20 luglio 2007
Veltroni copione: "Abbassare le tasse"
L’ha ripetuta mille volte, quasi a convincere più se stesso che coloro che lo stavano ad ascoltare. Ma ogni volta che la pronunciava, quella benedetta parola, subito dopo si tradiva e la smentiva nel modo più clamoroso. Così clamoroso che sembrava di assistere a uno di quei film di Alberto Sordi dove il protagonista è il simpatico furbone che, tra una risata e una pacca sulle spalle, tira a campare fregando il prossimo. Solo che Veltroni tutta questa simpatia non ce l’ha. Anzi, assume quell’aria di chi si sta caricando sulle spalle i problemi del mondo che francamente irrita.
Dopo un inizio di pura marca berlusconiana ma senza il pathos del Cavaliere (“I sondaggi – ha detto – parlano di una grande attesa per il Pd”), ha sfoderato la tiritera del lungo viaggio. Chi sta per dare vita a un nuovo soggetto politico ha già combattuto molte battaglie insieme: quella per la Resistenza, per il sindacato, quella contro il terrorismo. “Il Partito democratico, per come nascerà, non avrà paragoni con nessun’altra formazione politica”. Frase buttata lì per far trangugiare agli iscritti di Ds e Margherita il dettaglio che essi verranno utilizzati come carne da cannone: dovranno eleggere un tipo che le alte sfere hanno incoronato come numero uno. Insomma, voteranno uno che è già stato nominato.
Poi la confessione. Non solo non è mai stato comunista. Di più: Veltroni è “democratico” da quel dì. “Ho sempre avuto nel cuore quello che sta accadendo” ha sibilato. In pratica, è uno che mentre guardava molti film scrutava anche lontano.
“Dobbiamo avere il coraggio di dire cose difficili nell’interesse degli italiani”. Quando abbiamo udito questa frase, lo confessiamo, ci siamo ridestati. Abbiamo teso le orecchie per non perdere una sola sillaba. Forse era giunto il momento storico della nascita di una sinistra blairiana, autenticamente riformista, occidentale. Volevamo vivere fino in fondo quel passaggio che l’Italia attende da decenni. Parla, Walter, butta a mare la sinistra radicale, tira un calcio nel sedere di Giordano, sgambetta Diliberto, sbatti la porta in faccia a Pecoraro Scanio. Per un attimo ci siamo sentiti il Nanni Moretti dei moderati. E invece: “I problemi dell’attuale governo nascono da quello precedente che con la legge elettorale ha incendiato i pozzi”.
Ecco, questa è stata la prima cosa “difficile” e soprattutto innovativa che ha affermato con piglio decisionista e senza tentennamenti. Una sicurezza di sé che non è venuta meno neppure quando ha affrontato la pagina dell’immigrazione. “L’Occidente è avido e ingordo, è vero. Ma a nessuno è consentito di violare la sicurezza dei cittadini, le leggi dello Stato, il decoro delle città. Chi lo fa deve pagare prezzi chiari e certi”. In Italia, verità tanto scomode non si erano ancora udite.
A quel punto Veltroni è diventato incontenibile. Prima ha ragionato sull’evasione fiscale notando che si “potrebbe provare ad abbassare le tasse” e poi ha veleggiato verso la conclusione invitando a “recuperare l’orgoglio di essere italiani”. Il 14 ottobre, giorno della nascita ufficiale del Partito democratico, è vicino. Ma il suo candidato leader non si schioda dalla politica del paraculismo: un colpo al cerchio e uno alla botte. Così, tanto per tirare a campare. In modo “nuovo”, ovviamente.
Gesù diventa un giocattolo
Gesù diventa un giocattolo. Wal Mart, la più grande catena di negozi del mondo, metterà presto in vendita le “action figures” di Gesù Cristo e di altri personaggi biblici. “Vendiamo moltissime bibbie attraverso la nostra rete di store – spiegano alla Wal Mart – e pensiamo che questi acquirenti preferiscano vedere i loro figli giocare con un Gesù giocattolo piuttosto che con i supereroi”. Le action figures sono prodotte da One2Believe, un’azienda specializzata in riproduzioni bibliche.
17 luglio 2007
A Bologna la Casa delle Libertà punta sull'uomo sbagliato
Cosa fare , allora, perché il centrodestra possa ripetere il miracolo di quasi due lustri fa?
"Ci sono problemi di tempi e di modi. Per quanto riguarda i primi, mancano ancora due anni alle elezioni cittadine. Mi sembra troppo presto per parlare di candidature. Prima c’è bisogno di un progetto di città, che in passato io e Guazzaloca abbiamo dimostrato di saper ideare. Solo dopo aver capito che cosa si deve fare, si potrà discutere del candidato".
Di fronte al vuoto cosmico dell’amministrazione Cofferati, in pratica il progetto c’è già. O no?
"Attenzione. Il progetto non è solo quello che Cofferati non ha fatto. E’ reinventare Bologna, che in questi anni ha perso i suoi primati naturali nella sicurezza, nella vivibilità, nella cultura. E’ riconquistare i giovani, che oggi fuggono da qui. E’ elaborare un programma forte con facce credibili, non schierate. A quel punto si può trovare un nome che metta d’accordo il centrodestra ma che contemporaneamente attragga una parte della sinistra. Perché solo in questo modo si vince".
Insomma, la ricetta del ’99.
"Esatto. L’idea di allora, che vale ancora oggi, era di fare del bene alla città indipendentemente dall’appartenenza di partito. Vincemmo non perché eravamo contro la sinistra ma perché ci proponevamo a favore della città. Ecco perché sostengo che oggi contrapporre Guazzaloca a Cofferati equivale a una partenza falsa. Bisogna tornare a ragionare sui problemi, puntando a separare l’ala radicale dal resto della sinistra. Nell’interesse della sinistra stessa e anche nostro, perché non ci troveremmo di fronte una coalizione troppo forte dal punto di vista numerico".
Una volta realizzato il progetto, possono spuntare altri candidati?
