27 giugno 2007
A Bologna è guerra di tutti contro tutti
L’ambiguità arriva da lontano, in pratica dall’innaturale cartello elettorale messo insieme tre anni fa contro l’allora sindaco Giorgio Guazzaloca al solo scopo di battere la destra. Subito dopo la vittoria, infatti, partirono le prime contestazioni contro Cofferati, accusato sul tema della legalità di tenere comportamenti che con la sinistra buonista non c’entravano nulla. Uno stillicidio di punzecchiature, agguati, ritorsioni che ben presto fece capire a tutti ciò che era evidente fin dall’inizio: nel centrosinistra le posizioni su tantissimi temi erano e restano inconciliabili. Tanto inconciliabili che la città non è più amministrata da tempo. Ingessata, immobile anche a parere di osservatori neutrali. Contraddizione che sarebbe esplosa di lì a poco anche all’interno del governo prodiano. Ora, però, si potrebbe essere giunti al duello finale. In gioco infatti c’è il Partito democratico. Per questo la crisi che in questi giorni va in scena a Bologna non è una delle tante querelle destinate a rientrare nell’arco di qualche ora. Sul tavolo si trova la ricandidatura di Cofferati nel 2009, che a sua volta si riflette sulla solidità delle radici del Pd. L’ex leader della Cgil se n’è venuto fuori con un mossa da sindacalista, che ha sparigliato il gioco delle parti. Sulla sicurezza, suo cavallo di battaglia (bolso, però, visti i risultati) ha buttato una polpetta avvelenata nel campo del centrodestra chiedendo collaborazione.
La risposta positiva è arrivata da Alleanza nazionale, che avrebbe una voglia matta di correre da sola alle prossime elezioni amministrative. Il referente locale del partito di Fini, il deputato Enzo Raisi, è andato a colloquio con Cofferati presentando alcune proposte. L’atteggiamento del sindaco è stato conciliante: “Partenza buona” è stato il commento di Raisi all’uscita. Uno smarcamento, quello di An, che ha provocato la reazione di Forza Italia. “Sono dei consociativi” è stata l’accusa partita dal coordinamento cittadino degli azzurri. “Almeno – interviene Ubaldo Salomoni, consigliere regionale Fi e recordman di preferenze nel partito di Berlusconi -, An mostra di avere una strategia. Che è quella di accrescere il proprio peso all’interno della coalizione di centrodestra, peso che andrà a far valere nella trattativa con i guazzalochiani della lista civica ‘La tua Bologna’. Per quanto ci riguarda, resto convinto della bontà della proposta fatta qualche mese fa dal nostro deputato Fabio Garagnani, e condivisa dall’onorevole Bondi, di puntare su primarie allargate a tutto il centrodestra per la scelta del candidato sindaco da contrapporre alla sinistra.
E’ questa la direzione - conclude Salomoni - che un partito come il nostro, con il 20 per cento dei consensi, dovrebbe scegliere”. Da Guazzaloca, dimessosi da consigliere comunale il giorno dopo la sconfitta senza neppure uno straccio di giustificazione verso i 140mila bolognesi che l’avevano votato e trasferito da Casini in una qualche authority romana (ben pagata) , per ora arrivano solo silenzi. Che però parlano più di cento dichiarazioni. La voglia di riprovarci è tanta e forse la decisione è già stata presa. Altrimenti avrebbe già fatto sapere la sua indisponibilità. Sta solo aspettando il momento migliore per lasciare la capitale e riprendere a proferire verbo. Per ora si limita a qualche comparsata bolognese. In silenzio.
Graziano Girotti
(L'opinione, 26 giugno 2007)
19 giugno 2007
Fi, ora primarie nazionali
Ma il consenso che Forza Italia ha raccolto dalle Alpi alla Sicilia va gestito, conservato, se possibile ampliato. In assenza di tanti cloni di Silvio per quanti sono gli enti locali, ciò dipende sia dal personale eletto alla guida di Comuni e Province sia dalla classe dirigente di cui il partito si doterà nei congressi autunnali. Per far sì che Forza Italia esca nel migliore dei modi dalle decine e decine di commissariamenti che l’hanno martellata in questi ultimi anni, segnale delle difficoltà di diventare un partito “normale” e della sua totale dipendenza dal leader, le primarie rappresentano una occasione particolarmente ghiotta. Una sana concorrenza tra aspiranti dirigenti servirà a selezionare quelli migliori. A meno che quello che si è definito fin dalla sua fondazione come il partito liberale di massa non creda più in uno dei capisaldi del liberismo: la concorrenza, appunto. E poi chi sono i migliori se non coloro che hanno un consenso ben radicato nella base, che sanno avvicinare e motivare persone nuove, mettendosi “fisicamente” a disposizione dell’elettorato?
I semplici soci hanno tutti i diritti di rivendicare la scelta dei propri dirigenti perché solo così si sentiranno coinvolti nella battaglia politica. Una esigenza, quest’ultima, moltiplicata per mille in quelle regioni dove prevale una tradizione di sinistra. Se c’è una parte del Paese dove Forza Italia ha il dovere di cambiare passo usando tutti gli strumenti per chiamare a raccolta ogni energia e stimolare un rigenerante coinvolgimento dal basso, è proprio quella delle regioni rosse. I suoi soci e i suoi militanti devono fare i conti con un apparato fortissimo, organizzato che ha dalla sua un potere economico inattaccabile. Di fronte a esso Forza Italia si deve dimostrare unita e in grado di utilizzare al meglio gli uomini e le donne che disinteressatamente si mettono a disposizione. La nascita, dunque, di squadre dirigenziali in grado di avere dietro di sé tutto il partito e di guidarlo senza cannibalismi interni e suicidi di massa, è una delle condizioni essenziali per guardare al domani con ottimismo.
Gia, il futuro. La federazione del centrodestra potrebbe non essere così lontana. Come ci arriverebbe Forza Italia senza aver prima selezionato sul territorio i suoi uomini più capaci? Senza aver prima cementato i rapporti tra base e classe dirigente locale? I rischi sarebbero altissimi, compreso quello di sacrificare sull’altare di personalismi di cortissimo respiro un patrimonio che in questi quasi quindici anni di vita si è rivelato l’autentica novità del nostro panorama politico. Le altre formazioni della Casa delle Libertà stanno già volteggiando nel cielo in attesa che in questa o quella piazza la solita imposizione dall’alto della dirigenza locale provochi la puntuale emorragia di sangue. Si tengano le primarie almeno in ogni città importante: sono un passaggio obbligato per la sopravvivenza del partito e il suo rilancio in vista della federazione dei partiti del centrodestra.
Graziano Girotti
(L'opinione, 19 giugno 2007)
16 giugno 2007
Tutte le balle della scienza: il libro che smonta i catastrofismi
L’autore, l’americano Tom Bethell, editorialista dell’ “American Spectator” e collaboratore di testate come il “New York Magazine” e l’ “Atlantic Monthly”, demolisce in modo irriverente gli assiomi più granitici. Beninteso, non si tratta di un libro contro la scienza, ma una difesa del corretto metodo scientifico dagli abusi che vengono compiuti in suo nome. Una guida che si fonda su fatti e non su chiacchiere, insomma. Bella e istruttiva, come direbbe qualcuno.
Bethell è uno dei pochi scrittori, insieme a Michael Crichton, che in questi anni hanno avuto il coraggio di denunciare l’uso distorto della scienza da parte di ciarlatani che ingannano i giornalisti creduloni e scatenano isterie di massa, allo scopo di ottenere pubblicità, potere politico e finanziamenti statali. La caratteristica immancabile di queste “crisi imminenti”, infatti, è quella di richiedere sempre più interventi dello Stato, e mai di meno.
