29 aprile 2008

No Kid di Corinne Maier: un libro ripugnante

Il consumo di contraccettivi a livello industriale e l’aborto di massa danno la misura di quanto la società moderna si sia scristianizzata e allontanata dagli insegnamenti biblici. Nel libro della Genesi la prima cosa che Dio dice all’uomo e alla donna, dopo averli creati, è di avere figli: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra». La procreazione e la fertilità umana sono così centrali nella narrazione biblica, da formare le basi del patto di Dio con Israele: «La mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli, e ti renderò fecondo, molto fecondo», dice Dio ad Abramo. In generale l’Antico Testamento vede la mancanza di figli come la peggiore delle disgrazie e condanna duramente il sesso non procreativo, come nell’episodio di Onan.

Anche Gesù, nel Nuovo Testamento, dà prova di un atteggiamento assai raro nel mondo antico, elogiando lo spirito meraviglioso dei bambini: «Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. E prendendoli fra le braccia e imponendo loro le mani li benediceva».

Mentre la Bibbia non fa che celebrare la discendenza numerosa, la mentalità prevalente nell’attuale Occidente secolarizzato vede nei figli, più che una benedizione, un peso insopportabile da evitare con ogni mezzo. Questa visione avversa alla procreazione ha trovato una compiuta espressione nel libro della scrittrice francese Corinne Maier, No Kid. Quaranta ragioni per non avere figli (p. 148, euro 13,50), appena pubblicato dalla casa editrice Bompiani sull’onda del successo di critica ricevuto all’estero, dove è stato adottato come manifesto dal child-free, il movimento di liberazione dai figli.

Gli argomenti contro i bambini della Maier, che oltretutto è madre “degenere” di due figli, rappresentano in realtà un perfetto distillato di quella “cultura della morte” infarcita di edonismo, materialismo e mathusianesimo che, nelle parole di Benedetto XVI, sta conducendo la civiltà europea al “congedo dalla storia”.

La popolarità del libro della Maier spiega infatti, meglio di ogni indagine economica o sociologica, le ragioni culturali che stanno alla base della grave decadenza demografica della civiltà europea. Agli inizi del Novecento l’Europa costituiva circa il 30 per cento della popolazione mondiale, ma alla metà del XXI secolo si ridurrà a un misero 7 per cento. Le proiezioni demografiche sull’Europa dei prossimi decenni prospettano un futuro drammatico, nel quale pochissimi giovani europei in età produttiva e riproduttiva dovranno mantenere un numero esorbitante di anziani, e contemporaneamente vedersela con masse crescenti e bellicose di immigrati musulmani.

Anche coloro che non vedono la denatalità come un problema morale dovrebbero considerarla un’emergenza sociale, dato che non esiste problema che i paesi europei si trovino oggi ad affrontare (dalla bancarotta dello stato sociale alla stagnazione economica, dall’invecchiamento della società all’invasione immigratoria) che non abbia come causa l’immensa mancanza di giovani e di bambini.

Tuttavia, invece di correre ai ripari, i responsabili culturali della catastrofe che si va materializzando davanti a noi continuano imperterriti a predicare e a diffondere l’ideologia antinatalista. Dato che l’Italia detiene quasi il record mondiale di denatalità, la pubblicazione di un libro in cui si esortano le donne italiane a non fare figli appare quindi, in primo luogo, come un’operazione di cattivo gusto.

In realtà vi sono molte analogie tra la mentalità antinatalista di oggi e quella dell’epoca precristiana. Per un bambino essere concepito nella Grecia o nella Roma classica era estremamente pericoloso, proprio come lo è oggi nell’Occidente secolarizzato e neopagano, dove l’aborto è diventato la prima causa di morte. In tutte le società antiche, infatti, l’abbandono dei neonati, l’infanticidio, l’aborto e perfino i sacrifici rituali di bambini (ad esempio tra i cananei e i cartaginesi) erano largamente diffusi.

A causa di queste pratiche, le famiglie numerose erano molto rare nella società greco-romana. Intorno al 140 a.C. lo storico greco Polibio si lamentava che «nel nostro tempo tutta la Grecia ha conosciuto una scarsità di bambini e una generale decadenza della popolazione… perché la passione per gli spettacoli, per il denaro e per i piaceri di una vita oziosa ha pervertito i nostri uomini».

Spesso le prime vittime della cultura antinatalista erano le bambine. Nell’antica Grecia era un fatto raro, persino tra le famiglie più ricche, allevare più di una figlia. Un’iscrizione del secondo secolo d.C trovata a Delfi rivela che, su un campione di seicento famiglie, solo una su cento aveva due figlie.

L’orientamento fortemente favorevole alla famiglia e ai figli degli ebrei e dei cristiani, invece, li distingueva nettamente dalle altre popolazioni antiche. Non a caso lo storico romano Tacito deprecava gli ebrei per la loro singolare opposizione all’infanticidio: «Tra di loro è un crimine uccidere un neonato, ed è strana la passione con cui propagano la loro razza».

I cristiani non solo avevano famiglie più numerose, ma spesso adottavano i bambini abbandonati. Anche grazie a questo vantaggio demografico a poco a poco i cristiani soppiantarono i pagani nell’impero romano. L’avvento di Gesù Cristo segnò dunque “il trionfo degli innocenti”, cioè dei bambini da sempre disprezzati, maltrattati, respinti o eliminati. Al contrario, il consenso di cui godono oggi le idee di Corinne Maier danno il segno dell’imbarbarimento in cui è precipitato l’Occidente moderno che ha voltato le spalle alla propria tradizione morale e religiosa.


