17 dicembre 2009

Contro i nuovi mostri

Ideas have consequencies, come scriveva un autore teocon a noi caro. Le idee hanno conseguenze che toccano il nostro quotidiano e quello dei nostri figli. Ecco, noi siamo convinti di averlo capito molto meglio di altri. E pertanto abbiamo l’immodesta convinzione di poter contribuire al pubblico dibattito con un apporto molto, ma molto, di più qualificato di quelli che si limitano a aprire un diario in forma di blog, o di passare le proprie giornate in giro per forum e mailing list, per scaricarci dentro le proprie frustrazioni e ossessioni.

Però, siamo arrivati a un punto in cui c’è la sensazione che questo non basti più. L’odio politico ha cominciato a invadere la nostra vita quotidiana. E quindi è proprio nella vita di ogni giorno che dobbiamo iniziare a rispondere.
L’aggressione a Berlusconi ha dato un segnale importante di quello che, peraltro, da lungo tempo avevamo ampiamente intuito: noi viviamo circondati da mostri.
Basta farsi un giretto su Internet, per scoprire quel che pensa davvero la gente. Cosa pensa davvero quel collega con il quale ogni tanto ti trovi a cena insieme, con le rispettive mogli. Cosa pensa davvero quel conoscente – o anche quell’amico di lunga data – che non si scorda mai di farti gli auguri di Natale, e magari ti fa anche avere un regalino per i tuoi bimbi.

Il male è banale, come già sapevamo. Ma adesso, per accorgercene, non c’è più bisogno di un vicino di casa gentile e educato che improvvisamente confessi di avere stuprato tre o quattro bambine dell’asilo, o di avere ammazzato la madre con un portacenere sulla testa. Basta il quotidiano di Internet.
I sopra citati forum e mailing list sono ormai intasati di gente così. Soggetti che, quando si trovano davanti alla tastiera, protetti dall’anonimato e da una giustificata sensazione di impunità, cominciano a scaricare liquami nauseabondi. E pretendono che siano il frutto della loro “libertà di espressione”, quella che il tiranno Berlusconi vorrebbe conculcare.
Quel che è peggio, quel che fa proprio incazzare, non sono tanto le cose vergognose e infami che dicono. Piuttosto, è la loro convinzione di avere capito tutto, di essere gente a cui non la si dà a bere, di essere le menti pensanti che stanno difendendo la libertà e la democrazia.

Noi viviamo a Bologna, dove è ancora viva la tradizione politica e culturale che ben sappiamo. Qui la sensazione di essere davvero circondati dai mostri è fortissima, molto più che altrove.
Giriamo per la strada, saliamo sull’autobus, e ci vediamo attorniati da gente con Repubblica o Il Fatto Quotidiano sotto il braccio. Gente che sembra normale. Anzi, è normale: hanno un lavoro, una famiglia (di solito famiglia di fatta o allargata, ma per stavolta fa lo stesso), gusti, interessi e relazioni sociali che potrebbero benissimo coinvolgere anche noi. Non vanno in giro in canottiera, e non hanno la testa rasata o i tatuaggi sul collo.
Eppure, se avessero scritto sulla fronte quello che davvero pensano di mister B., e della situazione politica italiana (che tanto per loro non c’è differenza, non distinguono più tra Berlusconi e il resto del mondo), davvero ci sarebbe da spaventarsi.

La sensazione è proprio quella di essere piombati nel famoso film di Carpenter, Essi vivono. Quello dove gli alieni abitavano in mezzo a noi, e giravano per le strade con al polso insospettabili orologi ricetrasmittenti, per segnalare alla loro centrale gli umani sospetti da fare arrestare.
In quel film gli alieni ci governavano per mezzo della televisione. E infatti è probabile che “loro”, i nuovi mostri, pensino a loro volta di trovarsi nella stessa situazione, ma dalla parte degli umani.

Ma allora, che fare? Di certo non si può accettare l’idea di abbassare i toni. Noi la voce non l’abbiamo mai alzata più di quanto fosse opportuno e legittimo. E comunque, ha ragione Capezzone, davvero con questa storia dei toni da abbassare stanno solo riproponendoci la vecchia e scontata favola del lupo con l’agnello.
Al contrario, bisogna tenere fermo il punto per cui non siamo noi a intorbidare l’acqua. E’ inaccettabile contrapporre Il Giornale a Repubblica, e le intemperanze passate della Lega a quelle odierne di Di Pietro. Perché qui non ci può essere dubbio su chi sia l’aggressore e chi l’aggredito. Loro hanno identica pretesa quando si parla dei fascisti e dei partigiani, che è roba di oltre sessant’anni fa, figuriamoci quindi se dovremmo rinunciarci noi, che stiamo vivendo un conflitto che tocca da vicino il presente e il futuro dei nostri figli.

Berlusconi e tutto il Pdl devono stare attenti a non modificare di una virgola la loro azione politica, perché questo equivarrebbe a darla vinta ai violenti. E “loro” lo sanno benissimo.
Ma noi? Beh, intanto bisogna cominciare a modificare il nostro quotidiano. Non è che la guerra non ci coinvolga solo perché non la abbiamo voluta noi, o perchè non ce ne accorgiamo, oppure preferiamo non pensarci come quando non si fanno le analisi perché si ha paura di una brutta diagnosi.

Per prima cosa, quindi, bisogna smetterla di mischiarci a loro, convinti che questo modo accomodante serva a favorire il “dialogo” e a rasserenare il clima. Non c’è bisogno di scomodare i politologi per capire a cosa porta il buonismo, né i teologi per capire che in realtà Gesù era tutt’altro che buonista.
Il vero volto del Cristo oggi l’abbiamo appena visto in una faccia insanguinata, non certo nel ghigno del solito politico o giornalista di turno. Non siamo nemmeno bambini dell’asilo che devono fare pace, perché la maestra vuole così. E poi, a dire il vero, mica abbiamo litigato, siamo semplicemente vittime dell’altrui odio cieco e sfrenato.

Personalmente, ormai già da anni evitavo di mettermi a discutere in rete di politica o religione con certa gente. Non mi facevo più prendere dalla voglia di replicare, in virtù del noto aforisma per cui a discutere con un cretino la gente potrebbe non notare la differenza.
Ma adesso, che il gioco si è fatto duro, e la posta è diventata alta, c’è davvero bisogno di cambiare stile.

Il mio amico Camillo penserebbe che la questione possa essere affrontata aprendo a caso le scritture, per trovare ispirazione. Giusto, ma non bisogna andare a caso. Noi dobbiamo sapere quello che facciamo, anche perché è esattamente questo che ci distingue dai nuovi mostri.
Quindi, la citazione giusta è questa: “Se il tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo… se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano” (Mt, 18, 15-17). Altro che dialogo. Altro che “confronto”. E ho saltato direttamente i passaggi intermedi, perché non possiamo farci illusioni, i nuovi mostri sono gente che non è più in grado di ascoltare nessuno che non sia dei loro.

Dunque, prima deferiamoli all’assemblea. Denunciare tutto alla polizia postale, di quel che si legge in rete.
E poiché la fatica non servirà a nulla, se non a tenere fermo il punto (che è già molto, è il nostro dovere), cominciamo anche a considerarli pagani e pubblicani nella nostra vita di relazione. Niente più cene con le mogli. Né partite di calcetto. Né chiacchiere al bar.

Anzi, fate come me e scegliete attentamente il bar dove andare a fare colazione. Per prima cosa evitate accuratamente quelli che, tra i giornali sul bancone, tengono anche Repubblica. E’ una questione di rispetto di voi stessi. Non è più questione di convivenza civile tra coloro che vedono il bicchiere mezzo pieno e quelli che lo vedono mezzo vuoto: chi legge certe cose non vede più nemmeno il bicchiere, dunque non si può condividere qualcosa con lui. Tantomeno uno spazio pubblico.
E poi, anche se sulle prime costerà qualche sacrificio, cominciate subito a cancellare qualche nome dalla rubrica del cellulare. E a togliere il vostro account da certi luoghi di discussione in rete, se non vi siete proprio costretti da ragioni professionali.

Non vi stiamo proponendo di cedere alla logica dell’odio. Anzi, si tratta proprio di contrastarla, di non farsi vincere dal male ma di vincere con il bene il male (Rm, 12, 21). E quindi, di essere veri discepoli di Cristo.
Non vi stiamo infatti chiedendo di odiarli a vostra volta. Noi non siamo mica come loro, che infieriscono sul dolore del nemico. Del resto, c’è già chi li ha perdonati, e poi nessuno nega che dovremmo amarli come il nostro prossimo, una volta che li vedessimo in difficoltà, anziché così ringhiosi e tracotanti.

E’ giusto perdonarli, come ha fatto Gesù. Ma ricordiamoci che, come è stato per la samaritana e il lebbroso, per meritare il perdono occorrerebbe che si proponessero di non peccare più. Loro invece non hanno nessuna intenzione di farlo. Non scordiamoci che l’unica differenza che passa tra i nuovi mostri e lo psicolabile lanciatore di souvenir, è che loro a volte sono più vigliacchi, e di certo più consapevoli delle conseguenze. Tuttavia, se avessero potuto fare la stessa cosa con la certezza dell’impunità, avrebbero persino rincarato la dose.

Loro sono i briganti, non sono l’uomo picchiato e lasciato mezzo morto sulla strada per Gerico. Quindi non è con loro che dobbiamo essere buoni Samaritani.
Del resto, le opere di misericordia spirituale chiedono di ammonire i peccatori e consigliare i dubbiosi. Ammonire, non dialogare. Consigliare, non confrontarsi.

Pertanto, si tratta semplicemente di mettere in pratica le scritture, e quindi di trattarli come meritano.
Lo so, i primi tempi potrebbe essere fastidioso. E’ come smettere di fumare o mettersi a dieta. Ma poi ne guadagnerete in salute, e soprattutto in rispetto di voi stessi e della comunità.

06 settembre 2009

Lettera aperta a Avvenire

Egregio direttore dott. Tarquinio,

se non la buttavate così spudoramente in politica era meglio.

Avremmo solidarizzato con molto minore imbarazzo, verso un uomo che si è visto ingiustamente inchiodato a un proprio errore. Lo avremmo fatto senza riserve, da figli di quella Chiesa che sempre ci insegna a non giudicare, e a distinguere tra il peccato e il peccatore.

Tuttavia, non è rispettoso dei vostri lettori continuare a fingere che noi si sia tutti così faziosi e creduloni da non esserci tuttora accorti che quella sentenza esiste, e che non si sta parlando soltanto di una lettera anonima.
Nel momento in cui il dottor Boffo non ha nemmeno voluto rendere pubblici gli atti, e onorare fino in fondo la verità, è stato offensivo verso la nostra intelligenza puntare tutto sulla tesi della diffamazione e della calunnia.

Va bene, siamo cattolici che vivono nel mondo, e quindi siamo uomini di mondo, oltre che persone caritatevoli. Possiamo capire che nella vita possa capitare la sfortuna di lasciare il cellulare incustodito, e di vedersi così traditi da un amico scapestrato che lo usa per molestare una ragazza, che oltretutto ci conosce.

Può capitare che, per ulteriore sfortuna, questo amico finisca per morire prima di poter sistemare tutto prendendosi la colpa davanti al giudice… e può anche capitare anche di essere così incredibilmente sfortunati che poi vada a finire che la ragazza molestata rimette la querela ma poi non fa a tempo, o si scorda, o si rifiuta o chissà cosa… però alla fine non va a dire al giudice che conosce la tua voce e quindi sa che non eri tu il molestatore, e quindi devono assolverti.

E tanto per non farsi mancare nulla, può anche capitare che quando, per colpa di quella incredibile vicenda, dopo qualche anno ci si trova vilipesi davanti al mondo come molestatori e “noti omosessuali”, ecco, proprio allora - sul più brutto - può capitare che quella stessa ragazza si trinceri dietro il no comment, e ancora una volta non ritenga nemmeno il caso di dire che era il molestatore era un altro e che in quella brutta storia l’omosessualità non c’entrava nulla.

Insomma, può capitare di finire per essere pregiudicati a causa di una serie di coincidenze così sfortunate. Però forse a quel punto occorrerebbe un po’ di prudenza prima di cominciare a gridare alla calunnia e alla diffamazione, se capita che un collega poco caritatevole ti rinfacci la cosa davanti a tutti e non voglia nemmeno lui, come i giudici, credere a quanto sia stata sfortunata la tua vicenda.

Eppure lei, appena insediato come Direttore ad interim, invece di provare a voltare pagina e a farci dimenticare, ci ha subito chiesto di giudicare proprio su quella vicenda e sulla tesi della diffamazione. Con un’impermeabilità verso l’evidenza dei fatti – specie quando ha tirato in ballo le televisioni – che francamente da lei non ci saremmo aspettati, avendo letto i suoi articoli.

A quella parte di pubblico che ancora riesce a ragionare senza criteri di schieramento, si è data l’idea che anche tra gli uomini di comunicazione cattolici la logica familiare (nel senso peggiore della parola) prevalga su tutto. Anche su quell’amore per la verità nella carità, al quale siamo stati recentemente richiamati da Papa Benedetto.

In un Paese dove ormai, almeno in certi ambienti, anche i ragazzi che tornano a casa con una brutta pagella sono tentati di dare la colpa a Berlusconi, non si sentiva il bisogno di vedere anche il vostro giornale cedere così spudoratamente a questo facile richiamo.
Ne ha perso di credibilità tutto Avvenire, e francamente si è rimasti attoniti nel vedere che questo modo così scomposto di affrontare la spiacevole questione sia stato adottato, per primo, dal massimo rappresentante della vostra “casa editrice”.