“Per inquadrare il problema in Italia – scrive Guglielmo Piombini nella prefazione, dopo essersi occupato anche della traduzione del volume - possiamo pensare ad un personaggio onnipresente sui media come Mario Tozzi, che quotidianamente dispensa al pubblico le sue ‘verità scientifiche’ ecologiste, maltusiane, anticristiane e anticapitaliste, e che è solito rispondere ai critici ostentando con arroganza le sue credenziali di scienziato. In realtà gli ambientalisti come Tozzi il più delle volte non fanno scienza, ma politica. Lo scienziato, per essere tale, dovrebbe essere in grado di azzeccare, almeno qualche volta, una previsione. Il valore predittivo della pseudo-scienza sbandierata dagli ambientalisti radicali è invece praticamente nullo: sono ormai quarant’anni che sbagliano una previsione dopo l’altra, senza avere mai fatto ammenda”.
Qualche assaggio tratto da “Le balle di Newton”. Uno dei casi più eclatanti ricordati da Bethell è quello del trattato di Kyoto sulla riduzione delle emissioni che provocano il cosiddetto effetto serra. Pochi infatti sanno che le teorie che attribuiscono a cause umane il presunto riscaldamento globale non hanno alcun fondamento scientifico sicuro, e che l’applicazione rigorosa di questo protocollo avrebbe delle ripercussioni devastanti sulle economie dei paesi industrializzati. Secondo una stima dell’International Council for Capital Formation in un paese come l’Italia il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto potrebbe causare la perdita di oltre 200 mila posti di lavoro nel 2010, mentre il prezzo dell’elettricità potrebbe salire del 13 per cento e quello del gas del 44 per cento. Tutto questo per far scendere di qualche grado la temperatura nel 2100!
Le politiche climatiche proposte per fronteggiare il riscaldamento globale sono espressione di una smisurata presunzione. In realtà non si conoscono perfettamente tutti i fattori climatici che interagiscono in maniera complessa e imprevedibile; le attuali tecniche di misurazione del clima non sono pienamente affidabili; non si sa con certezza se il riscaldamento è provocato dalle emissioni umane o dai fattori naturali; è molto difficile prevedere le conseguenze del cambiamento climatico, calcolare con precisione l’entità dei danni provocati dal riscaldamento globale, e comparare i costi e i benefici delle politiche climatiche con quelli della loro assenza; infine, è fortemente dubbio che gli obiettivi climatici possano essere realizzati per mezzo di quei sistemi di pianificazione politico-burocratici che hanno sempre fatto fiasco in ogni precedente occasione.
La campagna allarmista ha finora dato i frutti sperati, se si tiene conto che solo i contribuenti americani versano 4 miliardi di dollari all’anno nelle tasche degli scienziati e dei burocrati che lavorano attorno al problema del riscaldamento globale. Che ne sarebbe dei loro budget, impieghi e avanzamenti di carriera se risultasse che l’aumento della temperatura si deve a cause naturali che l’uomo non può controllare?
Altre balle sono state divulgate a piene mani a proposito del DDT, un insetticida formidabile messo al bando nel 1972. Proprio questa sua eliminazione dal mercato ha provocato nel Terzo Mondo la morte per malaria di milioni di persone. Ma qualche volta le bugie hanno le gambe corte, per fortuna. Nel settembre 2006 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato di aver mutato il suo orientamento, e di essere favorevole all’uso del DDT e di altri insetticidi nelle aree africane minacciate dalla malaria. Resta del tutto gonfiata, invece, l’ecatombe di Aids nell’Africa subsahariana. Bethell rivela che l’epidemia di Aids è stata completamente inventata per ragioni politiche durante una conferenza internazionale svoltasi a Bangui, in Centrafrica, nel 1985.
Da allora, mentre gli “esperti” prevedevano puntualmente scenari da peste nera e cadaveri a montagne, la popolazione dei paesi dell’Africa meridionale ha avuto la più alta crescita del mondo, passando da 434 a 733 milioni. Come nota ancora Piombini, “in vent’anni la terribile piaga ha incrementato la popolazione del 70 per cento, in un numero pari all’intera popolazione degli Stati Uniti. Sui giornalisti africani che hanno tentato di indagare meglio la faccenda è caduto l’ostracismo generalizzato”.
Graziano Girotti
(L’opinione, 16 giugno 2007)
09 giugno 2007
Papa Ratzinger sfugge alla fucilazione. Per ora
Intanto, la firma del video. Quando si dice Bbc, i giornalisti salottieri e gli intellettuali “organici” di casa nostra si inchinano: la verità è assoluta, incontestabile. Con l’immancabile contorno del classico coretto di approvazione: “Ooooooo”. Vuoi non dedicargli allora una serata in televisione? Se poi l’attacco prende di mira il cattolicesimo si è fatto bingo. Di solito quei “cretini” di cattolici (il complimento virgolettato è di Odifreddi, il quale è sia salottiero che organico quindi un vero e proprio campione) non hanno l’abitudine di reagire. Incassano e basta.
Al massimo il capo dei vescovi rilascia qualche dichiarazione ai giornali. Che magari si può anche manipolare e così il grande circo della polemica fondata sul nulla riprende fiato. Ma poi tutto finisce lì. Niente di più. Nessuna fatwa, nessuna condanna a morte come invece è abituato a fare qualcun altro. Insomma, non si rischia un accidente a salire sul carro del “Codice da Vinci” e sfruttarne la scia per fare audience, vendere libri. Il guadagno è assicurato. A prescindere, come diceva Totò.
L’unico pericolo che si corre è giusto quello di rimediare una figuraccia in diretta televisiva, come è appunto accaduto ai pubblici ministeri santoriani nella serata dei preti pedofili. Ma poi la gente dimentica in fretta. Si tireranno fuori altri misteri e tutto passerà in cavalleria. Le scuse dei chierici laicisti per aver sparato troppo in fretta? Ma figuriamoci. Piuttosto arrivederci alla prossima puntata.
29 maggio 2007
Luca e Pier, liberali all'emiliana
Pochi mesi fa, lo ricorderete, intervenendo sul tema delle liberalizzazioni del governo, Casini provò a fare il politico di peso proponendosi come colui che dall’interno dell’opposizione sarebbe stato in grado di stimolare Berlusconi e portarlo eventualmente sul terreno dell’appoggio a Prodi. Come dire: io sì che me ne intendo nel centrodestra, fatemi lavorare per convincere quell’eretico del Silvio. Bene. Bisogna ricordare che quando la Casa delle Libertà esisteva e governava, fu proprio Rocco Buttiglione, allora ministro delle Politiche comunitarie, esponente di spicco dell’Udc e soprattutto mai smentito dal suo capo di allora e di oggi, a voler introdurre nella Finanziaria 2004, all’articolo 14, il cosiddetto appalto in house. Nulla di particolarmente complicato, anzi quasi banale. Con esso, l’amministrazione locale affida l’erogazione di servizi (acqua e gas, giusto per citarne due) direttamente alle aziende pubbliche quotate in borsa e controllate dall’ente locale stesso, in deroga alle disposizioni di matrice comunitaria. Sia chiaro: Forza Italia e il resto della coalizione non sono stati in grado di impedire il fattaccio. Sbagliando.