"Non lo so. Guazzaloca è una persona meravigliosa. Ma resto convinto che le circostanze politiche cambino a velocità sostenuta e i riflessi della politica nazionale si riverberano anche a Bologna, città-simbolo per tanti motivi e da dove arrivano primi ministri nonché ministri".
Con le eventuali elezioni politiche anticipate al 2008, Cofferati potrebbe andarsene?
"Secondo me ha potenzialità per aspirare - ammesso che aspiri - a ruoli sovracomunali. Insomma, ha tutte le caratteristiche per guardare in alto. Resta però il dato di partenza: con Cofferati o un altro candidato, Guazzaloca sarebbe vissuto come uomo troppo vicino a Berlusconi".
Graziano Girotti
(L'opinione, 17 luglio 2007)
La Curia e gli ultimi giapponesi
Ma sotto sotto – come suol dirsi – anche stavolta il problema è politico. Ce lo ha detto anche un prete della Diocesi di Bologna, molto ben informato sulle vicende della Curia arciepiscopale, e sul sordo conflitto che ormai da diversi anni la contrappone alla ”Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII”. Cioè, fuori dalla dizione ufficiale, a quel gruppo di intellettuali e politici cattocomunisti che non a torto viene solitamente chiamato “Scuola di Bologna”, e che loro preferiscono chiamare “officina”.
Si tratta di un’istituzione che ha per fondatore e nume tutelare don Giuseppe Dossetti. Il professor Romano Prodi, attuale incaricato dell’estrema sinistra quale facente funzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ne è l’esponente politico italiano più potente e conosciuto.
Da un punto di vista ideologico, nell’ambito della rilevanza sociale della Chiesa italiana, gli uomini della Fondazione Giovanni XXIII rappresentano ormai i classici ultimi giapponesi nella giungla. Nonostante l’effetto amplificatorio delle loro frequenti interviste all’Unità, Manifesto, Repubblica, nonché i loro pensosi interventi sul Corriere della Sera e a volte persino sul Tg 1, essi stanno lentamente estinguendosi ai margini del mondo cattolico.
Giuseppe Alberigo, principale storico della loro peculiare concezione del Concilio Vaticano II, è scomparso lo scorso mese di giugno. Mentre al suo più giovane collega Alberto Melloni, così come a qualche ottuagenario vescovo emerito come monsignor Luigi Bettazzi, e – tra i politici – alla neo candidata Rosy Bindi, a Pierluigi Castagnetti e allo stesso professor Romano Prodi, auguriamo ovviamente lunga vita e molto tempo libero a disposizione per le rispettive famiglie.
Tuttavia, se i giapponesi di cui sopra continuavano a fare cecchinaggio dalla giungla, era perché a guerra finita erano rimasti tagliati fuori su un’isola, e non avevano ricevuto l’ordine di arrendersi. Nel caso dei dossettiani, il problema di noi bolognesi è che su quell’isola ci viviamo. Quindi, benché il loro schioppo arrugginito d’altri tempi non possa più ammazzarci, le loro ultime pallottole le sentiamo fischiare più forte degli altri.
“Il problema è politico”, ci ha infatti detto quel sacerdote di Curia, preannunciando che a settembre, quando il motu proprio di papa Ratzinger entrerà in vigore, può darsi che a Bologna una Messa domenicale in lingua latina ricomincerà ad essere detta proprio nella Cattedrale.
E’ ancora da vedersi se accadrà davvero, perchè in effetti fare una cosa del genere a Bologna significa esporsi in pieno al cecchinaggio dei giapponesi.
Non sarebbe un problema, perché per rendere inoffensivi i romantici soldatini che continuano a sparacchiare dai davanzali di via San Vitale n. 114, sede della storica Fondazione, non servirebbe di certo il napalm e nemmeno le bombe a mano. Se non fosse che – nonostante il clima di sorda ostilità – la Curia bolognese tentenna ormai da anni, e l’ordine di andarli a stanare definitivamente non lo vuole dare.
Da quando Benedetto XVI è salito sulla cattedra di Pietro, gli ultimi nostalgici dello “spirito del Concilio” non hanno più ritegno alcuno, e si considerano di fatto come una specie di corpo separato, con l’autorizzazione a sparare a volontà sulla Chiesa gerarchica. Basta leggere i toni sguaiati e volgari di certe loro interviste per accorgersene.
La loro esasperazione è comprensibile, in quanto dietro il ritorno della messa tridentina si è giocata una parte importante del processo di liquidazione coatta che li coinvolge.
Papa Ratzinger sa bene che dietro l’antico rito del messale di Giovanni XXIII – cioè lo stesso papa, ironia della storia, che dà il nome alla fondazione degli ultimi giapponesi – si cela una questione sociale molto più profonda.
Il ritorno della lingua sacra nella liturgia significa un recupero di universalità, e quindi di cattolicità nel senso pieno del termine. Ma anche la fine delle suggestioni deviate degli ultimi quarant’anni sulla “inculturazione” del cristianesimo, e della penetrazione nella cultura cattolica dell’idea protestante sul libero esame delle scritture.
Celebrare la Messa in lingua volgare ha significato infatti affidare i misteri fondamentali della fede cattolica – la Trinità, l’Incarnazione, la Passione e Resurrezione del Cristo – alla libera interpretazione delle masse e delle singole culture. In altri termini, è servito a generare una libertà svincolata sia dall’autorità che dall’educazione.
Esattamente come avvenne quasi cinquecento anni fa con Martin Lutero, per i cattocomunisti quel cambiamento rappresentava un presupposto necessario affinché i loro intellettuali potessero salire in cattedra al posto del magistero della Chiesa.
Gli ultimi fedeli cattolici che, sia pure in modo inconsapevole rispetto a quel disegno ideologico, continuano a sostenere che la Messa cattolica moderna è migliore perché “la gente la capisce”, operano un gesto di greve superbia intellettuale. Essi non comprendono nulla di come invece i nostri padri e nonni sapessero, rispetto a tanti fedeli di oggi, vivere molto più nel profondo il mistero dell’Eucarestia.
