26 ottobre 2007
Forza Italia e i suoi marchesi
Traduciamo. Se vi capita di essere iscritti al partito, al momento delle assise congressuali sappiate che il vostro voto non ha lo stesso peso di quello espresso da qualche esponente con cariche elettive negli enti locali. Insomma: il consigliere comunale, per esempio, vale cinque volte la vostra preferenza, il consigliere regionale addirittura venticinque. Che è come dire che il primo viene ritenuto cinque volte più intelligente di voi a prescindere e il secondo, sempre a prescindere, venticinque volte.
Ora, c’è qualcosa che ci sfugge. Se stessimo parlando di un qualche partito di canuti nostalgici della Real Casa, o addirittura del Re Sole, non avremmo nessun problema a ritenere del tutto normale quella norma: sarebbe in linea con l’idea di fondo che richiama da vicino la famosa massima del marchese del Grillo: “Io so’ io e voi nun siete un c…”. E di conseguenza nella scala gerarchica del partito, più sei vicino alla vetta e più conti perché significa che sei gradito al Signore tuo Dio. Il punto è che Forza Italia, fin dal momento della sua fondazione, è stata presentata e si è affermata come formazione catalizzatrice di tutti i liberali autentici, escludendo pertanto quelli di risulta o camuffati. Per la verità, qualcuno pure di questi.
Ma lasciamo perdere. Resta il fatto che uno statuto inquinato da pratiche asburgiche offre la sgradevole sensazione di un partito che mentre predica all’esterno libertà e democrazia, poi quando si tratta di mettere ordine in casa propria decide di ricorrere ad altri metodi, un po’ più spicci. Anche perché diffondere la mentalità dell’oligarca fa correre serissimi rischi alla credibilità che il semplice socio riconosce nel partito.
Senza contare episodi che si rivelano un vero e proprio schiaffo in faccia al principio che a governare deve essere la maggioranza. Al congresso cittadino di Bologna, per esempio, lo sfidante aveva vinto la competizione contro il coordinatore uscente. Risultato? Quest’ultimo è stato riconfermato grazie ai suffragi giunti da una larga parte degli eletti. Insomma, chi guida il partito sotto le Due Torri lo fa avendo contro più della metà dei voti della base. Legittimo: lo prevede lo statuto. Ma questo è funzionale a rendere Forza Italia più solida e “attraente”? Noi abbiamo molti dubbi.
A dir la verità, forse una certa coerenza c’è. Non è un caso che quando torna in discussione la legge elettorale, da Forza Italia giunga sempre puntuale lo stop alla reintroduzione delle preferenze. Come dire: lasciate decidere a noi da Roma chi è meritevole di essere eletto al Parlamento e chi no. Così come a livello locale si lascia nelle mani di pochi il diritto di appoggiare la spada sulla spalla del prescelto che in questo modo viene decretato cavaliere. E poi ti soprendi se l’unico e inimatibile Cavaliere vuole disfarsi della sua creatura?
Graziano Girotti
(L'Opinione, 26 ottobre 2007)
24 ottobre 2007
La campagna razzista della Regione Toscana
E’ ufficiale, sono razzisti.Lo sono i responsabili della Regione Toscana, e quelli del Ministero delle Pari Opportunità che hanno patrocinato l’iniziativa, che oltretutto è stata pagata con soldi pubblici, e quindi nostri.
L’immagine del neonato con il braccialetto che lo cataloga come gay – oltretutto sinistramente evocativa delle campagne naziste sull’eugenetica, e della loro abitudine di marchiare con un distintivo ebrei, zingari e appunto omosessuali – non può avere altra spiegazione.
Del resto, lo dice anche lo slogan che appare sul fotomontaggio: “l’orientamento sessuale non è una scelta”.
Sono razzisti, e adesso spieghiamo il perchè anche se dovrebbe essere evidente, almeno a quelli che non hanno la capacità di intendere completamente obnubilata dal politicamente corretto.
Se l’omosessualità non è una condizione che si possa scegliere, in quanto ci si ritroverebbe così fin dalla nascita, che altro può essere se non un fattore genetico? Noi non vediamo altre interpretazioni possibili: secondo la Regione Toscana e il ministero della sig.ra Pollastrini dovrebbe essere impossibile uscire da questo destino binario che ci accomunerebbe tutti.
Saremmo dunque tutti etero o gay, esattamente come tutti siamo maschi o femmine, bianchi o colored, alti o bassi.
