26 settembre 2007

Il catasto ai Comuni? Una stangata fiscale. Ma nessuno lo dice

Sui giornaloni non se ne parla. Ovvio, sono tutti schierati per il professore dai grandi occhiali e i suoi tirapiedi. Sui quotidiani berlusconiani o di area, idem. Ma in quel caso incide l’ignoranza su certi temi tecnici mista a colpevole disattenzione. In ogni caso, potremmo essere alla vigilia di una stangata fiscale dalle proporzioni epiche.

Entro il 3 ottobre ogni Comune deve deliberare l’adesione al nuovo catasto. E nuovo catasto significa che la sua gestione non sarà più nelle mani dello Stato, come è stato fino ad ora, ma appunto rientra tra le competenze delle amministrazioni comunali. Un cambiamento che se ne porta dietro un altro. Dal momento del passaggio in poi l’immobile verrà considerato a fini fiscali non in base al reddito che genera, come accade peraltro in tutti i paesi civili e autenticamente liberali, bensì in considerazione del suo valore patrimoniale.

La conseguenza è molto semplice e allo stesso tempo drammatica. Visto che l’Ici, e cioè l’imposta comunale sugli immobili, viene calcolata sul valore catastale del bene; e visto che questo valore, con le nuove norme, è destinato a spiccare il volo, ecco che le associazioni dei proprietari sono imbufalite. In particolare, quella principale – la Confedilizia -, prevede un incremento dell’imposta di tre volte. Sì, l’Ici rischia di triplicare.

Perché tutto questo? Lo Stato sta riducendo sempre di più i finanziamenti alla periferia e dunque ecco trovato lo stratagemma. Si permette ai Comuni di fungere da controllori e controllati: oltre a decidere l’aliquota dell’Ici, come è già nei loro poteri, d’ora in poi si sceglieranno pure gli estimi catastali sui quali l’aliquota incide. Insomma, faranno tutto loro. A qualcuno interessa?

Di seguito riporto il testo di una intervista con la presidente della Confedilia Emilia Romagna, Elisabetta Brunelli Monzani, che ho curato per il quotidiano L’Opinione di una settimana fa. Nel servizio ci si riferisce a Bologna. Ma il discorso vale per tutte le città e i paesi.

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E' molto probabile che il prossimo 3 ottobre i proprietari immobiliari bolognesi non lo dimenticheranno tanto presto. Anzi, non lo dimenticheranno più. Entro quella data, infatti, la giunta Cofferati dovrà adottare il nuovo catasto. E i dolori che si preannunciano saranno lancinanti per tutti. “Si tratta di un catasto-truffa contro il quale ricorreremo al Tar”. Va giù dura la battagliera presidente della Confedilizia Emilia-Romagna, Elisabetta Brunelli Monzani, avvocato di professione e consigliera comunale di opposizione nelle file de “La tua Bologna”.

Si spieghi, Brunelli Monzani.
“Semplice. Il nuovo catasto patrimoniale ha come unico obiettivo quello di fare cassa, il cui peggior difetto è il calcolo dei redditi ottenuto applicando surrettiziamente valori patrimoniali ai saggi di fruttuosità fissati convenzionalmente a livello centrale. Si prevede la messa a regime di un censimento del valore delle case anziché dei normali canoni di locazione ritraibili da un immobile in un regolare libero mercato”.

Tradotto per il volgo?
“Succederà che l'Ici si troverà ad avere una nuova base imponibile triplicata rispetto all'attuale e la medesima operazione avverrebbe per tutte le altre imposte (registro, eccetera) commisurate al valore catastale degli immobili. Per le imposte sui redditi, invece, i valori censiti verrebbero tradotti in redditi che non avrebbero alcuna aderenza alla realtà”.

E la truffa?
“Questa operazione disincentiverà la grande maggioranza dei proprietari ad investire nel settore e aumenteranno i canoni di locazione. Le conseguenze sarebbero disastrose, foriere di tassazioni vertiginose per il Comune di Bologna che diverrebbe paradossalmente controllato e controllore di se stesso. Per questo motivo la Confedilizia promuoverà ricorso al Tar”.

Proposte alternative?
“Oggi non mancano di certo gli alloggi di edilizia economica e popolare il cui numero sarebbe più che sufficiente solo che fosse ben governato. Al contrario, oltre il 50% di questi immobili è complessivamente occupato da abusivi, senza titolo e morosi. Fino al momento in cui il metodo sarà quello di tassare il valore degli immobili (addirittura ora pensando alla costituzione del catasto patrimoniale) e non per quello che effettivamente rendono, saranno vani gli sforzi di creare un vero mercato dell'affitto a prezzi per chiunque accessibili”.

Quindi?
“La vera rivoluzione da percorrere nell'interesse di tutti i cittadini sarebbe quella di costituire un catasto probatorio, che associ le finalità fiscali con quelle di assicurare la certezza dei rapporti giuridici e dei diritti del Servizio Pubblicità Immobiliare. Inoltre, e soprattutto, bisognerebbe distribuire, a chi ne ha davvero bisogno, buoni affitto spendibili sul libero mercato affiancandoli con un effettivo sostegno ai contratti agevolati nonché ai contratti transitori e per studenti universitari. Insomma, bisogna cambiare metodo”.

18 settembre 2007

Grillo lavora per Berlusconi

Tanto rumore per nulla. Alla fine l’antipolitica di Grillo scopre che deve fare politica per tentare di dare corso alle promesse fatte di fronte a decine di migliaia di persone incavolate nere. Del resto, non c’erano alternative. Se vuoi cambiare le cose o imbracci le armi ed entri in clandestinità, oppure ti metti a competere con chi sul mercato del consenso c’è già puntando a rubargliene un po’. Ma se scegli la seconda strada, allora non fai che legittimare i vecchi partiti che solo qualche giorno prima avevi descritto come ricettacoli di ogni male.

Insomma, sbatti il muso contro una contraddizione grande come una casa. Mandandoti a quel paese da solo. La parabola del comico genovese somiglia molto da vicino a quella seguita dal pubblico ministero Antonio Di Pietro, anch’egli salutato come moralizzatore del costume politico di casa nostra e dal quale si attendevano rivoluzioni palingenetiche al momento dell’abbandono della toga. Poi cosa è successo? Chiusa la porta al centrodestra, Tonino ha accettato la candidatura al Mugello dei Ds per arrivare a fondare una sua formazione politica. E oggi fa il ministro di un governo contro il quale si indirizzano gli strali dello stesso Grillo. Per di più occupandosi di infrastrutture delle quali dimostra di capirne il giusto.

Insomma, la decisione di fondare liste civiche nei paesi e nelle città con il bollino del V-Day per garantirne la rintracciabilità (manco fosse una fiorentina da fare alla griglia), acquieta l’onda di protesta e la riconduce a una dimensione molto meno alternativa di quando era esplosa. Aprendo un’autostrada a Berlusconi e al centrodestra. Sì, perché se Grillo può pescare soprattutto a sinistra, anche a causa di un governo che è il vero responsabile della rabbia della gente comune, chi se non Silvio incarna e fa da catalizzatore per chi vuole il cambiamento?

Ed ecco che rispunta la Brambilla con i suoi Circoli della Libertà, a proposito dei quali il leader del centrodestra si è affrettato a dire che non si trasformeranno mai in un partito. O meglio, non lo diventeranno a breve. Lo ha detto un po’ per tranquillizzare i feudatari che hanno in mano Forza Italia (che comunque continua a controllare un bel 30 per cento dei voti) e un po’ perché ci crede sul serio, dimostrandosi in questo migliore stratega del Grillo populista.

Se vuoi renderti credibile agli occhi di chi considera la politica tutta marcia, non devi diventare un partito e non lo devi neppure sembrare. E con questo è servito anche Giampaolo Pansa, che da elettore di sinistra si chiede cosa aspetti Silvio a mettere le mani sull’antipolitica. Lo sta già facendo. Altrimenti perché Bondi e compagnia sarebbero stati colti da profonde crisi di identità?

Graziano Girotti
(L'opinione, 18 settembre 2007)

15 settembre 2007

Altro che pauperismo, l'economia di mercato nasce francescana

Murray N. Rothbard Integrando l'economia austriaca misesiana, la filosofia giusnaturalista tomista e lockiana e l'anarchismo politico degli individualisti americani dell'Ottocento, Murray N. Rothbard (1926-1995) ha costruito un grandioso sistema teorico, al quale deve la fama di massimo pensatore libertarian del Novecento. Meno approfondito però è stato un altro aspetto del suo pensiero, i cui semi erano già presenti fin dall'inizio della sua storia intellettuale ma che è giunto a maturazione solo negli ultimi anni della sua vita: l'apprezzamento per il Cristianesimo e in particolare per la cultura cattolica. Rothbard, ebreo e agnostico, pur senza battezzarsi o convertirsi arrivò al termine del suo percorso intellettuale a considerarsi "un ardente sostenitore del Cristianesimo" e ad aderire ad una visione culturale latu sensu cattolica.

Il Medio Evo, culla della moderna economia

Nel primo volume della sua monumentale storia del pensiero economico (Economic Thought Before Adam Smith), uscita postuma nel 1995, Rothbard rivaluta il Medioevo cattolico come un periodo ricco e creativo della storia europea, soprattutto grazie al fatto che quell'ingombrante istituzione che è lo Stato moderno non aveva ancora avuto modo di crescere e svilupparsi. Sulla base di alcuni studi revisionisti di Joseph Schumpeter e di altri meno noti economisti, Rothbard sviluppa una concezione della storia del pensiero economico opposta a quella ortodossa. Nel tipico manuale di storia del pensiero economico, infatti, i filosofi scolastici vengono trattati bruscamente come retrogradi pensatori legati alla mentalità medievale; dopo aver menzionato i mercantilisti e i fisiocrati, i "testi canonici" d'economia passano direttamente ai celebrati "fondatori" della scienza economica, Adam Smith (1723-90) e David Ricardo (1772-1823).

Per Rothbard invece la teoria e la pratica del libero mercato sono germogliate, ben prima di Adam Smith, nel mondo cattolico e non in quello protestante. Lungi dall'essere dei mistici che non capivano nulla d'economia, per Rothbard i filosofi scolastici erano degli economisti di notevole valore, che anticiparono alcune acquisizioni teoriche fondamentali come la concezione soggettiva del valore, arrivando quasi a delineare il concetto di "utilità marginale". Alberto Magno (1193-1280) e il suo grande allievo San Tommaso d'Aquino (1225-1274), così come gli scolastici successivi, pensavano infatti che il giusto prezzo di un bene non dipendesse da qualche sua qualità intrinseca, ma fosse quello determinato dalla communis opinio o dalla commune estimatione, cioè dal mercato.

L'ammirazione di Rothbard va in particolare a due francescani: al provenzale Pietro Giovanni Olivi (1248-1298), il vero scopritore della teoria soggettiva del valore; e a San Bernardino di Siena (1380-1444), il quale, oltre a fornire una magistrale analisi delle virtù e della funzione dell'imprenditore, riportò in auge, dopo circa due secoli, la teoria soggettiva del valore sviluppata da Olivi. Rothbard elogia poi i tardoscolastici della Scuola di Salamanca del sedicesimo secolo per la loro brillante difesa della proprietà privata, per le acute analisi dei fenomeni di mercato e monetari, per la dura critica dell'intervento del governo nell'economia.

L'allontanamento di Smith e Ricardo

Al contrario, Smith e Ricardo si allontanarono dalle acquisizioni teoriche soggettiviste degli scolastici per adottare un concetto oggettivo del valore, come la teoria del valore-lavoro, che portò la scienza economica su una strada completamente sbagliata per più di un secolo, fino a quando Carl Menger e i marginalisti austriaci di fine Ottocento la rimetteranno sulla giusta carreggiata. L'erronea teoria inglese del valore-lavoro, secondo cui il valore dei beni è determinato dal lavoro in essi incorporato, ha prodotto per Rothbard numerose conseguenze negative, spianando la strada alle teorie socialiste di Karl Marx e ad altre forme di interventismo statale. Non è un caso, nota Rothbard, che nel diciottesimo e diciannovesimo secolo i più convinti fautori del liberismo economico non fossero inglesi protestanti, ma francesi influenzati dal cattolicesimo come Richard Cantillon, François Quesnay e i fisiocrati, Etienne de Condillac, Jacques Turgot, Jean-Baptiste Say, Charles Comte, Charles Dunoyer, Augustine Thierry, Frèdéric Bastiat, Gustave de Molinari.


