30 giugno 2008

Barry Goldwater, il rivoluzionario dell'Arizona


Le elezioni presidenziali americane del 1964, che seguirono l’assassinio di John Kennedy, videro la vittoria “a valanga” del candidato democratico Lyndon Johnson su quello repubblicano, il senatore dell’Arizona Barry Goldwater, il quale vinse in soli sei stati raccogliendo il 39 per cento del voto popolare. Malgrado le dimensioni della sconfitta, la sua corsa alla presidenza rappresentò però un definitivo punto di svolta nella politica americana. Il significato della rivoluzione operata da Goldwater viene spiegato dal professor Antonio Donno, docente presso l’Università del Salento e tra i massimi esperti del pensiero politico americano, nella sua bella monografia Barry Goldwater. Valori americani e lotta al comunismo (Le Lettere, Firenze, 125 pp., euro 18,00).


Barry Goldwater si fece interprete dei sentimenti conservatori dell’America dell’Ovest e del Sud-Ovest all’interno di un partito, il Grand Old Party, che era stato sempre dominato dalle elite finanziarie e industriali del Nord-Est. Ma soprattutto fu il primo a sfidare la filosofia statalista del New Deal che da almeno trent’anni dominava la politica statunitense, e che non era stata sostanzialmente intaccata durante gli otto anni dell’amministrazione repubblicana di Eisenhower. Goldwater riuscì infatti ad operare una fusione tra le istanze conservatrici (l’anticomunismo senza compromessi, il tradizionalismo morale, l’elogio dell’eredità cristiana e la fedeltà ai valori dell’Occidente) e quelle libertarie (l’individualismo, l’esaltazione del libero mercato, l’antistatalismo, la critica del welfare-state) che non andò più dispersa e che riemerse prepotentemente quindici anni dopo, nel 1980, con la vittoria di Ronald Reagan.


Il successo di Reagan, infatti, non può essere spiegato se non alla luce del programma politico che Goldwater mise a punto nei suoi due libri The Coscience of a Conservative del 1960, che ebbe un successo editoriale senza precedenti (tre milioni e mezzo di copie vendute fino al 1964, mentre la traduzione italiana, pubblicata dalle Edizioni del Borghese, fu completamente snobbata), e Why Not Victory? del 1962, dove espose la sua linea di politica estera di duro contrasto al comunismo.


Riprendendo i principi originari del liberalismo americano, Goldwater scrisse con grande temerarietà un manifesto politico di un violenza concettuale inaudita, dopo tanti anni di quieto conformismo statalista. Il suo coraggio porterà i conservatori americani a sostenere con entusiasmo la sua candidatura alle presidenziali del 1964. Nel mondo intellettuale lavorarono per lui le migliori menti dell’epoca, come William Buckley, Harry Jaffa, Brent Bozell, Karl Hess, Frank Meyer, Milton Friedman, Ayn Rand. I democratici scateneranno invece contro Goldwater una campagna di denigrazione forsennata, sul tipo di quella messa in atto contro il senatore Joe McCarthy.


Contrapponendosi ai liberals impegnati in uno sforzo collettivo per imporre il progresso, il conservatorismo di Goldwater poneva l’accento sullo sviluppo spirituale dell’individuo e riaffermava l’insegnamento cristiano sulla sacralità della persona umana. Si trattava, spiega Antonio Donno, di una testimonianza di capitale importanza, che riposizionava il fattore religioso al centro dell’azione politica. Il ritorno alle matrici giudaico-cristiane della nazione americana produrrà infatti nei decenni successivi un vero terremoto nell’approccio di molta parte dell’elettorato americano alla politica.


Inoltre, insistendo sui diritti inalienabili e di per sé evidenti dell’individuo, il senatore dell’Arizona operava un significativo recupero della tradizione giusnaturalista americana risalente all’epoca coloniale e alla Dichiarazione d’Indipendenza. Quando scriveva che «durante tutta la Storia dell’umanità, le più gravi insidie alla libertà individuale sono partite, sempre, dal Governo», Goldwater si rifaceva esplicitamente alle idee radicalmente antistataliste della Old Right (la vecchia destra anti-rooseveltiana di Frank Chodorov e Albert Jay Nock) e del libertarismo di Ayn Rand e Murray Rothbard. «Come può essere libero un uomo - si chiedeva Goldwater - se i frutti del suo lavoro non sono a sua disposizione perché ne faccia quello che vuole, ma vengono trattati, invece, come parte d’un fondo comune di ricchezza pubblica? La proprietà e la libertà sono inseparabili: quando il governo, sotto forma d’imposte, porta via la prima, invade anche la seconda».