Il fatto che gli intransigenti del nuovo rito si sbaglino, peraltro, è anche la meno angosciante delle ipotesi. Infatti, in questi ultimi decenni il numero dei cattolici praticanti è letteralmente crollato. Al punto tale che, se davvero il popolo di Dio avesse iniziato a comprendere meglio il mistero della Messa grazie all’introduzione delle lingue nazionali, allora vorrebbe dire che ciò che ha compreso non gli deve essere affatto piaciuto.
Speriamo quindi che le cause vere della disaffezione dei fedeli siano altre, come in effetti sono.
Su questo punto, però, la cieca ostinazione degli ultimi giapponesi non vuol sentire ragioni: “è grazie alle messe celebrate magari con tanto di schitarrate strampalate, con le chiese illuminate da neon da Ipercoop e in luoghi dall’architettura forse non proprio ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata salvaguardata”, ha dichiarato il citato Alberto Melloni al Riformista.
Tutti però sappiamo che invece la realtà è opposta. Per quei giovani con le chitarre la fede cattolica – e la stessa persona di Gesù – rappresentano solo un’esigenza, un richiamo profondo, e qualche volta un’intuizione, della quale però conoscono sempre meno.
L’uso del latino infatti non serviva solo a preservare l’universalità della Chiesa, ma anche a vivere meglio la comunione dei santi (e appunto, anzi la mano quel cattolico praticante – se ce ne è uno – che ha imparato che cosa sia la comunione dei santi solo in quanto ora il Credo è recitato in italiano).
Il latino serviva anche e soprattutto a preservare il senso del sacro, nel suo senso etimologicamente proprio di “ciò che è separato”. Quel sacro del quale i giovani chitarristi, sotto le luci del neon delle chiese moderne, con le pareti grigie di cemento grezzo, davvero non sanno più nulla.
La Messa cattolica può essere compresa, nel suo vero significato di memoriale della Passione del Signore, solo se si riesce a cogliere come quel sacrificio si rinnovi realmente, e non solo in via simbolica, nel rito dell’Eucarestia.
Ma ciò non avviene in mezzo al frastuono delle vicende del mondo, bensì in un luogo che pur essendo calato nella vita quotidiana degli uomini deve appunto essere “separato” dal flusso inesorabile del tempo e dello spazio. Esattamente come è proprio della natura di Dio, che a nostra differenza non è vincolato né all’uno né all’altro.
L’uso rituale di una lingua sacra e immutabile, che non è soggetta alla mutazione indotta in tutti gli idiomi correnti dallo scorrere dell’uso, e con la quale si parla solo con Dio, ha anche questa funzione. Tutto questo gli sguaiati ultimi epigoni del dossettismo non lo sanno, o forse lo dissimulano consapevolmente in nome di altri obiettivi, come del resto è proprio della loro ideologia di riferimento. Però continuano a sparare dai davanzali.
E allora, perché il problema è politico? La politica interferisce con la questione della Messa, perché è connessa a quella dell’autorità dei teologi cattolici, o sedicenti tali, rispetto a quella del Magistero pontificio.
Nel riaffermare che il rito sacro non si può inculturare oltre un certo limite, e che il pensiero cattolico non può vivere al di fuori dell’universalità, della tradizione, e soprattutto della autorità di Pietro, papa Benedetto XVI ha di fatto chiuso il cerchio della reazione cattolica contro gli abusi dei ribelli cattocomunisti.
Una reazione che era già iniziata, regnante papa Giovanni Paolo II e con Joseph Ratzinger a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, con la condanna della “teologia della liberazione”, e cioè della massima espressione del pensiero religioso filocomunista in ambito cattolico.
Una reazione che è continuata fino ad oggi in tutto il mondo, sia pure con incertezze e difficoltà.
E continua anche in Italia, nel combattimento di idee contro quei “cattolici democratici”, che pretendono di ricevere i voti dei fedeli, e ad ogni tornata elettorale non disdegnano di fare il giro dei conventi e delle parrocchie, ma poi una volta eletti rivendicano “l’autonomia della politica” anche rispetto ai valori che per i loro elettori sono irrinunciabili, come la difesa della vita, della famiglia, e della libertà di educazione. Arrecando così un vulnus anche a quel rapporto fiduciario tra eletti ed elettori che è sale laicissimo della democrazia rappresentativa.
La Curia di Bologna è da anni alle prese con varie difficoltà nei confronti di quei politici, derivanti appunto dal fatto che qui i cecchini giapponesi sono meglio asserragliati che altrove, e godono ancora di un certo supporto in alcuni strati del clero (cioè i famigerati “parroci prodiani”).
Ma il ritorno della Messa di Giovanni XXIII e della tradizione, proprio a Bologna, sarebbe un bellissimo segnale per tutti.
Purchè senza compromessi insensati, in quanto la questione non è solo quella del latino. Si tratta anche del recupero del ruolo autentico del sacerdote nella Messa, e nella funzione ben diversa e meno essenziale del popolo dei fedeli.
Quindi presuppone il ritorno all’altare tradizionale, e l'almeno temporanea messa da parte di quelli tavolari, per celebrare versus Dominum e non più versus populum. Ancora una volta, cioè, di una questione teologica che però è assai facilmente diventata politica.
Tuttavia, se è vero come è vero quel che ha ribadito più volte papa Benedetto XVI, e cioè che il rito antico non è un patrimonio di pochi fedeli “separati”, ma appartiene a tutta la cattolicità, ed ha un valore universale, allora non si può stare ad aspettare che arrivino le richieste dei “gruppi stabili” di fedeli tradizionalisti, come a rigore prevederebbe il motu proprio.
E’ normale che quei gruppi, dopo quasi quarant’anni di ostracismo e abusi liturgici, siano dispersi e poco numerosi. E soprattutto, che siano piuttosto caratterizzati a loro volta sul piano ideologico, in quanto con quel che è successo in questi decenni è normale che si sentano come l’evangelico “piccolo gregge” dei duri e puri, e quindi abbiano poca voglia di integrarsi.
Di fronte ad essi, non è il caso che vescovi e parroci stiano ad aspettare le formali richieste, con la malcelata speranza che esse non arrivino, se non altro per non trovarsi costretti a ristudiare l’antico messale e a cambiare la disposizione del tabernacolo. Sarebbe come se un avvocato si rifiutasse di avere nuovi clienti solo perché è cambiato il codice di procedura.