L'alleanza tra protestanti e assolutisti

Purtroppo nel sedicesimo secolo la grande tradizione scolastica era entrata in declino, a causa del contemporaneo attacco proveniente da due campi differenti ma oggettivamente alleati: i riformatori protestanti da un lato e gli apologeti dell'assolutismo dall'altro. Alla radice della religione cattolica, spiega Rothbard, vi è infatti la convinzione che Dio possa essere percepito non solo mediante la fede, ma attraverso tutte le facoltà dell'uomo, compresi i sensi e la ragione. Il protestantesimo, specialmente quello calvinista, pone invece Dio completamente fuori dalla portata delle facoltà umane. Per i protestanti l'uomo è troppo corrotto perché possa fidarsi della sua ragione o dei suoi sensi nella ricerca delle leggi naturali, e deve pertanto affidarsi alla rivelazione e all'arbitraria volontà di Dio. In questo modo, dice Rothbard, i protestanti non avevano a disposizione nessuno standard di norme etiche per valutare e criticare l'azione dei governanti, e per questo motivo fornirono poca difesa contro la marea montante dell'assolutismo statale moderno.

Se il protestantesimo aprì la strada allo Stato assoluto, i teorici secolaristi del Cinque-Seicento si impegnarono esplicitamente in sua difesa, con l'obiettivo di svincolare la vita politica da tutti quegli impacci morali che impedivano all'azione dello Stato di svolgersi liberamente. Senza più la critica giusnaturalista dello Stato, i nuovi teorici laici come Jean Bodin abbracciarono la legge positiva dello Stato come l'unico criterio politico ammissibile. Rothbard paragona quindi i protestanti antiscolastici che esaltarono la volontà arbitraria di Dio come unico fondamento dell'etica ai teorici dell'assolutismo che, allo stesso modo, elevarono l'arbitraria volontà del governante allo status di incontestabile e assoluta "sovranità".

La critica dei gesuiti

Rothbard ricorda che furono i gesuiti i primi a notare questo stretto collegamento tra i leader protestanti come Lutero e gli amorali teorici della politica come Machiavelli: i due veri e propri padri fondatori del moderno Stato secolarizzato. Entrambi, rifiutando per differenti ragioni la legge naturale elaborata dalla scolastica cattolica come base morale della politica, si sbarazzarono degli unici criteri sviluppati nei secoli per valutare e condannare le azioni dei governanti. Non il papato, ma lo Stato rappresentava per Lutero lo strumento di Dio, e pertanto i sudditi gli dovevano la più assoluta obbedienza. Per Machiavelli invece occorreva abbandonare ogni tentativo di giudicare la politica o il governo sul metro dell'etica cristiana, dato che quest'ultima andava subordinata all'imperativo supremo del mantenimento e dell'espansione dello Stato. Per questo motivo si è parlato di una "inconsapevole collaborazione" di Machiavelli e Lutero per l'emancipazione dello Stato, che darà modo a Thomas Hobbes di formulare un sistema politico che è insieme perfettamente machiavellico e perfettamente protestante.

Il luogo comune del Calvinismo come “motore economico”

Rothbard ritiene inoltre che la famosa tesi di Max Weber, che attribuisce la nascita del capitalismo al concetto calvinista di "chiamata", malgrado le sue fruttuose intuizioni debba essere respinta. Il capitalismo moderno, infatti, non inizia con la rivoluzione industriale del diciottesimo e diciannovesimo secolo, ma nel Medioevo e in particolare nei comuni cattolici dell'Italia centro-settentrionale, come dimostrato dal fatto che qui vennero inventate le nuove tecniche finanziarie e commerciali quali la banca e l'impresa, la lettera di cambio, la ragioneria, la partita doppia: novità che i teologi scolastici cercarono via via di comprendere e giustificare.

Rothbard ricorda che la prima classica formula pro-capitalista, "In nome di Dio e del profitto", si ritrova in un libro contabile fiorentino del 1253, e che ancora nel Cinquecento la cattolica città di Anversa era il maggior centro commerciale e finanziario.

Inoltre il più importante banchiere e finanziere dell'epoca era Jacob Fugger, un buon cattolico della Germania del sud; egli lavorò per tutta la vita, rifiutò di ritirarsi e annunciò che avrebbe continuato a far denaro fino a quando avesse potuto: un primo esempio, osserva Rothbard, di weberiana "etica protestante" in un solido cattolico! Per Rothbard, Weber avrebbe dovuto invertire i rapporti causali: fu lo sviluppo del capitalismo che portò il calvinismo ad accomodarsi ad esso, piuttosto che il contrario; ne è prova il fatto che solo il tardo calvinismo, specificamente puritano, sviluppò la versione weberiana della "vocazione" e dell'ascesi mondana.

Una conferma dagli studi recenti

Questa tesi di Rothbard sul ruolo avuto dalla scolastica medievale nella preparazione dello spirito capitalistico ha trovato conferma negli studi recenti di Michael Novak e di Rodney Stark. Ma va ricordato che anche il noto sociologo tedesco Werner Sombart era giunto alla medesima conclusione. In un suo libro del 1913, Il borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico, sviluppò queste illuminanti considerazioni:

"Qualunque sia la causa che ha condotto spontaneamente alla elaborazione di un razionalismo economico, non si potrà porre in dubbio che esso abbia trovato un potente appoggio nel dogma della Chiesa, che tendeva a realizzare nel complesso dell'esistenza umana quanto il capitalismo doveva attuare nella vita economica. San Tommaso sapeva che chi vive in castità e con moderazione soccombe più difficilmente al peccato di sperperare, e si rivela anche in altri modi migliore amministratore. Ma oltre alla prodigalità, la morale cristiana combatte anche altri nemici della concezione borghese della vita. Soprattutto l'ozio, che anche per lei è "il principio di ogni vizio". Accanto all'industriosità e alla parsimonia gli scolastici insegnarono anche una terza virtù borghese: il decoro, l'onestà o onorabilità. Io credo che dobbiamo all'opera educativa della Chiesa una considerevole quantità di quell'elemento che, sotto la forma della solidità commerciale, è parte tanto importante dello spirito capitalistico. Quando si leggano con attenzione gli scritti degli scolastici, soprattutto quell'opera meravigliosa del grandissimo Tommaso d'Aquino, che nella sua monumentalità fu raggiunta soltanto dalle creazioni di Dante e di Michelangelo, si riceve l'impressione che essi ebbero a cuore, più di questa educazione della borghesia all'onorabilità, un'altra opera educativa: quella che tendeva a fare dei loro contemporanei uomini retti, coraggiosi, intelligenti ed energici. Nulla condannano con maggior veemenza della fiacchezza spirituale e morale. Un concorso a premi che ponesse la domanda: "Come posso fare del signore impulsivo e gaudente da una parte e dall'operaio ottuso e fiacco dall'altra, un imprenditore capitalistico?" non avrebbe potuto trovare una risposta migliore di quella già contenuta nella morale dei tomisti. Le opinioni qui espresse sono nettamente opposte a quelle prevalenti sulla posizione della dottrina ecclesiastica rispetto alle esigenze del sorgente capitalismo".

A dispetto di ogni concezione materialistica della storia, queste ricerche sembrano dimostrare che le istituzioni capitalistiche (diritti di proprietà, contratti, imprese, libertà individuale, governo limitato) che hanno fatto grande la civiltà occidentale sono emerse spontaneamente dal basso quando sul piano della cultura si sono diffusi e affermati determinati precetti morali, come la responsabilità individuale, lo sforzo e l'impegno personale, l'affidabilità, la fedeltà, l'onestà, la prudenza, la lungimiranza, l'autodisciplina morale: in sintesi, i valori della tradizione morale giudaico-cristiana elogiati da Murray N. Rothbard.

Guglielmo Piombini

(Pepe, n. 21/2007)

06 settembre 2007

Fi e Idv dicono no ai terroristi in Parlamento

Per una volta le puntuali polemiche scoppiate a ridosso del 2 agosto, a Bologna, non resteranno lettera morta. Era stato lo stesso presidente dell’associazione dei famigliari della strage della stazione, Paolo Bolognesi, a levare alta la voce durante la cerimonia di commemorazione: “Basta con deputati e senatori che nel loro passato sono stati coinvolti in atti di terrorismo” aveva ammonito sotto la canicola estiva. Forza Italia si è così mossa in Regione mettendo a punto una mozione che sta per essere presentata all’Assemblea Legislativa di viale Aldo Moro. Ma il messaggio politico importante è che sarà un documento condiviso anche da un partito della maggioranza visto che porta la firma dell’esponente dell’Italia dei Valori, Paolo Nanni. La Regione Emilia-Romagna si impegna a manifestare alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica il suo totale disaccordo in merito alla presenza in Parlamento di persone su cui gravano sentenze passate in giudicato per fatti di terrorismo. E chiede alle Camere di inserire tra le cause di ineleggibilità anche la condanna definitiva per fatti di terrorismo”. E’ questo il testo che i due consiglieri regionali stanno per mettere ai voti dei loro colleghi del parlamentino locale.

“Dopo dibattiti e polemiche che hanno tenuto banco a lungo sui media nelle settimane scorse – spiega Salomoni – non possiamo permetterci che tutto venga confinato nel dimenticatoio. E’ intollerabile che a rappresentare il popolo italiano siano stati eletti personaggi che in passato si sono distinti per attività di sovversione delle istituzioni democratiche. Oltre a dar vita a una tragica contraddizione (chi si poneva l’obiettivo di distruggere lo Stato con la violenza, oggi se ne fa interprete), essi sono un insulto a quelle stesse istituzioni democratiche. E’ nostro dovere far sentire l’indignazione di una vastissima parte di cittadini italiani”.

“Una indignazione – continua l’azzurro – che cresce in modo esponenziale quando si pensi alle vittime del terrorismo di destra e di sinistra, ai loro familiari, in sostanza a chi ha vissuto sulla propria pelle, direttamente o indirettamente, la follia omicida di rivoluzionari di professione. Ogniqualvolta qualcuno di questi si guadagna l’attenzione di quotidiani e televisioni è una ulteriore pugnalata alle spalle di chi in passato ha sofferto e sta ancora soffrendo. Impedire che questi e altri personaggi possano rappresentare il popolo italiano nelle sue istituzioni, è un dovere morale al quale non ci sentiamo di sottrarci”.

Graziano Girotti
L'opinione, 4 settembre 2007

03 settembre 2007

Il cuore di tenebra del Partito Democratico

L’articolo che vi riportiamo integralmente qui di seguito è stato pubblicato sul numero di agosto de “Il Punto”. Si tratta del giornaletto ufficiale dei Democratici di Sinistra di Pianoro, ricco paese dell’hinterland bolognese del quale vi abbiamo già parlato altre volte.

Alcuni dei nostri lettori ricorderanno che il reddito pro-capite dei residenti nel comune di Pianoro, così come il fatturato medio delle aziende locali, sono tra i più alti d’Italia. Del resto, basti pensare che a Pianoro ha collocato la sua lussuosa residenza – tra gli altri imprenditori di spicco – anche Luca di Montezemolo.
Tuttavia, fin dal dopoguerra, la popolazione pianorese ha sempre votato a stragrande maggioranza prima per il Pci e poi per il maggior partito postcomunista. Ci sembra dunque che quel che si dice da queste parti, in questo periodo di fermento per la sinistra italiana, possa essere interessante per tutta la Nazione.

Ora, il “Punto” non circola soltanto negli ambienti del partito e alle Feste dell'Unità, ma viene generosamente recapitato per posta (non sappiamo a spese di chi) a tutti i cittadini pianoresi e delle frazioni vicine, senza alcuna eccezione.
L’articolo che vi abbiamo ricopiato – e vedrete che ne è valsa la pena – è opera di un tale “prof. Giuseppe Ugolini”, del quale sappiamo ben poco, e tantomeno dove insegni, anche se da qualche tempo ci stiamo informando per evitare rischi ai nostri figli in età scolare.
Siamo tuttavia sicuri del fatto che il nostro ricopre un ruolo di rilievo nei Ds pianoresi, e nutre altresì una sconfinata considerazione per il proprio ruolo. Una stima chiaramente ricambiata dai compagni della locale Federazione, che gli riportano il titolo di “professore” ogni volta che lo citano, inserendolo persino nella firma dei suoi numerosi articoli.