Dal Cardinale Bagnasco era davvero il minimo aspettarsi maggior prudenza. Non è accettabile che non abbia tenuto presente che lui non rappresenta un gruppo di testate giornalistiche, bensì tutto l’episcopato italiano, mentre Vittorio Feltri, al contrario, rappresenta solo un giornale e non il capo del Governo.
In queste situazioni, polemizzare soltanto tra pari grado, e con i modi e i toni che si addicono alla realtà che si rappresenta, sarebbe stato molto più che opportuno.

Insomma, caro Direttore, lei ha esplicitamente chiesto ai lettori di giudicare: non sia così sicuro della loro opinione.

02 settembre 2009

Dino Boffo e la laicità perduta

Parliamo dello scandalo che riguarda il direttore di Avvenire. E intanto cominciamo a chiederci perché mai nessuno dei media secolarizzati lo abbia ancora chiamato così, nonostante si tratti di una di quelle vicende pruriginose che, di solito, attirano all’istante una sana gragnuola di prime pietre su tutto ciò che odora anche lontanamente di Chiesa. Secondo noi – e ci sembra l’aspetto peggiore di tutta la storia – quanto è accaduto rappresenta anche e soprattutto un’occasione perduta per il mondo cattolico.

Intendiamoci, non c’era da farsi troppe illusioni. Tuttavia, in linea di principio, questa spiacevole situazione avrebbe potuto trasformarsi prima ancora che deflagrasse, per i pastori e per tutti gli intellettuali veramente cattolici, in una splendida opportunità di riaffermare davanti a tutti, alta e forte, una vera e propria lezione di laicità. Di quelle che solo la cultura cattolica, che la laicità ha inventato, sarebbe in grado di impartire, se solo si mostrasse meno inconsapevole di se stessa.

In primo luogo, da parte dei vertici della Cei, si sarebbe potuto insistere di più sul concetto che la Chiesa condanna il peccato e mai il peccatore. Possibilmente, lo si sarebbe dovuto fare in camera caritatis prima che scoppiasse lo scandalo, facendone giungere notizia, con santa prudenza, all’orecchio dello stesso Dino Boffo. Infatti – come ha ricordato anche l’autorevole Vittorio Messori – la vicenda della condanna per molestie era da tempo perfettamente nota negli ambienti episcopali, e non solo. Forse in questo modo si sarebbe potuto ottenere da Avvenire una maggiore discrezione sulle questioni private del Presidente del Consiglio. Nel coro della stampa laicista non si sarebbe di certo sentita la mancanza della voce del quotidiano della Cei, e se la cosa fosse potuta sembrare una censura dell’editore sul direttore, bè, chissenefrega.

Peraltro, a sentire lo stesso Avvenire, la presa di posizione (tutto sommato moderata) sulle presunte vicende sessuali del premier non era stata spontanea, ma era stata sollecitata da parte di frotte di lettori delusi, che dal quotidiano dei Vescovi avrebbero preteso maggiore severità e rigore morale nei confronti dello scandaloso (quello sì) libertinaggio del Cavaliere. A quanto si è letto negli editoriali di Boffo, in ben più di una parrocchia del Bel Paese, laddove i solerti pastori ogni domenica mettono Avvenire sul banco della buona stampa, si stavano avanzando truci sospetti di codardia o, peggio, di compromissione con la Sodoma e Gomorra del potere berlusconiano.

Appunto per questo, dunque, da parte dei Vescovi si sarebbe potuto parlare forte e chiaro, in via preventiva, proprio al pubblico dei fedeli cattolici.
In primo luogo, si sarebbe potuto ricordare a loro, e a tutti quanti, che è stato proprio il cattolicesimo che ha inventato la possibilità stessa di un approccio “laico” al rapporto del popolo con i governanti.
Infatti, è stato il cattolicesimo – e nessun altro – ad avere portato nel mondo la distinzione tra l’autorità spirituale e quella temporale. Senza l’esperienza storica della Chiesa cattolica, il potere secolare in Europa non avrebbe mai lasciato a nessun altra autorità il diritto di definire, in ultima istanza, cosa è morale e cosa non lo è. Tant’è che tutte le forme di governo che si sono succedute nel nostro Continente, dall’Editto di Costantino in poi, in un modo o nell’altro questo potere hanno sempre cercato di riprenderselo.

La storia della civiltà occidentale ci insegna che il rapporto tra la Chiesa e il potere secolare non è mai stato così dialettico e tormentato su alcuna questione, quanto su quella del diritto di avere l’ultima parola sulla moralità di governanti e governati.
Le contese più aspre tra Papi e Imperatori, in ultima analisi, facevano sempre riferimento a questo cruciale principio. Non c’è bisogno di scomodare Il Principe di Niccolò Macchiavelli, per dimostrare la pretesa di assoluta autonomia morale del potere civile, che peraltro risale a molti secoli prima del Rinascimento. Almeno fin dai tempi della lotta per le investiture. Anzi, anche prima, diciamo pure dai tempi di papa Gelasio I (fine del V secolo), che formulò per primo della teoria della separazione dei poteri, contro il cesaropapismo della tradizione bizantina.

La storia di questo tormentato rapporto rappresenta niente di meno che la storia della laicità. E’ stato infatti il Cattolicesimo a portare nel mondo l’esigenza – che oggi viene rivendicata come “laica” – di una netta separazione del potere spirituale di interpretare la morale che Dio si attende dagli uomini, rispetto al potere temporale che attiene al governo della politica.
Prima dell’avvento della Chiesa cattolica, in tutte le società antiche questo potere religioso spettava al potere civile. E’ appena il caso di ricordare che l’Imperatore romano era anche pontifex maximus, cioè l’unico autorizzato interprete del rapporto tra gli uomini e la divinità, e quindi delle norme morali.

Ancora nel IV secolo, fu Costantino a convocare il Concilio di Nicea, nella convinzione – indiscussa ai suoi tempi – che l’Imperatore fosse il massimo responsabile delle questioni religiose. Dunque, solo per questo si deve riconoscere che è stata la Chiesa di Roma a “inventare” la laicità, togliendo al potere politico il compito sacrale di definire le norme della morale pubblica e privata. Un compito che, come vedremo, in Europa è ritornato nelle mani del potere “laico” solo con la riforma protestante. A seguito della quale, non a caso, le chiese sono tornate a essere “nazionali”, e a riconoscere il Re come loro capo supremo.

Non è quindi uno scherzo della storia, né tanto meno l’espressione di un maggiore senso civico, se ancora oggi sono i Paesi di tradizione protestante quelli che pongono maggiore attenzione alla moralità sessuale dei loro governanti. E nel contempo, non è un caso se nel mondo anglosassone la stampa popolare sguazza nelle vicende di letto dei politici con una voluttà che, prima del caso Noemi, in Italia davvero non si era mai vista.

Per spiegare la cosa, prendiamola un po’ alla lontana, che purtroppo è necessario. Nel 1525, Martin Lutero, per mantenere gli appoggi politici indispensabili per la diffusione della sua riforma teologica, scrisse ai Principi tedeschi (che non aspettavano altro) la famosa Esortazione alla Pace secondo cui doveva ritenersi lecito l’uso della forza bruta contro i contadini ribelli di Svevia.
Ciò in quanto, secondo il grande riformatore religioso, se ogni autorità legittima viene da Dio, i governanti non dovevano ritenersi vincolati da esigenze morali nel reprimere la rivolta dei contadini che avevano “preso la spada senza l’autorità divina”. Da ciò ne discendeva che “un principe può, spargendo sangue, guadagnarsi il cielo”.

Lutero concluse quella lettera con una esortazione che ai nostri giorni, sotto sotto, sarebbe assai piaciuta ai fedelissimi di Antonio Di Pietro: “cari signori, sterminate, scannate, strangolate, e chi ha potere lo usi”.
Ora, cosa c’entra questo antecedente storico con la laicità moderna e ancor più con il gossip su Mister B. e la signora D’Addario? C’entra, c’entra, perché è proprio dalla tradizione protestante che deriva la convinzione per cui i comportamenti privati degli uomini pubblici – soprattutto riguardo alla sfera sessuale – non possono mai essere soltanto affari loro.

Infatti in un sistema democratico, se spetta al potere politico definire in ultima istanza ciò che è morale e ciò che è immorale, allora non può che essere un fatto legittimo – e persino di vitale importanza – che gli elettori si interessino dei costumi privati dei governanti.
In un simile assetto di valori, il popolo può legittimamente aspettarsi che, dopo le elezioni, la privata moralità del primo ministro sarà la stessa che verrà pretesa da loro. E’ per questo motivo che i vizi e le virtù private dei politici, nei Paesi che hanno conosciuto il Calvinismo in tutte le sue varie declinazioni, ancora oggi diventano in automatico un affare che riguarda tutta la cittadinanza.
Proprio per effetto della mancanza di un’autorità spirituale ben distinta da quella politica, nelle culture di stampo protestante è diventato del tutto naturale che – quanto meno nella percezione dell’opinione pubblica – il livello medio dei costumi della nazione venga definito da come si comportano i governanti nel loro privato.

Invece, la cultura cattolica consente di mantenere ben distinti i due piani, proprio perché si basa sul principio per cui ciò che è morale in definitiva lo stabilisce Dio, ma non lo interpreta il Principe, bensì la Chiesa. E comunque, il potere politico non può usare la spada a cuor leggero e di sua autorità, per ripristinare la pubblica moralità violata. Questa ben diversa concezione, d’altra parte, nella storia ha sempre viaggiato in parallelo con il noto principio, altrettanto “laico” nella sua essenza, e parimenti dimenticato da quelli di Avvenire, per cui la Chiesa condanna il peccato ma mai il peccatore.

La dottrina canonica tradizionale della potestas ecclesiae in temporalibus – tanto esecrata dai nostri laicones alla amatriciana, perché la sola citazione della frase in latino dà loro un senso di oppressione e di indebita ingerenza – è sempre stata la custode di questo fondamentale principio di laicità. Infatti, aver portato nel mondo l’idea per cui il Principe deve ritenersi soggetto all’autorità spirituale del Papa, è valso a ottenere che non spettasse al potere civile stabilire di suo arbitrio i canoni della morale.

Insomma, se Avvenire o chi per esso avessero speso due righe per questo semplice ripassino di storia delle idee politiche e religiose, forse l’iniziativa sarebbe bastata per ricordare a tutti, cattolici e non, che il criterio per cui non si deve andare a ravanare sotto le lenzuola degli uomini pubblici è esattamente un principio di cultura cattolica. Cioè, di laicità. Perché – altra cosa che non andrebbe mai scordata – la laicità l’ha inventata colui che insegnò a dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio.

Come si vede, quindi, la buriana che si è scatenata per via dell’incidente capitato al povero Dino Boffo, è sì una questione politica, che almeno per qualche giorno coinvolgerà i rapporti tra Chiesa e Stato. Ma nella sua essenza si tratta di una questione anche teologica, e comunque morale. Probabilmente è per questo motivo che la Santa Sede, così attenta a quello che non è contingente nella vita politica delle nazioni, a quanto pare finora aveva cercato in qualche modo di mitigare i moralismi del giornale dei Vescovi italiani, riguardo alle vicende della vita privata del Cav. e dell’immigrazione.

Ed è sempre per questo che, nella scabrosa vicenda del direttore di Avvenire, i Vescovi medesimi non hanno perso soltanto un’ottima occasione di esercitare la prudenza evangelica. Il quotidiano della Cei avrebbe pure ben potuto ricordare a quei suoi lettori così pii e intransigenti, che si stracciavano le vesti per il libertinaggio del premier, che uno dei criteri di vita più importanti, per un cattolico, dovrebbe essere quello di non giudicare per non essere giudicati.
Anzi, ancora una volta, è ben triste che nessuno di quelli che sapevano della vicenda di Terni abbia richiamato il suddetto aureo criterio all’orecchio del povero Dino Boffo, prima che si esponesse sulle colonne del suo giornale a fare la predica al gaudente Berlusconi.

Ma a parte questo, più di ogni altra cosa, a noi dispiace che i pastori della Chiesa e ancor più gli intellettuali cattolici abbiano perso l’opportunità di dare a tutti quanti una bella lezione di laicità.
L’Osservatore Romano, quasi inascoltato, almeno ha cercato di rispondere a teologi moralisti da strapazzo, tipo l’ineffabile Vito Mancuso, che la Chiesa Cattolica le anime le accoglie e le cura, non le condanna.
Fare il contrario – cioè, condannare il peccatore e non il peccato, come usano fare i neo-calvinisti di Repubblica e i loro amici cattocomunisti – non è soltanto il segno del moralismo più deteriore. E’ anche, quel che più ci interessa, un’espressione di totale assenza di senso della laicità.

Insomma, si è trattato di un’occasione perduta, e speriamo che la prossima volta, se proprio deve essercene una, vada meglio. Anche se, per come vanno le cose nel mondo cattolico italiano non c’è troppo da sperare, se non nella Sede della Sapienza, che poi è sempre la cosa migliore da fare. E non ci vengano a chiedere dove sia questa Sede della Sapienza, e se sta a Roma o altrove. Cattolici del piffero.

01 settembre 2009

Cosa c'è nella testa di Fini

Ci provano un po’ tutti, da qualche anno, a capire cosa stia cercando di fare Gianfranco Fini. Anche noi, quindi, daremo il nostro modesto contributo.