Dal momento che due più due fa sempre quattro, accade che queste società di servizi si siano trasformate in uno straordinario strumento di potere in mano alle maggioranze politiche sul territorio, che anche tre anni fa tendevano in larga maggioranza verso il rosso. A Bologna, per esempio, ai tempi del sindaco Guazzaloca, fu proprio il suo assessore al Bilancio Gian Luca Galletti (oggi stimato deputato casiniano e uomo forte di Pier sotto le Due Torri) a voler creare un colosso economico-finanziario come Hera Holding spa, che guarda caso si regge in piedi grazie all’appalto in house. Il presidente di Hera Bologna è Luigi Castagna, esponente di spicco dei Ds emiliani e sindaco storico di Casalecchio, paesone alle porte di Bologna. Fine della prima storiella. La seconda riguarda un vero e proprio eroe per tutte le stagioni, Luca Cordero di Montezemolo. Anche lui recitò la parte del critico super partes del governo a proposito di liberalizzazioni. “Vedete? – sembrava dire il presidente di Confindustria – Lo scorso anno attaccammo Berlusconi, e oggi facciamo la stessa cosa contro Prodi”.
Poi, che ti combina il ferrarista quando torna nella terra natìa per passare dalle parole ai fatti? Lui è numero uno (anche) di Bologna Fiere, società-colosso che si occupa di gestire gli eventi fieristici del capoluogo emiliano romagnolo. Da qualche tempo la Regione spinge per entrare nel consiglio di amministrazione, un ruolo che dal punto di vista della dottrina del libero mercato non c’entra un fico secco. L’ente pubblico deve fare l’ente pubblico, non l’imprenditore. Questo perfino Montezemolo lo sa. Ma lui si è dichiarato “strafavorevole” all’ingresso. Ad una condizione: che i soci pubblici (ce ne sono anche altri, infatti) restino in minoranza rispetto ai soci privati. La conseguenza è che il Cordero vuol fare l’imprenditore con i soldi dei cittadini. Vizietto che puzza lontano mille miglia di consociativismo, esattamente come l’olezzo che proviene dagli appalti in house. Un modo di fare impresa e politica che forse qualche anima bella può pensare relegato in un polveroso passato. Balle. E’ più che mai attuale.
Graziano Girotti
(L'opinione, 29 maggio 2007)
24 maggio 2007
Servizi pubblici, in Emilia tariffe più alte del 30 per cento
Salomoni, come si è giunti a questa situazione?
“Negli ultimi quindici anni sono stati accorpati servizi come l’acqua, il gas e i rifiuti, giusto per citare i principali, e si è sbandierato che lo si faceva in nome dell’efficienza, dell’efficacia e dell’economicità. Si sono create le agenzie d’ambito ottimale, le cosiddette Ato, cui ogni Comune doveva partecipare. Chi non lo ha fatto è stato commissariato. In queste agenzie, con competenza provinciale, le strategie vengono decise a maggioranza dei Comuni. Ma non sulla base del principio ‘una testa, un voto’. Bensì in considerazione del numero degli abitanti. In pratica, è il capoluogo insieme a qualche paese della cintura a decidere per tutti. Sono le stesse Ato a fissare le tariffe”.
Poi cosa è successo?
“Sono stati scelti i gestori dei servizi, a trattativa privata, che non sono altro che le ex municipalizzate, ora quotate in borsa. Per esempio, Hera. Anche in queste aziende i soci sono i Comuni. Essendo società per azioni, a pesare è il capitale conferito. In realtà non sono stati conferiti denari ma gli impianti e il valore della concessione della gestione. Ancora una volta a contare in modo determinante sono il capoluogo di provincia e pochissimi altri centri della cintura…”.
Mi lasci indovinare: nella sostanza, si tratta di un sistema dove chi deve controllare come viene svolto il servizio e con quali tariffe è lo stesso che quel servizio deve svolgere. E’ così?
“Esattamente. Utilizzando slogan come razionalizzazione dei servizi e delle risorse nonché efficienza di tutto il sistema in fatto di sicurezza ed economicità, si è creato di fatto un monopolio di compertura istituzionale in mano a una manciata di Comuni. E in Emilia-Romagna è diventato il monopolio dei Ds, funzionale alle loro clientele e a dare forza al sindacato come entità collaterale al partito. Una sete di potere che ha scatenato esigenze finanziarie anormali e dunque tariffe anormali. Infatti da noi sono più alte del 25-30% se si confrontano con quelle che ritroviamo nel resto d’Europa. Insomma un sistema costoso, burocratizzato e non sufficiente sul piano della qualità. Peraltro ripetuto nel trasporto su gomma con le solite agenzie d’ambito e quant’altro. Ma nel prossimo futuro ci potrebbe essere di peggio”.
Addirittura…
“L’obiettivo di medio-lungo termine è quello di creare un'unica agenzia per i servizi di carattere industriale per tutta la regione. In questo modo si farebbe massa critica – sostengono i promotori - che darebbe vantaggi in sede di acquisto delle materie prime, a prezzi più contenuti. A parte il fatto che i prezzi più bassi si possono strappare anche con l’alleanza (consorzio per acquisti) di diverse agenzie più piccole, a me questo gigantismo spaventa molto e non promette nulla di buono”.
Perché?
“Perché così si ammazza la concorrenza e si dà origine a un super-monopolio. Lascerei da parte l’agenzia unica per concentrarmi sui rispettivi territori provinciali, mettendo realmente in concorrenza aziende private e quelle partecipate dai Comuni. Si favorirebbe una crescita sana del business. I Comuni, dal loro canto, se non possono più pensare di gestire i servizi in economicità, come accadeva un tempo, possono però fare altre cose. Penso alla costituzione di s.p.a, da loro compartecipate con una reale possibilità di controllo ed intervento nella gestione a favore dei cittadini. Sarebbero più snelle perché riguarderebbero territori più limitati (quelli provinciali e non oltre), i cui utili tornerebbero nelle tasche dei Comuni per poi essere investiti a beneficio dei cittadini, oppure i Sindaci potrebbero decidere di contenere le tariffe dei servizi migliorando la vita dei propri cittadini”.
Graziano Girotti
(L’opinione, 24 maggio 2007)
23 maggio 2007
No alla schiavitù cinese
Lo si fa perché lo si deve fare e basta. Perché si è un Paese serio, non in senso prodiano ovviamente. Traduzione. Nei giorni scorsi il Parlamento tedesco ha approvato quasi all’unanimità una mozione con la quale chiede alla Cina di chiudere il suo migliaio di gulag, o meglio: laogai, ancora attivo.
I laogai sono campi di concentramento dove vengono rinchiusi non criminali comuni bensì dissidenti politici o chi comunque ha commesso reati di “idee”, comprese quelle religiose. Il sistema è quello dei lavori forzati, cui vengono costretti anche bambini e donne. Insomma, una sorta di moderna schiavitù con la falce e martello.
La genialata porta la firma di Mao Zedong che nel 1950 si inventò i laogai “organizzandoli e strutturandoli sul modello dei gulag sovietici. Almeno 50 milioni di cinesi ne hanno sofferto e ne continuano a soffrire”. A dirlo è Harry Wu, che nei laogai ci ha passato diciannove anni della sua vita e che dopo essere emigrato negli Stati Uniti nel 1985, ha dato origine alla Fondazione di Ricerca sui Laogai.