Guglielmo Piombini


(Una versione ridotta di questo articolo è uscita sul quotidiano Liberal del 25 aprile 2008)

16 aprile 2008

Cronache dall'Italia di mezzo

Oggi, all’esito delle elezioni politiche, il nostro blog non ha cambiato il suo nome. Però, per la gioia dei nostri venticinque lettori, come potete vedere abbiamo cambiato il sottotitolo. Perché il Piombo è ancora vivo, e lotta insieme a noi, ma il centrodestra italiano non è più da (ri)costruire.

Se avrete la pazienza di rileggere qui a lato il nostro “Piccolo Manifesto”, noterete che siamo nati giusto giusto due anni fa, all’indomani della catastrofe dell’avvento del governo Prodi. A questo punto, ripensandoci, si potrebbe persino dire che non tutto il male è venuto per nuocere. Infatti, se nel 2006 quei ventiquattromila voti fossero caduti da questa parte, probabilmente l’Amor Nostro non avrebbe avuto davanti a sé un nuovo quinquennio di legislatura. Se non si può dire così, va da sé, è solo per il disastro economico e sociale che questi ultimi due anni hanno rappresentato per tutto il Paese.

Inoltre, rimane il fatto che noi continuiamo ad avere la nostra gatta da pelare. Noi scriviamo tutti e tre da Bologna, e cioè da quella che per certi versi è ancora la capitale dell’Italia di mezzo. Non nel senso di Follini (a proposito, che fine ha fatto?), ma nel senso dell’Italia che oltre ad essere centrale in senso geografico è anche presa in mezzo tra la voglia di cambiare e di modernizzarsi, e l’incapacità di capire chi è veramente Berlusconi, liberandosi così dall’ipoteca culturale della sinistra.

Manca poco alle elezioni comunali, e probabilmente non saremo in grado di trovare un candidato che possa ripetere il miracolo di Guazzaloca. Anche perché – lo hanno capito in pochi – in realtà il consigliere uscente della Commissione Antitrust in quota casiniana è stato soltanto l’ultimo dei sindaci della tradizione rossa di Bologna. Un onesto e meritevole amministratore, che non ha mai voluto cambiare niente in politica, ma ha cercato di gestire in modo paternalista le questioni dell’amministrazione, per non dispiacere a nessuno e tantomeno al sistema di potere postcomunista.

Ad esempio, è stato anche per merito del vecchio Guazza, e non solo di Cofferati, se ancora oggi – nell’Italia che ha appena rifiutato all’estrema sinistra persino una rappresentanza in Parlamento – Bologna è rimasto l’unico capoluogo dove un candidato di estrema minoranza, se sgradito alla teppaglia rossa, non può nemmeno tenere un comizio in piazza.
Perché i centri sociali e i senza fissa dimora che allignano attorno alla nostra Università sono stati ospitati, tollerati e persino finanziati dal Comune già da prima dell’avvento a Palazzo d’Accursio dell’ex-sindacalista di Cremona.

Le ultime elezioni politiche ci hanno invece confermato che l’Italia, nel suo complesso, è un Paese stabile. Una grande democrazia dove il popolo non ha mai voluto la sinistra al governo, perché si tratta di una sinistra comunista che mai ha saputo diventare socialdemocratica, ma soprattutto perché in essa si riconosce soltanto, da sempre, più o meno un terzo del Paese.
La sinistra non è mai stata maggioranza in Italia. Né tantomeno è mai stata radicata nel cuore pulsante del Paese. Lo ha riconosciuto persino il direttore del Corsera, Paolo Mieli.
Ospite a Ballarò, l’ex “endorsato” dell’Unione prodiana ha riconosciuto che se negli ultimi quindici anni Berlusconi ha vinto tre elezioni politiche, è stato soltanto perché in quelle due che ha perso si era verificato qualcosa di anomalo.

La sinistra non ha mai capito Berlusconi perché non ha mai capito il Paese reale.
Non ha mai saputo intercettarlo, come si suol dire. Da quando è nata la seconda Repubblica, e gli schieramenti sono diventati analoghi a quelli di tutte le democrazie occidentali (e ciò è avvenuto, ancora una volta, grazie solo e soltanto all’intuizione politica di san Silvio da Arcore), la sinistra ha saputo esibire unicamente il mistero della propria sconfinata arroganza.
La propria convinzione di essere lei stessa – per definizione – la democrazia. Mentre tutto quello che essa non capisce, o non può controllare, sarebbe soltanto il frutto di un sopruso, di un inganno alla buona fede dei cittadini, o nella migliore delle ipotesi un esempio della incoercibile ignoranza del popolo bue.
Concezione rozza quant’altre mai. Ma è quella che gente come D’Alema e Prodi hanno ribadito a chiare lettere anche in questa ultima campagna elettorale. Nonostante il primo – grazie sempre al potere di influenza mediatica che la sinistra mantiene – passi ancora per essere il più intelligente del suo giro, e il secondo sia addirittura il primo ministro uscente.

Anche noi, come Paolo Mieli e Giuliano Ferrara, avevamo apprezzato che la campagna elettorale fosse iniziata con il rifiuto del principale esponente (chissà fino a quando) del Partito Democratico di mettere in cima alle priorità l’imbolsito problema del “conflitto di interessi”.
Per quanto necessitata dalla situazione, questa scelta aveva dimostrato, in primo luogo, che quella storia è sempre stata una cazzata. Molto peggiore, in termini assoluti, persino della Corazzata Potemkin di Fantozzi, ma tale da dimostrare l’immenso potere ideologico che la sinistra ancora possiede nell’orientare i media e il suo elettorato.