Lo facciamo molto volentieri, peraltro, perché l’ex leader del Msi ci offre uno di quei rari casi in cui le parole in libertà dell’ultimo dei blogger non potranno mai essere meno autorevoli di quelle della media degli opinionisti politici.
Infatti, il pensiero e le intenzioni di Fini rappresentano ormai uno di quegli argomenti sui quali chiunque può applicare a cuor leggero, nel suo piccolo, la linea editoriale di Repubblica. Nel senso che si tratta di uno di quei casi in cui le opinioni possono essere completamente svincolate dai fatti.

E poi, si tratta pur sempre di interpretare quel che dovrebbe avvenire dopo il governo Berlusconi. Quindi, siamo in un campo in cui tra il sapere tutto della politica e – come si dice nel baseball – non capirci una mazza, alla fine il risultato è uguale. Possiamo dunque sbizzarrirci a piacere.

Dunque, vorrei inziare col dire che mi ricordo ancora di un incontro pubblico con Gianfranco Fini al quale ho assistito, per caso, all’inizio degli anni 90. Forse l’ho già raccontato: lo avevo incrociato per strada, mentre – con indosso il suo storico loden – passeggiava per via san Vitale, a Bologna, accompagnato da due suoi fedelissimi di sempre.
Sapendo dell’incontro pubblico che era in programma nelle vicinanze, ho quindi deciso di seguirlo.

Quando sono entrato, la sala si era già riempita di un nutrito manipolo di militanti, che non appena hanno visto avvicinarsi l’allora segretario del Msi hanno iniziato a alzarsi in piedi e a urlare slogan ancora abbastanza truculenti per quell’epoca. Ricordo ancora che, nel preciso momento in cui il nostro è arrivato dietro al tavolo del relatore, gli slogan si sono trasformati in un unico assordante coro: “Fini, Fini!”, che è andato avanti per un paio di minuti.

In quel momento erano ancora recenti gli scontri congressuali con Pino Rauti, e le divisioni tra i rispettivi militanti. Fini era appena ritornato a essere segretario del Msi, dopo essere stato scalzato da uno storico congresso, per poi riprendere la guida del partito solo un anno dopo, sull’onda di una sonora sconfitta elettorale.

Le ferite di quella fase di trapasso erano ancora tutte aperte, e Fini era ancora un leader relativamente debole anche nel suo stesso partito. Quindi, i suoi fedelissimi di Bologna, con tutto quel chiasso, più che di tributare omaggio al loro capo stavano cercando di marcare il territorio, scoraggiando le eventuali manifestazioni di dissenso di qualche infiltrato dell’opposta fazione.

Eppure, erano molto pochi, anche tra i suoi, quelli che dubitavano del fatto che Fini sarebbe stato il liquidatore del Msi. Anche se nessuno si immaginava nemmeno lontanamente cosa sarebbe successo di lì a pochi mesi.
In quel momento, nell’autunno del 1991, Tangentopoli doveva ancora esplodere, e solo la Lega stava sempre meno timidamente raccogliendo la protesta dei ceti produttivi del nord.
Mancavano ancora circa tre anni allo sdoganamento di Fini e dell’idea stessa della destra, che guarda caso sarebbe avvenuto nell’ormai mitica saletta del centro commerciale di Casalecchio di Reno, a soli pochi chilometri da dove ci trovavamo quella sera.

Comunque, Fini ha svolto tutto il suo discorso in piedi, senza mai sedersi nemmeno per un attimo, come a volersi imporre sulla platea senza mai mollare la presa. Secondo l’abitudine mai perduta, ha parlato a braccio senza avere alcun appunto davanti.
Esattamente come avrebbe fatto il suo maestro Almirante, per tutta la sera ha cercato di offrire al suo pubblico le battute che volevano sentirsi dire. Nel discorso dell’ancor giovane segretario, l’abilità retorica che lo avrebbe reso famoso, al punto che oggi c’è persino chi lo invoca come statista, era già tutta presente. Ma in quella occasione il suo tono di voce era molto più stentoreo, mussoliniano, come ancora imponevano i concetti che esprimeva.

Ha parlato infatti per una mezz’ora abbondante di valori morali, di legge e ordine, volando molto alto, come si conveniva a chi ancora non si immaginava nemmeno quante opportunità avrebbe ancora avuto di giocare un suo ruolo, riguardo al presente e al futuro della politica italiana.
Il famoso “Fascismo del 2000” delle sue ultime tesi congressuali era ancora pienamente presente in quel discorso. Anche se – col senno di poi – forse già si poteva intuire che, almeno nella sua testa, e in modo ancora confuso e embrionale, stesse andando alla ricerca di una via d’uscita.

Più di una volta ha rivendicato la migliore tradizione del pensiero di destra, “…e quindi fascista”, come lo ho sentito testualmente affermare. Tuttavia, in tutto quel suo improvvisato comizio l’evocazione del fascismo è avvenuta solo in quelle parole, aggiunte alla fine di una frase, abbassando un po’ la voce. Come se si fosse trattato di una concessione alla platea, che però sarebbe dovuta rimanere tra quelle mura.

Ecco, ripensando oggi a quella serata bolognese di quasi vent’anni fa, sono dell’idea che dietro alle mutazioni dell’attuale Presidente della Camera, in fondo, ci sia ancora quell’atteggiamento di chi già vorrebbe essere altrove. Ma che nello stesso tempo sa bene che altrove non è, e forse si rende conto del fatto che in politica i miracoli non si ripetono, e quindi non potrà mai esservi.

Come hanno bene intuito quelli del Foglio, probabilmente non c’è nessuna strategia politica alle spalle della conversione laicista di Fini. Non si sta muovendo nella prospettiva del Quirinale. Anche se, senza dubbio, da buon politico di mestiere avrà compreso prima degli altri che il ruolo di Delfino di Berlusconi prima o poi lo avrebbe stritolato, e che quindi avrebbe dovuto in qualche modo liberarsene.
Tuttavia, nel suo cercare una via d’uscita, a nostro avviso ci sono motivazioni molto più personali che non politiche.

Una delle non poche cose che il nostro Presidente della Camera condivide con Massimo D’Alema, assieme al gusto per le ideologie storicamente perdenti, è la condanna a essere onerato – più che onorato – della propria stessa intelligenza. Vale a dire che è condannato a essere costantemente sopravvalutato, e a trovarsi sempre inseguito dai tentativi altrui di spiegare, con chissà quali recondite motivazioni, quelle scelte che alla fin fine, da un punto di vista politico, rappresentano solo delle sesquipedali cazzate.

Già gli era avvenuta una cosa del genere quando, inseguendo la sua nota ansia di legittimazione, aveva pensato di smarcarsi dal suo partito prendendo posizione contro la legge sulla fecondazione assistita. Lo ha fatto non senza frasi sprezzanti verso chi la pensava diversamente, nello stesso preciso momento in cui i suoi militanti di AN si stavano mobilitando per difendere quella legge dall’imminente referendum.

La gigantesca tramvata che gli intellettuali laicisti si sono presi in quell’occasione avrebbe dovuto rappresentare, da un punto di vista politico, una sorta di pietra tombale sulle eventuali strategie di avvicinamento di Fini al fronte “laico”.
Il risultato referendario fu infatti talmente eclatante da mostrare in modo addirittura plastico la sproporzione che ancora esiste – nell’opinione degli Italiani – tra la credibilità della Chiesa e quella del mainstream degli intellettuali che spadroneggiano sui mezzi di comunicazione.

E invece, ancora oggi, l’ineffabile Gianfranco sembra intenzionato a riprovarci, minacciando gesti clamorosi di dissociazione dalla legge sul testamento biologico, addirittura in contrasto con quel profilo istituzionale che fino a oggi sembrava essere diventato il filo conduttore di tutta la sua azione politica. E oltre tutto ha deciso di farlo proprio nei giorni in cui tutti gli altri, dagli alleati agli avversari (che peraltro nel caso di Fini ormai non si distinguono più), si stanno dimenando per recuperare l'attenzione del mondo cattolico - o presunto tale - riconoscendo quanto un buon rapporto con la Chiesa sia indispensabile per governare la democrazia italiana.

Ecco, per l’appunto, a nostro avviso solo per questi motivi non può trattarsi di una scelta politica, né di una strategia per il futuro.
Insomma, a ben vedere, solo uno che se ne frega del suo futuro politico può arrivare a pensare di scendere dallo scranno del presidente della Camera – con gesto senza precedenti – per andare sui banchi dei deputati a votare contro la maggioranza che lo ha issato a quella carica. Non è cosa che ci si può aspettare da un uomo ragionevole. Tantomeno quindi da un politico, che oltretutto si trova nella fortunata posizione in cui c’è già chi lo ha preso per uno statista, e magari potrebbe persino aspirare a salire al Quirinale.

Solo che, come dicevamo, il nostro Gianfranco condivide con Massimo D’Alema il fatto di essere affetto dalla sopravvalutazione altrui. Il giornalista, e in genere l’intellettuale che deve dimostrare a se stesso e agli altri di essere un acuto interprete della politica, in genere fa una gran fatica a capire al volo che una cazzata di Fini è solo una cazzata.
E invece, la chiave interpretativa dei gesti di rottura del nostro Presidente della Camera probabilmente si trova del tutto al di fuori dalla logica politica. Ed è da ricercare ancora oggi nel modo con il quale, quasi vent’anni fa, lo abbiamo sentito abbassare quasi impercettibilmente la voce, mentre aggiungeva in fondo a una frase quell’inciso “…e quindi fascista”.

Non si sta insinuando che, nel suo intimo, già si vergognasse di esserlo stato, per carità. Anzi, è significativo che oggi Fini abbia deciso di scegliere il laicismo, proprio nel momento in cui esso sta dimostrando di essere l’ideologia più perdente, sorpassata e senza prospettive del nostro tempo.
Una simile scelta, così poco “politica”, vorrà pure dire che tra i tanti difetti che il nostro può avere, ancora oggi, non vi è certo la paura di essere in minoranza.
Anzi, al contrario, da un punto di vista strettamente politico, secondo noi Fini è ancora oggi vittima di un’attrazione incoercibile per le idee più perdenti di ciascuna epoca. Scegliere proprio oggi di essere laicisti duri e puri non è tanto diverso, dal punto di vista della credibilità e delle prospettive politiche, dall’aver scelto di essere neofascisti trenta o quarant’anni fa.

Quindi, non è tanto la politica a ispirare le mosse di Gianfranco Fini. Secondo noi si tratta di un uomo molto più impolitico di quanto non suggeriscano la sua carriera e la sua posizione. Per questo è così difficile interpretarlo, per tutti noi che ci attendiamo che ragioni secondo le categorie proprie della sua professione (aspettativa che, peraltro, è assai più saggia e ragionevole di quella di coloro che dai politici pretendono – o fingono di pretendere – soltanto l’integrità morale, come dimostrano le vicende di questi ultimi mesi).

Probabilmente, nel fondo delle scelte di Fini c’è ancora oggi solo la sua voglia di essere altrove, e adesso che non è più leader di alcun partito si sente finalmente liberato dall’onere di dover dare sempre al proprio pubblico la battuta che ci si aspetta da lui, come gli aveva insegnato Almirante.
Dunque, sbagliano coloro che – solo perché si tratta di un politico di professione, oltretutto abile e di bella presenza – continuano a aspettarsi che Gianfranco Fini sia ancora coerente con quello che era stato e che non è più.

E non sarà più quello, almeno per i prossimi quattro o cinque anni. Ma questo è già un altro discorso.

30 agosto 2009

L'ometto con la radiolina

Molti anni fa, quando ero ancora un ragazzino, per un certo periodo ho abitato a Forlì.
Tuttora ho l’impressione che la Romagna abbia conservato una particolare vocazione per l’accoglienza di quei personaggi un po’ svitati – e talora matti da legare – che una volta si incontravano facilmente nelle piazze centrali di paesi e cittadine.
Erano soggetti stravaganti ma solitamente innocui, anche se un po’ fastidiosi. Tutti quanti, però, li conoscevano e li rispettavano, e spesso volevano loro anche bene.

C’era sempre chi si prendeva la briga di avvisare i pochi forestieri che incappavano nella loro petulante presenza, affinchè non si irritassero e non reagissero male. E sempre, tra la gente del paese, c’era anche chi si prendeva cura di loro, preoccupandosi che avessero di che vestirsi e dove dormire, o nella peggiore delle ipotesi offrendo loro un cornetto e un cappuccino (anche se ovviamente gli interessati avrebbero preferito brindare con l’ennesimo bicchiere di vino) quando li vedevano troppo male in arnese.

Nessuno contraddiceva questi piccoli teneri protagonisti di tante leggende cittadine, quando cominciavano a attaccar bottone con chi passava per la piazza, ovvero a improvvisare stralunati comizi, o comunque a disturbare il prossimo con le loro stravaganze. E questo non tanto per paura di trovare rogne, come oggi si fa con gli accattoni e i lavavetri ambulanti, quanto perché li si considerava parte integrante della comunità, e lo erano davvero.

Una volta si riteneva persino che gli scemi del villaggio fossero protetti da Dio, e quindi persone sacre. Di soggetti così ce ne erano molti anche a Bologna, e penso di averli conosciuti tutti durante gli anni di università.
Proprio in questi giorni è uscito un instant-book visionario, e a tratti persino profetico, dell’ottimo Danilo “Maso” Masotti, intitolato “Il Codice Bologna”. Qui sono raccolti alcuni ritratti di questi stravaganti personaggi, sempre meno numerosi, che a volte incarnano dei veri e propri tipi umani, ormai sospesi tra il passato e il futuro della memoria collettiva dei bolognesi. E tra l’altro sono molto più complessi e socialmente significativi di quanto possa sembrare.