Bisogna andare incontro all’antico rito, perché se esso ha un valore universale, continuerebbe ad averlo anche se fosse un fedele su un milione a volerlo.
Il sacro non può essere messo ai voti. E poi ci sono milioni di giovani che lo amerebbero, il rito tridentino, se solo potessero conoscerlo, senza doverlo cercare su Internet facendosi poi dei chilometri per trovare un sacerdote che lo celebri, di fronte a un gruppetto di fedeli che per forza di cose sono indotti a sentirsi come dei carbonari perseguitati.
L'universalità del rito tridentino è vera e palpabile specialmente in questi tempi, dove è maggiore la cultura diffusa e la possibilità per tutti di viaggiare per il mondo.
A condizione però che mediante quell'antica tradizione sia data a tutti, e non solo a pochi, la possibilità di ritrovare ovunque lo stesso sacro, lo stesso luogo dove il flusso del tempo e delle umane cose si ferma.
Pensateci dunque, voi della Curia. E fregatevene del rumore dello schioppo degli ultimi giapponesi, che ogni tanto risuona sulla stampa e sotto le navate – quando ancora ci sono le navate – delle chiese parrocchiali “di sinistra”.
Dove peraltro le bandiere della pace sotto l’altare tavolare sono ormai sbiadite, e anzi di fatto non ci sono state quasi mai.
I loro schioppi fanno rumore ma non possono più ferire nessuno, e i fedeli cattolici lo sanno. Non fatevi scavalcare, e ridonateci il senso del sacro e dell’universalità della Chiesa.
12 luglio 2007
Io do una riforma a te ma tu non dare un Dico a me
“La crisi è solo rimandata” dice un mesto Berlusconi. Ma qui a furia di rimandarla si rischia di farla coincidere con la fine della legislatura. Con Veltroni che fa la figura di quei calciatori che, partiti dalla panchina, ricevono l’ordine dall’allenatore di cominciare a scaldarsi. Ma si scaldano talmente tanto che finiscono per spomparsi e non entrare in campo perché nel frattempo il Mister ha cambiato idea. Vedremo.
Resta la domanda di partenza: al divo Giulio cosa ne viene in tasca? L’aveva fatto capire a inizio legislatura: caro Prodi, puoi fare tutto ma non provare a buttarti nell’avventura dei Dico. Bene, il voto di ieri è la prova definitiva che i Pacs all’italiana sono stati sepolti una volta per tutte. Non ne sentiremo più parlare. Si accettano scommesse. Insomma, io do una riforma a me (della giustizia) ma tu non dare un Dico a me.
10 luglio 2007
Magdi Allam, nemico della sinistra estrema
Nei giorni scorsi, durante una seduta del consiglio provinciale milanese, peraltro riservata a tutt’altro argomento, un esponente di Rifondazione Comunista, tal Luigi Tranquillino, non ce l’ha più fatta e ha detto quello che pensava. “Allam fomenta l’odio religioso, chiediamo agli azionisti del Corriere della Sera di licenziarlo da vicedirettore”. Tranquillino ha poi proseguito in una sorta di crescendo rossiniano definendo Allam uno “scortato, legato a Cia e Mossad”.
Solo le vibrate proteste giunte dai banchi del centrodestra – del resto il regolamento consigliare vieta tassativamente espisodi simili – hanno risvegliato il presidente del consiglio Ortolina inducendolo a prendere le distanze dalle parole di Tranquillino. “Noi per primi siamo convinti che la battaglia politica, anche in aula, possa assumere caratteri forti – ha commentato il capogruppo di Forza Italia, Bruno Dapei, che ha depositato una mozione di solidarietà in favore di Allam -. Altra cosa è un vile attacco, premeditato (nel corso della seduta, convocata per discutere il piano rifiuti, non si era fino a quel momento minimamente sfiorato il tema da parte di nessuno) e perpetrato non contro un uomo politico ma un inerme cittadino colpevole solo delle sue coraggiosissime prese di posizione pubbliche su scottanti temi sociali”.
L’episodio si inquadra alla perfezione nell’ideologismo sfrenato di una parte consistente della sinistra che ha bisogno di avversari da trasformare in nemici per sentirsi viva. Una logica fatta di oltranzismo a tutti i costi che per di più sfocia spesso in violenza verbale. Solo poche settimane fa, in occasione del quinto anniversario del’assassinio di Marco Biagi, un altro consiglio provinciale (quello di Bologna) ha visto il voto contrario dei rappresentanti di Rifondazione Comunista alla proposta di intitolare una sala di Palazzo Malvezzi alla memoria di Biagi e D’Antona.
L’autore della riforma del lavoro del governo di centrodestra è un altro nemico della sinistra antagonista. Per non parlare dei numerosi attacchi indirizzati negli ultimi mesi contro i simboli della Chiesa cattolica e la deriva ecologista per la quale l’uomo è colpevole di tutto. Insomma, il muro contro muro resta mezzo e fine di una sinistra incapace di maturare. Il Partito democratico, nel suo vuoto veltroniano ben confezionato, ha di fronte a sé la prima sfida. Siamo in attesa di segnali incoraggianti.
Graziano Girotti
(L'opinione, 10 luglio 2007)
09 luglio 2007
Capitalismo, il meglio di noi stessi
Piero Vernaglione, studioso di filosofia politica, aveva dimostrato nel 2003 di essere uno dei migliori esperti del pensiero libertario pubblicando un trattato ricco e completo sull’argomento (Il libertarismo. La teoria, gli autori, le politiche, Rubbettino, Soveria Mannelli, pp. 613, € 30,00). Ora ha pubblicato con lo stesso editore un altro studio, più agile e snello, che aggiorna e completa il suo precedente lavoro: Paleolibertarismo. Il pensiero di Hans-Hermann Hoppe (pp. 119, € 12,00).