La fine di quel mito ci avrebbe dato la possibilità di cominciare a spiegare chi è veramente Silvio Berlusconi, anche a quei bolognesi che non lo voterebbero mai, nonostante facciano parte a pieno titolo – per la loro condizione sociale, per la loro attività, così come per le loro esigenze, aspettative e problemi – del popolo della libertà.
Infatti, le elezioni di domenica scorsa hanno dimostrato che a Bologna quel modo di pensare è ancora radicato. Esiste, come dicevamo, un buon dieci-quindici per cento di cittadini che non riescono a dare fiducia al popolo della libertà di cui fanno parte, soltanto perché non riescono a liberarsi della ipoteca ideologica.

Un voto d’opinione, da sempre, si basa non soltanto sulla percezione dei propri interessi, ma anche su una visione globale della politica, che a sua volta presuppone un minimo di capacità interpretativa della realtà. Ecco, nella nostra Italia di mezzo esiste una parte di popolazione che la realtà non la può interpretare. Semplicemente perché c’è qualcuno che lo ha già fatto per loro. O meglio, c’è qualcuno che ha il potere mediatico (altro che conflitto di interessi!) di convincere molti dell’esistenza di un mondo parallelo a quello reale, che non potrebbe essere interpretato diversamente da una persona di buon senso.

Basta leggere la solita Repubblica per accorgersi di come la sinistra, alla fine, ancora adesso stia continuando a propinare ai suoi lettori le cronache di un Paese surreale, popolato da servi sciocchi e profittatori malvagi, che farebbe capo ad un Cavaliere Nero che riesce sempre a prevalere sui buoni ingannando gli stupidi.
Per questo, dal nostro osservatorio, avevamo apprezzato – ma anche temuto – l’apparente intenzione del principale esponente (ma fino a quando?) del Pd di andare oltre questo schema.

Non sappiamo come andrà a finire, anche se a giudicare dalle pagine della sunnominata Repubblica esibite nell’ultima settimana prima delle elezioni, è ancora tutto da dimostrare che il Pd saprà continuare su questa strada. O se, al contrario, preferirà rintanarsi nel rassicurante mito del Cavaliere Nero.
Il problema del momento, a nostro avviso, non è la fine della presenza parlamentare della estrema sinistra. Quello è solo un bene, che avvicina l’Italia alle democrazie mature. Il problema è che la forma mentis di quell’estremismo è ancora presente nel nostro maggiore partito progressista. Tra i dirigenti, i militanti e gli elettori. E lo si capisce assai meglio guardando alla realtà dal nostro osservatorio dell’Italia di mezzo.

A voler semplificare, la differenza nazionale tra gli schieramenti del centrodestra e del centrosinistra (fanculo al trattino) dipende dalle diverse aspettative nei confronti della politica. Essi rappresentano rispettivamente chi, in Italia, vuole vivere delle risorse che produce lui stesso, e chi invece conta sulla redistribuzione delle risorse prodotte da altri. Ovviamente non si tratta di uno schema sociale fisso ed immutabile, proprio perché viviamo in una democrazia e non in un regime. Ma il discrimine di fondo, peraltro legittimo, è senz’altro quello.

Da una parte, principalmente, il popolo delle partite Iva, i liberi professionisti, gli artigiani, i piccoli e medi imprenditori, gli studenti più ambiziosi, così come i lavoratori dipendenti delle imprese che vivono sul mercato. Dall’altra, il popolo dei dipendenti pubblici, dei lavoratori sindacalizzati, dei burocrati, dei pensionati, del sottobosco delle amministrazioni locali e della politica politicante, dei giovani con la sindrome del precariato, così come in genere di tutti coloro che – di riffa o di raffa, come si dice qui – si abbeverano (o almeno vorrebbero) alla greppia dello Stato e del parastato.

Solo nella nostra Italia di mezzo questa suddivisione non funziona. Perché qui il potere ideologico della sinistra impedisce a tanta parte di quella popolazione che, per le proprie naturali condizioni ed aspettative sociali, farebbe parte a pieno titolo del primo schieramento, di comprendere cosa rappresentino per il nostro Paese Silvio Berlusconi e il PdL.
Anche l’exploit della Lega Nord, nella nostra città, più che un voto di protesta o l’inizio di un radicamento sul territorio, potrebbe rappresentare un esito inatteso di questa situazione.

Se al Nord tanti operai, così come tanti altri esponenti dei ceti più subalterni, hanno iniziato a votare PdL, è stato perché si sono resi conto di come la sinistra e i sindacati da tempo non sanno più rappresentare i loro interessi. Qui da noi molti di loro hanno votato Lega, ma solo perché non potevano rassegnarsi a votare per Berlusconi, contraddicendo se stessi, e superando l’odio e la mistificazione che da ormai quindici anni è stata coltivata in loro da parte della sinistra tradizionale. E, nello stesso tempo, molti bolognesi di estrazione borghese e benestante, piuttosto che sfogare la delusione verso la sinistra votando per un partito così volgare come la Lega, si sono rivolti verso il giustizialismo manettaro del partito di Di Pietro.