Bene, in questi giorni di polemiche sulla vita privata di Berlusconi, di querele reciproche e di asseriti scontri tra il premier e il mondo cattolico, mi sta tornando spesso alla mente uno di quei tipi che da ragazzino a volte incontravo per il centro di Forlì, il sabato pomeriggio. Era un signore già piuttosto anziano, di quelli che a Bologna chiameremmo umarell, che si aggirava sempre per la piazza, agghindato con un paio di stivaloni di gomma, una giacca a vento militare e un tascapane che si diceva che contenesse generi alimentari di conforto, o forse vere e proprie razioni di sopravvivenza.

Tra le mani portava sempre una radiolina a transistor, un po’ più grande e scassata di quelle che – prima dell’avvento delle pay-tv – gli uomini “normali” portavano in giro la domenica pomeriggio, per ascoltare le radiocronache di Ciotti e Ameri mentre passeggiavano per il centro con “moglie incazzata di fianco”, come diceva una memorabile canzone degli 883.

Il nostro ometto attaccava bottone un po’ con tutti i passanti, anche se progressivamente riusciva a farsi ascoltare da sempre meno persone. Perché il motivo di quella strana tenuta e della radiolina sempre all’orecchio consisteva nella convinzione che lo scoppio della guerra fosse imminente, questione di giorni se non di ore, e quindi bisognasse farsi trovare pronti.

Tra l’altro, il previdente personaggio aveva l’aria perennemente un po’ incazzata. Probabilmente non era vero, e sono solo io a ricordarmelo così, ma a pensarci oggi mi sembra che assomigliasse un po’ a Mourinho, ovviamente in versione più brutta, anziana e maltrattata dalla vita. Era sempre imbronciato, ma non tanto per la prospettiva in sé della guerra, quanto perché non sembrava capacitarsi di come tutti quanti potessero trattarlo così con sufficienza.

Si capiva benissimo, e spesso lo diceva pure, che i suoi concittadini gli sembravano tutti inspiegabilmente incoscienti, menefreghisti, irresponsabili e stupidamente assuefatti. A sentir lui, lo faceva rabbrividire il solo pensiero di come tanta gente potesse essere così imbecille e stordita dalle penose bugie della stampa compiacente.

Infatti, secondo il nostro ometto, tutti i mezzi di comunicazione non facevano altro che nascondere il pericolo che incombeva ad horas su tutti noi solo per compiacere il governo. E questa sembrava essere l’unica spiegazione necessaria e sufficiente per il fatto che – giorno dopo giorno – lui continuasse a presentarsi in piazza con tascapane e radiolina, senza che la guerra fosse mai scoppiata prima di sera.

Anzi, a chi lo dileggiava chiedendogli come mai si trovasse ancora lì, lui rispondeva spiegando con concitata indignazione le storie dei complotti sempre nuovi organizzati dai media, e ovviamente dal governo. E ancora una volta faceva capire – con la sua solita aria grave e solenne da Cassandra incompresa, ma anche incazzata nera – che proprio non si rendeva conto di come certi pericoli potessero essere sottovalutati o persino ignorati dal popolo bue, tanto erano gravi e evidenti.

Bè, ecco, mai come in questi giorni, chissà perché, tutte le volte che per la strada incontro qualcuno che va per i fatti suoi con una copia di Repubblica sotto il braccio, oppure quando lo vedo mentre la legge al tavolino del bar, con una espressione più o meno pensosa e corrucciata, non posso più fare a meno di pensare a quell’ometto con la radiolina.

30 giugno 2009

Il '68 non finisce mai

E poi uno si butta a destra. L’ateneo bolognese, nei giorni scorsi, ha offerto l’ennesima occasione per incoraggiare il ministro Mariastella Gelmini a proseguire nel suo tentativo di riformare in profondità l’università italiana. Certo, c’è da dubitare nel successo della sua iniziativa viste le nostalgie sessantottine che ancora abitano le menti e i cuori di tanti (troppi) cattedratici. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire, notoriamente. Cosa è successo sotto le Due Torri?

Di fronte alla seria prospettiva di sanzioni disciplinari decise dal pro-rettore Paola Monari ai danni di alcuni studenti aderenti a Bartleby, movimento che da settimane occupa uno stabile di proprietà dell’Alma Mater, un battaglione di prof ha sentito il bisogno di far sentire la sua indignazione. Così è spuntata una lettera nella quale ben 81 docenti (lo riscriviamo in lettere per conferma, come si fa sugli assegni: ottantuno) hanno decisamente preso le parti dei quattro ragazzotti in odore di ramanzina per difenderli e ribadire che la loro occupazione è da considerarsi sostanzialmente cosa buona e giusta.

Sarà. Ma quando decine di professori decidono di schierarsi a sostegno di chi commette soprusi, allora c’è qualcosa che non funziona nel corpaccione obeso dell’università. Difatti occupare è commettere una violenza, un sopruso appunto, una carognata. Perché si impedisce al legittimo proprietario di disporre come meglio crede del suo spazio. E se poi il proprietario coincide con una istituzione pubblica, quell’azione aumenta in modo esponenziale il suo carattere di vigliaccata.

Per il motivo molto semplice che la grande maggioranza dei cittadini (o degli studenti, come in questo caso) vengono esclusi dal godimento di un bene che è anche loro. Insomma, è la solita storia della minoranza chiassosa che si arroga con decisione unilaterale il diritto di agire per tutti gli altri, puntualmente silenziosi. Già: cosa ne pensano “tutti gli altri”? Chi se ne frega. In bocca al lupo, ministro Gelmini. La sua riforma o sarà prima di tutto culturale oppure non sarà.

16 giugno 2009

Guazza appoggia Alfredo. A modo suo

Mentre il Pd cerca di sfuggire al fantasma della Bartolini, la funzionaria di partito che nel 1999 per la prima volta – complice la grande astensione - fece perdere Palazzo d’Accursio alla sinistra, e per questo batte a tappeto le spiagge romagnole e le colline bolognesi per portare a votare al ballottaggio il maggior numero possibile di anziani già fuggiti per il caldo, sul fronte moderato qualcosa si è mosso. Giorgio Guazzaloca si è schierato a favore di Alfredo Cazzola, appoggiato dal PdL e dalla Lega. Una scelta di campo fatta a denti stretti, anzi strettissimi. A modo suo, insomma. L’ex primo cittadino ha dichiarato che, pur non ritenendo Mister Motor Show all’altezza di ricoprire la carica cui aspira, per il bene di Bologna auspica il cambiamento. Come dire: sto col male minore.

Giudizi che rischiano di sortire l’effetto contrario tra i guazzalochiani, che non hanno sentito dal loro ex-condottiero una vera e propria chiamata alle armi. E così questa volta l’astensionismo diventa una minaccia ben più seria per Cazzola, costretto a raccogliere tutti i voti anti-sinistra, che per Delbono. La campagna elettorale si avvia a una mesta conclusione per coloro che speravano come il Pd subisse sotto le Due Torri una sconfitta dalle conseguenze imprevedibili, risultato combinato dei problemi nazionali e della sciagurata amministrazione locale guidata da Cofferati. Invece le profonde fratture nel centrodestra ridanno fiato a un sistema di potere logoro, senza idee, che non lascia presagire nulla di buono per il futuro di Bologna.

Cofferati, è bene rimarcarlo, non è stata l’eccezione rispetto a una classe dirigente ancora in grado di governare il territorio. Il fallimento del Cinese, amplificato dalla sua notorietà e dagli errori marchiani, si colloca in perfetta coerenza con la crisi del vecchio partitone, che non riesce a modernizzarsi e a parlare un linguaggio comprensibile dai suoi stessi elettori tradizionali.
La conferma si trova nell’esito del primo turno. Il ballottaggio, seppure di un soffio, dimostra che Delbono è tutto fuorché un candidato forte. E’ vero, è riuscito abilmente a ricostruire la vecchia Unione comportandosi da autentico prodiano.

Ma il mancato raggiungimento del 50 per cento più uno dei voti equivale allo schiaffo a un prodismo barcollante e senza ossigeno, per di più in casa propria. Pertanto non all’altezza di rispondere alle aspettative della città, che chiede a chi la amministra innovazione, coraggio e prospettive concrete.

17 aprile 2009

E all'orizzonte rispunta Prodi

Se un tempo Bologna era considerata il laboratorio della sinistra nazionale, dove si scavavano le fondamenta per il futuro, oggi la città si è ridotta a retrobottega. Il ritorno dell’Unione, con tanto di comparsata di Romano Prodi alla convention di Delbono di due giorni fa, dimostra che l’avvenire del Pd bolognese è nascosto nel passato, in esperienze già sperimentate e per la verità fallite. Alla fine il grigio professore mantovano, perfetto per una città ripiegata su se stessa e appunto ingrigita, non ha trovato di meglio che rifare l’antica ammucchiata.

Beninteso, i numeri sono dalla sua parte. Ed eravamo stati facili profeti al momento dell’investitura di Delbono a prevedere l’esito cui si è giunti da poche ore. Bologna resta un simbolo per il vecchio Pci, e perderla vorrebbe dire naufragio definitivo. Rifare l’Unione, dunque, garantisce sul risultato immediato (forse). Ma il nodo è proprio questo: l’orizzonte politico di una intera classe dirigente, di quella che va dagli ex-democristiani di sinistra che guardano all’Udc, a Rifondazione e tra poco ai Verdi non riesce ad andare oltre l’8 giugno 2009.

Per usare un linguaggio da giornalisti sportivi, si vuole vincere ma non convincere. Nel senso che l’obiettivo vero è quello di riconquistare le poltrone che contano e non farsi sfuggire di mano la gestione del potere, ben sapendo che quando si comincerà ad amministrare rispunteranno quelle frizioni e quelle distanze ideologiche che provocheranno l’immobilismo del governo locale. Ha ragione Filippo Berselli, coordinatore regionale del PdL, quando parla di “deja vu”.

Ma qui c’è in gioco ben altro che la sconfitta del centrodestra. Abbiamo una città che sta per finire in mano a chi si presenta con il phisique du role del becchino, a chi sa già che dovrà impiegare il proprio tempo a mediare, spiegare, tirare per la giacca questo o quell’altro alleato. Tutto fuorché governare e buttarsi a testa bassa per tirare fuori la città dal cono d’ombra in cui è sprofondata da tempo. L’Unione è la coalizione perfetta per accelerare, e non ridurre, il degrado di Bologna. E Delbono, politico senza carisma e incapace di trasmettere ottimismo, è la persona giusta per assolvere al compito.

Si può contrastare questa prospettiva? Intanto ciò che sta maturando all’interno del Pd sul piano nazionale potrebbe portare a conseguenze imprevedibili anche in periferia. Se le elezioni europee finiranno male, come molti segnali indicano, si dà per scontata la rottura definitiva fra ex-Ds e ex-Margherita. Rottura che difficilmente potrà riflettersi sull’esito della consulatazione elettorale bolognese, è vero, bensì sulla tenuta della coalizione subito dopo, con rischi consistenti di implosione. Oppure c’è il rischio più grave per Delbono: quello di non vincere al primo turno. Se il vicepresidente della Regione non porta la rinata Unione immediatamente alla vittoria, dovendo ricorrere al “secondo tempo”, l’effetto valanga sarà incontrollabile.

Certo, un centrodestra unito avrebbe aiutato molto a raggiungere l’obiettivo. Invece esso è spaccato fra due candidati forti come Cazzola e Guazzaloca, la cui presenza sui giornali e nei media in generale è monopolizzata quasi totalmente da inutili polemiche reciproche che non aiutano a erodere consenso a Delbono.

08 aprile 2009

I terremoti e il peccato originale

C'è una questione profonda che si rivela anche in casi come quello del terremoto dell'Aquila. Si tratta del fatto che la nostra società ha perso dimestichezza con due concetti che, invece, secondo noi avrebbero un'importanza decisiva anche sul piano sociale e politico: quello della provvidenza e quello del peccato originale.

Tre secoli di rosseauvismo ci hanno portato a pensare che la natura e l'uomo sarebbero fondamentalmente buoni e in sé perfetti. La nostra società sarebbe stata corrotta solo dall'egoismo della proprietà privata e dalla superstizione religiosa.
Sono cose che non si dicono più, e nemmeno ci si rende più conto di pensarle, ma le strutture culturali dominanti nella nostra società occidentale, ancora oggi, si basano proprio su questo paradigma.

Uno degli effetti collaterali più perniciosi di tutto ciò (assieme a quella famosa, progressiva, identificazione del diritto con il desiderio della quale già abbiamo parlato altre
volte) è che ormai la gente non riesce più a confrontarsi con un evento tragico della propria o altrui esistenza, senza che si vada subito a cercare il responsabile.

A parte i terremoti, sappiamo tutti che ormai buona parte dei medici ospedalieri, anche quelli bravi, nel corso della carriera si trovano almeno tre-quattro cause sul groppone. E' diventato inevitabile, visto che non appena muore qualche loro paziente che aveva meno di ottant'anni, i familiari vanno dall'avvocato ancora prima di essere andati dall'impresa di pompe funebri.

Poi, d'accordo, nessuno dice che la scienza e la tecnica non debbano indagare, cercare di migliorare, e che ci debbano essere incentivi alla responsabilità individuale, ecc.. e questo anche nella prevenzione dei terremoti.