Il paleolibertarianism (letteralmente, “libertarismo all’antica”) analizzato da Vernaglione è una corrente "di destra" del pensiero libertario americano che coniuga la difesa senza compromessi della proprietà privata e del libero mercato con un forte sostegno ai valori morali tradizionali. Il movimento paleolibertario nasce negli anni Novanta, su iniziativa di alcuni importanti esponenti del libertarianism come Murray N. Rothbard, Hans-Hermann Hoppe e Lew Rockwell, in polemica con la deriva troppo hippy e controculturale che aveva assunto il mondo libertario americano, soprattutto all’interno del Libertarian Party. La spiccata sensibilità conservatrice dei paleolibertari si contrappose così alla cultura progressista e relativista dei left-libertarian, i libertari “di sinistra” attenti soprattutto alle cosiddette libertà civili (analoghi per certi versi, ai nostri radicali).
Vernaglione si concentra in particolare sul pensiero filosofico e politico del più rilevante esponente attuale del paleolibertarismo, Hans-Hermann Hoppe, economista di scuola austriaca succeduto nella cattedra del suo maestro Murray N. Rothbard, scomparso nel 1995. Per Hoppe una società puramente capitalista, dove la proprietà privata e il libero mercato sono rigorosamente tutelati, si fonda necessariamente su un sostrato culturale in cui prevalgono i valori tradizionali e la moralità borghese. Per i paleolibertarians - spiega Vernaglione - l’ideale del governo limitato e del liberalismo economico può essere realizzato solo se a livello sociale predomina una cultura conservatrice che stigmatizza la mentalità parassitaria; che ripristina la centralità dello sforzo individuale; che rivaluta l’etica del lavoro, l’impegno, l’affidabilità, la previdenza, la disciplina, la prudenza; che respinge l’egualitarismo e accetta le differenze naturali fra le persone e i ruoli sociali che ne derivano, comprese le gerarchie; che preserva l’autonomia della famiglia e delle altre comunità intermedie; che recupera il patrimonio culturale dell’Occidente e gli standard morali scaturiti dalla tradizione giudaico-cristiana
La storia sembra confermare questa visione, perché le società più liberiste dell’Ottocento, come l’Inghilterra o l’America, non erano affatto licenziose o libertine. Il vecchio ordine capitalistico “vittoriano” non era gaudente o materialistico; non produceva permissivismo, ma un rigido ambiente di lavoro e risparmio. Chi non si atteneva agli standard richiesti veniva punito dal mercato o da severe sanzioni sociali. Per Hoppe gli aspetti culturali negativi che, a torto, vengono spesso addebitati al capitalismo, come l’edonismo o il consumismo, sono in realtà i prodotti dell’espansione dello Stato assistenziale.
Non è un caso che in Occidente la contestazione dei valori tradizionali sia cominciata con la rivoluzione culturale degli anni Sessanta, proprio mentre veniva ampliato a dismisura il sistema pubblico di welfare. Solo con l’espansione della redistribuzione statale si sono potuti diffondere a livello di massa gli stili di vita decadenti, dissoluti e consumistici. Lo Stato sociale infatti fornisce agli eterni adolescenti e ai contestatori delle norme tradizionali le basi materiali indispensabili per vivere una vita “liberata dalla repressione” (capitalistica, religiosa, sociale, famigliare, scolastica) scaricando i costi sui membri produttivi della società.
Sbagliano dunque quei conservatori populisti, come la nostra cosiddetta “destra sociale”, che difendono a spada tratta lo Stato sociale.
Mantenere le istituzioni centrali dell’attuale Stato assistenziale e pretendere il ritorno alle norme e condotte tradizionali, spiega Hoppe, sono obiettivi incompatibili. Si può avere l’uno (il socialismo del welfare) o l’altro (i valori tradizionali), ma non entrambi, perché i pilastri del corrente Stato sociale sono la causa delle anomalie sociali e culturali presenti nelle democrazie occidentali.
Per Hoppe il socialismo e la democrazia sono “gli dei che hanno fallito”, perché hanno favorito una crescita inarrestabile dello statalismo a danno della società civile e della libertà individuale. Contro questi idoli politici contemporanei Hoppe fa l’elogio delle monarchie tradizionali e dell’ordine pluricentrico del Medioevo: un’epoca storica, ancora indenne dai veleni dello Stato moderno, che egli sente molto vicina al suo ideale anarco-capitalista basato su molteplici agenzie di protezione in concorrenza tra loro.
Guglielmo Piombini
(Il Domenicale, 7 luglio 2007)
04 luglio 2007
A Cofferati non resta che Veltroni
Insomma, a tre anni di distanza quell’oggetto estraneo alla città che era Cofferati oggi è ancora più estraneo. La strada del Pd, allora, resta quella più appetitosa ma anche l’unica praticabile. Alla fine, farebbe contenti entrambi. Prima di tutto la sinistra diessina bolognese, che ha assoluto bisogno di rifarsi una verginità. Riannodare i fili col proprio elettorato, a dir poco sotto pressione per di più dopo gli insuccessi del governo Prodi e i mal di pancia (per non dire altro) legati alla morte definitiva anche dell’ultima eredità del Pci, è l’obiettivo di fondo. Non ripresentare Cofferati sarebbe vissuto come il tentativo di ripartire con rinnovato vigore. A condizione, beninteso, che lo si faccia con persone legate al territorio. “Va bene, abbiamo sbagliato una volta – potrebbe essere più o meno il significato della mossa -, ma perseverare nell’errore sarebbe diabolico”.
Ma il trasferimento a Roma farebbe felice anche l’ex dipendente della Pirelli. Da quando è diventato sindaco, la sua spiccata sensibilità per i riflettori dei media nazionali lo ha puntualmente ostacolato nel suo tentativo di entrare nel cuore dei bolognesi. La sua tattica degli annunci (poi rimasti lettera morta), appoggiata da una stampa amica, rientra nella personalità di un politico che ogni giorno che passa dimostra sempre di più che la dimensione locale non rientra nel suo Dna. Cofferati non ce l’ha fatta a mettersi alle spalle le piazze da due milioni di persone per concentrarsi sulle buche nelle strade e il degrado nei quartieri. Ecco, dunque, che l’approdo in un Partito democratico anch’esso bisognoso di “novità” resta uno sbocco naturale. Cofferati, come Veltroni, è stato in esilio per qualche tempo e tra poco potrebbe riappropriarsi di quella platea nazionale che lo aveva lanciato. Due sindaci per una sinistra che vuole rifarsi il trucco.