C’è da sperare che la Lega Nord, anche se è consapevole di quanto sopra, qui da noi non finisca per adeguarsi cercando inciuci con la sinistra tradizionale. L’anno prossimo infatti a Bologna ci saranno le elezioni amministrative. Perso per perso, ci sarebbe da aspettarsi che si candidi contro la sinistra – in persona – addirittura l’ineffabile onorevole Pierferdinando Caltagirone, in arte Casini.
Non allarmatevi: per adesso non ci pensa nemmeno, visto che crede ancora di essere Pierfurby e coltiva ambizioni nazionali o più probabilmente europee. Ma chissà che non ci ripensi, quando si renderà conto che i pochi senatori che gli sono rimasti non rispondono a lui ma a Totò Cuffarò, e avrà fatto il conto di quanti deputati - tra quelli che appartengono a lui e non a De Mita o Tabacci o Pezzotta - avranno resistito al canto delle sirene sottosegretariali e di sottopotere che senz’altro il PdL intonerà nei loro confronti. I nostri valori non sono in vendita? Puah…

Il problema è che davvero non sappiamo come fare per sperare di non essere per sempre condannati all’opposizione, nella nostra capitale dell’Italia di mezzo.
Ma una cosa sappiamo: meglio essere un’opposizione dignitosa, e ben radicata nel rapporto con la maggioranza produttiva del Paese, che non una maggioranza amministrativa costretta al continuo compromesso con una concezione falsa della politica e persino della realtà.
Sì, per quel poco che conta, da parte nostra questo ve lo promettiamo e ce lo promettiamo da soli.

11 aprile 2008

Islam: una religione di pace?

Robert Spencer, uno degli studiosi americani più impegnati sul fronte anti-jihadista, mette a confronto nel suo ultimo libro Religion of Peace? Why Christianity Is and Islam isn't (Regnery, 2008) l’atteggiamento dei cristiani e dei musulmani in diversi campi (la guerra, la scienza, la politica, la libertà individuale, la schiavitù, il trattamento delle donne, l’antisemitismo), e dimostra che, se il cristianesimo è un credo fondamentalmente pacifico, l’islamismo ha in sé un forte potenziale di violenza.

Spencer critica duramente gli intellettuali occidentali che mettono il cristianesimo e l’islam sullo stesso piano, e che considerano gli evangelici americani più pericolosi dei fondamentalisti islamici. Secondo Spencer vi è molta malafede nella tesi sostenuta da tanti commentatori laicisti, come Kevin Phillips, Chris Hedges, Sam Harris o Damon Linker, secondo cui i conservatori cristiani (spesso etichettati polemicamente come “teocon” o “cristianisti”) avrebbero l’obiettivo di sovvertire la costituzione americana per imporre una teocrazia religiosa nel paese.

In realtà nella storia degli Stati Uniti non sono mai esistiti dei movimenti cristiani con un programma teocratico. Come ricordava Tocqueville, in America fin dalle origini il cristianesimo ha informato e sostenuto le libertà politiche e sociali. Lungi dal voler stravolgere il sistema politico, i conservatori cristiani sono quasi sempre degli ardenti patrioti che venerano la costituzione. Come tutti i gruppi d’interesse, anche i cristiani cercano di promuovere le proprie idee nel dibattito pubblico: questo però non significa sovvertire il processo politico, ma parteciparvi.

I pericoli maggiori per le libertà costituzionali, spiega Spencer, nascono piuttosto dalla paranoia di coloro che si inventano dei complotti teocratici per bandire i cristiani dalla vita pubblica.

Se in tutto l’Occidente non esiste nessun gruppo cristiano che abbia come obiettivo quello di sostituire la legge laica con i precetti biblici (anche perché nella Bibbia non esiste qualcosa di analogo alla sharia), il movimento islamista è ben organizzato a livello internazionale, e non scarseggiano i leader musulmani che proclamano apertamente la necessità di imporre ovunque la legge islamica.

Gli islamisti radicali hanno compiuto migliaia di atroci atti terroristici in tutto il mondo, e i sondaggi hanno ripetutamente rivelato che l’uso della violenza è approvato da porzioni consistenti della popolazione musulmana: ad esempio, venticinque musulmani britannici su cento hanno giustificato i terroristi che uccisero cinquantadue persone a Londra il 7 luglio 2005; in paesi considerati moderati come la Giordania o l’Egitto, più della metà della popolazione ritiene ammissibili gli attentati terroristici contro i civili “per difendere l’islam”; in un sondaggio condotto da al-Jazeera per il quinto anniversario della strage dell’11 settembre, il 49,9 per cento degli ascoltatori si è dichiarato d’accordo con Osama bin Laden.

Secondo Spencer questo vasto sostegno alla violenza nel mondo musulmano ha origine negli insegnamenti dell’islam. Nel Corano c’è una quantità impressionante di versetti, spesso citati da bin Laden nei suoi discorsi, che esortano i credenti a combattere gli infedeli. Le maggiori scuole teologiche islamiche concordano sull’importanza della dottrina del jihad, intesa come guerra santa armata per diffondere l’islam. L’opinione dominante, infatti, è che i versetti rivelati successivamente (quelli più violenti di Medina, come il “Verso della Spada” contenuto nella nona sura) abroghino tutti quelli precedenti con cui sono in contrasto (in genere quelli più pacifici della Mecca).

I multiculturalisti e gli anti-cristiani militanti replicano che anche la Bibbia contiene dei passaggi che incitano alla violenza e al genocidio, come nell’episodio dell’assedio di Giosuè alla città di Gerico, o nel Deuteronomio, dove il Signore esorta gli ebrei a sterminare gli ittiti, i gergesei, gli amorrei, i perizziti, gli evei, i cananei e i gebusei.