Magari per lorsignori non avviene la stessa cosa quanto al fatto di essere magri o grassi, in quanto altrimenti non ce la starebbero scassando così tanto con le loro campagne salutiste. Anche se, per quanto ne sapevamo, finora non era affatto strano sentir dire che anche l’obesità ha una matrice genetica, e nessuno se ne era mai scandalizzato.
Ci rimangono però molti dubbi.
Ammettiamo per un attimo che questa idea sull’omosessualità, peraltro non nuova, ma che ora viene rilanciata alla grande da parte di lorsignori, sia vera.
Se le cose stanno davvero così, allora cosa ci impedisce di considerare geneticamente innati anche altri aspetti della personalità, come ad esempio – vediamo, così a caso – l’intelligenza, la propensione a delinquere, o anche solo il fatto di avere idee di destra o di sinistra?
D’altronde, il fatto stesso di aver votato per Berlusconi era già stato definito da altri intellettuali del medesimo giro di quelli della Regione Toscana come il segno di una “diversità antropologica”. Quindi, nemmeno il fatto che lorsignori siano razzisti a ben vedere è una novità, e anzi può darsi che pure questo aspetto del loro modo di essere derivi dal loro corredo genetico sinistroide.
Anzi, può anche darsi che i compagni toscani si siano improvvisamente accorti che James Watson – lo scopritore del Dna, che recentemente ha preso posizione su una pretesa derivazione genetica del livello di intelligenza dei negri – in fondo non avesse tutti i torti.
Comunque, non sarebbe nemmeno quello il problema. Prendiamo atto che loro la pensano così.
Ma allora, di che si lamentano? Di che si lamenta la Rita Levi Montalcini, che ha paragonato James Watson a Storace proprio per dare dei razzisti ad entrambi?
Del resto l’esimio scienziato e premio Nobel – lui, sia chiaro, non l’ex governatore del Lazio – tempo fa si era distinto proprio per avere espresso opinioni simili sulle donne. Non vediamo dunque per quale motivo, visto che adesso i sinistri del nuovo Pd sembrano pensarla allo stesso modo rispetto agli omosessuali, in certe occasioni continuino a fare tanto casino.
Oltretutto, tempo fa, anche sul versante destro della blogosfera italiana era sorta una feroce polemica contro un numero del “Domenicale”, che era stato (falsamente) accusato di aver addirittura sostenuto che l’omosessualità sarebbe una malattia.
Ci spieghino dunque questi nostri amici di parte politica, e dunque, a quanto pare, forse anche di condizione genetica: se l’orientamento sessuale non è una scelta – lo dice quello stesso manifesto – dal momento che quando si è gay lo si è fin dalla culla, come suggerisce il braccialetto, cosa ci impedisce di considerare l’omosessualità alla stessa stregua, diciamolo sempre per fare un esempio, della sindrome di Down?
Okay, ci rendiamo conto che può essere discutibile che sia una malattia anche quella. Però, quando a qualcuno scappa detta una simile affermazione, di solito non succede niente.
In ogni caso, in realtà, sappiate che non esiste nessuno studio scientifico serio che possa dimostrare la natura genetica della propensione verso l’omosessualità. Non esiste nulla di nulla di questo genere, anche se viene dato per scontato da molti, cari razzisti del piffero.
E semmai si dovesse un giorno arrivare a conclusioni del genere, sarà per lo stesso motivo per cui James Watson già oggi sembra pensare che un giorno – una volta definita la mappatura del Dna umano – sarà possibile dimostrare che i bianchi sarebbero (almeno mediamente) più intelligenti dei neri.
Comunque, anche quando ciò dovesse succedere – si dice tra una decina d’anni o giù di lì – noi non avremo avuto alcun bisogno dei progressi della genetica per concludere che quelli di sinistra sono, almeno nella media, più razzisti degli altri. E anche più imbecilli.
Infatti, a dire il vero, ce ne eravamo accorti già da molto tempo.
20 ottobre 2007
La frode di Rigoberta Menchù

Dopo il crollo del comunismo la sinistra occidentale è riuscita a conservare la propria egemonia culturale riconvertendosi dal marxismo al multiculturalismo. La sinistra multiculturalista non concentra più le sue critiche sulle strutture economiche della società capitalistica, come prescriveva il marxismo classico. Quasi nessuno oggi ha più il coraggio di chiedere l’abolizione della proprietà privata o la collettivizzazione dei mezzi di produzione. L’attacco prende invece di mira invece le “sovrastrutture” culturali della società, secondo la lezione di Antonio Gramsci e della Scuola di Francoforte.