Senza trascurare che l’abbandono di Cofferati creerebbe non pochi problemi ai partiti del centrodestra bolognese, ancora in cerca di una strategia comune. Forse è presto, ma restare fermi - o peggio: polemizzare al proprio interno - in attesa di cosa deciderà Guazzaloca rischia di lasciare la Casa delle Libertà con un pugno di mosche in mano. Soprattutto se dall’altra parte correrà qualcuno in grado di rimotivare le truppe. Gli uomini, peraltro, non mancano.
Graziano Girotti
(L’opinione, martedì 3 luglio 2007)
03 luglio 2007
Come il femminismo ha spianato la strada all’islam
La mentalità ingenerata dal femminismo organizzato suggerisce anche che i padri sarebbero un elemento di poco conto all’interno della famiglia. Questo spiega perché i tribunali assegnino di regola i figli alla madre in caso di separazione, perché il parere del padre sulla decisione di abortire o meno non conti nulla, e perché i programmi televisivi e le pubblicità ritraggano raramente figure positive di uomini.
Questa pressione giuridica e culturale fa sì che siano sempre più numerose la famiglie in cui il padre è assente, perché respinto dalla madre o perché scacciato e perseguitato dai tribunali imbevuti di ideologia femminista. Negli Stati Uniti, ad esempio, pare siano ormai il 40 % i figli minorenni che non vivono con il padre. Tuttavia, come ha dimostrato anche lo psicologo Claudio Risè nel libro Il padre. L’assente inaccettabile (Edizioni San Paolo), gli studi indicano che la mancanza della figura paterna danneggia irreparabilmente lo sviluppo armonioso dei figli. Il padre infatti ha il compito di sciogliere il nodo protettivo che lega la madre al bambino, spingendo il figlio a diventare intraprendente e ad aspirare all’autonomia.
Nell’ideologia femminista però vi è un aspetto ancora più inquietante: solo i maschi occidentali vengono messi sotto accusa e stigmatizzati fin dalla più tenera età. Le femministe non spendono una parola di critica nei confronti degli uomini che appartengono a culture molto più oppressive e “patriarcali” di quella occidentale. Nel 2002 la femminista svedese di idee marxiste Gudrun Schyman, il cui usuale grido di battaglia è “morte alla famiglia nucleare!”, ha affermato che gli uomini svedesi non sono differenti dai talebani, e ha proposto una tassazione collettiva per legge a carico di tutti gli uomini svedesi, in riparazione delle loro presunte violenze sulle donne.
Nel 2004, sul maggior quotidiano svedese Aftonbladet, la femminista Joanna Rytel ha scritto un articolo intitolato “Non darò mai vita a un bambino bianco”, nel quale affermava che i maschi bianchi sono tutti egoisti, sfruttatori, presuntuosi e sessuomani, concludendo con l’avvertimento “uomini bianchi, statemi lontani!”. Le femministe norvegesi stanno cercando di far approvare una legge che impone la chiusura di tutte le imprese che non assumano almeno il 40 per cento di donne nei loro consigli di amministrazione; inoltre hanno chiesto anche quote per gli immigrati musulmani.
L’attacco al maschio occidentale potrebbe produrre però un inatteso effetto boomerang: la progressiva islamizzazione culturale e demografica del continente europeo. Distruggendo la famiglia e la figura paterna e maschile, le femministe stanno spianando la strada alla penetrazione indisturbata dell’islam nelle società occidentali, preparando così un futuro da incubo per le prossime generazioni di donne. In altre parole, la vittoria del femminismo potrebbe paradossalmente favorire l’avvento dell’Eurabia.
Per quanto alcune delle più coraggiose e indomite avversarie dell’Islam siano donne (si pensi a Oriana Fallaci, a Bat Ye’Or, a Ayaan Hirsi Ali), è indubbio che, nella media, le donne occidentali siano più favorevoli al multiculturalismo e all’immigrazione islamica rispetto agli uomini occidentali. In tutto l’Occidente i partiti più critici verso l’immigrazione sono tipicamente maschili, mentre quelli che esaltano la società multiculturale sono spesso dominati dalle femministe. Se negli Stati Uniti avessero votato solo le donne, il presidente in carica l’11 settembre 2001 sarebbe stato Al Gore, non George W. Bush. In Norvegia l’unico partito che cerca di contrastare l’immigrazione islamica di massa che sta cambiando il volto del paese è il Partito del Progresso, il cui elettorato è per il 70 per cento maschile; all’estremo politico opposto il multiculturalista Partito Socialista riceve il 70 per cento dei suoi voti dalle donne.
La spiegazione femminista di questo diverso comportamento elettorale è che gli uomini sarebbero “più xenofobi ed egoisti”, mentre le donne avrebbero la mente più aperta e sarebbero più solidali con gli estranei. La verità, probabilmente, è che tradizionalmente gli uomini hanno sempre avuto la responsabilità di individuare i pericoli e di proteggere la propria comunità dai potenziali nemici esterni.
Il rifiuto delle femministe di confrontarsi con il problema dell’immigrazione musulmana non ha però solo motivazioni psicologiche, ma anche ideologiche. Molte femministe sono silenziose sull’oppressione islamica delle donne perché hanno abbracciato un’ideologia terzomondista e antioccidentale che le paralizza. A giudicare dalle retorica femminista, infatti, tutta l’oppressione del mondo proviene dall’uomo occidentale, che opprime sia le donne sia gli uomini non occidentali. Gli immigrati musulmani sarebbero anch’essi delle vittime: al massimo con qualche pregiudizio patriarcale, ma comunque sempre meglio degli uomini occidentali.
Quasi tutte le femministe radicali, infatti, sono anche delle accese “anti-razziste” che si oppongono ad ogni minima limitazione dell’immigrazione islamica in quanto “razzista e xenofoba”. Il femminismo radicale si è trasformato gradualmente in egualitarismo, cioè nella lotta contro tutte le “discriminazioni” e nell’idea che tutti i gruppi di persone debbano disporre di una quota uguale di tutto, e che sia compito dello Stato assicurarla.