Questa affermazione ci porta direttamente alla critica dello Stato assistenziale, che Goldwater condannava nella maniera più decisa, non solo perché determinava una vera e propria ingiustizia sociale, umiliando i più capaci e meritevoli a favore di un settore parassitario sempre più vasto, ma soprattutto perché produceva negli individui degli effetti psicologici disastrosi. I sostenitori del welfare state, osserva Goldwater, sanno bene che l’individuo può essere posto alla mercé del governo non solo facendo dello Stato il suo datore di lavoro, ma spogliandolo dei mezzi per provvedere ai suoi bisogni personali e dando al governo la responsabilità di accudire a quei bisogni dalla culla alla tomba. «L’assistenzialismo - scrive Goldwater ne La coscienza di un conservatore - trasforma l’individuo da un essere spirituale, dignitoso, industre, pieno di fiducia in se stesso, in una creatura animale dipendente senza che nemmeno se ne renda conto».


In sostanza, Goldwater sostiene che il socialismo ottenuto per mezzo dell’assistenza è più pericoloso di quello che risulta dalle nazionalizzazioni, perché l’effetto politico e psicologico del primo è peggiore. In compenso dei benefici l’individuo finisce infatti per concedere al governo il massimo del potere politico. Ancor più dannosa però è l’influenza esercitata sul suo carattere: l’eliminazione di ogni senso di responsabilità per il proprio benessere e per quello della sua famiglia e dei parenti. La puntuale conferma delle previsioni di Goldwater arriverà nel corso degli anni Settanta, quando entreranno a pieno regime le politiche di “guerra alla povertà” introdotte da Lyndon Johnson nel suo progetto di Grande Società. La sfascio delle famiglie dovuta alla scomparsa della figura paterna, l’aumento della criminalità e il degrado morale che da allora hanno cominciato a caratterizzare i sobborghi urbani abitati prevalentemente dalla popolazione nera sono infatti il risultato diretto della deresponsabilizzazione individuale prodotta dall’assistenzialismo statale.


L’aiuto ai più bisognosi, dice Goldwater, deve essere lasciato nelle mani dei privati, delle associazioni, delle Chiese, degli enti locali, perché gli aspetti materiali e spirituali dell’essere umano sono connessi, e la responsabilità personale di provvedere ai propri bisogni materiali è tutt’uno con la responsabilità di essere liberi: «La libertà politica dell’uomo è illusoria, se egli dipende per i suoi bisogni economici dallo Stato. Le scelte che governano la sua vita sono scelte che egli deve fare: non possono essere fatte da nessun altro, individuo o collettività». I progressisti tendono a guardare soltanto al lato materiale della persona umana, ma - scrive Goldwater riprendendo la lezione del celebre libro di Friedrich von Hayek del 1944, La via della schiavitù - considerare l’uomo parte di una massa indifferenziata significa, alla fine, consegnarlo alla schiavitù.


In politica estera Goldwater era convinto che la coesistenza pacifica con il comunismo fosse impossibile, perché il totalitarismo sovietico aveva come obiettivo la conquista del mondo. A questa dottrina gli Stati Uniti non potevano opporre la ricerca della pace ad ogni costo, ma una lotta senza quartiere per ottenere la vittoria. L’unica alternativa alla sconfitta totale era la vittoria totale. Queste sue idee provocarono, durante i primi anni ’60 e per tutta la campagna elettorale del 1964, una dura polemica con il senatore democratico William Fullbright, sostenitore di un atteggiamento meno ostile verso il mondo comunista.


Per Goldwater il mondo libero stava combattendo non una guerra fredda ma una “guerra comunista”, dato che «le regole di questo conflitto ci sono state imposte dall’Unione Sovietica per mezzo di un disegno massiccio volto alla distruzione degli Stati Uniti ed alla dominazione del mondo». Goldwater rigettava con forza l’apertura di Fullbright verso il mondo comunista perché la politica imperialista dell’Unione Sovietica era inseparabile dai suoi presupposti ideologici, ed era quindi impossibile garantire pace, libertà e prosperità al mondo senza la preventiva sconfitta del comunismo.