Dietro una facciata relativista, il multiculturalismo combatte tutto ciò che appartiene al passato storico dell’Europa. Quest’odio profondo per il nostro retaggio religioso e culturale, motivato da un intenso sentimento di rivalsa, si manifesta con l’esaltazione acritica di tutte le culture estranee all’Occidente, comprese le più aberranti, e con il desiderio frenetico di ripopolare il vecchio continente con immigrati extraeuropei anche apertamente ostili.
Questa premessa serve a spiegare il senso di una delle operazioni propagandistiche più riuscite alla sinistra internazionale negli ultimi decenni: la creazione del mito di Rigoberta Menchú, l’indigena guatemalteca di etnia maya vincitrice nel 1992, a soli trentatre anni, del premio Nobel per la Pace. La fama della Menchú si deve al libro di memorie scritto nel 1983 dall’antropologa Elisabeth Burgos Debray, l’ex moglie del famoso rivoluzionario francese Régis Debray, la quale nel 1982 trascorse otto giorni nel suo appartamento parigino sollecitando e registrando il lungo racconto di Rigoberta (l’edizione italiana, pubblicata dalla casa editrice Giunti di Firenze con il titolo Mi chiamo Rigoberta Menchú, è del 1987).
Il successo nelle librerie, nelle scuole e nelle università fu immediato, e fece della Menchú il simbolo degli indigeni dell’emisfero occidentale depredati e oppressi dai conquistatori europei. Come povera donna indios, la Menchú era un’icona perfetta del multiculturalismo perché riassumeva in sé tutte le caratteristiche più apprezzate dalle ideologie alla moda tra gli intellettuali progressisti.
Verso la metà degli anni Novanta cominciarono però a sorgere i primi dubbi sulla veridicità del suo racconto, anche perché sembrava strano che una contadina illetterata dell’America Centrale usasse con tanta disinvoltura il tipico frasario marxista dei radical-chic occidentali. L’antropologo americano David Stoll fece delle accurate verifiche sul campo e nel 1999 pubblicò i risultati delle sue ricerche, che smascheravano cumuli di menzogne presenti nella testimonianza della Menchú.
L’editore e giornalista libertario Leonardo Facco, esperto del mondo latinoamericano, ripercorre i retroscena di questo clamoroso inganno in un libro agile ed efficace appena pubblicato dall’editore Rubbettino di Soveria Mannelli: Si chiama Rigoberta Menchú. Un controverso premio Nobel (78 pp., € 10,00). La famiglia della Menchú, ricorda Facco, non era affatto povera, perché suo padre possedeva quasi tremila ettari di terra coltivabile; le dispute per questo terreno non nascevano dai tentativi di esproprio da parte dei ricchi proprietari terrieri discendenti dei conquistadores, ma da squallide beghe famigliari; suo padre non venne bruciato vivo dai militari all’interno dell’ambasciata di Spagna, ma rimase vittima di un incendio causato dalle bottiglie molotov dei dimostranti; anche le uccisioni della madre, di tre fratelli e del nipotino compiute dalla polizia sono un’invenzione; la Menchú sostiene di essere rimasta analfabeta fino all’età adulta, ma risulta che abbia frequentato per otto mesi all’anno un ottimo collegio religioso privato; questo fatto rendeva impossibile la sua partecipazione alle attività politiche e insurrezionali descritte nel libro.
Non c’è da meravigliarsi che in Guatemala la Menchú non sia mai stata popolare come all’estero. I suoi concittadini sanno benissimo che le storie che racconta al pubblico occidentale sono piene di falsità e di esagerazioni. Alle recenti elezioni presidenziali, che si sono svolte il 9 Settembre 2007, la “portavoce del popolo oppresso” ha rimediato infatti un misero 3,05 % dei voti, nel silenzio imbarazzato degli organi d’informazione che hanno cercato di dare il minor risalto possibile alla notizia.
La Menchú si difende dalle denunce di frode accusando David Stoll di “razzismo”, rispondendo elusivamente a tutte le obiezioni specifiche, e contestando la trascrizione di Elisabeth Burgos, con la quale è in lite per i diritti d’autore del libro. Gli intellettuali di sinistra continuano ad esaltarla perché “qualche inesattezza nel racconto non inficia la bontà della sua causa”, e il comitato per il Nobel si è rifiutato di ritirarle il premio. Come scrive Romano Bracalini nella prefazione del libro di Leonardo Facco, la menzogna è sempre stata un portato della dottrina totalitaria ed il comunismo ne ha fatta un’arte insuperata. Rigoberta Menchú viene dalla medesima scuola d’impostura.