Non vi è infatti numero della rivista in questione che non pubblichi una “perla” dell’Ugolini, a mo’ di editoriale sui temi della politica nazionale, senza anteporvi alcun distinguo né presa di distanza. Anzi, in passato abbiamo notato che quando alcuni lettori hanno scritto alla redazione de “Il Punto” per lamentarsi dei toni troppo accesi, è stato lo stesso ineffabile Ugolini a rispondere per reprimere pubblicamente le critiche.
Insomma, il “professore” non è un outsider tra i Ds pianoresi, bensì un intellettuale da essi molto apprezzato, che sulla rivista del partito tratta sempre degli stessi argomenti, usando invariabilmente lo stile - diciamo così - appassionato, che potrete gustarvi nell’articolo che segue.

Abbiamo deciso di proporvelo, perché stavolta ci sembra che il professore abbia toccato temi di grande attualità nazionale, visto che su quel numero de “il Punto” era riportata in copertina una bella foto di Walter Veltroni, e un articolo di fondo a sostegno della sua candidatura alla presidenza del PD.
D’accordo, non si dovrebbe fare eco a certi articoli, dal momento che quando qualcuno si scaglia contro “il peso morto di un cadaverone che non vuol essere seppellito” (che nella fattispecie, come quasi sempre accade nei testi dell’Ugolini, sarebbe quello della Chiesa Cattolica e delle “cornacchie” vaticane) lancia dei messaggi in codice che non poche teste calde potrebbero raccogliere.

Tuttavia, per una volta correremo il rischio, in quanto ci sembra comunque bello ed istruttivo sapere che cosa realmente pensi la “base” ex diessina del nascente Partito Democratico, soprattutto nei confronti dei “fetidi opportunisti” e degli “ottusi antiumani” (così recita la prosa ugolinana) che provengono dalla Margherita o dalla sinistra cattolica.
Ma a parte questo, dobbiamo confessare che nei contenuti e nello stile dell’Ugolini c’è qualcosa che ci avvince e ci costringe a leggerlo e rileggerlo compulsivamente, come non ci capitava da tempo per nessun altro autore (con un’unica eccezione, lo ammettiamo, per l’immortale lettera dettata dal principe de Curtis nel film “Totò, Peppino e la malafemmina”, della quale abbiamo consumato la videocassetta).

Insomma, l’Ugolini è un po’ come una droga oppiacea, che all’inizio fa vomitare, ma poi rende schiavi dell’euforia artificiale che induce. Siate dunque avvertiti, in quanto ci esoneriamo da ogni responsabilità.
Pertanto, augurandovi di non cadere nella nostra stessa dipendenza, ecco che vi proponiamo l’ultima perla del “professore” in versione assolutamente integrale, compresi i congiuntivi sbagliati, gli errori di sintassi, e il leniniano disprezzo delle iniziali minuscole per il nome dei nemici.
Per il futuro però non chiedetecene ancora, perché lo vogliamo tutto per noi.

Il cadaverone
del prof. Giuseppe Ugolini

Si è detto che circola l’ipotesi che l’esasperazione del vaticano nel combattere pacs e dico non si giustifichi solo con l’opposizione delle cornacchie ad una qualsiasi forza di garanzia e legittimazione ai nuovi tipi di convivenza, ma che sotterraneamente, subdolamente l’aggressione ai principi laici e allo stato venga esercitata strumentalmente contro un obiettivo che preoccupi assai di più la corte vaticana: il costruendo partito democratico.
Se così fosse veramente, se ne potrebbe ricavare una stupenda prova che realizzare il partito democratico sia la miglior cosa del mondo.
Gli emersi dalle catacombe hanno sempre conservato in cuor loro la paura d’esservi ricacciati con l’avanzare della società laicizzata, con l’espandersi delle idee di liberazione dalla soggezione alle paure instillate dalle religioni e dal servaggio padronale. La scomposizione di quello che era stato a lungo l’unico partito ufficiale e benedetto dei cattolici non solo non ha indebolito la presa delle ventose clericali sulla società italiana, ma anzi ha fornito loro più chances col poter sviluppare una strategia dotata di più pedine da muovere a seconda delle condizioni politiche.
Il partito democratico, qualora non si paralizzasse da solo per tiri alla fune interni, qualora predominasse quantitativamente nella gestione democratica l’ala ex DS, potrebbe indebolire ai tentacoli clericali la presa sull’area della sinistra.
Tuto ciò che va politicamente di traverso alla chiesa non può essere che propizio allo sviluppo di una più sicura democrazia e al liberarsi da un peso morto gigantesco che inchioda il costume sociale, la mentalità, la scuola e la formazione dei giovani, nonché la ricerca scientifica in Italia; peso morto di un cadaverone che non vuole essere seppellito che contribuisce enormemente a mantenerci tra i paesi che arrancano e a riconfermarci agli occhi di altri popoli occidentali come sciocchi moralisti sentimentali senza una vera solida eticità individuale e sociale.
Del resto, l’alleanza prontamente rinnovata tra chiesa e destra fascistoide rafforza la tesi che l’accanimento sul tema “famiglia” non sia altro che un pretesto per entrambi col porsi a protezione di un istituto che nessuno si è mai sognato di boicottare. Ci stupiremo ancora di tale alleanza e del machiavellismo luciferino dei clerico-fascisti? E hanno l’impudenza di chiamarsi “santa sede!”.
Tuttavia io stesso faccio molta fatica a credere che l’opportunità della sinistra aumenteranno con l’accasarsi con politici cattolici rispetto ai quali mi pare che non si possa che oscillare tra il crederli dei fetidi opportunisti che sfruttano la religione e il sostegno delle parrocchie e il giudicarli “in buona fede” ottusamente aggrappati a principi ideali astratti, contro natura e antiumani.
In ogni caso, un siluro è già partito e ha già colpito aprendo la falla dell’ennesima scissione della sinistra. E’ evidente che l’allontanamento della minoranza DS dal progetto del PD è avvenuto per la convinzione di non poter realizzare alcun obiettivo socialista assieme a politici che al mattino passano a far colazione con ostia e brioche al bar del vaticano. […] (anche i puntini tra parentesi quadre, per segnalare l’omissis, sono nel testo originale. Sospettiamo infatti che ce ne fossero anche per Walter. Chissà cosa ci siamo persi. Ndr).
Credo che non si possa far altro che stare a vedere per un po’ anche se rimanere in posizione passiva a prendere atto soltanto degli orientamenti dei capi è esiziale specialmente per un partito di sinistra, progressista.
I militanti DS (viventi o zombi) mi pare siano diventati una delle tante sponde di gomma contro cui finiscono e rimbalzano per traiettorie sempre più oblique le biglie delle forze che veramente contano.
Come mai, anche questa volta ciò che è stato proposto dai vertici riguardo la costituzione del partito democratico ha ricevuto regolarmente, prevedibilmente, il solito automatico, scontato, abitudinario sostegno della maggioranza dei delegati? Dubito che se i vertici avessero proposto il contrario, sarebbero stati confortati dalla maggioranza degli stessi individui. Meditate! Meditate! Ma prima uscite dal torpore letargico!
Comunque, visto che la frittata è stata fatta, chi non aderirà al partito democratico dovrebbe partecipare ugualmente alle primarie per la scelta del leader al fine di far prevalere un candidato proveniente dai DS: si impari ad agire politicamente su più fronti e non per pedissequo accodarsi o sentimentalismo identitario imbecille.

20 luglio 2007

Veltroni copione: "Abbassare le tasse"

Veltroni è un paradosso. Per questo è il miglior segretario possibile di un partito paradossale, quello democratico, dove si vorrebbe infilare tutto e il suo contrario, qualcosa di destra e qualcosa di sinistra. Debuttando a Bologna, giovedì sera, di fronte all’establishment diessino emiliano-romagnolo al gran completo in veste di candidato a guidare il Pd, il sindaco di Roma ha infarcito il suo intervento di una parola sola: “innovazione”.

L’ha ripetuta mille volte, quasi a convincere più se stesso che coloro che lo stavano ad ascoltare. Ma ogni volta che la pronunciava, quella benedetta parola, subito dopo si tradiva e la smentiva nel modo più clamoroso. Così clamoroso che sembrava di assistere a uno di quei film di Alberto Sordi dove il protagonista è il simpatico furbone che, tra una risata e una pacca sulle spalle, tira a campare fregando il prossimo. Solo che Veltroni tutta questa simpatia non ce l’ha. Anzi, assume quell’aria di chi si sta caricando sulle spalle i problemi del mondo che francamente irrita.

Dopo un inizio di pura marca berlusconiana ma senza il pathos del Cavaliere (“I sondaggi – ha detto – parlano di una grande attesa per il Pd”), ha sfoderato la tiritera del lungo viaggio. Chi sta per dare vita a un nuovo soggetto politico ha già combattuto molte battaglie insieme: quella per la Resistenza, per il sindacato, quella contro il terrorismo. “Il Partito democratico, per come nascerà, non avrà paragoni con nessun’altra formazione politica”. Frase buttata lì per far trangugiare agli iscritti di Ds e Margherita il dettaglio che essi verranno utilizzati come carne da cannone: dovranno eleggere un tipo che le alte sfere hanno incoronato come numero uno. Insomma, voteranno uno che è già stato nominato.

Poi la confessione. Non solo non è mai stato comunista. Di più: Veltroni è “democratico” da quel dì. “Ho sempre avuto nel cuore quello che sta accadendo” ha sibilato. In pratica, è uno che mentre guardava molti film scrutava anche lontano.
“Dobbiamo avere il coraggio di dire cose difficili nell’interesse degli italiani”. Quando abbiamo udito questa frase, lo confessiamo, ci siamo ridestati. Abbiamo teso le orecchie per non perdere una sola sillaba. Forse era giunto il momento storico della nascita di una sinistra blairiana, autenticamente riformista, occidentale. Volevamo vivere fino in fondo quel passaggio che l’Italia attende da decenni. Parla, Walter, butta a mare la sinistra radicale, tira un calcio nel sedere di Giordano, sgambetta Diliberto, sbatti la porta in faccia a Pecoraro Scanio. Per un attimo ci siamo sentiti il Nanni Moretti dei moderati. E invece: “I problemi dell’attuale governo nascono da quello precedente che con la legge elettorale ha incendiato i pozzi”.

Ecco, questa è stata la prima cosa “difficile” e soprattutto innovativa che ha affermato con piglio decisionista e senza tentennamenti. Una sicurezza di sé che non è venuta meno neppure quando ha affrontato la pagina dell’immigrazione. “L’Occidente è avido e ingordo, è vero. Ma a nessuno è consentito di violare la sicurezza dei cittadini, le leggi dello Stato, il decoro delle città. Chi lo fa deve pagare prezzi chiari e certi”. In Italia, verità tanto scomode non si erano ancora udite.

A quel punto Veltroni è diventato incontenibile. Prima ha ragionato sull’evasione fiscale notando che si “potrebbe provare ad abbassare le tasse” e poi ha veleggiato verso la conclusione invitando a “recuperare l’orgoglio di essere italiani”. Il 14 ottobre, giorno della nascita ufficiale del Partito democratico, è vicino. Ma il suo candidato leader non si schioda dalla politica del paraculismo: un colpo al cerchio e uno alla botte. Così, tanto per tirare a campare. In modo “nuovo”, ovviamente.

Gesù diventa un giocattolo

Qualche ora fa una agenzia ha battuto questa notizia. La trascrivo interamente.

Gesù diventa un giocattolo. Wal Mart, la più grande catena di negozi del mondo, metterà presto in vendita le “action figures” di Gesù Cristo e di altri personaggi biblici. “Vendiamo moltissime bibbie attraverso la nostra rete di store – spiegano alla Wal Mart – e pensiamo che questi acquirenti preferiscano vedere i loro figli giocare con un Gesù giocattolo piuttosto che con i supereroi”. Le action figures sono prodotte da One2Believe, un’azienda specializzata in riproduzioni bibliche.

17 luglio 2007

A Bologna la Casa delle Libertà punta sull'uomo sbagliato

Forza Italia, Alleanza Nazionale e Udc hanno già fatto sapere che il candidato ideale del centrodestra per le amministrative del 2009 a Bologna è l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca, già battuto da Cofferati tre anni fa. L’ultima parola però spetta al diretto interessato, che per il momento se ne resta in silenzio. Tutti d’accordo, dunque? Non proprio. “Per come è finita e per come è stato ingiustamente bollato come uomo di Berlusconi, nell’immaginario collettivo dei bolognesi Guazzaloca è ormai troppo schierato. Una candidatura come la sua, pur brillante, ne soffrirebbe”. A parlare è Giovanni Salizzoni, colui che letteralmente ‘inventò’ Guazzaloca e lo accompagnò nella storica cavalcata del 1999, divenendo poi vicesindaco. Sempre alternativo alla sinistra comunista e fuori dalle rigorose logiche di partito, Salizzoni non esita a dire quello che pensa. “Ricordo - continua - che in città, sia alle politiche che alle provinciali, l’Unione ha raccolto il 63 per cento dei consensi. E’ vero, Cofferati ha preso il 56 per cento. Ma solo perché era uno ‘straniero’. Per arrivare al 49, la strada è ancora lunghissima”.