Si trattava, secondo il senatore dell’Arizona, di una lotta tra il popolo senza di Dio e il popolo di Dio, tra la schiavitù e la libertà: «Dico che non possiamo vivere con queste due filosofie. Un giorno ve ne sarà una soltanto. Siamo i portatori della civiltà occidentale, il più nobile prodotto del cuore e dell’intelligenza dell’uomo» e per questa ragione «i comunisti non ci seppelliranno. I comunisti rispettano una sola cosa: la forza. E la forza dello spirito è più grande della forza delle armi». Una visione, quella di Goldwater, che anticipa di quasi due decenni le denunce di Ronald Reagan contro l’Impero del Male, e che verrà clamorosamente confermata dagli avvenimenti degli anni ’80 culminati con il crollo del Muro di Berlino.


In definitiva, Goldwater lasciò un segno sulla politica americana maggiore di ogni altro candidato perdente del ventesimo secolo. Con la sua tenace candidatura il senatore dell’Arizona diede inizio a una controrivoluzione conservatrice i cui effetti durano tuttora. Il suo merito fu quello di stabilire delle solida fondamenta politiche e ideologiche alla rivoluzione reaganiana, e di far comprendere a una generazione di conservatori che la loro era una causa giusta e vincente. Oggi il ricordo delle parole di fede e di coraggio di Goldwater potrebbe nuovamente ispirare l’Occidente nella sfida mortale contro il totalitarismo islamista.


Guglielmo Piombini


(Liberal Quotidiano, 28 giugno 2008)

26 giugno 2008

Il procuratore e-lettore

Questa è la storia di uno di loro. Nel senso di magistrati. Di quei magistrati che quando li osservi nel lavoro o durante il tempo libero (poco, ci si augura), suscitano puntualmente sospetti che quel “pericoloso” di Berlusconi, alla fin fine, un po’ di ragione ce l’abbia nel tentare di ricondurli a un maggior senso dello Stato. Dicono che Enrico Di Nicola, procuratore capo a Bologna, stia andando in pensione. Sarà per questo che nei giorni scorsi non ha voluto mancare alla presentazione dell’ultima fatica letteraria di Romano Prodi, dal titolo: “La mia visione dei fatti. Cinque anni di governo in Europa”.

Qualche libro da leggere quando non sarà più indaffarato come oggi, infatti, gli tornerà utile. Di Nicola era là, seduto tra le prime file in compagnia di tanti leader e leaderini di partito giunti a rendere omaggio all’ex-presidente del Consiglio. Leader e leaderini che magari durante la recente campagna elettorale avevano bastonato Romano con gusto e che ora tornavano ad ascoltare il suo verbo. Battendo le mani e annuendo. Per carità, non ci scandalizziamo di certe ipocrisie. La politica è questo e molto altro. Per fortuna. Insomma, tutti i politici che si erano dati appuntamento in quella sala non stonavano affatto. Tanto è vero che la stampa locale, la mattina dopo, ha prontamente messo in luce come solo Prodi sappia tenere unita l’intera sinistra. Una balla colossale, sia chiaro, se solo si guardi a come è nata la crisi del suo governo all’inizio dell’anno.

Ma anche questa bugia poteva essere comprensibile nel gioco delle parti della politica e nella fame di notizie dei giornali. Se però scrutavi con attenzione nel caravanserraglio prodiano una sola persona, invece, non c’entrava nulla ma proprio nulla. E non c’entrava nulla perché non doveva c’entrare nulla. Una persona che portava la faccia paciosa e segnata dal tempo tipica dei pastori abruzzesi: Enrico Di Nicola.

Un magistrato, seppure alle soglie del meritato riposo, dovrebbe evitare come la peste serate come quella del libro di Prodi, ex-capo di governo (lo ripetiamo) e capo-partito. Per una semplice e tuttavia determinante ragione: chi amministra la legge non deve solo essere indipendente dalla politica oltre che da tutto il resto, ma lo deve anche formalmente sembrare. La forma, per chi porta la toga, è sostanza. E il magistrato che fa finta di dimenticarselo non presta un buon servizio all’ordine di cui fa parte, al Paese e dunque ai cittadini, giustamente timorosi che quando emette sentenze (o le emetteva) si faccia condizionare dalle sue conclamate amicizie. I magistrati e-lettori di ogni colore rappresentano la prova - tra le tante - di come l’Italia rimanga in modo pervicace un Paese istituzionalmente anomalo.

19 giugno 2008

Bologna 2009, primarie per il centrodestra

Negli stessi momenti in cui diceva sì all’offerta degli americani per l’acquisto del Bologna Calcio, portando all’incasso l’affare centrato con la promozione in serie A, sul tavolo più scivoloso e meno lineare della politica Alfredo Cazzola rispondeva picche alle speranze dei cittadini di centrodestra di vederlo candidato sindaco alle amministrative del prossimo anno, in competizione con Sergio Cofferati. Col senno di poi la vicenda si potrebbe leggere in modi diversi.