Sulla stampa italiana, quella fighetta e conformista, la notizia proveniente dalla Germania è passata sotto silenzio. Come volevasi dimostrare. Per carità, non sia mai detto che per una volta i giornaloni possano essere di qualche utilità. Se trent’anni fa c’erano le “sedicenti” brigate rosse, oggi ci sono i “sedicenti” gulag cinesi. Nessuno l’ha scritto, beninteso, ma qualcuno – ne siamo certi – in quei giornaloni sarebbe tentato di pensarlo.
E poi il nostro presidente del Consiglio, Romano Prodi, sponsorizzando uno strombazzato viaggio di propaganda a favore delle imprese italiane nell’Impero di Mezzo, aveva buttato là la proposta di togliere l’embargo europeo sulla vendita di armi a Pechino. Notare la differenza di stile e di palle: i tedeschi urlano in faccia al drago cinese di smetterla di perseguitare coloro che vogliono restare liberi, noi – con l’aria di quelli che la sanno lunga – gli regaliamo qualche caramella per tenercelo buono. E magari ci riteniamo pure furbi.
Non solo. C’è anche un problema di evoluzione della sinistra politica. La denuncia tedesca è forte perché può contare sul voto favorevole di Spd e Verdi, che mettono in mostra una maturità e un riformismo davvero autentici e rassicuranti. Forze politiche di sinistra che non esitano ad attaccare pubblicamente la più grande potenza comunista ancora esistente.
Da noi riuscite a immaginarveli Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio e mettiamoci pure lo stesso Mussi manifestare davanti all’ambasciata cinese chiedendo la chiusura dei laogai? Pura fantapolitica. Perfino Fassino faremmo fatica a vederlo. O forse sì, tanto ormai va dappertutto. Un dato è certo: una volta di più la sinistra nostrana mette in mostra un provincialismo culturale da fare spavento.
Graziano Girotti
(L'opinione, 23 maggio 2007)
17 maggio 2007
Ricordo di Luigi Calabresi
16 maggio 2007
Be an umarell
Invece, il libro fotografico che stiamo per presentare dovrebbe interessare non solo ai nostri concittadini. Infatti, esso è dedicato ad un tipo umano assai diffuso per tutta Italia, e anzi in tutta Europa.
Ognuno di noi prima o poi avrà dovuto farci caso, anche se si tratta di persone non molto appariscenti. Le quali tuttavia hanno molto da dirci.
Insomma, è appena uscito per i tipi della Pendragon, casa editrice bolognese, il libro fotografico Umarells, di Danilo “Maso” Masotti.
L’autore è un blogger di un certo livello, che in questa sua opera prima libraria ha raccolto le numerose istantanee che nel corso degli anni sono apparse sul suo “spettro della bolognesità”, e soprattutto nel blog collaterale che da il titolo al libro: Umarells.
Che significa, anzi chi sono gli umarells (con l'accento sulla e)?
Prima di spiegarlo è bene chiarire perché sono così importanti. Anche coloro che a Bologna non hanno mai messo piede, se non transitando in treno per la stazione, dovrebbero perlomeno intuirlo.
Dietro l’epopea degli umarells si nascondono infatti concetti, esperienze e problematiche universali. Come del resto si può capire anche dall’uso del plurale sassone, che da solo ci rivela come un vocabolo di chiara origine petroniana già da tempo si sia trasformato in una definizione globish.
I superficiali pensano che gli umarells siano gli anziani. Non è del tutto vero, perché la mezza età è già più che sufficiente per entrare nel novero. Altri invece dicono che gli umarells sarebbero i pensionati, a causa della loro caratteristica vocazione a trascorrere le giornate osservando quelli che lavorano. E questa definizione è già più accurata della precedente, vista anche la sensibile differenza che in Italia intercorre tra l’essere vecchi e l’essere pensionati.
Nemmeno il fatto di essere in pensione, tuttavia, riesce ad esaurire il concetto. Infatti, a ben vedere non tutti i pensionati sono umarells così come non tutti gli umarells sono pensionati (nel libro di Masotti c’è anche un’apposita sezione dedicata al rapporto tra umarells e mondo del lavoro).
In realtà, lo stesso autore ha più volte chiarito che l’umarell altro non è che l’uomo della strada. L’uomo comune, senza particolari qualità, e in posizione di mezzo rispetto ad ogni possibile parametro statistico. Medio per età, così come per livello di istruzione e tenore di vita. Un uomo normale, per quanto la sua vocazione da umarell lo faccia apparire oggettivamente modesto. Del resto, coloro che si posizionano a metà di qualsiasi classifica socioeconomica, nella realtà appaiono assai meno brillanti di quel che dice la statistica.
Per questo l’umarell è una figura tipicamente bolognese, ma nel contempo universale. Eugenio Riccomini, erudito piuttosto famoso in città ma – come si conviene ad un certo stile felsineo – pressoché sconosciuto fuori dalle mura cittadine, sostiene che la caratteristica più spiccata del bolognese sarebbe proprio quella della medietà.
La vocazione di chi vive nel capoluogo emiliano è quella di aspirare a traguardi di alto livello, per poi doversi adattare alla posizione di centroclassifica, a volte cercando di dissimulare, ma altre volte con un certo provinciale compiacimento.
Ai bolognesi di tutti i ceti piace apparire, e vivere il più possibile alla grande. Di solito, senza essere mai stati in grado di scalare le vette più alte, ma nel contempo senza nemmeno essere mai caduti nel provincialismo gretto o nel degrado. Questo è vero in tutti i campi della vita sociale, dall’imprenditoria al mondo dello sport.
Così l’umarell è diventato anche lui una figura universale. Anche perché il suo diffondersi è espressione di un conflitto generazionale che ci riguarda tutti. Annota il Maso nell’introduzione: “gli umarells hanno sempre qualche soldo da parte, ci aiutano a comprare la casa, quando tirano le quoia con la q ci lasciano in eredità denaro e/o immobili, educano i nipotini mentre andiamo a lavorare in cerca di improbabili realizzazioni mantenendo sia i nipotini, sia noi che andiamo a lavorare”.
Perchè proprio qui sta il punto.
L’umarell per diventare tale ha attraversato un’esistenza lavorativa, nella consueta posizione mediana, durante i lunghi decenni di vita italiana nei quali anche un operaio o un impiegato di fila potevano facilmente comperarsi la casa con il mutuo, e mettere pure dei soldi da parte.
Anche se di solito non è uno di quelli che hanno fatto il ’68 (sennò invece farebbe parte della classe dirigente), ormai l’umarell appartiene alla stessa loro generazione.
E difatti, grazie all’allungamento della vita media, la maggior parte degli umarells sono nello stesso tempo sia pensionati che di mezza età, semplicemente perché appartengono all’ultima generazione di italiani che ha potuto permetterselo. I giovani finanzieranno, in attesa di diventare umarells anche loro, prima ancora di accorgersene.
L’umarell peraltro non è necessariamente comunista o di sinistra, anche se quando è bolognese lo è nella gran parte dei casi. Proprio perché a Bologna essere comunisti fa parte della normalità statistica.
Sono state le odierne legioni di umarells, quando erano giovani, a ricostruire la ricchezza nazionale, a partire dagli anni nei quali i loro coetanei all’università si preparavano a dissiparla, sognando la rivoluzione. Ma nel contempo, sia i futuri umarells che i sessantottini sapevano in partenza che avrebbero avuto vita relativamente facile fino alla vecchiaia, potendo contare su uno Stato assistenziale sempre più sprecone e dissennato.