Però occorrerebbe un impianto culturale diverso, anche perchè i cosiddetti "scienziati" ormai sono quasi tutti "tecnoscienziati", che fanno ricerche solo se e in quanto finanziate o finanziabili, e quindi devono sempre fare i conti con esigenze pratiche. E' una realtà che può non piacere, e si possono rimpiangere quanto si vuole i sistemi fondati sui finanziamenti pubblici (ne sanno qualcosa le nostre badanti ucraine e i nostri muratori albanesi che, spesso e volentieri, avrebbero tutti la loro bella laurea da esibire).
Tuttavia resta il fatto che la nostra società occidentale è progredita così, e senza questo sistema la conoscenza non potrebbe andare avanti.

Lasciando perdere i personaggi alla Travaglio, in perenne ricerca di pubblicità, che ci sono anche nel mondo scientifico, ormai dovrebbe essere stato chiarito che la ricerca sulla prevedibilità dei terremoti presenta scarse compatibilità economiche, in quanto il vero problema è semmai quello di mettere le case in sicurezza.

I giapponesi e i californiani ci sono riusciti meglio di noi, però nel loro caso bisogna tenere conto delle esigenze impellenti di una sismicità molto più elevata, che nel tempo li ha costretti a molte più ricostruzioni. Loro non devono confrontarsi con un'urbanizzazione statica che risale a secoli fa.

Ricorderò sempre l'espressione perplessa di quel collega giapponese in visita, che nel guardare la facciata di una basilica bolognese mi ripeteva "but, is it old?". Così come quella di una studentessa americana, con la quale facevo fatica a fare passare il concetto per cui quelle mura romane che ci trovavamo davanti risalivano al quarto e non al quattordicesimo secolo.
I giapponesi costruivano le case in legno e con le pareti di carta proprio per un senso connaturato di precarietà, e questo modo di pensare li ha facilitati nel tenersi aggiornati sui criteri antisismici.
Noi invece costruiamo in cemento armato e in muratura, quando proprio non possiamo costruire in pietra, perchè partiamo dal presupposto che una casa sia per sempre.

E' dunque inevitabile che, dopo un terremoto, vi siano quelli che cercano di imbastire polemiche sulla mancanza di sicurezza degli edifici. E' normale che, in casi come questi, specie a sinistra, ci sia chi se la prende con la mancanza di controlli e di finanziamenti da parte dello Stato e degli enti locali: il terremoto è un evento naturale come la pioggia, e quando arriva la pioggia ... chi è il ladro con cui prendersela?

Perlomeno, c'è da tirare un sospiro di sollievo che questa sciagura non sia avvenuta durante il governo Prodi. Altrimenti a quest'ora staremmo facendo i conti con la nuova sovrattassa sul terremoto abbruzzese, che a sua volta sarebbe stata apposta sulla tassa per smaltire la spazzatura di Napoli entro il 2011.
Ma a parte questo, visto che - se si vuol rimanere su un piano di realtà - è impensabile che alla fine paghi sempre Pantalone, avete mai visto come diventano selvagge le assemblee di condominio, quando arriva l'amministratore a dire che ci sarebbe da andare in tasca per mettere a norma l'impianto elettrico oppure per smaltire l'amianto del tetto?

Ecco, sommessamente domandiamo, ma la gente a queste cose ci pensa, quando scende al bar, apre la Repubblica, e poi comincia a polemizzare sulla incapacità di fare prevenzione dei terremoti?

03 aprile 2009

Ma quanto rosicano i pensionati dell'Arci (e il senatore Guzzanti...)


Dedicato a tutti compagni di oggi e di ieri - che tanto sono sempre gli stessi - ecco qui lo spottone di Silvio che, come un imperatore al Colosseo, ostende il pollice recto assieme all'abbronzato mr. President e al russo Medvedev. Nella galleria di foto di un'imbarazzatissima Repubblica c'è anche uno scatto in cui è proprio Obama a ripetere il medesimo gesto. Ma lui al massimo poteva ispirarsi a Fonzie, che tra l'altro è stato suo sponsor elettorale.


Il nostro amarcord elettorale di bolognesi - che con un po' di sano campanile, ancora oggi, non si rassegnano al ben diverso accento ferrarese dell'attuale commissario liquidatore del più grande ente inutile italiano - si nutre ancora dell'immagine di vecchi pensionati seduti fuori dal circolo Arci. Con il doppio mento che usciva fuori dal collo sbottonato della camicia presa in Piazzola, parlando ad alta voce perchè sentissero tutti i compagni e anche gli avventori causali, loro sì che ci spiegavano la pulettica con la prosopopea di chi veniva da lontano, e andava solo in autobus con l'abbonamento a prezzo politico.


"Finalmente con Prodi avremo uno che ci potrà rappresentare all'estero, che sa parlare bene l'inglese, mica come quello là ...".



24 marzo 2009

Cofferati e lo psicodramma della sinistra

Il centrosinistra bolognese sprofonda in pieno psicodramma, talmente surreale che sembra la trama di un film noir. Sergio Cofferati, uno che le critiche difficilmente riesce a sopportarle, specialmente quando arrivano dagli amici, è entrato a piedi uniti nella campagna elettorale. Dopo gli attacchi – peraltro neppure troppo pesanti - che gli aveva rivolto Flavio Delbono solo il giorno prima attraverso il quotidiano di riferimento, il sindaco ha deciso di rispondere da par suo. Il risultato è che l’ex vicepresidente della Regione ora giace ai bordi del campo della metaforica competizione per Palazzo d’Accursio con gambe e caviglie indolenzite, amorevolmente curato dal segretario provinciale del Pd Andrea De Maria.

Manca un programma, manca una coalizione, manca un programma della coalizione. Questo il vestito nuovo che il sarto Coffy ha confezionato per il candidato senza simbolo. Accuse che ben difficilmente possono essere smentite e che hanno il sapore della bocciatura definitiva. Ma la notizia non è neppure questa, anche se il materiale sarebbe sufficiente addirittura per la fluviale predica domenicale di Eugenio Scalfari, sempre sul quotidiano di riferimento. La notizia è un’altra, ed è che il primo sostenitore di Flavio Delbono si chiamava proprio Sergio Cofferati. Attenzione: non è un omonimo di quello che qualche ora fa gli ha fracassato gli stinchi meglio di quanto avrebbe potuto fare Ringhio Gattuso. No, sono la stessa persona.

Per questo parliamo di psicodramma. A sinistra e nel centrosinistra non sanno più che pesci pigliare. Se è il tuo stesso primo cittadino a ritenere che il tuo candidato a sostituirlo giudica quest’ultimo una nullità politica, resta il lettino dello psichiatra. Bocciando Delbono, Cofferati boccia se stesso e si spedisce direttamente dietro la lavagna con il cappello da asino ben calzato sulla testa. In questo modo accende i riflettori sul fallimento suo e soprattutto sull’incapacità del centrosinistra di guadagnare credibilità agli occhi dei bolognesi.

L’entrata assassina di Cofferati si ripercuote anche su tutto il centrodestra, caricandolo di una responsabilità ancora maggiore in termini di affidabilità di programmi, di alleanze e di governo. Ne saprà approfittare?

20 marzo 2009

Le balle di Michele Serra

Abbiamo una notizia: da ieri Michele Serra, noto polemista di Repubblica, è entrato nella campagna elettorale di Bologna. Ne abbiamo avuto la conferma quando ci siamo imbattuti nella sua rubrica “L’amaca”, il pensierino quotidiano graffiante e sarcastico che dispensa ai suoi lettori. Che peraltro gradiscono. L’altro ieri Serra ha preso di mira la vicenda del check up medico dei candidati alla carica di sindaco che tanto scalpore (a scoppio ritardato) ha suscitato in città. “La contesa (elettorale ndr) – scriveva – è approdata sui giornali nazionali per il colpo basso anzi bassissimo inferto a Giorgio Guazzaloca, felicemente guarito da un tumore: un suo avversario di centrodestra (nemico interno, i peggiori) ha chiesto di sottoporre tutti i candidati a visita medica, per vedere chi è più arzillo e magari chi ce l’ha più lungo”.

Ohibò, a questo punto della lettura siamo stati assaliti da dubbi esistenziali. Eravamo convinti che tutta la stampa locale avesse raccontato la vicenda per come era effettivamente andata. Vale a dire un medico, in passato sostenitore di Delbono e attuale presidente del sindacato della ambulatorietà privata, aveva avuto l’idea e l’aveva lanciata, scatenando il putiferio. Invece no: Serra dimostrava come sempre di possedere una marcia in più e di essere lui il vero custode della verità. Tutto un complotto ordito nelle oscure stanze di quegli oscurantisti di filo-berlusconiani, insomma.

Rosi dall’invidia e richiuso il quotidiano, ci siamo messi a riflettere sulla nostra condizione di giornalisti incapaci di andare al di là delle nostre convinzioni politiche, che puntualmente inquinano i nostri articoli. Stavamo per essere vinti da queste frustranti considerazioni che abbiamo voluto riprendere in mano l’intervista concessa dal medico a un quotidiano locale, dove Antonio Monti (questo il suo nome) ammetteva di aver appoggiato il candidato senza simbolo. E tra le mani ci sono di nuovo capitati i ritagli di stampa dove venivano riportate le voci fatte correre dai sostenitori di un altro candidato di sinistra, Gianfranco Pasquino, secondo le quali lo stesso Monti aveva finanziato la campagna elettorale di Delbono. Voci liquidate dal medico come “idiozie”. Oppure, ancora, quegli articoli dove si mettevano nero su bianco prima l’adesione entusiastica di Delbono al check up e dopo qualche ora la retromarcia dell’ex vicepresidente della Regione. “Avevo capito che era un mezzo scherzo”.

Tutto questo per Serra non era accaduto: al contrario, si è trattato di banale e scontata guerra interna al centrodestra. Delbono immacolato, Pasquino intoccato, Monti l’agnello sacrificale. E così il cerchio (della disinformazione) si è chiuso. Proponiamo Michele Serra assessore alla Cultura del Comune. Di Delbono o di Pasquino, non fa differenza. Post-scriptum: alla fine di queste righe pensiamo di aver brillantemente superato le nostre frustrazioni. “E’ la campagna elettorale, bellezza”.

17 marzo 2009

Bologna, il procuratore colpisce ancora

Ormai è chiaro qual è il difetto principale di Silverio Piro, procuratore reggente a Bologna: non sapere resistere alle sirene dei giornalisti. Di fronte all’opportunità di una comparsata su qualche quotidiano locale, il magistrato non ci vede più e apre la bocca. Cominciando a dichiarare, su tutto e di più. Anche a costo di fomentare polemiche e far sorgere sospetti che per lui l’agone politico non è quel luogo da cui ogni magistrato si dovrebbe tenere a distanza di sicurezza. Giusto per non far temere di essere uomo di parte. Al contrario, lui nell’agone ci si tuffa con gusto. Con il rischio di rompersi la testa. Ma questo è il destino di chi va per sentieri che non conosce.

L’altro giorno si è concesso l’ennesima scorribanda mediatica. In poche ore prima è intervenuto sulle ronde decise dal governo e subito dopo ha applaudito (a modo suo, s’intende) alla decisione del Tribunale di infliggere solo sei anni di carcere allo stupratore di una quindicenne. In entrambi i casi è riuscito in una impresa per la quale ci sentiamo di ringraziarlo sentitamente. Perché ci ha fatto tornare alla mente quale dovrebbe essere il pregio principale di un magistrato: il riserbo, il silenzio, il lavoro duro ed efficace nell’ombra. Materie che Piro non riesce a maneggiare con cura. Con grande gaudio dei mass-media, va da sé.

Insomma le ronde le ha definite “inquietanti”, uno di quegli aggettivi cui ricorrono i politici di professione (appunto) per squalificare al massimo grado i comportamenti dei loro avversari, soprattutto quando non si hanno argomenti sostanziali. Rivelando di non aver riflettuto sul provvedimento del governo con mente sufficientemente libera da scorie ideologiche. “Inquietante” richiama l’oscurantismo più impenetrabile, il mistero che nasconde minacce inconfessabili. Basta la parola per gettare discredito verso chi o cosa la si rivolge.

Non contento della prima performance, Piro se ne è concessa una seconda. Altrettanto ardita. Commentando la sentenza del Tribunale ricordata poc’anzi, e sottolineato che la condivideva in pieno, ha tenuto a precisare che la leggerezza della pena era giustificata anche dall’età della vittima: “Non è una bambina”, avrebbe dichiarato. Quando abbiamo letto queste poche parole ci sono corsi non pochi brividi lungo la schiena. E abbiamo avuto la riprova che quella dei magistrati è la casta delle caste, tutta richiusa in se stessa, senza contatti con l’esterno e senza la minima idea dei problemi che attanagliano famiglie e genitori. Magistrati spesso incolori ma con un potere enorme tra le mani. In una parola: inquietanti.

04 marzo 2009

Delbono, Kafka e la campagna elettorale

La campagna elettorale di Flavio Delbono sta diventando interessante
perché lo spettro di Kafka si aggira con sempre maggiore insistenza
dalle sue parti. Dunque possono anche avere contorni divertenti gli
stratagemmi cui deve ricorrere per tentare di uscire da situazioni
paradossali. E la più paradossale di tutte riguarda il traffico.

Siccome sul guazzabuglio del Civis il Partito Democratico rischia di
giocarsi una bella fetta di consensi, e siccome l’assessore al
Traffico del Comune, l’indistruttibile Maurizio Zamboni, non ne vuol
sapere di fermare la macchina come invece vorrebbe Delbono, l’altro
giorno è scattata la reazione indispettita di Claudio Merighi,
portavoce del candidato senza simbolo.