Cosa fare , allora, perché il centrodestra possa ripetere il miracolo di quasi due lustri fa?
"Ci sono problemi di tempi e di modi. Per quanto riguarda i primi, mancano ancora due anni alle elezioni cittadine. Mi sembra troppo presto per parlare di candidature. Prima c’è bisogno di un progetto di città, che in passato io e Guazzaloca abbiamo dimostrato di saper ideare. Solo dopo aver capito che cosa si deve fare, si potrà discutere del candidato".

Di fronte al vuoto cosmico dell’amministrazione Cofferati, in pratica il progetto c’è già. O no?
"Attenzione. Il progetto non è solo quello che Cofferati non ha fatto. E’ reinventare Bologna, che in questi anni ha perso i suoi primati naturali nella sicurezza, nella vivibilità, nella cultura. E’ riconquistare i giovani, che oggi fuggono da qui. E’ elaborare un programma forte con facce credibili, non schierate. A quel punto si può trovare un nome che metta d’accordo il centrodestra ma che contemporaneamente attragga una parte della sinistra. Perché solo in questo modo si vince".

Insomma, la ricetta del ’99.
"Esatto. L’idea di allora, che vale ancora oggi, era di fare del bene alla città indipendentemente dall’appartenenza di partito. Vincemmo non perché eravamo contro la sinistra ma perché ci proponevamo a favore della città. Ecco perché sostengo che oggi contrapporre Guazzaloca a Cofferati equivale a una partenza falsa. Bisogna tornare a ragionare sui problemi, puntando a separare l’ala radicale dal resto della sinistra. Nell’interesse della sinistra stessa e anche nostro, perché non ci troveremmo di fronte una coalizione troppo forte dal punto di vista numerico".

Una volta realizzato il progetto, possono spuntare altri candidati?
"Non lo so. Guazzaloca è una persona meravigliosa. Ma resto convinto che le circostanze politiche cambino a velocità sostenuta e i riflessi della politica nazionale si riverberano anche a Bologna, città-simbolo per tanti motivi e da dove arrivano primi ministri nonché ministri".

Con le eventuali elezioni politiche anticipate al 2008, Cofferati potrebbe andarsene?
"Secondo me ha potenzialità per aspirare - ammesso che aspiri - a ruoli sovracomunali. Insomma, ha tutte le caratteristiche per guardare in alto. Resta però il dato di partenza: con Cofferati o un altro candidato, Guazzaloca sarebbe vissuto come uomo troppo vicino a Berlusconi".

Graziano Girotti
(L'opinione, 17 luglio 2007)

La Curia e gli ultimi giapponesi

Stiamo per trattare di questioni teologiche e religiose, e quindi di cose più importanti di quelle che solitamente affrontiamo in questo blog.
Ma sotto sotto – come suol dirsi – anche stavolta il problema è politico. Ce lo ha detto anche un prete della Diocesi di Bologna, molto ben informato sulle vicende della Curia arciepiscopale, e sul sordo conflitto che ormai da diversi anni la contrappone alla ”Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII”. Cioè, fuori dalla dizione ufficiale, a quel gruppo di intellettuali e politici cattocomunisti che non a torto viene solitamente chiamato “Scuola di Bologna”, e che loro preferiscono chiamare “officina”.

Si tratta di un’istituzione che ha per fondatore e nume tutelare don Giuseppe Dossetti. Il professor Romano Prodi, attuale incaricato dell’estrema sinistra quale facente funzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ne è l’esponente politico italiano più potente e conosciuto.

Da un punto di vista ideologico, nell’ambito della rilevanza sociale della Chiesa italiana, gli uomini della Fondazione Giovanni XXIII rappresentano ormai i classici ultimi giapponesi nella giungla. Nonostante l’effetto amplificatorio delle loro frequenti interviste all’Unità, Manifesto, Repubblica, nonché i loro pensosi interventi sul Corriere della Sera e a volte persino sul Tg 1, essi stanno lentamente estinguendosi ai margini del mondo cattolico.

Giuseppe Alberigo, principale storico della loro peculiare concezione del Concilio Vaticano II, è scomparso lo scorso mese di giugno. Mentre al suo più giovane collega Alberto Melloni, così come a qualche ottuagenario vescovo emerito come monsignor Luigi Bettazzi, e – tra i politici – alla neo candidata Rosy Bindi, a Pierluigi Castagnetti e allo stesso professor Romano Prodi, auguriamo ovviamente lunga vita e molto tempo libero a disposizione per le rispettive famiglie.

Tuttavia, se i giapponesi di cui sopra continuavano a fare cecchinaggio dalla giungla, era perché a guerra finita erano rimasti tagliati fuori su un’isola, e non avevano ricevuto l’ordine di arrendersi. Nel caso dei dossettiani, il problema di noi bolognesi è che su quell’isola ci viviamo. Quindi, benché il loro schioppo arrugginito d’altri tempi non possa più ammazzarci, le loro ultime pallottole le sentiamo fischiare più forte degli altri.

“Il problema è politico”, ci ha infatti detto quel sacerdote di Curia, preannunciando che a settembre, quando il motu proprio di papa Ratzinger entrerà in vigore, può darsi che a Bologna una Messa domenicale in lingua latina ricomincerà ad essere detta proprio nella Cattedrale.
E’ ancora da vedersi se accadrà davvero, perchè in effetti fare una cosa del genere a Bologna significa esporsi in pieno al cecchinaggio dei giapponesi.
Non sarebbe un problema, perché per rendere inoffensivi i romantici soldatini che continuano a sparacchiare dai davanzali di via San Vitale n. 114, sede della storica Fondazione, non servirebbe di certo il napalm e nemmeno le bombe a mano. Se non fosse che – nonostante il clima di sorda ostilità – la Curia bolognese tentenna ormai da anni, e l’ordine di andarli a stanare definitivamente non lo vuole dare.

Da quando Benedetto XVI è salito sulla cattedra di Pietro, gli ultimi nostalgici dello “spirito del Concilio” non hanno più ritegno alcuno, e si considerano di fatto come una specie di corpo separato, con l’autorizzazione a sparare a volontà sulla Chiesa gerarchica. Basta leggere i toni sguaiati e volgari di certe loro interviste per accorgersene.
La loro esasperazione è comprensibile, in quanto dietro il ritorno della messa tridentina si è giocata una parte importante del processo di liquidazione coatta che li coinvolge.

Papa Ratzinger sa bene che dietro l’antico rito del messale di Giovanni XXIII – cioè lo stesso papa, ironia della storia, che dà il nome alla fondazione degli ultimi giapponesi – si cela una questione sociale molto più profonda.
Il ritorno della lingua sacra nella liturgia significa un recupero di universalità, e quindi di cattolicità nel senso pieno del termine. Ma anche la fine delle suggestioni deviate degli ultimi quarant’anni sulla “inculturazione” del cristianesimo, e della penetrazione nella cultura cattolica dell’idea protestante sul libero esame delle scritture.

Celebrare la Messa in lingua volgare ha significato infatti affidare i misteri fondamentali della fede cattolica – la Trinità, l’Incarnazione, la Passione e Resurrezione del Cristo – alla libera interpretazione delle masse e delle singole culture. In altri termini, è servito a generare una libertà svincolata sia dall’autorità che dall’educazione.
Esattamente come avvenne quasi cinquecento anni fa con Martin Lutero, per i cattocomunisti quel cambiamento rappresentava un presupposto necessario affinché i loro intellettuali potessero salire in cattedra al posto del magistero della Chiesa.

Gli ultimi fedeli cattolici che, sia pure in modo inconsapevole rispetto a quel disegno ideologico, continuano a sostenere che la Messa cattolica moderna è migliore perché “la gente la capisce”, operano un gesto di greve superbia intellettuale. Essi non comprendono nulla di come invece i nostri padri e nonni sapessero, rispetto a tanti fedeli di oggi, vivere molto più nel profondo il mistero dell’Eucarestia.

Il fatto che gli intransigenti del nuovo rito si sbaglino, peraltro, è anche la meno angosciante delle ipotesi. Infatti, in questi ultimi decenni il numero dei cattolici praticanti è letteralmente crollato. Al punto tale che, se davvero il popolo di Dio avesse iniziato a comprendere meglio il mistero della Messa grazie all’introduzione delle lingue nazionali, allora vorrebbe dire che ciò che ha compreso non gli deve essere affatto piaciuto.
Speriamo quindi che le cause vere della disaffezione dei fedeli siano altre, come in effetti sono.

Su questo punto, però, la cieca ostinazione degli ultimi giapponesi non vuol sentire ragioni: “è grazie alle messe celebrate magari con tanto di schitarrate strampalate, con le chiese illuminate da neon da Ipercoop e in luoghi dall’architettura forse non proprio ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata salvaguardata”, ha dichiarato il citato Alberto Melloni al Riformista.

Tutti però sappiamo che invece la realtà è opposta. Per quei giovani con le chitarre la fede cattolica – e la stessa persona di Gesù – rappresentano solo un’esigenza, un richiamo profondo, e qualche volta un’intuizione, della quale però conoscono sempre meno.
L’uso del latino infatti non serviva solo a preservare l’universalità della Chiesa, ma anche a vivere meglio la comunione dei santi (e appunto, anzi la mano quel cattolico praticante – se ce ne è uno – che ha imparato che cosa sia la comunione dei santi solo in quanto ora il Credo è recitato in italiano).

Il latino serviva anche e soprattutto a preservare il senso del sacro, nel suo senso etimologicamente proprio di “ciò che è separato”. Quel sacro del quale i giovani chitarristi, sotto le luci del neon delle chiese moderne, con le pareti grigie di cemento grezzo, davvero non sanno più nulla.
La Messa cattolica può essere compresa, nel suo vero significato di memoriale della Passione del Signore, solo se si riesce a cogliere come quel sacrificio si rinnovi realmente, e non solo in via simbolica, nel rito dell’Eucarestia.
Ma ciò non avviene in mezzo al frastuono delle vicende del mondo, bensì in un luogo che pur essendo calato nella vita quotidiana degli uomini deve appunto essere “separato” dal flusso inesorabile del tempo e dello spazio. Esattamente come è proprio della natura di Dio, che a nostra differenza non è vincolato né all’uno né all’altro.

L’uso rituale di una lingua sacra e immutabile, che non è soggetta alla mutazione indotta in tutti gli idiomi correnti dallo scorrere dell’uso, e con la quale si parla solo con Dio, ha anche questa funzione. Tutto questo gli sguaiati ultimi epigoni del dossettismo non lo sanno, o forse lo dissimulano consapevolmente in nome di altri obiettivi, come del resto è proprio della loro ideologia di riferimento. Però continuano a sparare dai davanzali.

E allora, perché il problema è politico? La politica interferisce con la questione della Messa, perché è connessa a quella dell’autorità dei teologi cattolici, o sedicenti tali, rispetto a quella del Magistero pontificio.
Nel riaffermare che il rito sacro non si può inculturare oltre un certo limite, e che il pensiero cattolico non può vivere al di fuori dell’universalità, della tradizione, e soprattutto della autorità di Pietro, papa Benedetto XVI ha di fatto chiuso il cerchio della reazione cattolica contro gli abusi dei ribelli cattocomunisti.

Una reazione che era già iniziata, regnante papa Giovanni Paolo II e con Joseph Ratzinger a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, con la condanna della “teologia della liberazione”, e cioè della massima espressione del pensiero religioso filocomunista in ambito cattolico.
Una reazione che è continuata fino ad oggi in tutto il mondo, sia pure con incertezze e difficoltà.
E continua anche in Italia, nel combattimento di idee contro quei “cattolici democratici”, che pretendono di ricevere i voti dei fedeli, e ad ogni tornata elettorale non disdegnano di fare il giro dei conventi e delle parrocchie, ma poi una volta eletti rivendicano “l’autonomia della politica” anche rispetto ai valori che per i loro elettori sono irrinunciabili, come la difesa della vita, della famiglia, e della libertà di educazione. Arrecando così un vulnus anche a quel rapporto fiduciario tra eletti ed elettori che è sale laicissimo della democrazia rappresentativa.