Uno Stato che al contrario tutti noi che andiamo dai venti ai quarantacinque anni, che siamo figli o a volte già nipoti degli umarells, stiamo pagando di tasca nostra. Senza poterci nemmeno sognare le pensioni che ora si godono gli umarells medesimi.
Per questo abbiamo bisogno di ereditare i loro immobili e di incamerare i loro aiuti economici, specie se vogliamo farcela ad avere bambini e a poter un giorno diventare umarells anche noi.
Comunque, il fatto stesso di essere umarell significa rappresentare una risorsa universale. Nel suo omonimo sito, e poi nel libro, “Maso” Masotti ci ha fatto riscoprire che gli umarells sono ormai tantissimi.
L’invecchiamento della popolazione, e il fenomeno della denatalità, hanno fatto sì che ormai le nostre città sono invase dagli umarells. Non sono particolarmente appariscenti, in quanto usualmente sono già in strada alle sette di mattina, prima per fare qualche fila (non importa quale) negli uffici e poi la spesa alla coop. E poi ci osservano e ci controllano.
Infatti il vero umarell è soprattutto un controllore. Non avendo mai un cazzo da fare (sempre a causa di quel discorso sul welfare di cui sopra) il vero umarell passa le sue giornate a osservare le nostre vite e controllare quel che ci succede.
Per questo Masotti ha voluto iniziare a osservare loro, nel già citato blog intitolato all'umarells uòtching (watching), dal quale il libro è stato tratto, e al quale ormai collaborano non pochi umarells uòtchers che girano per le città e le campagne con la macchina digitale sempre in tasca.
Come dicevamo, gli umarells non amano farsi notare, un po’ come gli hobbits di Tolkien. Però non sono necessariamente piccoli di statura, nonostante il nome (che nell’italiano di Bologna si traduce con “omarello”).
Infatti – non confondiamo – un uomo piccolo di statura a Bologna è un umarein, un omarino. E anche lui può diventare una figura universale. Specialmente nella versione dell’umarein pugnetta. Definizione che può sembrare poco lusinghiera, ma in realtà serve a definire un tipo umano decisamente positivo. Diverso, fin troppo diverso dal generico umarell, che invece è un passivo, un uomo che guarda.
L’umarein pugnetta è un uomo piccolo di statura, ma estremamente energico e scattante.
Un uomo che diffonde attorno a sé ottimismo e una certa elettricità. Un uomo che non cade quasi mai e comunque si rialza sempre. Frenetico e molto propositivo. Tecnicamente immortale. Non vi ricordano qualcuno queste definizioni? A noi sì, e solo per quello a parlarne ci si apre il cuore.
15 maggio 2007
Epifani cerca lavoro: accetti un consiglio...
Da tempo il sindacato approfitta di un ruolo politico che nel corso degli anni si è costruito basi sempre più solide grazie alle spregiudicatezze della cosiddetta Triplice (ma soprattutto della Cgil) e alla disattenzione golosamente complice di una parte rilevante dei partiti, desiderosi di passare alla cassa per raccogliere voti. Chiamiamolo pure conflitto di interessi, perché di questo alla fine si tratta, all’interno della sinistra. Non a caso Cofferati, ieri capopolo senza macchia, è finito a fare il sindaco - peraltro contestato e minacciato - di una città-simbolo come Bologna. Un conflitto che fa il paio con quello di natura economica, e di dimensioni enormi, che riguarda le cooperative rosse, i cui privilegi e la funzione di foraggiatori di denaro e di personale verso il partito di riferimento (Ds) rappresentano un fenomeno unico in Europa se non addirittura nel mondo.
A parte la digressione, resta il problema iniziale: Epifani non si vede più. O non quanto dovrebbe, mettiamola così. Il manovratore, quando è amico, non va disturbato. Se si esclude qualche timida intemerata sulle pensioni, più da Casa Vianello che da ruolo istituzionale, il successore del Cinese si sta distinguendo come un leader pallido e emaciato. Malato, insomma: di mutismo cronico. “Ne sono convinto – interviene Rodolfo Ridolfi, autore del pamphlet di successo ‘Le coop rosse. Il più grande conflitto di interessi nell’Italia del dopoguerra’ (edito da Libero e Free Foundation) -: Epifani ce lo ritroveremo tra qualche tempo a guidare il partito unico della sinistra, che metterà insieme i transfughi dei Ds e le formazioni più radicali”.
Nel frattempo, noi un suggerimento per toglierlo dall’apatia l’avremmo. Alcuni mesi fa venne smantellata una cellula brigatista con base in Veneto. Tra i suoi aderenti diversi erano molto vicini alla Cgil. Ne seguirono polemiche e promesse di pulizia. Cosa ha fatto l’organizzazione da allora? Fossimo in Epifani, con tutto il tempo libero che ci ritroviamo per non voler mettere in difficoltà l’alleato Romano, inizieremmo un lungo giro per l’Italia a ficcare il naso in ogni sezione territoriale. Vorremmo conoscere come viene gestita, chi sono gli attivisti, che cosa fanno. La sensazione, invece, è che quegli arresti siano stati vissuti come un incidente di percorso.
Nel nostro Paese, se non lo si è ancora capito, stiamo assistendo a una ripresa – disordinata, confusa, ma sempre di ripresa si tratta – della violenza politica, per ora più verbale che fisica. Ma la preoccupazione monta. Sempre a Bologna, nell’ultimo anno, le minacce ad esponenti politici e giornalisti sono aumentate in modo esponenziale. Il sindacato ha un ruolo determinante nel tentare di bonificare la società. A condizione che riconosca le proprie debolezze passate e presenti. Epifani, allora, dia un contributo vero alla democratizzazione della sinistra estrema e si impegni sul serio a togliere acqua ai pesci del brigatismo di ritorno. Può fare molto. Per il movimento sindacale, per la sinistra ancora innamorata della falce e martello, e per l’Italia.
Graziano Girotti
(l'Opinione, 15 maggio 2007)
14 maggio 2007
Quando i laicisti fanno autogol ...
C’eravamo in quanto bloggers cattolici e liberali, e proprio per questo autenticamente laici. Ci siamo andati assieme ad alcune componenti della “base” di Forza Italia. Ci siamo cioè andati con quei cittadini e con quei politici locali che non guardano alle convenienze del momento, e non potendo negoziare sui valori che sono alla base di ogni movimento popolare e conservatore europeo, non potevano astenersi in un’occasione come questa.
Ci siamo andati assieme a persone che, nella loro vita privata, a volte nemmeno tengono famiglia. Anzi, siamo andati assieme a loro proprio perché anch’essi siano messi in grado di crescere una famiglia. Siamo andati da cattolici, ma assieme a non credenti, a laici autentici che sanno che senza le famiglie non ci sarebbe futuro nemmeno per loro.
Non siamo caduti nell’equivoco delle “due piazze”. Eravamo arrivati al Family Day con qualche tentazione di cascarci, per
Ce lo hanno insegnato i bambini. I nostri figli, e le migliaia di bambini che si sono accalcati con noi in Piazza San Giovanni. Le frotte di ragazzini che, non appena si diradava uno spazio tra la folla, iniziavano a correre e a saltare, cercando uno spazio vuoto per poter giocare senza perdersi, e per prendere a calci le bottigliette d’acqua vuote. Ce lo hanno insegnato i neonati in carrozzina, e quelli nei marsupi. Quelli che ogni tanto venivano presi in braccio dalla mamma, con il papà che cercava di farli bere direttamente dalle bottigliette d’acqua distribuite dai volontari.
