simbolico, un crocevia delle ispirazioni politiche, economiche e culturali più nefaste della nostra repubblicana del nostro Paese.

Chi era già adulto negli anni settanta ricorda bene che in questa città, già sede della federazione comunista più forte di tutto l’Occidente, trovò la sua massima espressione il “modello rosso” di amministrazione degli enti locali. E ormai anche i bambini sanno che proprio a Bologna – storica sede centrale dell’Unipol e della Lega Coop – è stato perfezionato il consolidato modello di (sotto)sviluppo economico, che si fonda sul circolo vizioso di solidarietà e favori reciproci tra Stato, sindacato, partito e cooperative.

Tuttavia, per dirla con la Settimana Enigmistica, forse non tutti sanno che nel centro di Bologna, tra i portici, le chiese e i ristoranti, si trova anche il cosiddetto miglio d’oro (che meglio dovremmo definire “miglio rosso”) di Strada Maggiore.
Questa via stretta ed intasata, partendo dalle due torri, attraversa l’antichissimo borgo cittadino dove già l’Alighieri, nel De vulgari eloquentia, riteneva che si parlasse il migliore dialetto italico. Qui oggi ritroviamo nell’ordine le sedi storiche del Mulino, di Nomisma, e infine la facoltà di Scienze Politiche.

Il Mulino è la casa editrice che più di ogni altra, sul piano scientifico, ha cantato le lodi del riformismo all’emiliana. Mentre Nomisma, la società fondata da Romano Prodi le cui consulenze stramiliardarie fanno discutere fin dai tempi dell’Iri, rappresenta simbolicamente il sistema di favori e solidarietà intrecciate, su cui un intero ceto dirigente di questo Paese fino ad oggi ha prosperato all’ombra dello Stato, e contro la libera impresa.
In Strada Maggiore del resto ha sede anche la “Vantu”, la società di partecipazioni che gestisce gli affari di Angelo Rovati, il consigliere del premier (si fa per dire) che ci voleva far credere di aver ideato tutto da solo il piano di ri-statalizzazione della Telecom.

Più avanti, nella facoltà di Scienze Politiche, troviamo una sede universitaria che, per quanto appartenuta anche a Nicola Matteucci – grande intelligenza liberale appena scomparsa – e nella quale ancor oggi insegnano personalità laiche e democratiche come Angelo Panebianco, rappresenta pur sempre un importante centro di irradiazione del pensiero statalista in Italia.

Più che del pensiero, sarebbe meglio dire della prassi: proprio in questa facoltà Romano Prodi, il noto spiritista di Scandiano, l’uomo che russa da sveglio, ha ottenuto mediante un dotto studio sull’industria delle ceramiche nel modenese – al quale non risulta abbiano fatto seguito altre opere memorabili – quella cattedra che ancora oggi gli consente di farsi chiamare “il Professore”.
E nella stessa facoltà tuttora esiste un’altra cattedra di assai dubbia utilità, ma di certo stipendio pubblico, mediante la quale la moglie del nostro premier integra i dividendi della società immobiliare “Acquitania S.r.l.”.

Quest’ultima società merita qualche parola in più, nell'ambito del nostro grand tour cittadino: essa infatti ha sede sempre nel centro di Bologna, nella vicinissima via Castiglione, proprio dove ha lo studio il dottor Piero Gnudi, commercialista di fiducia del premier, che guardacaso, oltre ad essere stato consigliere e liquidatore dell’Iri, oggi è anche il presidente dell’Enel.
La Acquitania è intestata per la metà alla signora Flavia Prodi, e per l’altra metà è intrecciata con una serie di società fiduciarie che, controllandosi l’una con l’altra, per un verso o per l’altro rimandano sempre agli interessi degli amici di famiglia, tra cui il predetto Angelo Rovati ma anche Luca Cordero di Montezemolo.