Guglielmo Piombini
(Il Domenicale, 20 ottobre 2007)
15 ottobre 2007
L'Ici nella Finanziaria 2008: nuova aggressione al padre di famiglia
E’ difficile commentare già ora la Finanziaria 2008, vista la debolezza politica del governo Prodi nei confronti delle istanze dell’estrema sinistra.
Proprio in questi giorni tale debolezza – che già è costata al Paese somme enormi, in termini di spesa pubblica e quindi di pressione sui contribuenti – si è manifestata per l’ennesima volta con le modifiche unilaterali proposte dall’esecutivo sul cosiddetto “pacchetto welfare”.
Con ogni probabilità, dunque, il disegno della legge finanziaria verrà stravolto più volte durante il cammino parlamentare, soprattutto per quanto riguarda le pur scarse promesse di tregua fiscale.
Già ora, tuttavia, a leggere i progetti del governo si profila una nuova aggressione nei confronti delle famiglie, e in particolare di quelle che vivono del lavoro di un padre.
Infatti, ricorderete che da parte del Ministro dell’economia era stato inizialmente promesso a tutti i cittadini – per venire incontro alle pressioni dei “moderati” della compagine governativa – un aumento della detrazione già ora applicabile sull’Ici gravante sulla prima casa. Quest’ultima sarebbe pertanto dovuta passare ad un massimo di 290 euro.
Il tentativo di Padoa Schioppa era chiaramente quello di indorare la pillola della probabile imminente nuova revisione degli estimi catastali, e quindi della nuova stangata patrimoniale sui proprietari di immobili.
Un tentativo maldestro e micragnoso, non solo in quanto non ne è mai stata ben definita l’entità, ma soprattutto in quanto il presunto sgravio dovrebbe essere modulato sulla base del reddito dei proprietari.
L’esperienza della finanziaria precedente ci insegna che è proprio in questi demagogici tentativi di agganciare le riduzioni di imposta al reddito del singolo (tantopiù se si tratta, come nella fattispecie, di un’imposta patrimoniale) che si nasconde la fregatura per le famiglie.
Anche stavolta, infatti, pare che la prima tipologia di contribuente che verrà sbeffeggiata dal progetto governativo sarà quella del padre di famiglia, e ancor più quella del padre separato.
Ciò in quanto, almeno stando a quel che si è appreso fino ad ora, la detrazione dovrebbe spettare solo ai proprietari di prima casa con redditi inferiori a 50 mila euro annui, senza tenere in minima considerazione il loro stato di famiglia.
Così, un padre che mantiene una più o meno numerosa prole il più delle volte sarà escluso dalla detrazione. Infatti, nella realtà sociale che il Ministro dell’economia ha più volte dimostrato di ignorare, è assai difficile che un contribuente di questo tipo possa permettersi un reddito inferiore, specie se – oltre all’onere del mantenimento dei figli più o meno “bamboccioni” – si è assunto anche quello di tenere a casa la moglie.
Solo se la fiducia di un simile nucleo familiare nei confronti del futuro, al tempo dell’acquisto della prima casa, fosse arrivata al punto tale di cointestarsi la stessa tra i due coniugi, la nuova detrazione si potrà applicare. Ma solo sul 50% di proprietà della moglie casalinga.
Nel caso che invece la signora lavori anch’essa fuori casa, magari grazie al fatto di non avere figli piccoli da accudire, l’aumento di detrazione si potrà applicare per intero e sul reddito di entrambi.
Ciò anche se le entrate familiari complessive dovessero superare di gran lunga i 50 mila euro, come avviene nella maggioranza delle famiglie dove i coniugi lavorano tutti e due, purchè tale soglia reddituale non sia oltrepassata da ciascuno dei proprietari dell’abitazione, considerato singolarmente.
La beffa dunque sarà ancora una volta a carico delle famiglie monoreddito, e ancor più di quelle numerose, le stesse che già erano state pesantemente penalizzate dalla Finanziaria 2007.
Oltre a ciò, si consideri che questi contribuenti già sono storicamente gravati dal fattore per cui l’Ici, di fatto, viene calcolata sulle dimensioni dell’abitazione, che nel loro caso è solitamente più grande di quella delle coppie senza figli o con un figlio solo, e ancor più degli appartamenti dei singles, senza che questo dipenda da una particolare propensione al lusso dei loro allegri e numerosi nuclei familiari.