Zamboni deve stare zitto, è stata la sostanza delle parole di Merighi.
Capite, allora, perché l’impresa propagandistica di Delbono diventa
paragonabile a una fatica di Ercole? Da un lato un giorno sì e l’altro
pure non perde occasione di ricordare che “il Civis è opera di
Guazzaloca ma ora fa finta di dimenticarsene”, e dall’altro appena si
distrae di un nanosecondo arriva il siluro dalla giunta Cofferati.
Cofferati, per chi se lo fosse dimenticato, è quel sindaco che ha
detto di appoggiarlo nella sua corsa alla conquista di Palazzo
d’Accursio.

Nelle evidenti difficoltà dell’ex-vicepresidente della Regione affonda
la lama Alberto Vannini, capogruppo de La Tua Bologna in Comune. “Il
povero Delbono – dice - insiste a dire cose in cui non crede nemmeno
lui. Tutti i giorni tira maldestramente in ballo Guazzaloca per avere
un po’ di spazio sui giornali. Purtroppo per lui spesso si fa male da
solo”. Insomma per Vannini Delbono “assomiglia sempre più al suo
mandante politico: il sindaco Cofferati. Ricordate quando Sergio disse
solennemente che avrebbe tenuto per sé la delega dell'assessorato alla
Sicurezza voluto da Guazzaloca? Oggi Delbono dice le stesse cose.
Visti i disastrosi risultati di Cofferati sono certo che i bolognesi
sperano vivamente che Delbono se ne torni nella sua comoda seggiola di
consigliere regionale. Ricca poltrona che non ha mai abbandonato”.

L’altro paradosso del candidato arancione (dal colore dei suoi
manifesti elettorali) è quello di voler accreditare a tutti i costi
l’immagine di illuminato riformista, per poi puntualmente far emergere
un’anima antiberlusconiana a prescindere per compiacere la sinistra
antagonista di cui sta rincorrendo i voti. “Guazzaloca e Cazzola – ha
dichiarato - sono pallidi imitatori del presidente del Consiglio.
Annunci molti, sostanza poca, leggi approssimative a valanga, problemi
risolti nessuno. Puntano solo a farsi eleggere, perché per loro stare
al potere è l'unica legittimazione. Il resto, le idee, i progetti, il
confronto, non gli interessano”. Certo, quando il potere per il potere
viene criticato dal più prodiano dei prodiani qualche domanda
bisognerebbe porsela.

25 febbraio 2009

Sicurezza, le sinistre si rinchiudono nel fortino ideologico

Le difficoltà attuali delle sinistre italiane, nessuna esclusa,
affondano le rigogliose radici in una evidente incapacità di offrire
risposte concrete sui problemi che più interessano i cittadini. I
quali, di fronte a un mutismo imbarazzante, coperto a volte soltanto
da proposte astratte e altre volte incomprensibili, si stanno
orientando decisamente a destra o, come molti sostengono, verso la
Lega. Veltroni si è dimesso per aver perso l’ennesima elezione. E se
una sconfitta può anche essere un infortunio, e due sconfitte il
principio di un malessere, quando i rovesci diventano una serie
significa che la debolezza del partito è ormai strutturale.

Tra i terreni più scivolosi che nelle ultime settimane si sono imposti
all’attenzione generale, un posto di primo piano va purtroppo
riservato alla sicurezza con una serie di violenze alle donne che ha
provocato l’impennata dell’inquietudine in molte famiglie italiane.
Il Governo ha provato a mandare segnali forti, se non altro per
contrastare una emozione diffusa destinata ad aumentare frustrazione,
rabbia e sfiducia verso lo Stato. Il recente decreto ha scatenato
polemiche per aver istituzionalizzato lo strumento delle ronde.

E a sinistra sono partite puntuali le polemiche e le critiche. C’è chi ha
parlato di manganelli, di caccia allo straniero, di
strumentalizzazioni, addirittura di decisione che potrebbe aumentare
l’ansia. Quando però ti metti di buzzo buono e cerchi di capire quali
sono le proposte alternative che provengono da manifestazioni tanto
sdegnate, ti senti rispondere che la violenza alle donne va affrontata
da un punto di vista “culturale e sociale”. Le ronde? Per carità,
manco a parlarne. Una risposta che nei fatti si trasforma in un rinvio
a tempo indeterminato della soluzione del problema. Insomma,
chiacchiere inconcludenti e demagogiche.

Lo scollamento della sinistra dall’uomo della strada, preoccupato per
la propria figlia adolescente che se ne esce di casa per andare al
cinema o a una festa tra amici, viene così confermata per l’ennesima
volta. Ma ci chiediamo dove stia lo scandalo delle ronde, se depuriamo
il discorso da ogni strisciante accusa di provvedimento fascistoide.

Se ci sono cittadini, organizzati in associazioni, che si prestano
volentieri a regalare il proprio tempo libero nel controllo del
territorio, l’amministrazione comunale ha il dovere di utilizzarli a
beneficio dell’intera comunità. Il problema della sicurezza ha
raggiunto picchi di gravità talmente elevati che non possiamo più
perderci in giri di parole. Si tratta di rimboccarsi le maniche qui e
ora.

14 febbraio 2009

Dall'Aktion T4 al "Progetto Eluana"

La luce verdognola lo illuminava dal basso. Così il volto del giovane idiota appariva spettrale, esangue, e quindi ancor più sgradevole. Lo sguardo era perso nel vuoto, e i capelli rasi a zero per evidenziare la leggera deformità del cranio. In una ripresa successiva, il regista gli aveva dato qualcosa da mangiare, in modo che la contrazione un po’ spastica delle mascelle rendesse il suo aspetto ancora più ributtante. Lo sfondo buio accentuava il senso di orrore. Nessuno, nel vedere quelle immagini ritratte con sapienza cinematografica, avrebbe potuto sottrarsi a un sentimento di disgusto misto a pietà.

Ecco le “vite indegne di essere vissute”, come recitava lo slogan inventato da Hitler in persona.
Si tratta di uno dei vari filmati di propaganda nazista della seconda metà anni ’30, che erano stato girati dai registi del regime per supportare il progetto Aktion T4. Un programma segreto, ma studiato nei minimi particolari, che precorrendo l’avvio della Shoah si proponeva l’eliminazione dei disabili gravi di tutto il Reich e dei territori occupati.

Già nel 1935 il Fuhrer lo aveva promesso al capo dei medici del Reich, Gerhard Wagner, che una volta avviata la guerra avrebbe attuato un programma eugenetico che sarebbe passato per l’eutanasia di massa. E fu di parola: nel 1939 – alla vigilia dell’invasione della Polonia – si iniziò con l’eutanasia infantile, per poi passare alla soppressione programmata di tutti i disabili. Nel giro di pochi anni, laddove alla legislazione sulla sterilizzazione forzata dei portatori di handicap aveva fatto seguito quella promulgata contro gli ebrei e gli zingari, l’assassinio di massa dei disabili fu seguito a ruota da quello dei medesimi ebrei e zingari.

Quei raccapriccianti filmati di propaganda, ancora oggi reperibili in rete, mi sono venuti alla mente mentre leggevo un articolo di giornale dei nostri giorni, sul tragico caso di Eluana Englaro. “…Il corpo rinsecchito, atrofizzato, gli arti di vecchia, rattrappiti; le piaghe sulla guancia destra posizionata spesso di lato, non potendo deglutire; il naso ormai enorme rispetto a un viso ritratto, le orecchie deformate, callose, scurite per le piaghe; le pupille grandi e spente che si muovevano orribilmente in tutte le direzioni, oppure immobili con le palpebre a mezz’asta proprie della demenza; la saliva che colava dalla bocca, la lingua morta e penzolante…”.

Ovviamente si trattava di falsità, di consapevoli menzogne messe in circolazione ad arte, come è nella natura di tutti gli articoli di propaganda. La testimonianza delle suore misericordine di Lecco, alle quali la vita disabile di Eluana è stata barbaramente strappata, ma anche le risultanze dell’autopsia, hanno dimostrato che non erano affatto quelle le condizioni della donna assassinata. La carità cristiana delle suore, nel corso dei lunghi anni di stato vegetativo, aveva sempre impedito quello sfacelo del corpo, che del resto in genere non tocca mai ad alcun disabile in quelle condizioni, specie quando può contare su una famiglia umana o religiosa che si prenda cura di lui.

L’articolo era di Filippo Facci, ed è comparso sul Giornale.

* * *
Si è sostenuto che la vicenda di Eluana Englaro abbia segnato uno spartiacque nella coscienza collettiva del nostro Paese.
Il Foglio ha scritto che la Chiesa cattolica in questa occasione avrebbe perduto qualcosa di più che una battaglia. Ciò in quanto, nel corso del dramma collettivo che pure ha accompagnato l’inatteso caso di eutanasia giudiziaria, avrebbe mostrato tutta la debolezza del suo ceto intellettuale e dei suoi media. La Chiesa avrebbe dovuto fare i conti con la perdita della sua antica capacità di fare presa sul sentire comune del Paese, così come con una risorgente impossibilità – per mancanza di energie morali, dopo la crisi postconciliare e le stagioni perdenti dei referendum su divorzio e aborto – di condurre in Italia una nuova cultural war sul grande tema della difesa della vita.

Certo, per i laicisti arrabbiati che hanno condotto il piano di eliminazione di Eluana, o comunque che ne hanno approfittato, si trattava di prendersi una rivincita per lo smacco subito con il referendum sulla fecondazione assistita.
L’obiettivo era quello abbattere la pretesa eccezionalità italiana, dove si teme che la presenza del Vaticano ancora riesca ad opporre qualche resistenza – come il catechon paolino – all’affermarsi del “mondo nuovo” raccontato da Huxley e dagli altri autori apocalittici del Novecento.

Era insomma chiaro a tutti, fin dall’inizio, che il vero nemico era la Chiesa cattolica. Anche se fino all’ultimo i fautori del “progetto Eluana” non si sono fatti sfuggire l’occasione di buttarla in politica (risuona ancora l’infame battutaccia che il capo degli eutanasisti avrebbe pronunciato nel mostrare a una giornalista Rai il corpo della ragazza che stava morendo di sete: “può una donna come questa essere in grado di generare un figlio?!?”).

Ora, è vero che in questa occasione, dove sembra essersi infranto il principio della assoluta dignità e indisponibilità della vita umana – ultimo fondamentale caposaldo della cultura giudaico-cristiana che ha costruito l’Occidente – la Chiesa cattolica e apostolica sembra esserne uscita umiliata.
La civiltà che sulla scia dell’ebraismo pose fine alla pratica dei sacrifici umani per scopi religiosi, abbattè lo ius vitae et necis dei padri sui figli che appunto apparteneva alla romanità e a tutte le civiltà antiche, e inventò il concetto di laicità proprio nei confronti del potere imperiale, per negare allo Stato il diritto di offendere i diritti naturali dei cittadini, in effetti in questa occasione è apparsa impotente e sul punto di crollare.

E’ un pensiero inevitabile, nel momento in cui hanno iniziato ad essere attaccati in modo così spettacolare i pilastri stessi sui quali la civiltà cristiana è sorta. La civiltà che nel nome del Cristo sofferente iniziò a prendersi cura dei bambini abbandonati, dei malati gravi, e così inventò gli ospedali, e la medicina moderna come la intendiamo ancor oggi (non tutti, peraltro…), sembra dunque essere in procinto di cedere il passo ad una nuova visione del mondo.
I contenuti di questa nuova civiltà appaiono ancora da definire, ma sappiamo che essa trova i suoi antecedenti proprio in quelle culture e religiosità precristiane che – non a caso – proprio il nazionalsocialismo tedesco del secolo scorso aveva cercato di reintrodurre nella modernità.

Ma ecco, nonostante l’apparente debolezza degli ultimi consapevoli difensori del pensiero laico e cristiano, noi crediamo che tutto questo non potrà avvenire realmente. Quanto meno, non potrà arrivare fino in fondo, ammesso che un fondo vi sia. Perché è proprio nella estrema debolezza che, da duemila anni, la novità cristiana trova tutta la sua forza.

Più di quindici anni fa, quando ancora era semplicemente il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, il Cardinale Ratzinger pubblicò un intervento nel quale evidenziò che – tutto sommato – non è un fatto inusuale che le civiltà più cristianizzate ed evolute possano incontrare, anche per lunghi periodi, fasi di apparente “cecità al diritto”.
Era già successo con lo schiavismo dei neri negli Stati Uniti della fine del settecento. Così come con il primo colonialismo del XIX secolo, quando si ricominciò a pensare che esistessero razze inferiori che dovevano essere soggiogate all’uomo europeo anche sul piano giuridico. Poi, come tutti sappiamo, questo pensiero anticristiano si è ripresentato negli orrori del nazismo e anche in quelli del socialismo reale, quando la discriminazione e poi lo sterminio iniziarono ad essere attuati su larga scala non per ragioni razziali, bensì economiche, nella solita illusione di poter costruire una nuova umanità.

Tuttavia, è anche vero che – all’esito di questi tormentati periodi – nella storia dell’Occidente si è sempre tornati, per così dire, ad una relativa normalità. Il buon senso delle genti, l’educazione cristiana connaturata al sentire dei popoli, la capacità di percepire la realtà delle cose – perché sono proprio la realtà, la verità oggettiva, il logos dei greci così come la ragion pratica dei moderni, i principi di fondo nei quali il cristianesimo trova tutta la sua forza – alla fine finiscono sempre per riaffiorare.
C’è dunque motivo di sperare. Anche ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita i sondaggi non avevano previsto nulla di quel che è successo. I grandi giornali e le tv stavano tutti dall’altra parte, eppure è andata in quel modo spettacolare che ancora brucia a lorsignori. Secondo noi non possono essere bastati pochi anni, nonostante le apparenze, a cambiare le cose nel nostro Paese.