La Curia di Bologna è da anni alle prese con varie difficoltà nei confronti di quei politici, derivanti appunto dal fatto che qui i cecchini giapponesi sono meglio asserragliati che altrove, e godono ancora di un certo supporto in alcuni strati del clero (cioè i famigerati “parroci prodiani”).
Ma il ritorno della Messa di Giovanni XXIII e della tradizione, proprio a Bologna, sarebbe un bellissimo segnale per tutti.
Purchè senza compromessi insensati, in quanto la questione non è solo quella del latino. Si tratta anche del recupero del ruolo autentico del sacerdote nella Messa, e nella funzione ben diversa e meno essenziale del popolo dei fedeli.

Quindi presuppone il ritorno all’altare tradizionale, e l'almeno temporanea messa da parte di quelli tavolari, per celebrare versus Dominum e non più versus populum. Ancora una volta, cioè, di una questione teologica che però è assai facilmente diventata politica.
Tuttavia, se è vero come è vero quel che ha ribadito più volte papa Benedetto XVI, e cioè che il rito antico non è un patrimonio di pochi fedeli “separati”, ma appartiene a tutta la cattolicità, ed ha un valore universale, allora non si può stare ad aspettare che arrivino le richieste dei “gruppi stabili” di fedeli tradizionalisti, come a rigore prevederebbe il motu proprio.

E’ normale che quei gruppi, dopo quasi quarant’anni di ostracismo e abusi liturgici, siano dispersi e poco numerosi. E soprattutto, che siano piuttosto caratterizzati a loro volta sul piano ideologico, in quanto con quel che è successo in questi decenni è normale che si sentano come l’evangelico “piccolo gregge” dei duri e puri, e quindi abbiano poca voglia di integrarsi.
Di fronte ad essi, non è il caso che vescovi e parroci stiano ad aspettare le formali richieste, con la malcelata speranza che esse non arrivino, se non altro per non trovarsi costretti a ristudiare l’antico messale e a cambiare la disposizione del tabernacolo. Sarebbe come se un avvocato si rifiutasse di avere nuovi clienti solo perché è cambiato il codice di procedura.

Bisogna andare incontro all’antico rito, perché se esso ha un valore universale, continuerebbe ad averlo anche se fosse un fedele su un milione a volerlo.
Il sacro non può essere messo ai voti. E poi ci sono milioni di giovani che lo amerebbero, il rito tridentino, se solo potessero conoscerlo, senza doverlo cercare su Internet facendosi poi dei chilometri per trovare un sacerdote che lo celebri, di fronte a un gruppetto di fedeli che per forza di cose sono indotti a sentirsi come dei carbonari perseguitati.
L'universalità del rito tridentino è vera e palpabile specialmente in questi tempi, dove è maggiore la cultura diffusa e la possibilità per tutti di viaggiare per il mondo.
A condizione però che mediante quell'antica tradizione sia data a tutti, e non solo a pochi, la possibilità di ritrovare ovunque lo stesso sacro, lo stesso luogo dove il flusso del tempo e delle umane cose si ferma.

Pensateci dunque, voi della Curia. E fregatevene del rumore dello schioppo degli ultimi giapponesi, che ogni tanto risuona sulla stampa e sotto le navate – quando ancora ci sono le navate – delle chiese parrocchiali “di sinistra”.
Dove peraltro le bandiere della pace sotto l’altare tavolare sono ormai sbiadite, e anzi di fatto non ci sono state quasi mai.
I loro schioppi fanno rumore ma non possono più ferire nessuno, e i fedeli cattolici lo sanno. Non fatevi scavalcare, e ridonateci il senso del sacro e dell’universalità della Chiesa.

12 luglio 2007

Io do una riforma a te ma tu non dare un Dico a me

“A pensare male si fa peccato ma di solito ci si azzecca”. Visto che a coniarlo è stato proprio lui, chiediamoci perché il senatore Andreotti si è trasformato in aitante bagnino per salvare il governo dall’annegamento estivo. Certo, c’è voluta la complicità di qualche senatore dell’Udc ma le assenze tra i banchi della minoranza-quasi-maggioranza al momento di votare l’articolo 1 dell’ordinamento giudiziario non sorprendono. I tempi della crisi non sono maturi, e poi figuriamoci se si fa cadere Prodi a qualche settimana dalle sospirate ferie agostane. Soprattutto i senatori, poi, negli ultimi mesi sono stati talmente bastonati dal duro lavoro che non vedono l’ora di rifugiarsi sotto l’ombrellone per continuare a fare quello che stanno facendo da tempo a Palazzo Madama: appassionanti disfide a scopone scientifico.

“La crisi è solo rimandata” dice un mesto Berlusconi. Ma qui a furia di rimandarla si rischia di farla coincidere con la fine della legislatura. Con Veltroni che fa la figura di quei calciatori che, partiti dalla panchina, ricevono l’ordine dall’allenatore di cominciare a scaldarsi. Ma si scaldano talmente tanto che finiscono per spomparsi e non entrare in campo perché nel frattempo il Mister ha cambiato idea. Vedremo.

Resta la domanda di partenza: al divo Giulio cosa ne viene in tasca? L’aveva fatto capire a inizio legislatura: caro Prodi, puoi fare tutto ma non provare a buttarti nell’avventura dei Dico. Bene, il voto di ieri è la prova definitiva che i Pacs all’italiana sono stati sepolti una volta per tutte. Non ne sentiremo più parlare. Si accettano scommesse. Insomma, io do una riforma a me (della giustizia) ma tu non dare un Dico a me.

10 luglio 2007

Magdi Allam, nemico della sinistra estrema

Ora è ufficiale: nella galleria dei nemici mortali della sinistra estrema è stato appeso un altro ritratto. E’ quello di Magdi Allam, il giornalista e scrittore musulmano noto per le sue battaglie contro il fondamentalismo islamico. Sua l’idea di organizzare una manifestazione per tenere alta l’attenzione sulle persecuzioni subite dai cristiani in Medio Oriente. “Viva Israele” è il titolo dell’ultimo libro.

Nei giorni scorsi, durante una seduta del consiglio provinciale milanese, peraltro riservata a tutt’altro argomento, un esponente di Rifondazione Comunista, tal Luigi Tranquillino, non ce l’ha più fatta e ha detto quello che pensava. “Allam fomenta l’odio religioso, chiediamo agli azionisti del Corriere della Sera di licenziarlo da vicedirettore”. Tranquillino ha poi proseguito in una sorta di crescendo rossiniano definendo Allam uno “scortato, legato a Cia e Mossad”.

Solo le vibrate proteste giunte dai banchi del centrodestra – del resto il regolamento consigliare vieta tassativamente espisodi simili – hanno risvegliato il presidente del consiglio Ortolina inducendolo a prendere le distanze dalle parole di Tranquillino. “Noi per primi siamo convinti che la battaglia politica, anche in aula, possa assumere caratteri forti – ha commentato il capogruppo di Forza Italia, Bruno Dapei, che ha depositato una mozione di solidarietà in favore di Allam -. Altra cosa è un vile attacco, premeditato (nel corso della seduta, convocata per discutere il piano rifiuti, non si era fino a quel momento minimamente sfiorato il tema da parte di nessuno) e perpetrato non contro un uomo politico ma un inerme cittadino colpevole solo delle sue coraggiosissime prese di posizione pubbliche su scottanti temi sociali”.

L’episodio si inquadra alla perfezione nell’ideologismo sfrenato di una parte consistente della sinistra che ha bisogno di avversari da trasformare in nemici per sentirsi viva. Una logica fatta di oltranzismo a tutti i costi che per di più sfocia spesso in violenza verbale. Solo poche settimane fa, in occasione del quinto anniversario del’assassinio di Marco Biagi, un altro consiglio provinciale (quello di Bologna) ha visto il voto contrario dei rappresentanti di Rifondazione Comunista alla proposta di intitolare una sala di Palazzo Malvezzi alla memoria di Biagi e D’Antona.

L’autore della riforma del lavoro del governo di centrodestra è un altro nemico della sinistra antagonista. Per non parlare dei numerosi attacchi indirizzati negli ultimi mesi contro i simboli della Chiesa cattolica e la deriva ecologista per la quale l’uomo è colpevole di tutto. Insomma, il muro contro muro resta mezzo e fine di una sinistra incapace di maturare. Il Partito democratico, nel suo vuoto veltroniano ben confezionato, ha di fronte a sé la prima sfida. Siamo in attesa di segnali incoraggianti.

Graziano Girotti
(L'opinione, 10 luglio 2007)

09 luglio 2007

Capitalismo, il meglio di noi stessi

La nitida analisi di Hoppe spiega che a inquinarci invece è il troppo welfare. Una società puramente capitalistica deve fondarsi su valori tradizionali e su una società borghese

Piero Vernaglione, studioso di filosofia politica, aveva dimostrato nel 2003 di essere uno dei migliori esperti del pensiero libertario pubblicando un trattato ricco e completo sull’argomento (Il libertarismo. La teoria, gli autori, le politiche, Rubbettino, Soveria Mannelli, pp. 613, € 30,00). Ora ha pubblicato con lo stesso editore un altro studio, più agile e snello, che aggiorna e completa il suo precedente lavoro: Paleolibertarismo. Il pensiero di Hans-Hermann Hoppe (pp. 119, € 12,00).

Il paleolibertarianism (letteralmente, “libertarismo all’antica”) analizzato da Vernaglione è una corrente "di destra" del pensiero libertario americano che coniuga la difesa senza compromessi della proprietà privata e del libero mercato con un forte sostegno ai valori morali tradizionali. Il movimento paleolibertario nasce negli anni Novanta, su iniziativa di alcuni importanti esponenti del libertarianism come Murray N. Rothbard, Hans-Hermann Hoppe e Lew Rockwell, in polemica con la deriva troppo hippy e controculturale che aveva assunto il mondo libertario americano, soprattutto all’interno del Libertarian Party. La spiccata sensibilità conservatrice dei paleolibertari si contrappose così alla cultura progressista e relativista dei left-libertarian, i libertari “di sinistra” attenti soprattutto alle cosiddette libertà civili (analoghi per certi versi, ai nostri radicali).

Vernaglione si concentra in particolare sul pensiero filosofico e politico del più rilevante esponente attuale del paleolibertarismo, Hans-Hermann Hoppe, economista di scuola austriaca succeduto nella cattedra del suo maestro Murray N. Rothbard, scomparso nel 1995. Per Hoppe una società puramente capitalista, dove la proprietà privata e il libero mercato sono rigorosamente tutelati, si fonda necessariamente su un sostrato culturale in cui prevalgono i valori tradizionali e la moralità borghese. Per i paleolibertarians - spiega Vernaglione - l’ideale del governo limitato e del liberalismo economico può essere realizzato solo se a livello sociale predomina una cultura conservatrice che stigmatizza la mentalità parassitaria; che ripristina la centralità dello sforzo individuale; che rivaluta l’etica del lavoro, l’impegno, l’affidabilità, la previdenza, la disciplina, la prudenza; che respinge l’egualitarismo e accetta le differenze naturali fra le persone e i ruoli sociali che ne derivano, comprese le gerarchie; che preserva l’autonomia della famiglia e delle altre comunità intermedie; che recupera il patrimonio culturale dell’Occidente e gli standard morali scaturiti dalla tradizione giudaico-cristiana

La storia sembra confermare questa visione, perché le società più liberiste dell’Ottocento, come l’Inghilterra o l’America, non erano affatto licenziose o libertine. Il vecchio ordine capitalistico “vittoriano” non era gaudente o materialistico; non produceva permissivismo, ma un rigido ambiente di lavoro e risparmio. Chi non si atteneva agli standard richiesti veniva punito dal mercato o da severe sanzioni sociali. Per Hoppe gli aspetti culturali negativi che, a torto, vengono spesso addebitati al capitalismo, come l’edonismo o il consumismo, sono in realtà i prodotti dell’espansione dello Stato assistenziale.

Non è un caso che in Occidente la contestazione dei valori tradizionali sia cominciata con la rivoluzione culturale degli anni Sessanta, proprio mentre veniva ampliato a dismisura il sistema pubblico di welfare. Solo con l’espansione della redistribuzione statale si sono potuti diffondere a livello di massa gli stili di vita decadenti, dissoluti e consumistici. Lo Stato sociale infatti fornisce agli eterni adolescenti e ai contestatori delle norme tradizionali le basi materiali indispensabili per vivere una vita “liberata dalla repressione” (capitalistica, religiosa, sociale, famigliare, scolastica) scaricando i costi sui membri produttivi della società.

Sbagliano dunque quei conservatori populisti, come la nostra cosiddetta “destra sociale”, che difendono a spada tratta lo Stato sociale.