Le femministe hanno contribuito enormemente alla diffusione della cultura del vittimismo in Occidente, che permette di ottenere i vantaggi politici sulla base dello status di appartenenza nella gerarchia delle vittime. Inoltre hanno chiesto, e in larga misura ottenuto, la riscrittura dei libri di storia che facesse giustizia dei “pregiudizi” maschilisti ed eurocentrici. Queste loro idee fanno oggi parte dei programmi scolastici e sono praticamente egemoni sui media. In breve, le femministe radicali hanno rappresentato l’avanguardia della “correttezza politica” in tutto l’Occidente.
Quando i musulmani arrivano in Occidente portandosi dietro la loro mentalità vittimista si trovano il lavoro già preparato da altri. Colgono quindi su un piatto d’argento l’opportunità di sfruttare una tradizione vittimista già stabilita, che gli permette di ottenere interventi statali a proprio favore, quote preferenziali, la riscrittura della storia in senso filo-islamico, e campagne politiche contro “l’islamofobia” e “l’incitamento all’odio”. Le femministe occidentali hanno dunque spianato la strada alle forze che annienteranno il femminismo occidentale, e di questo passo finiranno a letto, letteralmente, con il nemico.
La graduale trasformazione dell’utopia femminista nel suo opposto, la legge coranica, è ormai evidente nei paesi scandinavi, dove l’applicazione dell’ideologia femminista e multiculturalista ha raggiunto le punte più avanzate. Negli ultimi anni, infatti, si è verificato un enorme aumento degli stupri e delle violenze sulle donne, per opera nella quasi totalità dei casi di giovani immigrati islamici.
In Svezia il numero degli stupri è quadruplicato in una generazione, parallelamente all’afflusso di una immigrazione islamica senza controllo che ha già preso possesso di intere città, come Malmoe. Pur rappresentando non più del 5 % della popolazione, in Norvegia e in Danimarca due terzi di tutti gli uomini arrestati per stupro sono “di origine etnica non-occidentale”, un eufemismo usato per designare gli appartenenti alla religione musulmana.
Nel 2001 Unni Wikan, professoressa di antropologia sociale all’università di Oslo, ha dato la precedenza al multiculturalismo sul femminismo, spiegando in un’intervista al quotidiano Dagbladet che “le donne norvegesi hanno la loro parte di responsabilità in questi stupri” perché, essendo ormai la Norvegia una società multiculturale, le donne norvegesi devono adattarsi ai costumi degli immigrati, abbigliandosi e comportandosi in maniera giudicata non provocatoria dalla loro cultura.
Per i multiculturalisti, quindi, i norvegesi sono solo una delle tante etnie che popolano il paese dei fiordi (forse neanche la più importante), e sulle decisioni che riguardano la Norvegia non hanno più voce in capitolo dei somali o dei curdi giunti la settimana scorsa.
La risposta degli uomini scandinavi a queste continue aggressioni è stata quasi inesistente. Viene da chiedersi dove siano finiti i vichinghi di un tempo, che certo non si sarebbero voltati dall’altra parte se degli ospiti stranieri avessero violentato le loro donne. Probabilmente la mancata protezione delle donne da parte degli uomini scandinavi è dovuta al fatto che queste notizie vengono deliberatamente censurate o minimizzate dalle autorità e dai media, in modo che il pubblico non si renda conto delle eclatanti dimensioni del fenomeno.
La ragione principale, tuttavia, ha a che fare con l’influenza delle idee fortemente antimaschili che le femministe scandinave hanno diffuso negli ultimi decenni. L’istinto protettivo maschile non si manifesta perché le donne nordiche hanno lavorato senza sosta per sradicarlo, insieme a tutto ciò che fa parte della mascolinità tradizionale. In questo modo il femminismo ha indebolito mortalmente la Scandinavia, e probabilmente l’intera civiltà occidentale.
Dal punto di vista femminista questa situazione ha una sua logica: se tutta l’oppressione del mondo proviene dai maschi occidentali, il regno di pace e di eguaglianza sognato dalle femministe potrà essere raggiunto solo quando gli uomini bianchi verranno messi in condizione d’impotenza. La soppressione e la ridicolizzazione degli istinti maschili, tuttavia, non sta conducendo al paradiso femminista, ma all’inferno islamista.
Una società in cui gli uomini sono stati “femminilizzati”, infatti, è destinata a cadere preda delle più aggressive civiltà tradizionali. Invece di “avere tutto”, le femministe rischiano di perdere tutto, e la crescente violenza degli immigrati contro le donne occidentali è un sintomo del crollo dell’utopia femminista. Cosa faranno le femministe quando si troveranno di fronte bande di giovani musulmani armati e violenti come quelli che spadroneggiano in Palestina, in Afghanistan e in tutto il mondo musulmano? Diranno loro che “il corpo è mio e lo gestisco io” o leggeranno loro l’ultimo libro di Catharine McKinnon?
La vita, la libertà e la proprietà possono essere protette solo con la forza o con una credibile minaccia di applicazione della forza, altrimenti sono lettera morta. Per questa ragione la responsabilità principale della difesa dei diritti individuali, anche delle donne, spetterà sempre in larga misura agli uomini. Raramente le teorie femministe tengono conto di questo fatto sociologico fondamentale. Le doti e le capacità delle donne sono indispensabili, ma nessuna civiltà vitale può fare a meno della forza e dell’energia maschile.
Come si spiega allora l’ammirazione delle donne progressiste occidentali per l’Islam, quando non esiste un solo paese musulmano in cui le donne godano di diritti lontanamente paragonabili a quelli dell’uomo? Le attiviste occidentali che a casa propria attaccano duramente “l’arretratezza” e “la mentalità patriarcale” della Chiesa cattolica sono le stesse che si sottomettono con più voluttà alla sharia quando si recano nei paesi musulmani. Di recente la giornalista Lilli Gruber, la cantante Gianna Nannini e la speaker del Congresso americano Nancy Pelosi, che in Occidente fanno quotidianamente professione di femminismo, progressismo e trasgressione, hanno ostentato con orgoglio le loro foto con il chador scattate durante i viaggi in Medio Oriente.