Spencer fa notare però che questi passaggi violenti dell’Antico Testamento sono descrittivi, non prescrittivi. Si riferiscono a vicende particolari riguardanti gli ebrei e altri popoli presenti in Palestina migliaia di anni fa, ma non contengono in via generale dei comandi rivolti ai fedeli di imitare questi comportamenti: prova ne è che non esistono delle organizzazioni terroristiche che usano questi testi biblici per giustificare la propria violenza. La tradizione ebraica e cristiana non li ha mai celebrati, ma li ha visti come dei problemi da risolvere.

Anche le aggressioni compiute dai cristiani nel corso della storia hanno subito un costante processo di autocritica perché contraddicevano il messaggio evangelico, mentre la guerra santa per propagare l’islam e sottomettere gli infedeli è sempre stata parte integrante della dottrina islamica.

Il cristianesimo, ricorda Spencer, è una religione di pace priva di movimenti che propugnano il terrorismo o la guerra santa, mentre l’islam è una religione della spada in cui, secondo le stime più prudenti, oltre cento milioni di jihadisti in attività mirano a imporre la legge islamica non solo nei paesi a maggioranza musulmana, ma anche in Europa e negli Stati Uniti.

“Che si creda o meno nel Cristianesimo”, conclude Spencer, “oggi è necessario che tutti gli autentici amanti della libertà riconoscano il loro debito con l’Occidente cristiano e con la cultura giudeo-cristiana che ha costruito l’Europa e gli Stati Uniti. Chi ama la libertà deve rendersi conto che questa grande civiltà è in pericolo e che merita di essere difesa. Da questo primo passo dipendono tutti gli altri”.

Guglielmo Piombini

(Il Foglio, 5 aprile 2008)

09 aprile 2008

Tutte le donne della guerra civile

Sta per arrivare nelle librerie l’ennesima fatica di Marco Pirina, lo studioso che per primo sollevò a livello nazionale, e in tempi non sospetti, la questione delle foibe istriane. Fondatore del Centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur”, da vent’anni Pirina si occupa dei caduti “senza un fiore” come lui stesso ama ripetere, quelli che la vulgata di sinistra ha sempre tenuto rinchiusi nei cassetti della storia. E lo fa sfornando volumi stracolmi di documenti, fatti, testimonianze che hanno contribuito in modo determinante a conoscere meglio gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale in Italia. Tiene le distanze da Giampaolo Pansa (“Lui presenta una storia romanzata mentre io faccio parlare le carte” dice) e ricorda con orgoglio come nel 2003 la sua associazione abbia ricevuto il riconoscimento di Istituto di Storia Moderna, parificato agli Istituti sulla Liberazione.

Ora è la volta di “1943-1945 - Donne nella guerra civile italiana”, con un sottotitolo significativo: “Tra il Gladio e la Stella Rossa”. Incontriamo Pirina durante un tour di conferenze nel Bolognese, invitato dai Circoli della Libertà. Nel volume sono abbracciati tutti i tipi di donne. Si va dalle ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana (quelle regolari attive nel Servizio Ausiliario Femminile e quelle aggregate ai reparti combattenti della X Mas, delle Brigate Nere, della Monte Rosa, eccetera), alle cosiddette Volontarie della Libertà, sul fronte partigiano. In questo caso la suddivisione è in staffette, collaboratrici e combattenti. Le diverse storie raccontate vengono illustrate da immagini e ritratti di figure femminili particolarmente importanti. Non vengono trascurate neppure le civili, vittime di entrambi i fronti.

“Tanto per i partigiani quanto per i fascisti - conferma Pirina - esse non sono nient’altro che spie e per questo vengono uccise, violentate, deportate senza ritorno oppure scompaiono nel nulla. Si tratta di storie ancora più drammatiche di coloro che hanno deciso di schierarsi”. Uno dei capitoli del libro è dedicato alle maestre, nel mirino dei partigiani in quanto ritenute il trait-d’union tra il regime e i bambini: vengono eliminate dovunque si trovino.

E’ l’umanità, nonostante il sangue e l’odio di quegli anni, a sgorgare dal libro. Ecco, allora, le storie d’amore. Quella “nera” tra gli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, oppure quella “rossa” tra i partigiani comunisti Mirco e Katia, uccisi dai loro compagni perché si erano separati dalla brigata di appartenenza. Qual è, dunque, l’immagine che si ricava della donna nel ‘43/’45? “La donna fascista - risponde Pirina - crede fermamente in Dio, Patria e Famiglia. Esce di casa e va volontaria per difendere la sua idea di focolare, pur sapendo di rischiare la morte in una battaglia già perduta. La partigiana è invece colei che punta a ritagliarsi un ruolo nella società nuova che si formerà. Il suo è un atto di ribellione, vuole diventare qualcuno”. Ci riuscirà? “Assolutamente no.

Nel 1945, Ilio Barontini, capo partigiano e dirigente del Partito Comunista d’Italia, scrive che spetta agli uomini portare avanti un progetto politico ben preciso. Alle donne chiede esplicitamente di tornare tra le mura domestiche. Quelle stesse donne dovranno aspettare il femminismo degli anni Settanta per vedere esaudito il loro desiderio”. Insomma, la guerra civile al femminile non ha vincitori: solo vinti. Anzi, vinte. Le fasciste perché perdono la guerra, e le partigiane in quanto costrette a riporre nel cassetto dei loro sogni più intimi l’obiettivo di uscire di casa.