Mantenere le istituzioni centrali dell’attuale Stato assistenziale e pretendere il ritorno alle norme e condotte tradizionali, spiega Hoppe, sono obiettivi incompatibili. Si può avere l’uno (il socialismo del welfare) o l’altro (i valori tradizionali), ma non entrambi, perché i pilastri del corrente Stato sociale sono la causa delle anomalie sociali e culturali presenti nelle democrazie occidentali.

Per Hoppe il socialismo e la democrazia sono “gli dei che hanno fallito”, perché hanno favorito una crescita inarrestabile dello statalismo a danno della società civile e della libertà individuale. Contro questi idoli politici contemporanei Hoppe fa l’elogio delle monarchie tradizionali e dell’ordine pluricentrico del Medioevo: un’epoca storica, ancora indenne dai veleni dello Stato moderno, che egli sente molto vicina al suo ideale anarco-capitalista basato su molteplici agenzie di protezione in concorrenza tra loro.

Guglielmo Piombini

(Il Domenicale, 7 luglio 2007)

04 luglio 2007

A Cofferati non resta che Veltroni

Perfino un’agenzia di stampa notoriamente vicina ai Ds ha ritenuto opportuno rilanciare nei giorni scorsi alcune voci che stanno correndo all’interno della Quercia bolognese. Cofferati potrebbe rifiutare di candidarsi alle amministrative del 2009 optando per incarichi all’interno del Partito democratico, se non del futuribile governo Veltroni. A sinistra, all’ombra delle Due Torri, tutti sono scontenti del Cinese. Dall’ala antagonista, che ha più volte minacciato la crisi, ad una parte consistente dei Ds. Senza escludere intellettuali di spicco come Gianfranco Pasquino, che anche recentemente non ha fatto mancare siluri all’indirizzo di Cofferati. Insomma, se l’ex leader della Cgil era arrivato nel capoluogo emiliano accolto con malcelata freddezza dai leader locali del partitone, ma comunque “sopportato” per via del suo valore aggiunto necessario a battere Guazzaloca, ora è proprio isolato. Addirittura due assessori di peso della sua giunta, come l’ex magistrato Libero Mancuso e l’inventore di Rai Tre, Angelo Guglielmi, hanno dichiarato di mollare la politica alla fine del mandato: non ci pensano neppure di continuare. Confessioni che non hanno provocato la minima reazione da parte del primo cittadino. Il quale aveva appena ribadito che il suo futuro lo si saprà soltanto fra dodici mesi.

Insomma, a tre anni di distanza quell’oggetto estraneo alla città che era Cofferati oggi è ancora più estraneo. La strada del Pd, allora, resta quella più appetitosa ma anche l’unica praticabile. Alla fine, farebbe contenti entrambi. Prima di tutto la sinistra diessina bolognese, che ha assoluto bisogno di rifarsi una verginità. Riannodare i fili col proprio elettorato, a dir poco sotto pressione per di più dopo gli insuccessi del governo Prodi e i mal di pancia (per non dire altro) legati alla morte definitiva anche dell’ultima eredità del Pci, è l’obiettivo di fondo. Non ripresentare Cofferati sarebbe vissuto come il tentativo di ripartire con rinnovato vigore. A condizione, beninteso, che lo si faccia con persone legate al territorio. “Va bene, abbiamo sbagliato una volta – potrebbe essere più o meno il significato della mossa -, ma perseverare nell’errore sarebbe diabolico”.

Ma il trasferimento a Roma farebbe felice anche l’ex dipendente della Pirelli. Da quando è diventato sindaco, la sua spiccata sensibilità per i riflettori dei media nazionali lo ha puntualmente ostacolato nel suo tentativo di entrare nel cuore dei bolognesi. La sua tattica degli annunci (poi rimasti lettera morta), appoggiata da una stampa amica, rientra nella personalità di un politico che ogni giorno che passa dimostra sempre di più che la dimensione locale non rientra nel suo Dna. Cofferati non ce l’ha fatta a mettersi alle spalle le piazze da due milioni di persone per concentrarsi sulle buche nelle strade e il degrado nei quartieri. Ecco, dunque, che l’approdo in un Partito democratico anch’esso bisognoso di “novità” resta uno sbocco naturale. Cofferati, come Veltroni, è stato in esilio per qualche tempo e tra poco potrebbe riappropriarsi di quella platea nazionale che lo aveva lanciato. Due sindaci per una sinistra che vuole rifarsi il trucco.

Senza trascurare che l’abbandono di Cofferati creerebbe non pochi problemi ai partiti del centrodestra bolognese, ancora in cerca di una strategia comune. Forse è presto, ma restare fermi - o peggio: polemizzare al proprio interno - in attesa di cosa deciderà Guazzaloca rischia di lasciare la Casa delle Libertà con un pugno di mosche in mano. Soprattutto se dall’altra parte correrà qualcuno in grado di rimotivare le truppe. Gli uomini, peraltro, non mancano.

Graziano Girotti
(L’opinione, martedì 3 luglio 2007)

03 luglio 2007

Come il femminismo ha spianato la strada all’islam

Il femminismo radicale ha diffuso con successo una cultura che disprezza il maschio e tutti i caratteri solitamente associati alla mascolinità. Come ricorda Alessandra Nucci, nel recente libro La donna a una dimensione (Marietti Editore), molte università occidentali prevedono dei corsi sul femminismo che diffondono un odio per gli uomini impensabile in qualsiasi altra parte del mondo. Nelle scuole dei Paesi anglosassoni e del Nord Europa i giovani maschi vengono sistematicamente attaccati per la loro identità e denigrati dalle insegnanti, che arrivano a provocare le femmine per farle adirare contro il sesso maschile. Fin da piccoli i maschi si sentono marchiati come il sesso violento e insensibile, e vivono in uno stato permanente di colpevolezza.

La mentalità ingenerata dal femminismo organizzato suggerisce anche che i padri sarebbero un elemento di poco conto all’interno della famiglia. Questo spiega perché i tribunali assegnino di regola i figli alla madre in caso di separazione, perché il parere del padre sulla decisione di abortire o meno non conti nulla, e perché i programmi televisivi e le pubblicità ritraggano raramente figure positive di uomini.

Questa pressione giuridica e culturale fa sì che siano sempre più numerose la famiglie in cui il padre è assente, perché respinto dalla madre o perché scacciato e perseguitato dai tribunali imbevuti di ideologia femminista. Negli Stati Uniti, ad esempio, pare siano ormai il 40 % i figli minorenni che non vivono con il padre. Tuttavia, come ha dimostrato anche lo psicologo Claudio Risè nel libro Il padre. L’assente inaccettabile (Edizioni San Paolo), gli studi indicano che la mancanza della figura paterna danneggia irreparabilmente lo sviluppo armonioso dei figli. Il padre infatti ha il compito di sciogliere il nodo protettivo che lega la madre al bambino, spingendo il figlio a diventare intraprendente e ad aspirare all’autonomia.

Nell’ideologia femminista però vi è un aspetto ancora più inquietante: solo i maschi occidentali vengono messi sotto accusa e stigmatizzati fin dalla più tenera età. Le femministe non spendono una parola di critica nei confronti degli uomini che appartengono a culture molto più oppressive e “patriarcali” di quella occidentale. Nel 2002 la femminista svedese di idee marxiste Gudrun Schyman, il cui usuale grido di battaglia è “morte alla famiglia nucleare!”, ha affermato che gli uomini svedesi non sono differenti dai talebani, e ha proposto una tassazione collettiva per legge a carico di tutti gli uomini svedesi, in riparazione delle loro presunte violenze sulle donne.

Nel 2004, sul maggior quotidiano svedese Aftonbladet, la femminista Joanna Rytel ha scritto un articolo intitolato “Non darò mai vita a un bambino bianco”, nel quale affermava che i maschi bianchi sono tutti egoisti, sfruttatori, presuntuosi e sessuomani, concludendo con l’avvertimento “uomini bianchi, statemi lontani!”. Le femministe norvegesi stanno cercando di far approvare una legge che impone la chiusura di tutte le imprese che non assumano almeno il 40 per cento di donne nei loro consigli di amministrazione; inoltre hanno chiesto anche quote per gli immigrati musulmani.

L’attacco al maschio occidentale potrebbe produrre però un inatteso effetto boomerang: la progressiva islamizzazione culturale e demografica del continente europeo. Distruggendo la famiglia e la figura paterna e maschile, le femministe stanno spianando la strada alla penetrazione indisturbata dell’islam nelle società occidentali, preparando così un futuro da incubo per le prossime generazioni di donne. In altre parole, la vittoria del femminismo potrebbe paradossalmente favorire l’avvento dell’Eurabia.

Per quanto alcune delle più coraggiose e indomite avversarie dell’Islam siano donne (si pensi a Oriana Fallaci, a Bat Ye’Or, a Ayaan Hirsi Ali), è indubbio che, nella media, le donne occidentali siano più favorevoli al multiculturalismo e all’immigrazione islamica rispetto agli uomini occidentali. In tutto l’Occidente i partiti più critici verso l’immigrazione sono tipicamente maschili, mentre quelli che esaltano la società multiculturale sono spesso dominati dalle femministe. Se negli Stati Uniti avessero votato solo le donne, il presidente in carica l’11 settembre 2001 sarebbe stato Al Gore, non George W. Bush. In Norvegia l’unico partito che cerca di contrastare l’immigrazione islamica di massa che sta cambiando il volto del paese è il Partito del Progresso, il cui elettorato è per il 70 per cento maschile; all’estremo politico opposto il multiculturalista Partito Socialista riceve il 70 per cento dei suoi voti dalle donne.

La spiegazione femminista di questo diverso comportamento elettorale è che gli uomini sarebbero “più xenofobi ed egoisti”, mentre le donne avrebbero la mente più aperta e sarebbero più solidali con gli estranei. La verità, probabilmente, è che tradizionalmente gli uomini hanno sempre avuto la responsabilità di individuare i pericoli e di proteggere la propria comunità dai potenziali nemici esterni.

Il rifiuto delle femministe di confrontarsi con il problema dell’immigrazione musulmana non ha però solo motivazioni psicologiche, ma anche ideologiche. Molte femministe sono silenziose sull’oppressione islamica delle donne perché hanno abbracciato un’ideologia terzomondista e antioccidentale che le paralizza. A giudicare dalle retorica femminista, infatti, tutta l’oppressione del mondo proviene dall’uomo occidentale, che opprime sia le donne sia gli uomini non occidentali. Gli immigrati musulmani sarebbero anch’essi delle vittime: al massimo con qualche pregiudizio patriarcale, ma comunque sempre meglio degli uomini occidentali.

Quasi tutte le femministe radicali, infatti, sono anche delle accese “anti-razziste” che si oppongono ad ogni minima limitazione dell’immigrazione islamica in quanto “razzista e xenofoba”. Il femminismo radicale si è trasformato gradualmente in egualitarismo, cioè nella lotta contro tutte le “discriminazioni” e nell’idea che tutti i gruppi di persone debbano disporre di una quota uguale di tutto, e che sia compito dello Stato assicurarla.
Le femministe hanno contribuito enormemente alla diffusione della cultura del vittimismo in Occidente, che permette di ottenere i vantaggi politici sulla base dello status di appartenenza nella gerarchia delle vittime. Inoltre hanno chiesto, e in larga misura ottenuto, la riscrittura dei libri di storia che facesse giustizia dei “pregiudizi” maschilisti ed eurocentrici. Queste loro idee fanno oggi parte dei programmi scolastici e sono praticamente egemoni sui media. In breve, le femministe radicali hanno rappresentato l’avanguardia della “correttezza politica” in tutto l’Occidente.

Quando i musulmani arrivano in Occidente portandosi dietro la loro mentalità vittimista si trovano il lavoro già preparato da altri. Colgono quindi su un piatto d’argento l’opportunità di sfruttare una tradizione vittimista già stabilita, che gli permette di ottenere interventi statali a proprio favore, quote preferenziali, la riscrittura della storia in senso filo-islamico, e campagne politiche contro “l’islamofobia” e “l’incitamento all’odio”. Le femministe occidentali hanno dunque spianato la strada alle forze che annienteranno il femminismo occidentale, e di questo passo finiranno a letto, letteralmente, con il nemico.