Bisogna quindi vigilare e ripartire, in nome della libertà e della dignità umana. Ma non basteranno le opere di misericordia corporale, anche se in effetti pare che si tratti proprio di ricominciare a dare da bere agli assetati. Ci vogliono fin d’ora anche quelle di misericordia spirituale. Bisogna riprendere senza paura a consigliare i dubbiosi, e ad ammonire i peccatori. In spirito di verità, che poi è anche quello della vera laicità.
La differenza cristiana, la capacità di essere nel mondo senza essere del mondo, ci aiuterà. E’ sempre accaduto così, e capiterà anche stavolta, anche perché in Italia e in Europa, immigrazione a parte, il trend demografico non è certo dalla parte della generazione laicista e disperata dei sessantottini.

Sancte Michael Arcangele, defende nos in proelio.

08 febbraio 2009

Silvio il Giusto, Caifa e la folla del pretorio ...

Ieri pomeriggio sono andato a fare un giro in centro con mia moglie, e con il secondo dei miei figli, che ha otto anni.
In fondo alla viuzza che scorre di fianco alla prefettura (via Santa Croce, non del tutto a caso ...), ci siamo imbattuti in un paio di poliziotti che improvvisavano un blocco del traffico, e non facevano transitare nessuno davanti al portone del Palazzo del Governo.

Abbiamo quindi parcheggiato nelle vicinanze, e poi siamo tornati lì a piedi. Davanti al portone c'era un piccolo schieramento di polizia in assetto antisommossa.
I soliti cassintegrati, ho pensato io. E invece, proprio in quel momento stava arrivando un silenzioso gruppetto di una cinquantina di persone, età media sui trent'anni, che in testa portava un piccolo striscione con scritto "Eluana non mollare".

Oh, bene, una manifestazione per la vita. Ma perchè davanti alla prefettura?
Poi, passando di fianco al silenzioso corteo, ho visto che nelle mani non stringevano rosari, bensì dei cartelli bianchi con la solita cagnara politica: "Giorgio non mollare", "Berlusconi giù le mani dalla costituzione", "l'Italia é un Paese laico", e roba così.

Poichè mia moglie, mio figlio, e io stesso che lo tenevo per mano, in quel momento eravamo gli unici passanti, appena i manifestanti ci hanno visto hanno voltato i cartelli verso di noi, e ci hanno guardati in silenzio.
Erano quasi tutti vestiti di nero, come dei preti, e in fondo a loro modo lo erano. Il loro silenzio era lugubre, e non si capiva se erano più imbarazzati loro, o noi che li guardavamo esterrefatti.

Allora mia moglie, donna d'altri tempi benchè ancor giovane, e con solido senso pratico, ha detto ad alta voce: ma questi sono proprio scemi... pretendono pure di essere qui in nome di Eluana? Che poi, cosa dovrebbe fare Eluana per "non mollare"? Far capire che vuole suicidarsi? Sputare il sondino o cercare di staccarsi la lingua a morsi?...

Vedendo la scena di quella piccola turba, che rovesciava completamente il senso della realtà - come del resto è nella strategia di fondo del principe di questo mondo - sul momento mi è venuto da pensare al "crucifige" urlato nel cortile del pretorio (che in effetti era proprio la prefettura del tempo ...).

Così ce ne siamo andati via, un po' per non rischiare che ci scappasse di urlar loro qualcosa, e un po' per un istintivo senso di protezione verso il bambino.
Allora ho pensato che davvero - per quelli che hanno conservato il senso del soprannaturale - da tempo non capitava di poter vedere satana in azione così scopertamente, come in questa vicenda.
Ma non dico satana in senso metaforico, come immagine del male, no no... in corteo assieme a quell'ambulanza che viaggiava di notte (di notte, ovviamente, a lui mica piace agire alla luce del giorno ...) da Lecco verso Udine si poteva vedere proprio il principe di questo mondo in persona.

Lo si vedeva mentre incedeva in parata, con tanto di diavoloni e diavolacci con il forcone che gli facevano corteo, mentre il servizio d'ordine dei diavoletti provvedeva a mettere in squadra tutti quelli che, dai lati della strada e davanti alle tv, assistevano compiaciuti al viaggio della morte.

E' il continuo rovesciamento della realtà e del senso comune che rivela la sua presenza scatenata. Ed è ancora la stessa storia di quei primi anni del Cristianesimo: una storia di gente che si ostina a dichiarare morta una persona che invece vive, mentre i farisei continuano a stracciarsi le vesti contro chi non rispetta l'osservanza del sabato (c'è una sentenza! c'è la Costituzione! siamo in uno stato di diritto!) e si scandalizzano di colui che insegnava che il sabato è per l'uomo e non viceversa.

C'è persino chi, con alle spalle la figura del principe che ghigna beffardo sulla stupidità umana, pretende anche di zittire tutti quanti con la sua morale rovesciata: "quella ragazza sta subendo un'inaudita violenza!"
Ma come? La fanno morire di sete e poi alla fine quelli che le usano violenza saremmo noi?

Ritorna così identico a se stesso quell'antico dialogo nel tempio di Gerusalemme:
"Mosè non vi diede la legge? Eppure nessuno di voi pratica la legge. Perchè cercate di uccidermi? Rispose la folla: Tu hai un demonio, chi cerca di ucciderti? ... "
Già, chi cerca di uccidere Eluana? Sono tutti per la giustizia, per la legge, per la Costituzione, e pure dalla parte del povero padre che usa la compassione che gli è dovuta come una clava, non solo sulla vita della figlia, ma anche nei confronti di tutti coloro che obiettano...

Ecco, ho sempre pensato che ci fosse in Berlusconi molto di più di quello che appare.
Non è un cattolico (e chissenefrega), ma ora questa mossa del decreto legge - dove secondi fini politici ne poteva avere ben pochi, visto che se vuole governare in pace non aveva nessun interesse a fare incazzare Napolitano - lo ha consacrato quanto meno come un Giusto, in senso biblico.

Uno di quelli che gli ebrei moderni, dopo la Shoah, invitavano con tutti gli onori in Israele, a piantare un albero anche se non faceva parte del popolo eletto. Uomini così li invitavano in quanto, di fronte all'incedere del male, ciascuno di loro si era rivelato un Giusto. Uno di quelli ai quali non si seccheranno mai le radici. Perchè chi salva una vita umana, salva il mondo intero.

E dall'altra parte, Caifa si è appellato alla legge. Alla ragion di Stato. E gli ha dato l'identica risposta che diede al sinedrio: "voi non capite, è meglio che un uomo solo muoia per il popolo...", mentre il corteo dei farisei era già pronto a schierarsi con lui, con frange e filatteri in bella vista, finanche scendendo in piazza a difesa della Costituzione.
Nonostante che tutto si possa dire, tranne che stavolta quello che ha messo in discussione la sacra Carta - usurpando una responsabilità che in effetti era affidata al Governo, così come un potere di controllo che senza dubbio sarebbe spettato al Parlamento e alla Consulta - sia stato il solito bonapartista di Arcore.

E vien da pensare alle parole di Massimo Caprara, che subito dopo che Caifa fu innalzato a capo del sinedrio ricordò - lui che lo conosceva bene - che tanti anni prima, ai tempi dell'invasione dell'Ungheria, anche quella volta poteva parlare, poteva firmare.
Ma si rifiutò e rimase fedele all'ordine di partito...

"...Voi vi sdegnate perche' ho risanato un uomo di sabato? Non giudicate dall'apparenza ma giudicate con giusto giudizio!". Disse il Giusto ai farisei che lo volevano condannare perchè non rispettava la legge, e da uomo che era si faceva Dio.
C'è tutto quell'antico dialogo che si tenne poco meno di duemila anni fa, nel cortile del tempio, in questa vicenda di Eluana.

Una storia che si ripete nei suoi aspetti umani, ma anche giuridici: "ora voi cercate di uccidermi (secondo la legge!) perché la mia parola non trova posto in voi ... anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!... Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste... Perché non comprendete il mio linguaggio?
Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro.
Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna.... ".

Omicida e menzognero, fin dal principio.
Colui che rovescia la verità.
Che vuole la morte dell'uomo, e la chiama vita. Che vuole l'ingiustizia, e la chiama legge. Che si atteggia a vittima di violenza, ed è il carnefice.

Tornando a riprendere l'auto, la sera, siamo ripassati davanti alla prefettura. La piccola folla ovviamente si era già dispersa da tempo. "Papà, l'hanno poi uccisa quella ragazza?", mi ha chiesto il bambino.


P.S.: E almeno tenete basso il ditino, cari monopolisti della compassione e del senso di umanità, e non veniteci a dire - su istruzione del solito padre vostro - che noi cattolici stiamo facendo solo del moralismo e piuttosto dovremmo pregare anche per il padre di Eluana...

Non siamo mica come quei cupi predicatori evangelici all'americana, che vedono Sodoma e Gomorra dappertutto, noi.
E tantomeno come i soliti cristianucci, compagnucci, laicistucci piccini picciò, che adesso sono diventati tutti medici e tutti giuristi, e sono tutti lì a discettare di stato vegetativo e di attentati alla Costituzione come se avessero due lauree per ciascuno, una in medicina e l'altra in giurisprudenza.

Vogliono dire sempre la loro anche se sono capaci di vedere Gomorra (Sodoma no, Sodoma non va discriminata ....) solo in quel che dice o fa Berlusconi, a prescindere.

Soprattutto stamattina, a Messa, noi cattolici abbiamo pregato per la famiglia di Eluana - anche la madre, quella che non ama stare sotto i riflettori - perchè capiscano chi è l'unico medico, dei corpi e delle amime, che può aiutarli a portare il peso del loro dolore.
Anche se, a quanto pare, pure oggi il sor Beppino ha usato il suo dolore come una clava, non solo sulla vita della figlia, ma anche per zittire tutto l'universo mondo, e ha rilasciato l'ennesima intervista a El Pais, nella quale attacca di nuovo Berlusconi, il Parlamento italiano, la Chiesa cattolica...


Insomma, chi accetta una scommessa che in capo a qualche anno il sor Beppino (per il quale continuiamo a pregare, per carità) alla prossima tornata sarà candidato a qualche Parlamento, europeo o italiano?
Scommettiamo una pizza napolitana?

05 febbraio 2009

Forza Pasquino: colpo di fortuna per il PdL

Il Popolo della Libertà, almeno a Bologna, nasce con la camicia. E la fortuna, come sanno tutti, è molto meglio averla amica che impegnata a remare contro. La discesa in campo del professor Gianfranco Pasquino, che concorrerà al primo turno delle elezioni amministrative a capo di una lista civica, non è soltanto l’impegno nella politica attiva di una personalità stimabile e autenticamente libera, ma porta con sé altri due “fatti” incontestabili. Ambedue incoraggianti per il centrodestra.

ll primo riguarda proprio il PdL e il serio rischio di beccarsi 50 (più uno) a zero da Delbono il 6 e 7 giugno, rendendo pertanto inutile attendere le successive due settimane per conoscere l’identità del nuovo sindaco. Con l’andazzo che a destra ci tocca sopportare da mesi, e che - temiamo ma non auspichiamo - ci toccherà sopportare nel prossimo futuro, costituito di più candidati che guardando al medesimo bacino elettorale punteranno a squalificare l’avversario più vicino piuttosto che pensare di portare via voti a sinistra, la decisione del professore è una vera benedizione. Solo Corticelli ha dimostrato di saper “leggere” le forze in campo nel centrodestra (anche spinto da sondaggi non troppo benevoli), e ha cominciato la manovra di avvicinamento a Cazzola.

Insomma chi vota Pasquino è un elettore di sinistra, che avrebbe sicuramente scelto Delbono senza l’intellettuale in campo e dunque avrebbe contribuito ad allargare la voragine tra il centrosinistra e il centrodestra. In questo modo, invece, una percentuale più o meno piccola verrà sottratta all’ex vicepresidente della Regione. E se il PdL va al secondo turno, può succedere di tutto. Non a caso alcuni esponenti del Pd e i giornali di sostegno hanno immediatamente attaccato Pasquino accusandolo di “aiutare Berlusconi”. Ma c’è un’altra considerazione da fare, forse più importante di quella visibile in superficie. Correndo al primo turno, Pasquino dimostra che le primarie a sinistra non sono finite.

Sotto quella cenere leggera che era scesa dopo l’archiviazione della competizione di metà dicembre, cova ancora il fuoco dello scontro di fazione. La vendetta prodiana nel cuore rosso dell’ex-Pci (Delbono in Comune e Draghetti in Provincia) contro un Veltroni colpevole di averlo cacciato da Palazzo Chigi, non è ancora raggiunta. Se poi Delbono non riuscirà a sottoscrivere l’accordo con l’estrema sinistra, molto arrabbiata con il Walter nazionale per lo sbarramento al 4 per cento alle elezioni europee concordato con Berlusconi, la questione è destinata a complicarsi ulteriormente.

E il Popolo della Libertà? Intanto attende il 7 febbraio, giorno in cui Guazzaloca dovrebbe formalizzare la sua candidatura. Soltanto dopo prenderà una decisione. Nel frattempo, giusto per non perdere tempo, sono iniziate le polemiche con la Lega su presunte richieste di poltrone. Discussione inutile e per certi versi ridicola visto che prima bisogna vincere. E si vince se si è tutti uniti. O no?