07 aprile 2008

"Voti Pdl? Sei un comunista e un nazista"

Barbara Spinelli, sulla Stampa di domenica, a un settimana esatta dalle elezioni, fa il suo dovere di giornalista organica al Pd di Veltroni nonché di compagna di vita di Tommaso Padoa-Schioppa, uno dei ministri peggiori del defunto governo Prodi: firma un editoriale di insulti a chi voterà Popolo della Libertà. Alla faccia dei propositi buonisti dell’ex-sindaco di Roma. Gia dal titolo si può intuire che aria tira: “Quanto è cristiana la destra”. Il tono, insomma, è il solito: ascoltate me che vi insegno a vivere.

L’argomento è il rapporto con l’islam e le ricette proposte dal Pdl. Si parte con “Fitna”, il video girato dal parlamentare olandese di estrema destra Wilders che denuncia la violenza connaturata al Corano, e si prosegue con l’ultimo libro di Tremonti “La Paura e la Speranza”, dedicato agli effetti perversi della globalizzazione, sottolineando la terribile assonanza del titolo tremontiano con quelli dei volumi fallaciani post-11 settembre.

Nel video e nel libro, per la Spinelli, c’è quello che il Popolo della Libertà intende per dialogo con l’altro, il diverso. Un dialogo che in realtà non esiste perché nel fronte berlusconiano c’è solo voglia di costruire muri, di soffiare sul fuoco dell’insicurezza percepita dai cittadini, di desiderio di isolamento. Dall’altra parte masse di diseredati che premono alle frontiere le quali, nonostante la loro difficile condizione di vita, riescono a comportarsi alla stregua di lord incompresi e pertanto ingiustamente respinti da quei fascio-comunisti dei destrorsi.

Per la nota editorialista oggi è l’identità cristiana a rappresentare il filo conduttore degli avversari del suo TPS; una identità “escludente” che si infila lungo il sentiero di ideologie incendiarie precedenti. La Spinelli cita esplicitamente “la classe” e “la razza” come antesignane di chi oggi si batte per salvaguardare la tradizione. Capito? Chi voterà Berlusconi è una via di mezzo tra un comunista e un nazista. Anzi, meglio tutt’e due. Una sorta di assassino seriale in potenza, pronto ad appiccare il fuoco contro lo straniero invasore.

Una Spinelli, dunque, che a pochi giorni dal voto non riesce a trattenersi e ricade nell’antico vizio di quella sinistra livorosa che vede nell’avversario un nemico acerrimo. E pur di dipingerlo come tale prescinde dalla realtà e si dimentica di alcuni fatti che la gente comune, a differenza degli intellettuali organici, non dimentica: l’11 settembre, le stragi di Madrid e Londra, le cellule fondamentaliste islamiche sparse in tutta Europa, i numerosi attentati sfiorati per un soffio, un atteggiamento politicamente corretto delle istituzioni che porta a piegare la testa di fronte ai violenti e via dicendo.

La celebre firma del quotidiano torinese si presta a svolgere il lavoro sporco a beneficio del leader del Pd che va in giro per l’Italia, in televisione, nei dibattiti ad assicurare rispetto per l’avversario e toni concilianti. Se però gratti sotto la superficie di sorrisi e promesse, e ti avventuri nel girone dei maitre-a-penser di complemento, ecco rispuntare l’antica intolleranza salottiera. Evidentemente mai morta.

02 aprile 2008

Che cosa sta succedendo in Inghilterra?

Giustizia avrebbe voluto che, con il crollo del comunismo alla fine degli anni Ottanta, tutti i movimenti occidentali d’ispirazione socialista sprofondassero nel discredito. Invece, grazie a un’abile operazione di riconversione ideologica, la sinistra è riuscita a conservare l’egemonia culturale passando dal marxismo al multiculturalismo. La nuova sinistra multiculturalista non concentra più le sue critiche sulle strutture economiche della società capitalistica, come prescriveva il marxismo classico.

Quasi nessuno oggi ha più il coraggio di chiedere l’abolizione della proprietà privata o la collettivizzazione dei mezzi di produzione. L’attacco prende invece di mira le “sovrastrutture” culturali della società, secondo la lezione di Antonio Gramsci e della Scuola di Francoforte.

Lo spopolamento degli inglesi

Il multiculturalismo rappresenta una continuazione della guerra fredda con altri mezzi, e dietro una facciata relativista si pone l’obiettivo di distruggere il retaggio tradizionale dell’Europa cristiana.

Quest’odio profondo per tutto ciò che appartiene al passato storico dell’Europa si manifesta con l’esaltazione acritica di ogni cultura estranea all’Occidente, comprese le più feroci ed aberranti, e con il desiderio frenetico di ripopolare il vecchio continente con immigrati extraeuropei anche apertamente ostili ai valori dei paesi ospitanti.

Il paese dove l’applicazione dell’ideologia multiculturalista ha raggiunto le punte più avanzate è la Gran Bretagna. Nei lunghi anni di governo laburista, con Tony Blair e ora con Gordon Brown, il Regno Unito ha spalancato le frontiere ad un’immigrazione di massa prevalentemente musulmana, e ogni anno affluiscono più di 250.000 immigrati dal Terzo Mondo.

Gli inglesi autoctoni fanno pochi figli (l’attuale tasso di fertilità di 1,6 figli per donna è il più basso della storia inglese da quando si sono iniziate a raccogliere le statistiche nel 1924) e, spaventati dai rapidi mutamenti sociali, hanno iniziato ad emigrare in gran numero: ogni anno 200.000 inglesi lasciano la madrepatria per stabilirsi prevalentemente negli Stati Uniti, in Canada o in Australia.

Sulla base di questi trend i demografi hanno calcolato che entro la fine del secolo la popolazione inglese sarà ridotta in minoranza nella propria terra natale.