La graduale trasformazione dell’utopia femminista nel suo opposto, la legge coranica, è ormai evidente nei paesi scandinavi, dove l’applicazione dell’ideologia femminista e multiculturalista ha raggiunto le punte più avanzate. Negli ultimi anni, infatti, si è verificato un enorme aumento degli stupri e delle violenze sulle donne, per opera nella quasi totalità dei casi di giovani immigrati islamici.
In Svezia il numero degli stupri è quadruplicato in una generazione, parallelamente all’afflusso di una immigrazione islamica senza controllo che ha già preso possesso di intere città, come Malmoe. Pur rappresentando non più del 5 % della popolazione, in Norvegia e in Danimarca due terzi di tutti gli uomini arrestati per stupro sono “di origine etnica non-occidentale”, un eufemismo usato per designare gli appartenenti alla religione musulmana.

Nel 2001 Unni Wikan, professoressa di antropologia sociale all’università di Oslo, ha dato la precedenza al multiculturalismo sul femminismo, spiegando in un’intervista al quotidiano Dagbladet che “le donne norvegesi hanno la loro parte di responsabilità in questi stupri” perché, essendo ormai la Norvegia una società multiculturale, le donne norvegesi devono adattarsi ai costumi degli immigrati, abbigliandosi e comportandosi in maniera giudicata non provocatoria dalla loro cultura.
Per i multiculturalisti, quindi, i norvegesi sono solo una delle tante etnie che popolano il paese dei fiordi (forse neanche la più importante), e sulle decisioni che riguardano la Norvegia non hanno più voce in capitolo dei somali o dei curdi giunti la settimana scorsa.

La risposta degli uomini scandinavi a queste continue aggressioni è stata quasi inesistente. Viene da chiedersi dove siano finiti i vichinghi di un tempo, che certo non si sarebbero voltati dall’altra parte se degli ospiti stranieri avessero violentato le loro donne. Probabilmente la mancata protezione delle donne da parte degli uomini scandinavi è dovuta al fatto che queste notizie vengono deliberatamente censurate o minimizzate dalle autorità e dai media, in modo che il pubblico non si renda conto delle eclatanti dimensioni del fenomeno.

La ragione principale, tuttavia, ha a che fare con l’influenza delle idee fortemente antimaschili che le femministe scandinave hanno diffuso negli ultimi decenni. L’istinto protettivo maschile non si manifesta perché le donne nordiche hanno lavorato senza sosta per sradicarlo, insieme a tutto ciò che fa parte della mascolinità tradizionale. In questo modo il femminismo ha indebolito mortalmente la Scandinavia, e probabilmente l’intera civiltà occidentale.

Dal punto di vista femminista questa situazione ha una sua logica: se tutta l’oppressione del mondo proviene dai maschi occidentali, il regno di pace e di eguaglianza sognato dalle femministe potrà essere raggiunto solo quando gli uomini bianchi verranno messi in condizione d’impotenza. La soppressione e la ridicolizzazione degli istinti maschili, tuttavia, non sta conducendo al paradiso femminista, ma all’inferno islamista.

Una società in cui gli uomini sono stati “femminilizzati”, infatti, è destinata a cadere preda delle più aggressive civiltà tradizionali. Invece di “avere tutto”, le femministe rischiano di perdere tutto, e la crescente violenza degli immigrati contro le donne occidentali è un sintomo del crollo dell’utopia femminista. Cosa faranno le femministe quando si troveranno di fronte bande di giovani musulmani armati e violenti come quelli che spadroneggiano in Palestina, in Afghanistan e in tutto il mondo musulmano? Diranno loro che “il corpo è mio e lo gestisco io” o leggeranno loro l’ultimo libro di Catharine McKinnon?

La vita, la libertà e la proprietà possono essere protette solo con la forza o con una credibile minaccia di applicazione della forza, altrimenti sono lettera morta. Per questa ragione la responsabilità principale della difesa dei diritti individuali, anche delle donne, spetterà sempre in larga misura agli uomini. Raramente le teorie femministe tengono conto di questo fatto sociologico fondamentale. Le doti e le capacità delle donne sono indispensabili, ma nessuna civiltà vitale può fare a meno della forza e dell’energia maschile.

Come si spiega allora l’ammirazione delle donne progressiste occidentali per l’Islam, quando non esiste un solo paese musulmano in cui le donne godano di diritti lontanamente paragonabili a quelli dell’uomo? Le attiviste occidentali che a casa propria attaccano duramente “l’arretratezza” e “la mentalità patriarcale” della Chiesa cattolica sono le stesse che si sottomettono con più voluttà alla sharia quando si recano nei paesi musulmani. Di recente la giornalista Lilli Gruber, la cantante Gianna Nannini e la speaker del Congresso americano Nancy Pelosi, che in Occidente fanno quotidianamente professione di femminismo, progressismo e trasgressione, hanno ostentato con orgoglio le loro foto con il chador scattate durante i viaggi in Medio Oriente.

Quando si comportano così, ha ironizzato qualche commentatore “maschilista”, le femministe tradiscono i propri desideri più nascosti. Lo scrittore danese Lars Hedegaard ha scritto, in un articolo intitolato “Il sogno della sottomissione”, che “quando le donne occidentali spalancano le porte alla sharia, presumibilmente lo fanno perché vogliono la sharia”. La scrittrice inglese Fay Weldon ha rincarato la dose affermando che “molte di queste donne trovano sessualmente attraente la sottomissione" e poco seducenti e noiosi gli uomini femminilizzati dell’Europa Occidentale, rispetto ai virili sceicchi del deserto.

Ma nello stesso modo si comportano probabilmente anche gli uomini occidentali quando devono scegliere una compagna di vita. È stato notato che nei paesi scandinavi sono in forte aumento gli uomini che preferiscono una moglie straniera proveniente da culture più tradizionali dell’estremo oriente o dell’America Latina. Il femminismo radicale ha portato separazione, sospetto e ostilità tra i sessi, non cooperazione. E non ha sradicato la naturale attrazione per le donne con caratteri femminili e per gli uomini con caratteri mascolini.

Ai musulmani spesso piace far notare che in Occidente si convertono all’islamismo più donne che uomini. In un servizio giornalistico sulle donne svedesi convertite all’Islam, risulta che l’attrazione per la famiglia islamica sia una delle motivazioni principali. Queste donne nordiche convertite trovano appagamento nel ruolo ben definito di cura della casa e dei figli che l’Islam assegna loro. Hanno scoperto un senso da dare alla propria vita che non trovavano nella cultura secolare o nell’insipido e succube Cristianesimo modernista.

In psichiatria è stato notato che le donne tendono più frequentemente a rivolgere la propria nevrosi su se stesse, infliggendosi delle ferite o tenendo dei comportamenti autodistruttivi. Gli uomini invece sono più portati a dirigere la propria aggressività verso l’esterno. È inoltre risaputo che un certo numero di donne maltrattate dal marito tendono a giustificarne i comportamenti aggressivi e ad incolpare se stesse.

La sensazione è che l’Occidente nel suo insieme, dopo decenni di propaganda antimaschile, abbia adottato inconsciamente alcuni di questi tratti negativi della psiche femminile. L’Occidente femminilizzato viene quotidianamente minacciato, insultato e aggredito con prepotenza dal mondo musulmano, ma reagisce - come la moglie abusata - incolpando se stesso, come se fosse in qualche modo affascinato dai suoi aguzzini.

Come ha scritto Alexandre Del Valle nel suo recentissimo libro Il totalitarismo islamista, questo masochismo espiatorio degli occidentali, frutto della tendenza a dubitare della propria civiltà e a flagellarsi di continuo, costituisce una irresistibile esortazione alla liberazione delle pulsioni più sadiche del fondamentalismo islamico.

La femminista americana Ellen Willis scriveva nel 1981 su "The Nation": “Il femminismo non riguarda solo una questione o un gruppo di questioni, ma è l’avanguardia di una rivoluzione dei valori culturali e morali. L’obiettivo di ogni riforma femminista, dalla legalizzazione dell’aborto alla promozione degli asili-nido pubblici, è quello di demolire i valori della famiglia tradizionale”. L’icona del femminismo Simone de Beauvoir affermò che “nessuna donna dovrebbe essere autorizzata a stare a casa per allevare i bambini, perché lasciandogli questa libertà troppe donne farebbero la scelta sbagliata”. Oggi ci accorgiamo che i desideri delle femministe degli anni Sessanta e Settanta, come la Willis e la de Beauvoir, si sono avverati oltre le più rosee previsioni: in Occidente i divorzi hanno avuto una crescita esplosiva mentre il numero dei matrimoni e delle nascite è crollato, determinando un vuoto culturale e demografico che ci ha resi vulnerabili all’irruzione dell’Islam.

Il femminismo radicale ha inferto un colpo durissimo alla struttura famigliare del mondo occidentale, ma sarà impossibile risollevare i tassi di natalità se le donne non tornano ad essere apprezzate per il loro ruolo di madri e se il matrimonio non viene rivalutato. Non esistono altre istituzioni diverse dalla stabile famiglia tradizionale per crescere bambini culturalmente, emotivamente e psicologicamente sani e felici. Il matrimonio non è “una cospirazione per opprimere le donne”, ma la ragione per cui noi siamo qui.

In definitiva, il femminismo radicale ha rappresentato una delle più importanti cause dell’attuale indebolimento della civiltà occidentale, sia dal punto culturale che dal punto di vista demografico. Le femministe radicali, portatrici spesso di una visione del mondo marxista, hanno dato un contributo fondamentale all’affermazione della soffocante “correttezza politica” che impedisce ogni reazione dell’Occidente; inoltre, debilitando la struttura famigliare dell’Occidente hanno contribuito a rendere la nostra civiltà incapace di reggere l’assalto di società prolifiche e patriarcali come quella islamica.

Il destino di una società dominata dall’ideologia femminista, dove gli uomini sono troppo demoralizzati, indeboliti e inebetiti per difenderla, è quello di essere schiacciata e sottomessa dagli uomini provenienti da altre culture più aggressive e mascoline. È questo che sta accadendo all’Europa occidentale.

L’ironia della sorte è che quando in Occidente le donne lanciarono la seconda ondata del femminismo negli anni sessanta e settanta godevano già di una situazione in via di miglioramento e non erano particolarmente oppresse, almeno rispetto ad altre parti del mondo. Alla fine del ciclo, quando gli effetti a lungo termine del femminismo radicale si saranno compiuti, le donne si troveranno realmente schiavizzate sotto l’implacabile tallone dell’Islam. Sarà l’ennesima eterogenesi dei fini che, da sempre, scombussola i disegni e le vicende della storia umana.

(Guglielmo Piombini)

[Una versione più lunga di questo articolo è uscita su Enclave. Rivista libertaria, n. 36, giugno 2007]

27 giugno 2007

A Bologna è guerra di tutti contro tutti

A Bologna se il centrosinistra è alla canna del gas, il centrodestra non mostra una bella cera. I fatti. La settimana scorsa, i ragazzotti no global e dei centri sociali hanno preso a male parole il sindaco durante una manifestazione organizzata per rispondere a una sfilata di Forza Nuova. “Cofferati pezzo di m…” è stato il complimento più volte lanciato all’indirizzo di Palazzo d’Accursio e di chi ne regge le sorti. Tra i protestatari c’era anche Tiziano Loreti, segretario provinciale di Rifondazione comunista, partito di maggioranza in Comune. Passano due giorni e arriva la risposta di Virginio Merola, assessore e uomo forte di Cofferati. “Non ne posso più di questa compagnia” sbotta, riferendosi al Prc e in generale a tutta la sinistra estrema, che da tempo recita il ruolo che le si attaglia di più: quello di forza di lotta e di governo. Parole, quelle di Merola, condivise anche dal capogruppo diessino Claudio Merighi. La Margherita non resta alla finestra. Giuseppe Paruolo, altro assessore, diellino e cattolico, si butta nella mischia: “Non si può andare avanti così”. Sia chiaro, non è la prima volta che tra antagonisti e riformisti dell’Unione esplodono baruffe all’ombra delle Due Torri.

L’ambiguità arriva da lontano, in pratica dall’innaturale cartello elettorale messo insieme tre anni fa contro l’allora sindaco Giorgio Guazzaloca al solo scopo di battere la destra. Subito dopo la vittoria, infatti, partirono le prime contestazioni contro Cofferati, accusato sul tema della legalità di tenere comportamenti che con la sinistra buonista non c’entravano nulla. Uno stillicidio di punzecchiature, agguati, ritorsioni che ben presto fece capire a tutti ciò che era evidente fin dall’inizio: nel centrosinistra le posizioni su tantissimi temi erano e restano inconciliabili. Tanto inconciliabili che la città non è più amministrata da tempo. Ingessata, immobile anche a parere di osservatori neutrali. Contraddizione che sarebbe esplosa di lì a poco anche all’interno del governo prodiano. Ora, però, si potrebbe essere giunti al duello finale. In gioco infatti c’è il Partito democratico. Per questo la crisi che in questi giorni va in scena a Bologna non è una delle tante querelle destinate a rientrare nell’arco di qualche ora. Sul tavolo si trova la ricandidatura di Cofferati nel 2009, che a sua volta si riflette sulla solidità delle radici del Pd. L’ex leader della Cgil se n’è venuto fuori con un mossa da sindacalista, che ha sparigliato il gioco delle parti. Sulla sicurezza, suo cavallo di battaglia (bolso, però, visti i risultati) ha buttato una polpetta avvelenata nel campo del centrodestra chiedendo collaborazione.

