E poi uno si butta a destra. L’ateneo bolognese, nei giorni scorsi, ha offerto l’ennesima occasione per incoraggiare il ministro Mariastella Gelmini a proseguire nel suo tentativo di riformare in profondità l’università italiana. Certo, c’è da dubitare nel successo della sua iniziativa viste le nostalgie sessantottine che ancora abitano le menti e i cuori di tanti (troppi) cattedratici. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire, notoriamente. Cosa è successo sotto le Due Torri?
Di fronte alla seria prospettiva di sanzioni disciplinari decise dal pro-rettore Paola Monari ai danni di alcuni studenti aderenti a Bartleby, movimento che da settimane occupa uno stabile di proprietà dell’Alma Mater, un battaglione di prof ha sentito il bisogno di far sentire la sua indignazione. Così è spuntata una lettera nella quale ben 81 docenti (lo riscriviamo in lettere per conferma, come si fa sugli assegni: ottantuno) hanno decisamente preso le parti dei quattro ragazzotti in odore di ramanzina per difenderli e ribadire che la loro occupazione è da considerarsi sostanzialmente cosa buona e giusta.
Sarà. Ma quando decine di professori decidono di schierarsi a sostegno di chi commette soprusi, allora c’è qualcosa che non funziona nel corpaccione obeso dell’università. Difatti occupare è commettere una violenza, un sopruso appunto, una carognata. Perché si impedisce al legittimo proprietario di disporre come meglio crede del suo spazio. E se poi il proprietario coincide con una istituzione pubblica, quell’azione aumenta in modo esponenziale il suo carattere di vigliaccata.
Per il motivo molto semplice che la grande maggioranza dei cittadini (o degli studenti, come in questo caso) vengono esclusi dal godimento di un bene che è anche loro. Insomma, è la solita storia della minoranza chiassosa che si arroga con decisione unilaterale il diritto di agire per tutti gli altri, puntualmente silenziosi. Già: cosa ne pensano “tutti gli altri”? Chi se ne frega. In bocca al lupo, ministro Gelmini. La sua riforma o sarà prima di tutto culturale oppure non sarà.
30 giugno 2009
16 giugno 2009
Guazza appoggia Alfredo. A modo suo
Mentre il Pd cerca di sfuggire al fantasma della Bartolini, la funzionaria di partito che nel 1999 per la prima volta – complice la grande astensione - fece perdere Palazzo d’Accursio alla sinistra, e per questo batte a tappeto le spiagge romagnole e le colline bolognesi per portare a votare al ballottaggio il maggior numero possibile di anziani già fuggiti per il caldo, sul fronte moderato qualcosa si è mosso. Giorgio Guazzaloca si è schierato a favore di Alfredo Cazzola, appoggiato dal PdL e dalla Lega. Una scelta di campo fatta a denti stretti, anzi strettissimi. A modo suo, insomma. L’ex primo cittadino ha dichiarato che, pur non ritenendo Mister Motor Show all’altezza di ricoprire la carica cui aspira, per il bene di Bologna auspica il cambiamento. Come dire: sto col male minore.
Giudizi che rischiano di sortire l’effetto contrario tra i guazzalochiani, che non hanno sentito dal loro ex-condottiero una vera e propria chiamata alle armi. E così questa volta l’astensionismo diventa una minaccia ben più seria per Cazzola, costretto a raccogliere tutti i voti anti-sinistra, che per Delbono. La campagna elettorale si avvia a una mesta conclusione per coloro che speravano come il Pd subisse sotto le Due Torri una sconfitta dalle conseguenze imprevedibili, risultato combinato dei problemi nazionali e della sciagurata amministrazione locale guidata da Cofferati. Invece le profonde fratture nel centrodestra ridanno fiato a un sistema di potere logoro, senza idee, che non lascia presagire nulla di buono per il futuro di Bologna.
Cofferati, è bene rimarcarlo, non è stata l’eccezione rispetto a una classe dirigente ancora in grado di governare il territorio. Il fallimento del Cinese, amplificato dalla sua notorietà e dagli errori marchiani, si colloca in perfetta coerenza con la crisi del vecchio partitone, che non riesce a modernizzarsi e a parlare un linguaggio comprensibile dai suoi stessi elettori tradizionali.
La conferma si trova nell’esito del primo turno. Il ballottaggio, seppure di un soffio, dimostra che Delbono è tutto fuorché un candidato forte. E’ vero, è riuscito abilmente a ricostruire la vecchia Unione comportandosi da autentico prodiano.
Ma il mancato raggiungimento del 50 per cento più uno dei voti equivale allo schiaffo a un prodismo barcollante e senza ossigeno, per di più in casa propria. Pertanto non all’altezza di rispondere alle aspettative della città, che chiede a chi la amministra innovazione, coraggio e prospettive concrete.
Giudizi che rischiano di sortire l’effetto contrario tra i guazzalochiani, che non hanno sentito dal loro ex-condottiero una vera e propria chiamata alle armi. E così questa volta l’astensionismo diventa una minaccia ben più seria per Cazzola, costretto a raccogliere tutti i voti anti-sinistra, che per Delbono. La campagna elettorale si avvia a una mesta conclusione per coloro che speravano come il Pd subisse sotto le Due Torri una sconfitta dalle conseguenze imprevedibili, risultato combinato dei problemi nazionali e della sciagurata amministrazione locale guidata da Cofferati. Invece le profonde fratture nel centrodestra ridanno fiato a un sistema di potere logoro, senza idee, che non lascia presagire nulla di buono per il futuro di Bologna.
Cofferati, è bene rimarcarlo, non è stata l’eccezione rispetto a una classe dirigente ancora in grado di governare il territorio. Il fallimento del Cinese, amplificato dalla sua notorietà e dagli errori marchiani, si colloca in perfetta coerenza con la crisi del vecchio partitone, che non riesce a modernizzarsi e a parlare un linguaggio comprensibile dai suoi stessi elettori tradizionali.
La conferma si trova nell’esito del primo turno. Il ballottaggio, seppure di un soffio, dimostra che Delbono è tutto fuorché un candidato forte. E’ vero, è riuscito abilmente a ricostruire la vecchia Unione comportandosi da autentico prodiano.
Ma il mancato raggiungimento del 50 per cento più uno dei voti equivale allo schiaffo a un prodismo barcollante e senza ossigeno, per di più in casa propria. Pertanto non all’altezza di rispondere alle aspettative della città, che chiede a chi la amministra innovazione, coraggio e prospettive concrete.
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