Da quello severo: alcuni esponenti del Popolo della Libertà sarebbero caduti nella “trappola” mediatica tesa abilmente da Cazzola, che ha (legittimamente) pensato al proprio business e menato per il naso una parte della città (meno legittimamente). A quello comprensivo: nel Pdl cittadino la voglia di trovare l’uomo della Provvidenza che porti a destra quel venti per cento di voti necessario per vincere ha annebbiato le menti di politici di lungo corso, che alla fine si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano.

Ora, a parte la banale considerazione per la quale chi ha responsabilità di partito sarebbe buona norma che prima chiedesse in privato a qualcun altro se intende correre per la carica di primo cittadino. E solo dopo aver ricevuto una risposta positiva rilascia dichiarazioni ai giornali. A parte questo, dicevamo, il danno d’immagine inferto al centrodestra è di quelli pesanti. Inutile nasconderselo. Non a caso il segretario provinciale del Pd, Andrea De Maria, ci ha inzuppato il pane della polemica. Sarà pure un “pollo allevato in batteria”, come lo ha apostrofato lo stesso Cazzola, ma anche i polli sanno tirare i calci di rigore. Soprattutto a porta vuota.

E perfino i sostenitori di Giorgio Guazzaloca hanno ripreso fiato dopo qualche giorno di sbandamento, quando il presidente del Bologna aveva fatto capire che cresceva il suo desiderio di sbarcare in politica. L’arrivo dell’ex-signor Motor Show, del resto, avrebbe significato la pensione immediata per l’uomo della vittoria del ’99. E così il parlamentare del Pdl Enzo Raisi, da sempre scettico verso la riproposizione del Guazza, e proprio per evitare che egli venisse rilanciato in grande stile, si è visto costretto a mettere da parte il fioretto accusando il comitato pro-Guazzaloca di aver raccolto “firme farlocche” ai banchetti. Il problema, a questo punto, è che il centrodestra torna da dover era partito. Vale a dire senza avere la minima idea di chi candidare. Ed è normale, a nostro avviso anche doveroso, che le primarie riconquistino il centro del dibattito.

Se all’orizzonte non compaiono personalità in grado di catalizzare i consensi delle formazioni di centrodestra, nonché di tutte le componenti che si sentono alternative alla sinistra sotto le Due Torri, allora la conta democratica è il metodo migliore che conosciamo. Bene ha fatto il consigliere comunale di Forza Italia, Lorenzo Tomassini, a passare rapidamente dalle parole ai fatti aprendo un sito Internet (www.primarieperbologna.it) dove chiunque può offrire il proprio contributo a proposito del programma e - quando ci saranno i nomi - votare per il candidato che preferisce.

Ai partiti non resta che accelerare i tempi e approntare un tavolo di confronto con coloro che non si rassegnano a ritrovarsi Cofferati ancora sindaco. Senza perdersi troppo in beghe interne su chi potrebbe comandare nel Pdl bolognese una volta nato sul serio: chi ha i consensi deve governare. Nelle ultime ore è spuntata anche l’ipotesi Giancarlo Mazzuca, neo-deputato e soprattutto ex-direttore del Resto del Carlino. Mazzuca, a differenza di Cazzola, ci è andato più cauto: “Non mi muovo - ha fatto capire - se prima non c’è un accordo complessivo nel centrodestra. E se Guazzaloca non mi dà il via”.

18 giugno 2008

La condanna a morte della Gran Bretagna

Dietro lo pseudonimo di Fjordman si nasconde uno dei blogger liberal-conservatori più letti della rete. Nei suoi lucidi e approfonditi saggi questo commentatore politico norvegese ha smontato gran parte dei miti politically correct diffusi in Occidente, come la presunta età dell’oro del mondo islamico, i debiti dell’Europa verso la cultura araba, il progresso delle scienze nell’islam medievale o la tolleranza e la raffinatezza dell’Andalusia musulmana.


Oltre ai saggi di tipo storico, Fjordman ha affrontato con grande intelligenza i più scottanti temi d’attualità: la perversa natura del multiculturalismo, il rischio di colonizzazione islamica del vecchio continente, il probabile divampare della jihad islamica in Europa entro un decennio o due, come conseguenza dell’immigrazione musulmana di massa. L’originalità di queste riflessioni hanno fatto di Fjordman una star all’interno dei gruppi che stanno organizzando in rete la resistenza intellettuale alla trasformazione dell’Europa in Eurabia.