Ma anche i padri separati non hanno di che stare allegri: se, come in realtà accade nella gran parte delle situazioni, l’abitazione familiare era stata assegnata da parte del Tribunale alla loro moglie e ai figli minori, la nuova detrazione spetterà solo a quest’ultima, indipendentemente dalla proprietà dell’immobile. Il caso infatti è stato espressamente previsto in questi termini nel progetto del governo.
Vale a dire che, anche qualora l’abitazione familiare fosse cointestata ai due coniugi separati, la moglie assegnataria pagherà l’Ici al 50%, ma godendo per se stessa dell’intera detrazione.
Invece, il padre che è dovuto uscire di casa al momento della separazione dovrà pagare per intero l’Ici sul suo residuo 50%, senza godere per nulla dell'aumento di detrazione. Ciò anche se il suo reddito fosse inferiore ai fatidici 50 mila euro annui.
Infatti, in queste ultime situazioni si deve presumere che l’abitazione dove continuano a vivere moglie e figli non sia più la “prima casa” del padre separato. Nonostante che il resto della sua ex-famiglia continui ad usufruirne, di solito grazie anche ai suoi assegni di mantenimento.
Inoltre, come da noi denunciato a suo tempo in questo blog, già con la scorsa Finanziaria 2007 i predetti assegni erano diventati indeducibili per il coniuge erogante, in un gran numero di casi.
Rosy Bindi, sedicente ministra per la famiglia, dovrebbe avere di che riflettere su questi dati, visto che le maggiori pressioni per un aumento degli sgravi sull’Ici provenivano oltretutto da quello che, almeno prima della nascita del PD, era proprio il suo partito.
Ma probabilmente la ministra non lo farà, visto che ha più volte dichiarato apertamente di essere contraria a favorire le famiglie monoreddito, in quanto nelle stesse - per definizione - la moglie non lavora, e questo a suo dire è un retaggio del passato da superare.
Ancora una volta, spetterà quindi alle famiglie “vere” che abitano il nostro Paese – che nella stragrande maggioranza dei casi sono proprietarie della casa dove vivono, e di questi tempi già faticano non poco ad affrontare la crescita dei tassi sui mutui – fare sapere al ministro Bindi, e a tutto il governo, che ne pensano della loro politica fiscale.
Sperando che ve ne sia occasione presto, o meglio prima che sia troppo tardi.
13 ottobre 2007
Il 20 ottobre va in piazza la sinistra reazionaria
Intanto, professore, ci illustra le ragioni della vostra iniziativa, che peraltro vedrà la presenza di studiosi e politici di alto livello?
“L'idea è nata per mettere in campo in quel giorno un'iniziativa alternativa a quella della sinistra reazionaria. Certo, la loro sarà una prova di forza molto superiore alla nostra. Loro si giocano una partita all'interno della sinistra. Hanno risorse, appoggi sindacali. Loro esibiranno i muscoli. Noi
cercheremo di usare il cervello. E saremo il punto di riferimento di gran parte di quelle forze politiche e sindacali che, a prescindere dallo schieramento di appartenza, stanno dalla parte dell'innovazione e del cambiamento del mercato del lavoro. Noi difenderemo tutta la legislazione
innovativa: dal Pacchetto Treu del 1997 alla legge Biagi del 2003”.
Ormai “precariato” è diventata una parola d’ordine, uno slogan quasi sempre usato a sproposito. Ma chi sono oggi i veri precari? E soprattutto quali sono le responsabilità della legge Biagi su questo terreno?
“A considerare le statistiche la parte più consistente è quella del lavoro dipendente a termine che nel 2006 erano 2.222.000 (2.300.000 circa nel 2007). I Contratti a termine sono regolati da un decreto legislativo del 2001 che ha recepito, attraverso un avviso comune delle parti sociali, una
direttiva europea. La legge Biagi non ha quindi nessuna responsabilità. Il medesimo rilievo vale per le collaborazioni (stimate in 404.000). La legge Biagi ha cercato di colpire le collaborazioni fasulle, stabilendo che esse siano trasformate in contratti a tempo indeterminato. Poi ci sono i prestatori occasionali (93.000) e gli autonomi con partita IVA (365.000). In Italia gli occupati sono quasi 23 milioni. A proposito di parole d’ordine, a volte assistiamo a vere e proprie scivolate…”.
Vale a dire?