04 febbraio 2009

Caro Berlusconi, il Passante Nord non serve più

Caro presidente operaio Silvio Berlusconi, ascolti questa mozione del cuore e anche della testa da parte di chi vuole bene a lei e a Bologna. Ed è molto preoccupato che, come lei stesso ha promesso, calzi il berretto da muratore per costruire il passante autostradale a nord della città. Magari sottoponendo il suo pur tonico fisico a sforzi le cui conseguenze rischia di portarsi dietro per molto tempo. Cribbio, gli anni prima o poi si faranno sentire e allora come la metteremo?

Dunque: sappiamo che le hanno assicurato quanto l’opera sia assolutamente necessaria per risolvere i problemi di traffico del capoluogo e di mezza Italia. E sappiamo anche che di fronte alla bocciatura arrivata nei giorni scorsi dall’Ue a proposito dell’ipotesi di affidare i lavori direttamente a Società Autostrade, lei ha generosamente esclamato: “Ghe pensi mi a trovare i dané” (più o meno). Ecco, presidente, lasci perdere: si concentri su Obama, Israele, le tasche (forse) vuote degli italiani. Insomma, si impegni su qualsiasi altro problema che non sia la mobilità bolognese.

Quell’opera, oggi, febbraio 2009, non serve più. Prima di spiegarle il motivo, però, ci permetta di informarla su una curiosità bella e istruttiva, come diceva qualcuno tanti anni fa. Coloro che giusto l’altro ieri, di fronte alla “ferale” notizia giunta da Bruxelles, sono sbottati sommergendo i giornali locali di decine di dichiarazioni colme di sdegno accusando il governo e lei di aver remato contro, appartengono al Pd o più in generale alla sinistra.

Bene, anzi male. Perché nell’ottobre del 2007 - neppure un anno e mezzo fa, per capirci, quando a Palazzo Chigi soggiornava Romano Prodi - era lo stesso capogruppo dell’Ulivo in Commissione Ambiente, il senatore Francesco Ferrante, a definire il passante “opera inutile e dannosa. Meglio adoperarsi subito per soluzioni alternative”. Insomma, sedici mesi fa a sinistra si condannava l’opera al fuoco eterno, oggi Draghetti e Venturi (presidente e vice della Provincia), per non dire del solito Errani, ritengono il passante assolutamente vitale per Bologna, l’Italia e probabilmente il mondo intero.

Detto questo, per amore di precisione, veniamo alle ragioni in base alle quali il bypass autostradale a nord della città sarebbe opportuno chiuderlo definitivamente nel cassetto dei progetti mancati. Sono due. La nuova autostrada Cispadana, già approvata dall’assemblea regionale, farà diminuire del 10 o addirittura del 15 per cento il carico veicolare sul passante nord. Inoltre, la terza corsia dinamica del tratto autostradale che attraversa la città è destinata a ridurre ulteriormente il traffico che sceglierà il passante. La conseguenza è una sola, caro Presidente: l’opera ha perso da tempo il suo punto di forza, quello di essere appetibile sotto il profilo della redditività. Se, dunque, il bypass a nord non serve più e sarebbe troppo costoso per le casse dello Stato finanziarlo, diventa invece essenziale chiudere l’anello autostradale a sud del capoluogo. Essenziale per evitare il rischio di bloccare l’intera città.

24 gennaio 2009

Un mito da sfatare: la superiorità culturale islamica

Nei paesi occidentali è in atto da qualche tempo, tra le elite politiche e intellettuali, uno sforzo propagandistico che da un lato mira a denigrare il passato dell’Europa, e dall’altro a presentare la storia dell’islam sotto la luce più positiva possibile. Una sua tipica espressione è l’idea della superiorità culturale dell’islam medievale sulla Cristianità europea.

Secondo la versione presente in quasi tutti i manuali scolastici, e accolta perfino dal Consiglio d’Europa, nell’Europa medievale il sapere antico era andato quasi interamente perduto, ma fortunatamente era stato conservato dagli arabi, che lo tradussero nella loro lingua e lo trasmisero in Occidente, permettendo così la rinascita della civiltà europea. Senza l’apporto della cultura islamica l’Europa non avrebbe conosciuto il Rinascimento e lo sviluppo scientifico e tecnologico moderno. Il mondo occidentale ha quindi un grande debito nei confronti dell’islam.

Le ricerche più recenti, come quelle di Sylvain Gougenheim, professore di storia medievale alla scuola normale superiore di Lione, hanno dimostrato quanto sia inesatto e parziale questo modo di leggere gli avvenimenti passati.

Mai interrotto il legame con il mondo classico

Il punto cruciale è che la tradizione culturale della Grecia antica non era scomparsa durante i cosiddetti “secoli bui”, ma aveva continuato a sopravvivere, senza soluzione di continuità, nella parte orientale dell’impero romano. Se per secoli l’Europa occidentale non ebbe un facile accesso alla cultura classica conservata nell’impero bizantino è proprio perché le conquiste arabe avevano reso la navigazione nel mar Mediterraneo estremamente insicura per i cristiani.

Tuttavia, malgrado fossero diventati più rari e difficoltosi, i legami con Bisanzio non si interruppero mai del tutto. Anche nel corso dell’Alto Medioevo circolavano in Occidente numerosi manoscritti antichi e molte persone erano in grado di leggerli, tanto che Pipino il Breve si fece spedire da Papa Paolo I la Retorica di Aristotele e altri testi greci.

Con la ripresa politica ed economica successiva all’anno 1000 i cristiani latini furono in grado di ripristinare dei contatti più intensi con i propri cugini orientali, entrando così in possesso delle opere originali greco-romane senza necessità di intermediazioni arabe.

Il domenicano Guglielmo di Moerbeke tradusse una quantità enorme di opere di Aristotele, Archimede, Erone di Alessandria, e molte altre furono tradotte dai monaci di Saint-Michel. Infine, dopo la conquista turca di Costantinopoli del 1453, molti studiosi greci fuggirono verso Occidente, favorendo l’ulteriore diffusione della cultura classica nell’Italia rinascimentale.

Va aggiunto inoltre che quasi tutti i traduttori arabi non erano musulmani ma dhimmi cristiani, come l’assiro Johannitius (in arabo Hunayn ibn Ishaq, 809-873) o il giacobita Yahya ibn’Adi (893-974), e che le traduzioni arabe delle opere greche furono scelte in maniera molto selettiva.

I testi politici, ad esempio, non furono mai tradotti in arabo perché considerati incompatibili con l’islam. Non è un caso che la Politica di Aristotele, che Guglielmo di Moerbeke aveva tradotto in latino nel 1260, sia stata pubblicata per la prima volta in lingua persiana solo nel 1963.

L'islam contrario al logos greco

Il pensiero greco-romano ebbe in realtà pochissima influenza sulle realtà teologiche, politiche e giuridiche del mondo islamico. Il sistema immunitario culturale dell’islam non riuscì ad assorbire il logos greco, ma lo vide come un corpo estraneo e alla fine l’espulse.

L’idea che i musulmani abbiano salvato la cultura greca rappresenta quindi una vera assurdità, se si considera che per secoli i greci hanno fronteggiato in prima linea l’assalto della jihad islamica, che ha spazzato via intere comunità elleniche dall’Anatolia, dalla Siria, dall’Egitto e da tutto il Mediterraneo orientale: un processo di annientamento culturale che continua ancora oggi nella parte settentrionale dell’isola di Cipro invasa dai turchi.

Cultura prospera...nonostante l'islam

Se la scienza e la filosofia prosperarono sul suolo musulmano durante la prima metà del Medioevo ciò non avvenne grazie all’islam, ma nonostante l’islam. Non c’è nulla nella dottrina islamica che possa aver dato impulso alla ricerca scientifica o filosofica, e praticamente tutti i maggiori pensatori della cosiddetta “epoca d’oro” dell’islam, come Rhazi (865-925), Farabi (870-950), Avicenna (980-1037), Averroè (1126-1198), furono osteggiati o perseguitati dalle autorità politiche e religiose musulmane.

Nel libro L’incoerenza dei filosofi l’influentissimo teologo musulmano Al-Ghazali (1058-1111) attaccò il razionalismo greco e l’idea stessa di causa ed effetto, e ne concluse che la conoscenza scientifica è impossibile.

La teologia islamica dominante seguì questa impostazione, insistendo che le leggi fisiche non esistono perché, altrimenti, la volontà di Allah ne risulterebbe vincolata. Ricercare delle leggi fisse nella natura è una bestemmia, perché Allah è completamente libero di mutare le leggi della fisica in qualsiasi momento.

Osserva al riguardo il fisico americano Frank J. Tipler nel suo recente libro La fisica del cristianesimo (Mondadori, p. 139): «Nel corso dei miei studi piuttosto approfonditi, non sono mai riuscito a trovare una sola scoperta scientifica significativa compiuta nell’intera storia della civiltà islamica fino al XX secolo. Gli esempi di risultati scientifici documentati da parte di studiosi islamici sono sostanzialmente banali.

Tutta la fisica e tutta l’astronomia moderne derivano dall’opera dei cristiani Galileo e Copernico, che in pratica erano all’oscuro dell’opera degli scienziati islamici, e presero invece le mosse dall’opera dei greci Archimede e Tolomeo. Dal punto di vista della scienza, la civiltà islamica è come se non fosse esistita. Attribuisco questo fatto alle dottrine teologiche islamiche contrarie all’idea di leggi naturali
».

Altro falso merito

Molti riconoscono però agli arabi il merito di aver fatto da tramite delle innovazioni giunte in Europa dall’Oriente, come i numeri con lo zero, erroneamente detti “arabi” ma in realtà nati in India; la carta, inventata in Cina e diffusa in Spagna dagli arabi durante la metà del XII secolo; o il gioco degli scacchi, sviluppato anticamente tra l’India e la Persia e pervenuto in Occidente all’epoca delle prime crociate.

Va osservato tuttavia che, essendo l’impero arabo situato a metà strada tra la Cristianità europea e le civiltà orientali, ogni novità proveniente dall’Asia doveva necessariamente passare dal Medio Oriente musulmano per raggiungere l’Europa, ma difficilmente si può attribuire all’islam il merito di questo accidente geografico.

Occorre piuttosto chiedersi come mai il mondo islamico, pur trovandosi in una posizione geografica ideale, a contatto con tutte le maggiori civiltà mondiali dell’epoca, non coltivò nessuna delle innovazioni che si svilupparono nella più isolata Europa medievale, come la stampa (la cui introduzione nelle terre islamiche venne impedita praticamente fino al diciannovesimo secolo), le nuove tecniche di coltivazione, la ruota idraulica, i mulini a vento, gli orologi meccanici, gli occhiali, la partita doppia, la notazione musicale, le università o gli ospedali (il primo ospedale, costruito a Baghdad ai tempi del califfato Abbaside, fu opera del cristiano nestoriano Gabrail ibn Bahtisu, così come la prima scuola di medicina fu fondata a Gundeshapur, in Persia, dai cristiani assiri).

Una cultura parassitaria

È chiaro che la cosiddetta “scienza islamica” aveva poco o nulla a che fare con l’islam, ma era invece il risultato dell’amalgama delle avanzate conoscenze dei greci, degli indiani, dei persiani, degli ebrei e dei cristiani orientali, che i dominatori islamici sfruttarono in maniera parassitaria.

La breve fioritura culturale dei primi secoli di dominio islamico si ebbe quasi esclusivamente grazie all’eredità pre-islamica di una regione che rimase, per parecchio tempo, a maggioranza non islamica. Col passar dei secoli, man mano che i musulmani diventavano numericamente maggioritari nelle terre da loro conquistate, anche la creatività culturale andò definitivamente spegnendosi.

In conclusione, chi parla di “età d’oro” dell’islam commette un errore di prospettiva storica, perché ai tempi della conquista araba il Medio Oriente era già più avanzato dell’Europa devastata dalle invasioni barbariche. Questa superiorità non iniziò con l’introduzione dell’islam: al contrario, cessò con essa. La tanto vantata grandezza islamica rappresentò in realtà il crepuscolo finale delle progredite civiltà pre-islamiche mediorientali.

Usuali cliché buonisti anticristiani

Il cliché secondo cui “nel medioevo l’Europa era più arretrata del mondo islamico” è quindi privo di senso, perché non esistevano due civiltà concorrenti che si confrontavano sullo stesso piano. In Europa la civiltà romana era crollata con la fine dell’impero d’Occidente, e nuova civiltà, la Cristianità, stava faticosamente nascendo dalle rovine, difendendosi con le unghie e con i denti dai nemici che la attaccavano da ogni lato: i vichinghi a nord, i magiari a est, i musulmani a sud e a ovest.

Invece di concentrarsi su questo dramma storico senza precedenti, in cui una civiltà riuscì tra difficoltà indicibili a sopravvivere, a ricostituirsi su nuove basi spirituali e poi a fiorire, molti storici preferiscono sottolineare con compiacimento il fatto irrilevante dell’inferiorità dell’Europa rispetto all’islam, che si era impadronito con la forza delle ricchezze e del sapere delle civiltà più avanzate dell’epoca, e che teneva sotto assedio la stessa Europa, ostacolandone in maniera decisiva la ripresa economica.

C’è probabilmente un fine ideologico nel ricordare ossessivamente quanto la civiltà islamica fosse un tempo più raffinata di noi: quello di distruggere negli occidentali la capacità di apprezzare il proprio passato, di identificarsi con la propria civiltà e di formarsi dei giudizi critici sull’islam. In questo modo si rafforza l’agenda multiculturalista e anti-cristiana che ha paralizzato le società occidentali, e che le ha rese incapaci di difendersi dai nemici che vogliono distruggerla.

Guglielmo Piombini
(Radici Cristiane, n. 41, febbraio 2009)