Ce lo hanno insegnato i ragazzi e le ragazze venuti da lontano con i genitori e spesso con i nonni, a proprie spese e quasi sempre con mezzi poco comodi, per affrontare una piazza affollata e battuta dall’alto da un sole già estivo. Quelli che ogni tanto non ce la facevano, e dovevano accucciarsi all’ombra di qualche striscione per riprendere fiato.
I nostri bambini, i nostri figli adolescenti, e persino i tanti neonati in carrozzina, hanno mostrato al Paese che il Family Day non è stata una manifestazione politica. E’ stato un grande evento di popolo. Un popolo laico che si è ritrovato unito. Il popolo dei movimenti del laicato cattolico, e quello dei movimenti laici per la libertà.
Un popolo che di solito si vede poco in piazza. Ma che in passato – e i media laicisti non l’avevano capito neanche allora – all’epoca del referendum sulla selezione genetica ed uccisione degli embrioni umani (cosiddetta “fecondazione assistita”) già aveva dimostrato di essere maggioranza.
Invece in Piazza Navona, nella non-piazza costruita mediaticamente, non c’erano bambini. Solo i soliti politici e i soliti militanti.
Ma non perché quella fosse una manifestazione politica, alla quale di solito (anche giustamente, se vogliamo) i bambini non si portano. Se avessero potuto portarli, lo avrebbero fatto. Tant’è che un paio di ragazzini in prima fila – ad uso dei fotografi e delle telecamere di regime che pietosamente riprendevano la piazza solo dal basso – li avevano rimediati.
Tuttavia la realtà è che, anche mettendosi tutti insieme, i loro figli piccoli e anche quelli adolescenti non sarebbero bastati nemmeno per riempire il bar-tabaccheria che c’è in Piazza Navona.
L’ostinata realtà delle cose ci dice che la non-piazza dei laicisti arrabbiati è composta da un popolo che sta per estinguersi. Non tanto politicamente, che se è per quello per ora hanno ancora in mano tanta parte del potere e dei mezzi di comunicazione. Sta per estinguersi demograficamente.
Quelli di Piazza Navona erano la retroguardia arrabbiata dell’Italia dell’1,2 figli per donna. Dell’Italia che, coerentemente, non investe nulla sulla famiglia, perché odia
Ma di fronte alla realtà della vita, quella che fa sì che le ragioni degli uomini liberi alla fine prevalgano sempre, loro hanno ormai già perso. Nessuno li ha battuti, ma semplicemente si sono estinti. Schiantati sotto il peso del loro nulla.
Come ormai è schiantato il progetto di legge sui Dico, che nell’agenda delle cose che sarebbero da fare o non fare per la famiglia, è già stato depennato.
Bastava osservare le migliaia e migliaia di bambini che, con i nostri figli, erano in Piazza San Giovanni, per capire quali sono i problemi più seri e urgenti che la gente comune pone alla politica.
Quoziente familiare, detassazione, revisione dei criteri di assistenza pubblica per le famiglie più deboli, libertà scolastica. Questa è l’agenda che
E che non venga loro in testa di potersela cavare con la solita elemosina, più mediatica che reale, prendendo i fondi da qualche scampolo del “tesoretto”, che forse avanzerà dalla grande abbuffata delle loro solite clientele sindacali e parastatali.
Non ci cascherebbe più nessuno. Piazza San Giovanni ha detto forte e chiaro che chiunque, dal mondo della politica, voglia partecipare alla costruzione del futuro del Paese, deve porre in primo piano la questione della famiglia. Quella famiglia che il popolo del Family Day costruisce e porta avanti, a fatica, ogni giorno, tra discriminazioni e vessazioni sempre più intollerabili da parte dello Stato.
L’unica famiglia che esiste, e che costruisce il futuro di tutti.
(nella foto: al Family Day, Leonardo ed Emanuele, i due figli maggiori di Max, mandano un saluto a Piazza Navona e ai bloggers laicisti di Tocqueville)
04 maggio 2007
Bologna mette alla prova il Pd
Un elenco che vede la presenza anche del meno noto Riccardo Malagoli, presidente del quartiere San Donato, rosso che più rosso non si può, contro il quale nei mesi scorsi è stata orchestrata una campagna di vera e propria intolleranza. Insomma, il capoluogo emiliano-romagnolo è da troppo tempo al centro di movimenti strani per ritenere questi ultimi frutto di curiose coincidenze. Sotto le Due Torri vive e prospera da tempo un movimento no-global frastagliato ed effervescente, che ha contato qualcosa se non addirittura molto nella elezione del Cinese a primo cittadino della città quasi tre anni fa.
La sensazione, allora, è che l’ala più estrema stia presentando il conto all’interno della sinistra. Cofferati, a partire dal giorno dopo il suo ingresso a Palazzo d’Accursio, ha tentato di accreditarsi come sindaco superficilmente di “destra”: sgomberi di insediamenti abusivi, battaglia contro i lavavetri, campagne per la legalità più annunciate che tradotte in pratica. Addirittura si è arrivati a chiamarlo “sceriffo”. Uno sceriffo più con le babbucce ai piedi che con la colt tra le mani, a dire la verità, se solo ti sporgevi a scrutare quello che concretamente stava facendo. Ma quello che contava era l’immagine, costruita grazie al contributo di una buona fetta di stampa amica. Un sindaco di sinistra, anzi: sindacalista, che non voleva essere riconosciuto come tale e che per di più bastonava chi lo aveva aiutato a vincere.
In sostanza, Cofferati (che non a caso viene contestato dovunque vada in Italia) viene preso di mira per impersonare l’avamposto di quella sinistra che vuole cambiarsi i connotati e pretende di ricondurre a “ragione” chi i connotati se li vuole mantenere intatti. Orgogliosamente. Peggio: viene vissuto come colui che non ha avuto remore a sfruttare appoggi e voti degli estremisti, ma ora si vergogna della compagnia.
Sono le contraddizioni, enormi e lampanti, che stanno esplodendo. Ed è questa la prima sfida per il partito democratico. Tanto per cambiare da Bologna si può vedere nella palla di cristallo della sinistra.
Graziano Girotti
(l’Opinione, 3 maggio 2007)
02 maggio 2007
Il futuro dell'Europa sarà la Mezzaluna?
Sullo stesso problema l’opinionista paleolibertarian americano Tom Bethell (autore di una brillante guida “politicamente scorretta” alla scienza, Le balle di Newton, in uscita per Rubbettino) ha pubblicato un allarmante articolo sul numero di ottobre 2006 della rivista American Spectator, intitolato “Christians Fall, Muslims Rise” (“Calano i cristiani, aumentano gli islamici”). Bethell ricorda la situazione del Libano, un paese pacifico e fiorente fino alla metà degli anni Settanta, ma che è precipitato nell’inferno della guerra civile quando il peso demografico dei musulmani ha raggiunto una massa critica. Un tempo i cristiani rappresentavano il 70 per cento della popolazione; oggi sono probabilmente scesi sotto il 50 per cento, ma da più di cinquant’anni non si fanno censimenti per evitare di sconvolgere gli equilibri politici del paese.
Il Libano, considerato un tempo “la Svizzera del Medio Oriente”, oggi è un territorio pericoloso, diviso in enclavi in conflitto tra loro, dove gli attentati e le violenze politiche sono all’ordine del giorno. Quello che dovrebbe preoccuparci è che l’evoluzione demografica del Libano si sta ripetendo, anche se più lentamente, nell’intera Europa occidentale. Il paese dei cedri rappresenta quindi un microcosmo del nostro futuro. Ci mostra come potrebbe essere l’Europa alla metà del secolo, quando le comunità islamiche costituiranno delle minoranze corpose in molte aree geografiche del vecchio continente.