“In un documento che possiedo si legge che il SIM (Stato imperialista delle multinazionali) è caratterizzato da: a) una diminuzione continua di salariati con occupazione stabile; b) un aumento dell'esercito di riserva cioè salariati privi di occupazione stabile; c) un aumento di emarginati. Si tratta di un documento dell'aprile 1975 elaborato dalla Direzione strategica delle Br. Scusandoci per l'evidente forzatura, (absit iniuria verbis) confrontiamo tale analisi con un'altra assai più recente, di soli pochi anni fa: il mercato del lavoro - si dice - è caratterizzato da: "una condizione di precarietà nel lavoro che genera precarietà sociale; una riduzione della coesione sociale e un aumento dell'illegalità; un impoverimento del lavoro dipendente privato e delle pubbliche amministrazioni; un depauperamento delle competenze e delle professionalità; una riduzione degli strumenti e dei luoghi del sapere e della formazione strettamente connessi ad un lavoro di qualità". E' la tesi n. 5 dell'ultimo Congresso della Cgil. Analisi simili e considerazioni analoghe si trovano anche nel mega-programma dell'Unione, quella summa di sciagure che è evocata quotidianamente dalla sinistra reazionaria per mettere in grave imbarazzo le componenti in doppiopetto e moderate della maggioranza. Il trait d'union è il precariato, una problematica che lo stesso Walter Veltroni (che pur ha avuto un atteggiamento corretto nei confronti di Biagi e della legge che porta il suo nome), ha dovuto assumere nel suo discorso d'investitura, indicando nella lotta al precariato il principale terreno d'impegno del Partito democratico. Ma la sinistra, anche nelle sue componenti più moderate, paga - sono parole di Nicola Rossi -
Quale valutazione dà del governo Prodi sul tema delle politiche per il lavoro, anche alla luce della Finanziaria 2008?
“E' un discorso sospeso. Bisogna vedere come finirà la vicenda dell'accordo del 23 luglio che - pur sbagliando in molti aspetti - non stravolge le legge Biagi”.
Da osservatore della politica, crede a una possibile imminente caduta del governo proprio sulla manovra appena approvata?
“Me lo auguro. Ma credo che questo governo avrà vita più lunga. Del resto l'opposizione è fortissima ma afona e inadeguata. Berlusconi si limita a citare dei sondaggi e ad annunciare passaggi di campo dalla maggioranza. Il centro destra ipotizza uno show down nei prossimi mesi ma fa molto poco per dare la spallata nelle piazze e in Parlamento”.
Graziano Girotti
(L'Opinione, 12 ottobre 2007)
L'epitaffio per l'Europa di Walter Laqueur
Un’analisi di questo genere sarebbe apparsa, fino a pochi anni fa, come una provocazione. All’inizio del nuovo millennio gli intellettuali più ascoltati indicavano nell’Europa la potenza guida del XXI secolo. L’Unione Europea, secondo questa visione, avrebbe assunto la leadership mondiale non con la forza militare, ma grazie al “potere trasformativo” del suo superiore sistema sociale, che il resto del mondo avrebbe imitato. Molti studiosi americani, come Jeremy Rifkin, Paul Krugman, Charles Kupchan, Tony Judt o Mark Leonard (quest’ultimo autore nel 2005 di un libro intitolato proprio Why Europe Will Run the 21st Century) esortavano gli Stati Uniti a correggere i propri difetti prendendo l’Unione Europea come modello.
Questa opinione era condivisa dalla maggioranza dei dirigenti politici europei. Nel marzo del 2000 i primi ministri dei governi europei si incontrarono a Lisbona per discutere delle strategie per i prossimi dieci anni. Il consenso generale era che l’Europa sarebbe diventata l’economia più competitiva e dinamica del mondo. Fra tante previsioni trionfalistiche, non venne detta una parola sulla grave situazione demografica e sulle tensioni crescenti con le comunità dei musulmani immigrati.
Walter Laqueur si chiede come siano potute nascere quelle allucinazioni. Col passar del tempo il welfare state europeo è diventato sempre più costoso, la tassazione sempre più elevata, l’economia sempre più regolamentata. L’invecchiamento della popolazione e il calo della forza-lavoro giovanile suonano come una condanna a morte per il gravoso sistema assistenziale europeo. Oggi appare chiaro che l’Europa non ha alcuna possibilità di competere con gli Stati Uniti sul piano economico o geopolitico, e che fatica persino a reggere la concorrenza della Cina e dell’India.