Quando si comportano così, ha ironizzato qualche commentatore “maschilista”, le femministe tradiscono i propri desideri più nascosti. Lo scrittore danese Lars Hedegaard ha scritto, in un articolo intitolato “Il sogno della sottomissione”, che “quando le donne occidentali spalancano le porte alla sharia, presumibilmente lo fanno perché vogliono la sharia”. La scrittrice inglese Fay Weldon ha rincarato la dose affermando che “molte di queste donne trovano sessualmente attraente la sottomissione" e poco seducenti e noiosi gli uomini femminilizzati dell’Europa Occidentale, rispetto ai virili sceicchi del deserto.
Ma nello stesso modo si comportano probabilmente anche gli uomini occidentali quando devono scegliere una compagna di vita. È stato notato che nei paesi scandinavi sono in forte aumento gli uomini che preferiscono una moglie straniera proveniente da culture più tradizionali dell’estremo oriente o dell’America Latina. Il femminismo radicale ha portato separazione, sospetto e ostilità tra i sessi, non cooperazione. E non ha sradicato la naturale attrazione per le donne con caratteri femminili e per gli uomini con caratteri mascolini.
Ai musulmani spesso piace far notare che in Occidente si convertono all’islamismo più donne che uomini. In un servizio giornalistico sulle donne svedesi convertite all’Islam, risulta che l’attrazione per la famiglia islamica sia una delle motivazioni principali. Queste donne nordiche convertite trovano appagamento nel ruolo ben definito di cura della casa e dei figli che l’Islam assegna loro. Hanno scoperto un senso da dare alla propria vita che non trovavano nella cultura secolare o nell’insipido e succube Cristianesimo modernista.
In psichiatria è stato notato che le donne tendono più frequentemente a rivolgere la propria nevrosi su se stesse, infliggendosi delle ferite o tenendo dei comportamenti autodistruttivi. Gli uomini invece sono più portati a dirigere la propria aggressività verso l’esterno. È inoltre risaputo che un certo numero di donne maltrattate dal marito tendono a giustificarne i comportamenti aggressivi e ad incolpare se stesse.
La sensazione è che l’Occidente nel suo insieme, dopo decenni di propaganda antimaschile, abbia adottato inconsciamente alcuni di questi tratti negativi della psiche femminile. L’Occidente femminilizzato viene quotidianamente minacciato, insultato e aggredito con prepotenza dal mondo musulmano, ma reagisce - come la moglie abusata - incolpando se stesso, come se fosse in qualche modo affascinato dai suoi aguzzini.
Come ha scritto Alexandre Del Valle nel suo recentissimo libro Il totalitarismo islamista, questo masochismo espiatorio degli occidentali, frutto della tendenza a dubitare della propria civiltà e a flagellarsi di continuo, costituisce una irresistibile esortazione alla liberazione delle pulsioni più sadiche del fondamentalismo islamico.
La femminista americana Ellen Willis scriveva nel 1981 su "The Nation": “Il femminismo non riguarda solo una questione o un gruppo di questioni, ma è l’avanguardia di una rivoluzione dei valori culturali e morali. L’obiettivo di ogni riforma femminista, dalla legalizzazione dell’aborto alla promozione degli asili-nido pubblici, è quello di demolire i valori della famiglia tradizionale”. L’icona del femminismo Simone de Beauvoir affermò che “nessuna donna dovrebbe essere autorizzata a stare a casa per allevare i bambini, perché lasciandogli questa libertà troppe donne farebbero la scelta sbagliata”. Oggi ci accorgiamo che i desideri delle femministe degli anni Sessanta e Settanta, come la Willis e la de Beauvoir, si sono avverati oltre le più rosee previsioni: in Occidente i divorzi hanno avuto una crescita esplosiva mentre il numero dei matrimoni e delle nascite è crollato, determinando un vuoto culturale e demografico che ci ha resi vulnerabili all’irruzione dell’Islam.
Il femminismo radicale ha inferto un colpo durissimo alla struttura famigliare del mondo occidentale, ma sarà impossibile risollevare i tassi di natalità se le donne non tornano ad essere apprezzate per il loro ruolo di madri e se il matrimonio non viene rivalutato. Non esistono altre istituzioni diverse dalla stabile famiglia tradizionale per crescere bambini culturalmente, emotivamente e psicologicamente sani e felici. Il matrimonio non è “una cospirazione per opprimere le donne”, ma la ragione per cui noi siamo qui.
In definitiva, il femminismo radicale ha rappresentato una delle più importanti cause dell’attuale indebolimento della civiltà occidentale, sia dal punto culturale che dal punto di vista demografico. Le femministe radicali, portatrici spesso di una visione del mondo marxista, hanno dato un contributo fondamentale all’affermazione della soffocante “correttezza politica” che impedisce ogni reazione dell’Occidente; inoltre, debilitando la struttura famigliare dell’Occidente hanno contribuito a rendere la nostra civiltà incapace di reggere l’assalto di società prolifiche e patriarcali come quella islamica.
Il destino di una società dominata dall’ideologia femminista, dove gli uomini sono troppo demoralizzati, indeboliti e inebetiti per difenderla, è quello di essere schiacciata e sottomessa dagli uomini provenienti da altre culture più aggressive e mascoline. È questo che sta accadendo all’Europa occidentale.
L’ironia della sorte è che quando in Occidente le donne lanciarono la seconda ondata del femminismo negli anni sessanta e settanta godevano già di una situazione in via di miglioramento e non erano particolarmente oppresse, almeno rispetto ad altre parti del mondo. Alla fine del ciclo, quando gli effetti a lungo termine del femminismo radicale si saranno compiuti, le donne si troveranno realmente schiavizzate sotto l’implacabile tallone dell’Islam. Sarà l’ennesima eterogenesi dei fini che, da sempre, scombussola i disegni e le vicende della storia umana.
(Guglielmo Piombini)
[Una versione più lunga di questo articolo è uscita su Enclave. Rivista libertaria, n. 36, giugno 2007]