Non va peraltro dimenticato che a brevissima distanza da Strada Maggiore, nella parallela via san Vitale, troviamo quell’Istituto di Scienze Religiose che – sotto la guida spirituale del fondatore don Giuseppe Dossetti – è il principale centro di irradiazione del pensiero “postconciliare”, che dagli anni sessanta ad oggi tenta di guidare in senso filocomunista la sensibilità cattolica degli italiani.
Inoltre, va detto che quest’ultima benemerita fondazione fa il paio con il più decentrato, ma sempre bolognesissimo, Istituto Gramsci dell’Emilia-Romagna, che rappresenta ancora, con il suo attivo centro studi, uno storico caposaldo del pensiero comunista in Italia e in Europa.

Sempre a poca distanza dal “miglio rosso” di Strada Maggiore, si trova la sede centrale dell’Università di Bologna. Che è l’Università di Umberto Eco, e di tanti altri numi tutelari del sinistrismo italico. E che trova il suo cuore pulsante nell’ormai irriconoscibile piazza Verdi, che con il suo sfacciato degrado rappresenta il simbolo del declino cittadino, indotto dall’amministrazione di Sergio Cofferati e dai suoi assessorati partitocratici.
Contro questi ultimi i commercianti e gli artigiani – che storicamente rappresentano, assieme ai liberi professionisti e ad alcuni imprenditori, l’unico ceto produttivo indipendente della città – sono ormai giunti dichiaratamente alla rivolta.

Insomma, nel ricostruire tutti questi intrecci del “miglio” bolognese, vien da comprendere per quale intuizione ante litteram un genio della musica come Gioacchino Rossini abbia, ancora giovanissimo, lasciato Bologna per Parigi, per poi non fare più ritorno in Patria: difatti la sua casa bolognese si trova anch’essa in Strada Maggiore, peraltro quasi all'altezza di via Gerusalemme, l'ormai nota viuzza trasversale dove il premier in carica e la sua attivissima signora mantengono tuttora la propria residenza.

Per finire il nostro grand tour, ci piace ricordare che è sempre a pochi metri dal suddescritto dedalo di strade medievali che si trova, nel vecchio ghetto ebraico, quella via Valdonica dove terroristi comunisti hanno assassinato Marco Biagi. Cioè quel professore che – tra gli attacchi della sinistra massimalista, e anche dello stesso Cofferati – ha promosso la legge che riforma in senso più liberale il mercato del lavoro in Italia.

Il potere evocativo di Bologna non è peraltro solo una questione di luoghi. Infatti, il capoluogo emiliano ha dato i natali a diverse personalità della nostra recente storia politica: i più noti sono Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini, la matrice petroniana dei quali – con il suo inevitabile corredo di memorie e di amicizie – gioca probabilmente un ruolo nella genesi di quei dubbi amletici con in quali ogni tanto entrambi tentano personali smarcamenti dalle posizioni di centro-destra ai quali la politica li ha assegnati.
Se il primo difatti spesso e volentieri strizza l’occhio ai moderati di sinistra, spinto dal richiamo della foresta democristiana, il secondo ogni tanto si concede personali incursioni verso il mondo laicista, tanto ardite ed inattese da spiazzare i suoi stessi colonnelli.

Ah, a proposito di laicismo, quasi dimenticavamo di scrivere che Bologna è anche una storica capitale della fecondazione assistita, dove ha la sua clinica universitaria il professor Carlo Flamigni (già consigliere comunale di sinistra), e dove sia il tasso di denatalità che quello di aborti sono storicamente tra i più alti d’Europa e quindi del mondo intero.

Ma non solo Fini e Casini hanno avuto i natali a Bologna: Luca Cordero di Montezemolo, il mitico presidente di quasi tutto ciò che in Italia rappresenta la grande industria assistita dallo Stato, è nato in via Saragozza. Quasi all’ombra del santuario di san Luca, che dal colle protegge le sorti della città “sazia e disperata”, la Sodoma e Gomorra dei cattolici liberali italiani.
Colui che sta scrivendo questo post, che come tanti bolognesi è fuggito ad abitare sulle colline appenniniche appena fuori dalla cerchia del comune, vede dal proprio terrazzo di casa la sontuosa villa di Pianoro nella quale il nobile Monteprezzemolo tuttora risiede.