Un’arma per l’islamizzazione

I problemi maggiori nascono dal fatto che il processo di trasmissione della cultura nazionale è stato messo al bando in Gran Bretagna in omaggio alla “correttezza politica”.

Secondo l’ideologia progressista dominante, infatti, trasmettere la cultura anglosassone agli immigrati rappresenterebbe un grave atto di “imperialismo culturale”. Lo stesso erede al trono, il principe Carlo, ha in più occasioni denigrato la cultura giudeo-cristiana e manifestato la sua ammirazione per l’islam, a suo dire capace di riempire il vuoto spirituale dell’Occidente.

In questo ambiente favorevole, la penetrazione della legge coranica nella società britannica è stata rapida. Negli ultimi anni a Londra dozzine di tribunali islamici hanno emesso migliaia di sentenze su matrimoni, divorzi e eredità. E nonostante la bigamia e la poligamia siano illegali in Gran Bretagna, il governo ha deciso di sostenere economicamente le famiglie poligamiche musulmane a condizione che i vari matrimoni siano avvenuti all’estero, in nazioni che riconoscano come legale la poligamia.

A Huddersfield, nel West Yorkshire, una locale scuola confessionale cristiana ha optato per censurare la celebre fiaba dei “Tre porcellini” per paura di offendere la locale comunità maomettana.

Inoltre, secondo un recente rapporto, in diverse scuole del Regno Unito verrebbero censurati gli studi riguardanti episodi considerati offensivi per la comunità islamica, come il genocidio ebraico e le crociate.

Molti docenti, infatti, avrebbero difficoltà ad imporre lezioni che possano infastidire il sentire degli alunni islamici. A Oxford, i genitori di bambini della Rose Hill Primary School sono furiosi, in quanto hanno ricevuto una lettera su cui c’era scritto che la carne hallal sarebbe stata servita a tutti i bambini e che questa decisione faceva parte di una “politica di integrazione a scuola”.

D’altronde, alzare la voce contro queste situazioni appare alquanto difficile se si pensa che il vescovo di Rochester, Michael Nazir-Ali, ha subito minacce di morte per aver denunciato l’esistenza, in Inghilterra, di “no-go areas” in cui i non musulmani rischiano grosso se provano a entrarvi, mentre un lavoratore cattolico, Joseph Protano, è stato licenziato dal Royal Manchester Children’s Hospital per aver litigato con degli islamici che avevano coperto il crocifisso e la statua della madonna in una sala di preghiera.

Ci si mette pure il Primate anglicano

Infine, come se tutto questo non bastasse, è arrivata come una bomba la dichiarazione dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, secondo cui “pare inevitabile” l’adozione di parti della sharia nel sistema legale britannico.

L’alto prelato della chiesa di Stato inglese, ormai ridotta la lumicino a causa dei paurosi sbandamenti progressisti delle gerarchie (oggi in Inghilterra i cattolici praticanti sono diventati più numerosi degli anglicani praticanti), ha affermato che continuare a insistere sull’applicazione della legge britannica, piuttosto che autorizzare la legge islamica, causerebbe “un certo pericolo” per il paese.

Il fatto che il leader spirituale di una nazione dalla storia illustre sia arrivato al punto di chiedere la liquidazione della propria millenaria eredità culturale è sembrato troppo anche ai cittadini inglesi indottrinati da decenni di “correttezza politica”.

A parte il sostegno di alcuni membri del sinodo vescovile anglicano, la reazione di condanna delle parole di Williams è stata quasi unanime a livello politico, giornalistico e popolare. Da più parti si è chiesta la sua rimozione, e Williams si è detto “sorpreso” e “scioccato” dall’enorme quantità di proteste. Il quotidiano Sun si è così espresso con un editoriale: “È facile denigrare l'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, trattandolo da vecchio idiota. In realtà, egli è una pericolosa minaccia per la nostra nazione”.

In pratica, secondo l’Arcivescovo Williams, in Gran Bretagna le donne immigrate soggette a matrimoni forzati, mutilazioni genitali o violenze domestiche dovrebbero essere affidate al giudizio delle corte islamiche, invece che protette dalla Common Law inglese. Che si ricordi a memoria d’uomo, è la prima volta che una delle massime autorità spirituali dell’Europa propone di abbandonare delle vittime innocenti al loro destino.

Verso un suicidio organizzato

L’estremismo con cui gli inglesi hanno abbracciato l’ideologia multiculturalista è tanto più sorprendente, se si pensa che solo vent’anni fa il Regno Unito era la patria del conservatorismo thatcheriano. Questo radicale capovolgimento però non è stato solo ideologico, ma anche psicologico.

Nella loro storia gli inglesi non si sono mai fatti sottomettere da nessuno: basti ricordare l’ammirevole eroismo cui diedero prova durante la seconda guerra mondiale. Oggi invece sembrano non avere altro desiderio che quello di arrendersi ai nuovi arrivati islamici. La nazione che ha resistito a Napoleone e Hitler si è fatta sconfiggere dal multiculturalismo.

Cento anni fa la Gran Bretagna era l’unica superpotenza mondiale. Oggi sta scomparendo perfino la sua cultura. Questa è la prima volta nella storia, ha rilevato il London Observer, che una popolazione indigena maggioritaria si è volontariamente ridotta in minoranza in assenza di guerra, carestie o epidemie.

Una cosa è certa: l’esperimento multiculturalista pianificato dalle elite inglesi finirà molto tragicamente, come tutte le utopie fallimentari del passato.