La risposta positiva è arrivata da Alleanza nazionale, che avrebbe una voglia matta di correre da sola alle prossime elezioni amministrative. Il referente locale del partito di Fini, il deputato Enzo Raisi, è andato a colloquio con Cofferati presentando alcune proposte. L’atteggiamento del sindaco è stato conciliante: “Partenza buona” è stato il commento di Raisi all’uscita. Uno smarcamento, quello di An, che ha provocato la reazione di Forza Italia. “Sono dei consociativi” è stata l’accusa partita dal coordinamento cittadino degli azzurri. “Almeno – interviene Ubaldo Salomoni, consigliere regionale Fi e recordman di preferenze nel partito di Berlusconi -, An mostra di avere una strategia. Che è quella di accrescere il proprio peso all’interno della coalizione di centrodestra, peso che andrà a far valere nella trattativa con i guazzalochiani della lista civica ‘La tua Bologna’. Per quanto ci riguarda, resto convinto della bontà della proposta fatta qualche mese fa dal nostro deputato Fabio Garagnani, e condivisa dall’onorevole Bondi, di puntare su primarie allargate a tutto il centrodestra per la scelta del candidato sindaco da contrapporre alla sinistra.

E’ questa la direzione - conclude Salomoni - che un partito come il nostro, con il 20 per cento dei consensi, dovrebbe scegliere”. Da Guazzaloca, dimessosi da consigliere comunale il giorno dopo la sconfitta senza neppure uno straccio di giustificazione verso i 140mila bolognesi che l’avevano votato e trasferito da Casini in una qualche authority romana (ben pagata) , per ora arrivano solo silenzi. Che però parlano più di cento dichiarazioni. La voglia di riprovarci è tanta e forse la decisione è già stata presa. Altrimenti avrebbe già fatto sapere la sua indisponibilità. Sta solo aspettando il momento migliore per lasciare la capitale e riprendere a proferire verbo. Per ora si limita a qualche comparsata bolognese. In silenzio.

Graziano Girotti
(L'opinione, 26 giugno 2007)

19 giugno 2007

Fi, ora primarie nazionali

A Roma si sono svolte le primarie per scegliere la dirigenza locale di Forza Italia. La buona notizia è doppia. Intanto, si sono tenute. E, secondo, pare abbiano raccolto un grande successo. A dir la verità, ci sarebbe un terzo motivo per rallegrarsi dell’avvenimento: le valutazioni più che positive di Silvio Berlusconi e Sandro Bondi. Il primo ha manifestato l’intenzione di ripeterle in altre città, mentre il coordinatore nazionale degli azzurri ha parlato “di coinvolgimento reale dei cittadini, per una politica che corrisponde ai loro bisogni”. Sottoscriviamo. Ora, però, si continui su questa strada senza distrarsi. Forza Italia ha bisogno delle primarie sul territorio così come per il sistema politico in generale è fondamentale introdurre le preferenze nella futura legge elettorale. In entrambi i casi l’obiettivo è il medesimo: riavvicinare la gente comune, disgustata da dieci, cento, mille teatrini. Per gli azzurri, poi, la sfida è ancora più delicata. Le recenti elezioni amministrative hanno dimostrato che Berlusconi è essenziale non solo al suo partito bensì all’intero centrodestra.

Ma il consenso che Forza Italia ha raccolto dalle Alpi alla Sicilia va gestito, conservato, se possibile ampliato. In assenza di tanti cloni di Silvio per quanti sono gli enti locali, ciò dipende sia dal personale eletto alla guida di Comuni e Province sia dalla classe dirigente di cui il partito si doterà nei congressi autunnali. Per far sì che Forza Italia esca nel migliore dei modi dalle decine e decine di commissariamenti che l’hanno martellata in questi ultimi anni, segnale delle difficoltà di diventare un partito “normale” e della sua totale dipendenza dal leader, le primarie rappresentano una occasione particolarmente ghiotta. Una sana concorrenza tra aspiranti dirigenti servirà a selezionare quelli migliori. A meno che quello che si è definito fin dalla sua fondazione come il partito liberale di massa non creda più in uno dei capisaldi del liberismo: la concorrenza, appunto. E poi chi sono i migliori se non coloro che hanno un consenso ben radicato nella base, che sanno avvicinare e motivare persone nuove, mettendosi “fisicamente” a disposizione dell’elettorato?

I semplici soci hanno tutti i diritti di rivendicare la scelta dei propri dirigenti perché solo così si sentiranno coinvolti nella battaglia politica. Una esigenza, quest’ultima, moltiplicata per mille in quelle regioni dove prevale una tradizione di sinistra. Se c’è una parte del Paese dove Forza Italia ha il dovere di cambiare passo usando tutti gli strumenti per chiamare a raccolta ogni energia e stimolare un rigenerante coinvolgimento dal basso, è proprio quella delle regioni rosse. I suoi soci e i suoi militanti devono fare i conti con un apparato fortissimo, organizzato che ha dalla sua un potere economico inattaccabile. Di fronte a esso Forza Italia si deve dimostrare unita e in grado di utilizzare al meglio gli uomini e le donne che disinteressatamente si mettono a disposizione. La nascita, dunque, di squadre dirigenziali in grado di avere dietro di sé tutto il partito e di guidarlo senza cannibalismi interni e suicidi di massa, è una delle condizioni essenziali per guardare al domani con ottimismo.

Gia, il futuro. La federazione del centrodestra potrebbe non essere così lontana. Come ci arriverebbe Forza Italia senza aver prima selezionato sul territorio i suoi uomini più capaci? Senza aver prima cementato i rapporti tra base e classe dirigente locale? I rischi sarebbero altissimi, compreso quello di sacrificare sull’altare di personalismi di cortissimo respiro un patrimonio che in questi quasi quindici anni di vita si è rivelato l’autentica novità del nostro panorama politico. Le altre formazioni della Casa delle Libertà stanno già volteggiando nel cielo in attesa che in questa o quella piazza la solita imposizione dall’alto della dirigenza locale provochi la puntuale emorragia di sangue. Si tengano le primarie almeno in ogni città importante: sono un passaggio obbligato per la sopravvivenza del partito e il suo rilancio in vista della federazione dei partiti del centrodestra.

Graziano Girotti
(L'opinione, 19 giugno 2007)

16 giugno 2007

Tutte le balle della scienza: il libro che smonta i catastrofismi

Il titolo, ruspante e perentorio come una scudisciata, ti prende alla gola e non ti molla più. “Le balle di Newton. Tutta la verità sulle bugie della scienza” (edito da Rubbettino e nelle librerie da pochi giorni) mantiene quello che promette: smascherare le sciocchezze – tante – scritte e dette sulle emergenze del pianeta. Dal nucleare al riscaldamento globale, dall’Aids all’estinzione delle specie animali passando per le cellule staminali, la clonazione e l’insegnamento dell’evoluzione.

L’autore, l’americano Tom Bethell, editorialista dell’ “American Spectator” e collaboratore di testate come il “New York Magazine” e l’ “Atlantic Monthly”, demolisce in modo irriverente gli assiomi più granitici. Beninteso, non si tratta di un libro contro la scienza, ma una difesa del corretto metodo scientifico dagli abusi che vengono compiuti in suo nome. Una guida che si fonda su fatti e non su chiacchiere, insomma. Bella e istruttiva, come direbbe qualcuno.

Bethell è uno dei pochi scrittori, insieme a Michael Crichton, che in questi anni hanno avuto il coraggio di denunciare l’uso distorto della scienza da parte di ciarlatani che ingannano i giornalisti creduloni e scatenano isterie di massa, allo scopo di ottenere pubblicità, potere politico e finanziamenti statali. La caratteristica immancabile di queste “crisi imminenti”, infatti, è quella di richiedere sempre più interventi dello Stato, e mai di meno.

“Per inquadrare il problema in Italia – scrive Guglielmo Piombini nella prefazione, dopo essersi occupato anche della traduzione del volume - possiamo pensare ad un personaggio onnipresente sui media come Mario Tozzi, che quotidianamente dispensa al pubblico le sue ‘verità scientifiche’ ecologiste, maltusiane, anticristiane e anticapitaliste, e che è solito rispondere ai critici ostentando con arroganza le sue credenziali di scienziato. In realtà gli ambientalisti come Tozzi il più delle volte non fanno scienza, ma politica. Lo scienziato, per essere tale, dovrebbe essere in grado di azzeccare, almeno qualche volta, una previsione. Il valore predittivo della pseudo-scienza sbandierata dagli ambientalisti radicali è invece praticamente nullo: sono ormai quarant’anni che sbagliano una previsione dopo l’altra, senza avere mai fatto ammenda”.

Qualche assaggio tratto da “Le balle di Newton”. Uno dei casi più eclatanti ricordati da Bethell è quello del trattato di Kyoto sulla riduzione delle emissioni che provocano il cosiddetto effetto serra. Pochi infatti sanno che le teorie che attribuiscono a cause umane il presunto riscaldamento globale non hanno alcun fondamento scientifico sicuro, e che l’applicazione rigorosa di questo protocollo avrebbe delle ripercussioni devastanti sulle economie dei paesi industrializzati. Secondo una stima dell’International Council for Capital Formation in un paese come l’Italia il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto potrebbe causare la perdita di oltre 200 mila posti di lavoro nel 2010, mentre il prezzo dell’elettricità potrebbe salire del 13 per cento e quello del gas del 44 per cento. Tutto questo per far scendere di qualche grado la temperatura nel 2100!

Le politiche climatiche proposte per fronteggiare il riscaldamento globale sono espressione di una smisurata presunzione. In realtà non si conoscono perfettamente tutti i fattori climatici che interagiscono in maniera complessa e imprevedibile; le attuali tecniche di misurazione del clima non sono pienamente affidabili; non si sa con certezza se il riscaldamento è provocato dalle emissioni umane o dai fattori naturali; è molto difficile prevedere le conseguenze del cambiamento climatico, calcolare con precisione l’entità dei danni provocati dal riscaldamento globale, e comparare i costi e i benefici delle politiche climatiche con quelli della loro assenza; infine, è fortemente dubbio che gli obiettivi climatici possano essere realizzati per mezzo di quei sistemi di pianificazione politico-burocratici che hanno sempre fatto fiasco in ogni precedente occasione.

La campagna allarmista ha finora dato i frutti sperati, se si tiene conto che solo i contribuenti americani versano 4 miliardi di dollari all’anno nelle tasche degli scienziati e dei burocrati che lavorano attorno al problema del riscaldamento globale. Che ne sarebbe dei loro budget, impieghi e avanzamenti di carriera se risultasse che l’aumento della temperatura si deve a cause naturali che l’uomo non può controllare?

Altre balle sono state divulgate a piene mani a proposito del DDT, un insetticida formidabile messo al bando nel 1972. Proprio questa sua eliminazione dal mercato ha provocato nel Terzo Mondo la morte per malaria di milioni di persone. Ma qualche volta le bugie hanno le gambe corte, per fortuna. Nel settembre 2006 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato di aver mutato il suo orientamento, e di essere favorevole all’uso del DDT e di altri insetticidi nelle aree africane minacciate dalla malaria. Resta del tutto gonfiata, invece, l’ecatombe di Aids nell’Africa subsahariana. Bethell rivela che l’epidemia di Aids è stata completamente inventata per ragioni politiche durante una conferenza internazionale svoltasi a Bangui, in Centrafrica, nel 1985.

Da allora, mentre gli “esperti” prevedevano puntualmente scenari da peste nera e cadaveri a montagne, la popolazione dei paesi dell’Africa meridionale ha avuto la più alta crescita del mondo, passando da 434 a 733 milioni. Come nota ancora Piombini, “in vent’anni la terribile piaga ha incrementato la popolazione del 70 per cento, in un numero pari all’intera popolazione degli Stati Uniti. Sui giornalisti africani che hanno tentato di indagare meglio la faccenda è caduto l’ostracismo generalizzato”.

Graziano Girotti
(L’opinione, 16 giugno 2007)