Nel suo ultimo articolo Fjordman parla della situazione catastrofica della Gran Bretagna, il paese europeo in cui, nei lunghi anni di regno laburista di Tony Blair e Gordon Brown, l’imposizione del multiculturalismo ha raggiunto le punte più avanzate. È veramente triste assistere al modo in cui viene oggi umiliata la cultura di questa nazione dalla storia gloriosa, che ha donato al mondo, tra le tante cose straordinarie, la rivoluzione industriale e le istituzioni politiche del governo limitato.


La situazione ha raggiunto una tale gravità che vien da chiedersi se si possa parlare, invece che di suicidio nazionale, di vera e propria esecuzione a freddo di un’intera nazione, pianificata da alcune elite politiche e intellettuali decise a imporre ad ogni costo al proprio paese un folle esperimento di ingegneria sociale, non più in nome del socialismo ma del multiculturalismo post-marxista.


Sul sito della Libreria del Ponte si può leggere in esclusiva la traduzione di questo articolo di Fjordman, intitolato Gran Bretagna: una nazione condannata a morte.

09 giugno 2008

L'Italia è a rischio estinzione

Il Filo a Piombo ha avvicinato Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, la lotta contro la droga e le politiche sociali, ponendogli alcune domande.

Oggi più che mai l’Italia è alle prese con numerose emergenze. Quali sono le sfide più impellenti nell’ambito delle politiche sociali, di cui si occupa in qualità di sottosegretario?
"L’ultimo libro di Piero Angela (“Perché dobbiamo fare più figli”, ndr) lancia un grido d’allarme ben preciso: se continuano gli attuali trend demografici l’Italia si estinguerà. I numeri sono contro di noi perché la denatalità, l’invecchiamento della popolazione e gli immigrati renderanno il nostro Paese assolutamente irriconoscibile rispetto a quello che storicamente è sempre stato".

Qual è il primo passo da compiere in questa direzione?
"Difendere la famiglia riconosciuta nella Costituzione. E abbiamo già cominciato a farlo. Il primo decreto legge ha previsto l’abolizione dell’Ici, la detassazione degli straordinari e la rinegoziazione dei mutui. Tutti provvedimenti che interessano da vicino le famiglie. Ma il punto fondamentale è il quoziente famigliare sul quale stiamo lavorando. L’obiettivo deve essere quello di rendere potenzialmente più solida la stabilità della famiglia e affermare un principio: avere o non avere figli non può essere considerata la stessa cosa".

Il presidente Napolitano, in occasione della festa della Repubblica, ha puntato il dito contro il fenomeno del “ribellismo”. A suo avviso, è realmente preoccupante? E soprattutto: come si combatte?
"E’ preoccupante, eccome. E Napolitano ha fatto benissimo a parlarne. Il ribellismo si traduce spesso in egoismo, nell’idea di poter godere di tutti i benefici della nostra epoca senza assumersi alcuna responsabilità. Per esempio, oggi si protesta contro l’aumento dei carburanti. E’ giusto farlo, beninteso. Ma non dimentichiamo che molti, in passato, si sono opposti a qualunque forma di differenziazione energetica. Non mi riferisco solo al nucleare ma anche alle centrali a carbone e quelle a metano, alla stessa alta velocità".

Il senatore Quagliariello ha proposto l’uso della celere contro le intolleranze di stampo politico. Concorda?
"Le manifestazioni pacifiche cessano di essere tali nel momento in cui si vuole rompere il cordone della polizia a furia di spintoni, benché con le mani alzate. Questo vuol dire usare la forza per impedire alla democrazia di funzionare".

Anche Berlusconi non ha escluso l’uso della forza a Napoli. Senza peraltro scatenare le reazioni scandalizzate di sindacati e gruppuscoli vari come invece sarebbe accaduto solo poco tempo fa. L’Italia è diventata un Paese adulto nell’arco di due mesi?
"In passato la società civile, che io definirei incivile, manifestava contro la soluzione del problema delle scorie nucleari. E il risultato è che quelle scorie sono ancora presenti a Caorso e a Trino Vercellese, senza essere state messe in sicurezza. La stampa ha sempre presentato i dimostranti per qualsiasi causa, anche quella più sballata, come degli eroi. Oggi c’è la presa di coscienza che andando avanti di questo passo a Napoli arriverà il colera".