Guglielmo Piombini

(Radici Cristiane, n. 33, aprile 2008)


Cento: "Bassolino se ne vada"

Paolo Cento, esponente storico dei Verdi, sottosegretario all’Economia e oggi candidato al Senato in Emilia-Romagna per la Sinistra Arcobaleno, riporta l’attenzione nell’intervista concessa all’Opinione sullo scandalo dei rifiuti napoletani. E chiede ai suoi compagni di partito di abbandonare la giunta Bassolino per andare così alle elezioni anticipate in Campania. “Un errore non averlo deciso prima” dice.

Rallenti, Cento. Intanto partiamo dalla fine del governo Prodi. Chi ci rimette di più in termini di immagine, e quindi di consenso, tra il Pd di Veltroni e la Sinistra Arcobaleno di Bertinotti?
La caduta del governo Prodi chiude la stagione delle alleanze a sinistra così come le abbiamo viste negli ultimi quindici anni. Non so chi ci rimette o chi ci guadagna: so che si chiude un’epoca. So inoltre che Prodi cade per un eccesso di frammentazione politica e per l’accelerazione della leadership veltroniana verso l’autosufficienza del Pd. La Sinistra Arcobaleno deve rivendicare come un fatto positivo la riconquista dell’autonomia politica, programmatica, culturale e ideale. Ovviamente autonomia non significa autosufficienza.

Se Berlusconi vince le elezioni con un largo margine, come imposterete il rapporto col Pd?
Intanto gli accordi si fanno prima delle elezioni e non dopo. Il nostro programma ci porterà a fare una opposizione radicale al centrodestra. Certo, il Pd dopo il 14 aprile si troverà di fronte a un bivio. Verificata la sua non autosufficienza, dovrà capire dove guardare per preparare una alternativa credibile al centrodestra. Se dovesse nascere un governo di larghe intese, nei fatti e al di là della formula individuata, sulle scelte economiche e di riforma costituzionale il nostro compito consisterà in una opposizione molto forte a quella che rappresenterebbe una degenerazione della democrazia.

A quel punto, però, rischierebbe di cadere l’opzione sindacalista: non si potranno più portare i milioni di persone in piazza, per intenderci…
L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di partecipazione, di democrazia deliberante come la chiama il professor Zamagni. Quella, cioè, capace di affrontare i conflitti. Io stesso, se sarò eletto, presenterò una proposta di legge che vada in questa direzione prendendo a modello lo statuto della Regione Emilia-Romagna, dove si possono trovare alcuni articoli interessanti, anche se non applicati. Tuttavia certe battaglie si possono condurre anche fuori dalle sedi istituzionali.

La campagna elettorale di Veltroni si può definire di sinistra?
No, la sua è una campagna elettorale americana. Il suo progetto è quello di cancellare l’autonomia della sinistra e mettere all’interno del Pd un certo radicalismo innovativo senza prescindere, però, da un timone rigorosamente ancorato al centro moderato, che guarda alle classi dirigenti forti, a Confindustria, alle imprese.

Quanto si è indebolito l’ecologismo dopo lo scandalo dei rifiuti napoletani?
Io credo che dalla crisi della Campania l’ecologismo dovrebbe uscirne rafforzato. I rifiuti per le strade sono la dimostrazione che quando manca una risposta ecologista, il sistema va in tilt. La colpa è di chi non ha voluto fare la raccolta differenziata. In Campania si parla sempre e soltanto di inceneritori. Almeno seguiamo l’esempio dell’Emilia-Romagna, dove grazie alla presenza dei Verdi nei governi locali e regionali si è fatto qualche termovalorizzatore ma solo perché si è portata la raccolta differenziata a livelli superiori al 30-35 per cento.

E chi non ha voluto fare la raccolta differenziata?
Chi non ha voluto una gestione trasparente del problema. L’errore dei Verdi è stato quello di non essere usciti dalla giunta Bassolino nei mesi scorsi, quando lo scandalo cominciava a farsi evidente. Dobbiamo lasciare Bassolino e andare a elezioni anticipate in Campania. Non dimentichiamo che il presidente della Regione è un esponente di quel Pd che parla di ambientalismo del fare, che poi si trasforma in un fallimento clamoroso.

Quanto l’antiberlusconismo resta determinante per la sinistra radicale?
A me sembra più determinante per il Pd. Quando Veltroni richiama al voto utile per battere Berlusconi, fa leva sull’antiberlusconismo senza dichiararlo. La Sinistra Arcobaleno è contro il berlusconismo perché la ritiene una malattia grave che attraversa la politica in modo trasversale.

Voto disgiunto: sì o no?
Nelle Regioni come l’Emilia-Romagna, dove il Pd prende la maggioranza dei seggi, ogni seggio conquistato dalla Sinistra Arcobaleno è tolto al centrodestra. Se si parla di voto utile, non c’è dubbio che l’unico voto utile sarebbe quello a una Sinistra Arcobaleno che arrivi al 12 per cento al Senato. Ma noi chiediamo il voto al Senato agli incerti oltre che agli stessi elettori del Pd anche per una ragione politica: in Emilia-Romagna la nostra lista è guidata dalla Borsellino.

Bertinotti ha dichiarato che vedrebbe di buon grado l’occupazione delle case sfitte. Non è una battaglia di retroguardia?
E’ una battaglia di necessità. Nelle grandi città, dove è acuta la crisi sociale, di fronte a interi palazzi abbandonati a se stessi dalla speculazione immobiliare, pubblica o privata, l’occupazione è un rimedio estremo provocato da un bisogno gravissimo: quello di un tetto.

Graziano Girotti
(L'Opinione, 2 aprile 2008)