L’espansione dell’Islam in Europa, secondo Bethell, è una diretta conseguenza dell’abbandono del Cristianesimo. Subito dopo l’attentato suicida nella metropolitana di Londra del 2005 lo storico inglese Niall Ferguson osservò che il “vuoto morale” lasciato dalla decristianizzazione sembra aver creato “un facile obiettivo d’attacco per l’altrui fanatismo religioso”. “È in questo vuoto che sono entrati l’Islam e i musulmani”, ha aggiunto Daniel Pipes sul New York Times: “il Cristianesimo è debole ed esitante, mentre l’Islam è robusto, ambizioso e assertivo”. Pipes prevede che prima o poi, come nel Medio Oriente, “le grandi cattedrali dell’Europa diventeranno vestigia di una civiltà scomparsa”, oppure verranno demolite o trasformate in moschee.
Il vantaggio decisivo dei musulmani è che non hanno perso il rispetto e la fede nella propria religione. In Europa, invece, il Cristianesimo è sotto attacco costante da più di due secoli, e questi assalti sono venuti spesso dal suo interno. Negli ultimi decenni, nota Bethell, gli imam e i mullah non hanno avuto bisogno di dire una sola parola contro il Cristianesimo, perché tutto il lavoro era già stato fatto per loro da schiere di critici, riformatori, apostati e transfughi. Molti gesuiti hanno aderito alla teologia della liberazione, mentre gran parte delle confessioni protestanti hanno abbracciato l’ambientalismo, il pacifismo, il terzomondismo, il femminismo o altre mode ideologiche progressiste.
La maggioranza degli intellettuali europei crede in una visione mitologica della storia, secondo cui l’Europa era irrimediabilmente arretrata e repressa prima che il Rinascimento e l’Illuminismo liberassero finalmente la società dalle catene del Cristianesimo, aprendo la strada a tutte le cose meravigliose che sono venute dopo. A parte qualche “trascurabile” incidente di percorso (il terrore giacobino, le guerre napoleoniche, due guerre mondiali, i genocidi, i totalitarismi) la cultura progressista è assolutamente certa che l’Europa contemporanea sia di gran lunga migliore dell’Europa del passato, e che sia stata la distruzione del Cristianesimo a far nascere questo meraviglioso mondo nuovo. La verità, naturalmente, è che il Cristianesimo ha generato la civiltà europea, rivitalizzando la decadente cultura greco-romana. Questa civiltà cristiana è stata l’artefice del “miracolo europeo”, arrivando nel diciottesimo secolo a surclassare in ogni campo tutte le altre civiltà della storia. Solo a quel punto gli illuministi hanno dichiarato che tutto quello che era avvenuto prima di loro era sbagliato e da buttare.
Il risultato di questa prolungata aggressione al Cristianesimo è l’Europa post-cristiana che abbiamo sotto gli occhi. Questa Europa “liberata” dalla sua religione tradizionale è moribonda, codarda e in bancarotta.
Moribonda: a partire dalla contestazione degli anni Settanta, il declino del Cristianesimo è andato di pari passo con il crollo delle nascite. Il rigetto del tradizionale insegnamento religioso favorevole alla procreazione e alle famiglie numerose ha aperto la strada alla diffusione di massa di pratiche contro la vita, come l’aborto, la contraccezione e il controllo artificiale delle nascite. In questa nuova visione “liberata” della vita, i figli sono diventati una spesa e un fardello insostenibile.
Codarda: gli europei secolarizzati preferiscono sottomettersi all’Islam che lottare per difendersi. Pochissimi hanno avuto il coraggio di difendere il Papa dalla brutale aggressione islamica subita dopo il discorso di Ratisbona. Non credendo nell’aldilà, gli europei attribuiscono valore solo alla vita presente, e per questo motivo hanno già deciso di arrendersi. Non possono rischiare la vita perché è l’unica cosa che hanno da perdere. Come ha scritto un autore omosessuale olandese emigrato dal suo paese: “Non ho mai lottato per la libertà. Sono capace solo di goderla”. Nessuno combatte sotto le bandiere dell’edonismo, nemmeno gli edonisti stessi. Il motto “meglio dhimmi che morti” ha già preso il posto del vecchio slogan della Guerra Fredda, “meglio rossi che morti”.
In bancarotta: la mentalità edonistica, con il suo breve orizzonte temporale, ha prodotto anche il declino dell’etica del lavoro. Gli europei lavorano molte ore in meno degli americani o degli asiatici, ma nello stesso tempo pretendono benefici assistenziali e pensionistici enormemente più elevati. La stagnazione dell’economia europea dovuta alla eccessiva tassazione, regolamentazione e burocratizzazione, associata alla crisi demografica, porterà inevitabilmente alla bancarotta tutti i sistemi welfaristici europei nei prossimi decenni.
I razionalisti post-cristiani che vogliono gettare a mare due millenni di eredità cristiana pensano che non ci sarebbe nulla di male se una forma di ateismo umanistico prendesse il posto della religione. Ma come avverte Bethell, “basta guardare agli aspetti sociali primari, come la demografia, per capire che l’opzione dell’umanesimo secolare non funziona”. L’Europa laicista di oggi fallisce completamente nel compito fondamentale di ogni società, che è quello di perpetuare se stessa nel tempo. Con gli attuali tassi di natalità i paesi europei conteranno cento milioni di abitanti in meno tra mezzo secolo, e i rimanenti saranno in larga misura anziani o musulmani. Di questo passo, l’Europa del futuro avrà l’aspetto di un immenso ospedale geriatrico a cielo aperto, circondato da aree violente e “libanizzate” a prevalenza islamica.
Questa tragica situazione in cui si troveranno gli europei è interamente auto-inflitta: è la conseguenza di decenni di politiche antinataliste, multiculturaliste e socialiste, che hanno fiaccato numericamente, moralmente ed economicamente la popolazione europea. Sarebbe però troppo traumatico per gli europei, soprattutto per le sue elite politico-intellettuali, ammettere di aver sbagliato tutto, e di aver preparato un futuro da incubo per i propri figli e nipoti.
In questi casi la psiche umana si difende con la rimozione (facendo finta di non vedere quello che si ha sotto il naso), e con la proiezione delle proprie colpe su un capro espiatorio: ecco spiegata l’enorme popolarità che godono in Europa le teorie complottiste più cervellotiche, con gli americani e gli ebrei immancabilmente al centro della cospirazione.
Non tutto l’Occidente, infatti, si rassegna a seguire gli europei sulla via della secolarizzazione e dell’estinzione demografica. Gli evangelici americani della Bible Belt e gli ebrei d’Israele sono ancora fortemente religiosi e attaccati alle proprie radici, fanno figli in abbondanza (con una media di quasi tre figli per donna), e non hanno alcuna intenzione di sottomettersi alle prepotenze dei musulmani. A differenza degli europei, gli americani che popolano gli “stati rossi” a maggioranza repubblicana e gli israeliani mostrano ancora ottimismo, coraggio, forza e fiducia in se stessi. Secondo la mentalità dominante in Europa, invece, chi non accoglie tutte le richieste islamiche è un piantagrane, un guastafeste che crea solo dei problemi. È questa l’origine del patologico antiamericanismo e antisemitismo, che in Europa è diventato ormai un’ideologia di massa.