Fin dalla fine degli anni Ottanta gli esperti in demografia, come i francesi Alfred Sauvy e Jean-Claude Chesnais o il tedesco Herwig Birg, avevano suonato l’allarme, spiegando che l’Europa non stava riproducendosi a sufficienza. I loro avvertimenti però non vennero mai presi seriamente in considerazione dalle classi politiche, perché gli effetti negativi del calo demografico si sentono nel lungo periodo, ma gli uomini politici raramente guardano al di là dei quattro o cinque anni che li separano dalle elezioni successive. Eppure, osserva Laqueur, una semplice passeggiata per le città europee dà subito l’idea di quanti bambini in meno di un tempo ci siano.
Al calo delle nascite si aggiunge l’arrivo di una massiccia immigrazione che sta cambiando il volto del paesaggio urbano. Un turista che tornasse a visitare le capitali europee dopo un’assenza di trent’anni, scrive Laqueur, farebbe fatica a riconoscere gli stessi luoghi. Intere aree di Londra, Parigi o Berlino oggi si presentano ai visitatori con l’aspetto, i suoni e gli odori simili a quelli del Cairo, di Karachi o di Dacca: moschee e minareti, donne vestite con l’hijab, macellai halal, ristoranti kebab, Aladin cafè e Marhaba minimarket.
Anche in passato nelle città europee c’erano delle zone abitate da ebrei o da lavoratori ospiti. Gli immigrati di un tempo però si contavano in qualche decina di migliaia, non in milioni di persone. Non usufruivano come oggi di generosi sussidi e servizi sociali, e per questa ragione facevano ogni sforzo per integrarsi nella società ospitante. Adesso invece molti immigrati, soprattutto musulmani, si auto-segregano volontariamente in comunità separate, e non socializzano con i vicini tedeschi, inglesi o francesi. I predicatori gli insegnano che i loro valori e le loro tradizioni sono di gran lunga superiori a quelli degli infedeli, e che ogni contatto con loro è indesiderabile.
Negli europei cresce il timore di ritrovarsi stranieri nella propria terra, e che ormai sia troppo tardi per fermare questo processo. Già nel 2004 a Bruxelles più del 55 per cento dei neonati erano figli di immigrati; nella regione tedesca della Ruhr entro pochi anni più della metà delle classi d’età sotto i trent’anni saranno di origine etnica non tedesca; fra cinquant’anni gli Stati Uniti avranno più di 400 milioni di abitanti, mentre la popolazione dell’Unione Europea potrebbe essere meno numerosa di quella del Pakistan o della Nigeria. Chi lavorerà nelle fabbriche dell’Europa priva della sua gioventù? Chi servirà negli eserciti europei, gli ultraquarantenni?
La spiacevole verità, scrive Laqueur, è che l’Europa non sta diventando una superpotenza, ma si trova nel bel mezzo di una crisi esistenziale. La posta in gioco non è il ruolo egemonico mondiale, ma la sopravvivenza. Prima della fine del secolo alcune aree del continente potrebbero diventare dei parchi a tema per i turisti provenienti da altri continenti. Le guide gli mostreranno i monumenti dicendo: “Signore e signori, state ammirando ciò che resta di una civiltà altamente sviluppata che un tempo dominò il mondo, e che ci diede le cattedrali, Shakespeare, Beethoven e tante altre cose meravigliose”. Il declino del vecchio continente, anche se irreversibile, potrebbe però essere graduale, e non c’è ragione di pensare ad un collasso improvviso. Il dibattito dovrebbe concentrarsi sull’individuazione delle tradizioni e dei valori europei che possono ancora essere salvati. L’età delle illusioni, conclude Laqueur, è finita.
Guglielmo Piombini
(Il Foglio, 29 settembre 2007)
06 ottobre 2007
Un Grillo in gonnella
E’ lei che sta raccogliendo il voto in libera uscita di quegli elettori di centrodestra delusi dall’esperienza di governo della Casa delle Libertà, o di coloro che ricoprendo incarichi importanti in Forza Italia sono entrati in rotta di collisione con la dirigenza del partito (basta guardare cosa sta succedendo in Piemonte). Persone che non voterebbero mai a sinistra ma che stavano per decidere di non votare più centrodestra. Fino al suo avvento.
Gli assi nella manica di Michela Vittoria Bram-Grilla, che oggi tiene l’assemblea nazionale dei Circoli della Libertà, sono due, a parte le autoreggenti sulle quali peraltro ci auguriamo tramonti presto il sole del marketing. Come scriveva il nostro giornale all’indomani del raid grillesco a Bologna, il comico genovese sta lavorando per Berlusconi.