Per fortuna, a Bologna non sono nati solo i simboli dell’Italia che non ci piace.
Qui, almeno a livello simbolico, ha avuto i suoi natali anche il bipolarismo, e cioè la speranza di poter avere anche nel nostro Paese un’alternativa di governo più vicina al resto dell’Occidente. E’ stato infatti in un centro commerciale di Casalecchio di Reno, a due passi dal già citato santuario di san Luca, che in un giorno di novembre del 1993, Silvio Berlusconi – che era venuto per l’inaugurazione – preannunciò l’imminente “discesa in campo”, schierandosi a favore di Fini nelle imminenti elezioni del sindaco di Roma.

Tuttavia, oggi quell’ipermercato non è nemmeno più di proprietà dell’uomo di Arcore. Il quale, da quella volta, non ha quasi mai più parlato in pubblico a Bologna.
Forza Italia, nel capoluogo felsineo, è sempre stato un partito debole e di scarso profilo, che si puntella sull’iniziativa di gruppi vicini a Comunione e Liberazione, e – quasi a voler sottolineare che dentro le mura cittadine non c’è speranza – su consiglieri regionali provenienti dalla provincia.

Giorgio Guazzaloca, l’uomo che espugnò la fortezza rossa nel 1999, si è più volte pubblicamente vantato del fatto di avere sequestrato e messo sotto chiave i manifesti con la faccia di Berlusconi, che gli erano stati inviati per sostenere la sua campagna elettorale. Ciò in quanto era convinto, probabilmente non a torto, che se avesse lasciato che li affiggessero in giro per Bologna avrebbe perso le elezioni comunali.

Del resto, questa è la città dove negli anni ’90, quando per la prima volta Gianfranco Fini volle tenere un comizio in Piazza Maggiore, ci fu una mezza insurrezione che lo costrinse a parlare a pochi militanti, in una piazza blindata ed assediata da facinorosi. Eppure, oggi Fini a Bologna potrebbe tranquillamente parlare dove vuole, mentre Berlusconi si è sempre guardato dal farlo.

Per questo ci piacerebbe farci promotori di un invito, quasi un messaggio in bottiglia.
Dai, Silvio, lascia perdere Vicenza, e vieni qui a Bologna ad annunciare una nuova discesa in campo. Solo così riusciresti a sembrarci veramente convinto di essere ancora tu l’uomo della riscossa, e l’unica speranza politica della parte più libera e produttiva di questo Paese.

Dimostraci di non stare solo recitando una parte, e che non ti sei già perso in tatticismi, nell’attesa e nella speranza di poter individuare un successore. Che a noi, intendiamoci, andrebbe anche bene, semmai ce ne fosse uno non compromesso con la partitocrazia e il capitalismo di Stato, ma a quanto pare ancora non se ne vede l’ombra, tanto che Feltri oggi è persino arrivato a pensare a Mario Draghi o – addirittura! – al già nominato Luca di Monteprezzemolo.

Dimostraci di essere ancora quello di sempre, che non ha paura di guardare in faccia il drago statalista e comunista, e vieni qui a sfidarlo a casa sua. E portaci anche i tuoi militanti da fuori, magari dal Nord Est produttivo, che noi da soli non ce la facciamo per i motivi già sopra ampiamente illustrati.

Persino qui a Bologna - passaci il francesismo - ormai si sono incazzati tutti quanti, o almeno tutti quelli che non vivono alla greppia del partito, delle coop, dei sindacati o del pubblico impiego. Quindi forse non ti accoglieranno malissimo. Anche se tra i nostri ceti produttivi c’è tuttora poca voglia di ammettere quanto stiano loro fischiando le orecchie, nel ripensare a quella tua mitica frase sui “coglioni che voteranno contro i loro interessi”.

Se ci darai retta, a questo piccolo blog di liberali teo-con – autentiche mosche bianche nella Sodoma e Gomorra bolognese – piacerà pensare che questa città non è poi così in declino, e che c’è una luce in fondo al tunnel. E racconteremo ai nostri pochi amici che ti abbiamo invitato noi. Pensaci.