Perché è proprio l’ex presidente del Consiglio, nonostante tutto, a offrire le maggiori garanzie alla cosiddetta antipolitica: lui resta nella percezione della gente comune un antipolitico che ha la ventura di frequentare i palazzi romani. Dalla sortita sotto le Due Torri nel segno del “Vaffa”, stando almeno ai sondaggi più recenti, l’ex CdL ha guadagnato altri punti di vantaggio su quel caravanserraglio disunito dell’Unione.
Dunque, da un lato MVB può contare su meriti che non sono suoi approfittando del carisma di Silvio e dell’autolesionismo di sinistra. Dall’altro, però, avendo lavorato sodo in questi mesi, ha messo in piedi una organizzazione già ben strutturata il cui compito sarà proprio quello di tenere agganciata a destra la protesta di destra, geneticamente lontana dagli insulti e dalle chiacchiere fine a se stesse. Alla fine, parliamoci chiaro, quella della Brambilla è una autentica operazione liberale che si prefigge l’obiettivo di far tornare protagonista la gente comune.
Sogni? Vedremo. Anche Forza Italia doveva trasformarsi in un partito liberale di massa e si è visto che cosa è successo. Certo, come per Grillo anche per la Brambilla ora comincia la prova della verità. Ma a differenza del guitto, Michela Vittoria un piccolo esercito ce l’ha già. E quel che più conta non vive come malcelata contraddizione sputare contro i partiti per poi puntare a costituirne uno nuovo.
La giornata romana potrà servire intanto a toccare con mano le truppe effettive della Rossa, perché senza di quelle non si va da nessuna parte. E in secondo luogo a mettere meglio a fuoco gli obiettivi politici di un movimento che, almeno potenzialmente, potrebbe consentire al centrodestra di assestare il colpo da ko a un Partito democratico nato gà con molte rughe.
Graziano Girotti
(L'Opinione, 6 ottobre 2007)
02 ottobre 2007
Il rave devasta Bologna. E Cofferati fa l'offeso
Quando Romano Prodi afferma che gli italiani non sono poi tanto diversi dalla classe politica che si sono scelti, ad osservare i no-global in piazza si ha la sensazione che abbia ragione. Almeno questa volta. Il popolo dei collettivi si è strafregato di quanto imposto dalle forze dell’ordine e ha fatto quello che ha voluto. Il bello e soprattutto il cattivo tempo. I bolognesi sono rimasti a guardare inorriditi, chiedendosi se in città le istituzioni contassero ancora qualcosa oppure se il casino anarcoide di ragazzotti nullafacenti e inebetiti dalla droga avesse preso il potere.
Quando il sindaco, risentito perché Grimaldi e Cirillo non si erano dimostrati all’altezza delle promesse fatte, annuncia che non si farà più vedere alle riunioni del Comitato per la sicurezza, provoca un moto di risate difficilmente controllabile. Caro Cinese, vorremmo dirgli, nel momento in cui si è trattato di mettere in saccoccia i voti di quei “fanciulli in fiore”, non mi pare che lei si sia dimostrato particolarmente schizzinoso. Se li è presi con grande soddisfazione e anche grazie ai loro consensi oggi siede a Palazzo d’Accursio.
Lei è il primo responsabile di quanto è accaduto e di quanto accadrà ancora. Non so se lo ha notato, e se in questi anni gli è sfuggito ci permetta di farglielo osservare. La cultura dell’irresponsabilità e del menefreghismo verso le istituzioni è parte integrante di una fetta consistente di quella sinistra in cui lei si riconosce da sempre. Una sinistra che non può e non vuole prendere le distanze da chi ritiene lo Stato e tutti i suoi simboli qualcosa da sfregiare. Sempre e comunque. A prescindere. E per favore ci risparmi la sceneggiata della sua arrabbiatura.
Di più: la smetta di annunciare che si farà risarcire i danni dai lord che li hanno commessi. Perché c’è un dettaglio che lei fa finta di trascurare pur di conquistare l’ennesima citazione sulla stampa: i no-global non hanno i soldi per pagare. E allora come la mettiamo? Noi un’idea ce la siamo fatta. Bologna è arrivata al punto massimo di debolezza, oltre il quale c’è il coma irreversibile. Le tante chiacchiere fatte prima del rave, tese a mostrare un improbabile pugno di ferro, si sono perse nel vento non appena sono state messe alla prova. E allora riconosciamolo: siamo una città da Far West dove le persone perbene si trovano sempre più a disagio.
A questo punto, caro sindaco, si scelga una veste più appropriata. Quella dello sceriffo ha dimostrato di non saperla portare. Provi quella del becchino.