Per fortuna anche nel vecchio continente esistono delle “riserve conservatrici” di fede e di energia: persone che amano la propria cultura e che la vogliono trasmettere ai propri discendenti. Il loro numero forse non è molto più alto di quello dei musulmani attualmente residenti in Europa. Quando tra qualche decennio l’Europa secolarizzata sarà uscita di scena, se non altro a causa della sua sterilità, saranno i cristiani tradizionali e i musulmani le forze dominanti che si contenderanno l’egemonia politica e culturale dell’Europa.
Guglielmo Piombini
PEPE, n. 20, marzo-aprile 2007
01 maggio 2007
A Bologna nasce la sinistra da reality
Questa volta, però, sembra proprio che Cofferati non c’entri. E questa è una notizia nella notizia. Insomma, è successo che una lettera anonima sia stata fatta circolare nelle alte sfere della dirigenza Ds - o come si chiamano oggi - e poi ripresa da un quotidiano locale. Nella missiva si attaccava la fidanzata del capo della federazione provinciale diessina, l’appena confermato Andrea De Maria, accusandola di aver fatto carriera più per ragioni di letto che per reali capacità. La ragazza ha reagito, ne ha dette quattro all’interno del partito e poi se n’è andata in “confessionale”, rilasciando allo stesso giornale una intervista che ha fatto esplodere definitivamente il caso.
Tutto normale? Cose che capitano all’interno dei partiti? Forse negli altri, ma non nei Ds, per di più bolognesi. E’ il segno di una profonda mutazione culturale che colpisce al cuore la formazione politica che aveva fatto del radicalismo chic, della puzza sotto il naso e della lezioncina morale sempre pronta per gli altri, il suo segno distintivo. La diversità era anche questa: impancarsi a unici, legittimi oppositori dell’avanzante becera Italia berlusconiana, quella dei gossip, di chi parcheggia in doppia fila, di chi non paga le tasse. E via cantando. Ora il castello crolla, il primo della classe si ritrova dietro la lavagna e scopre all’improvviso la metastasi avanzante.
Il grande fratello, insomma, è dentro di loro. E’ bastata una letterina stracolma di pettegolezzi da periodico con le tette di fuori per radere al suolo una tradizione di (presunta) primazia genetica. Non solo. C’è un’aggravante. I Ds sono stati e si ritengono il partito delle donne e del femminismo nonché di tutta la retorica sul solidarismo tra le appartenenti all’altra metà del cielo. Tiè. Sia chiaro: il solito De Maria ha dimostrato di trovarsi a suo agio nel nuovo brodo culturale. Dopo aver fatto dichiarare alla bionda girlfriend che stava pensando di dimettersi per salvare il partito, il giorno dopo ha rassicurato tutti: non ci pensa nemmeno. E così si va avanti: con il partitone che non è più il partitone di una volta. Ora poi che sta per sciogliersi nel partito democratico, ne vedremo e sentiremo delle belle.
Dall’opposizione si ha buon gioco a infilare la spada nella piaga. “Mentre si fanno le loro guerricciole interne – commenta il consigliere regionale di Forza Italia, Ubaldo Salomoni – Bologna e l’Emilia-Romagna sono sempre più preda della violenza, ormai diventata il problema numero uno”. A dirlo sono i numeri: secondo i dati Istat del 2006, la regione è la prima in Italia in fatto di abusi sulle donne. A proposito di battaglie femministe. Ma questa è una cosa seria, non è più reality show.
Graziano Girotti
(rubrica lettere – l’Opinione, 27 aprile 2007)
27 aprile 2007
Don Domenico Gianni, martire dimenticato
Chi scrive queste righe ha 41 anni, non ha vissuto quella stagione di sangue ma abita a un centinaio di metri da dove venne portata a termine l’esecuzione. Leggendo le righe di Pansa è stato come prendere un pugno nello stomaco, improvviso e fortissimo. Ho iniziato una mia piccola indagine parlando con parroci e persone del posto. Ma sono pochissimi, ormai, coloro che rammentano la vicenda di don Gianni. Una storia come tante per quei tempi, si potrà pensare. Non è vero. Questa, come tutte le altre ad essa simili, è una storia speciale. E lo sarà fintanto che le istituzioni (cioè noi tutti) non avranno fatto qualcosa per ridare dignità agli assassinati dal furore ideologico, ai martiri della nostra alba democratica.
Ciò che avete appena letto è il testo di una lettera che il quotidiano “Il Resto del Carlino” pubblicò a mia firma i primi giorni del 2004. Ma ciò che è ancora più interessante raccontare, e che forse descrive meglio di qualsiasi analisi storico-sociologica il clima di paura che ancora opprime la mente dei protagonisti di quei fatti, i pochi rimasti in vita, è ciò che successe qualche giorno dopo.
Una sera ricevetti una telefonata. “Lei è Girotti, quello che ha scritto di don Gianni sul Carlino?” mi fa una voce un po’ tremante e senza particolari accenti. “Sì, lei chi è?”. “Non ha importanza, per ora. Sono un testimone di quei fatti, li ho vissuti direttamente. Da troppo tempo mi porto un peso sulla coscienza, ora me ne voglio liberare. Ci possiamo incontrare?”. “Certo – rispondo -. Ma come faccio a riconoscerla?”. “Che ne dice se ci vediamo a Calderara lunedì, alle 8.30, sotto il monumento ai partigiani in piazza della Resistenza (una sorta di contrappasso, nda)? Io arriverò con un quotidiano sotto braccio e lei farà altrettanto. Sarà il modo per riconoscerci”. “Bene – faccio io -. A lunedì”.
A quell’incontro, stile guerra di spie a Berlino anni ’60, con la sola differenza che eravamo agli inizi degli anni Duemila, andai e vi trovai il mio misterioso interlocutore. Altri non era che il chierichetto di don Gianni, che all’epoca viveva con la famiglia proprio in alcuni locali della canonica presi in affitto. Qualche sera dopo venne a casa mia e in circa tre ore mi raccontò per filo e per segno come andarono le cose. La base della squadraccia di partigiani era a Lippo, altra frazione di Calderara, ed era capitanata da una donna, morta di pazzia non molti anni dopo, a Reggio Emilia. Gli altri componenti erano tutti uomini ben noti in paese. La donna riteneva don Gianni una spia dei tedeschi, lo accusava di aver fatto fucilare il suo fidanzato, anch’egli partigiano. “Non era vero nulla” mi disse il testimone. “La diceria nacque solo perché i nazisti avevano costretto più volte don Gianni a girare per il paese su un loro mezzo. Ma il parroco non riferì mai nulla”. Il 21 aprile, la banda irruppe nella canonica e sequestrò don Gianni. Lo tenne segregato in una porcilaia che era nei pressi per un paio di giorni, giusto il tempo di mettere in scena un processo farsa. Processo che si concluse con la sua condanna a morte, che venne eseguita il 24, con contorno di sevizie invereconde.
Graziano Girotti
(l’Opinione, 25 aprile 2007)
19 aprile 2007
Ratzinger, gli Usa e i comunismi fai da te
E così l’Italia si porta a casa un altro campionato del mondo: quello di schierare il maggior numero di formazioni che si richiamano alla falce e martello. D’accordo? Sbagliato: sembra impossibile, ma ne manca ancora una. Forse la più potente di tutte, la più radicata, quella che ha più iscritti arrabbiati: la Cgil. Un sindacato che è soprattutto un partito, o un partito che è soprattutto un sindacato. Fate vobis. Infine, la ciliegina sulla torta. Una grande torta, sia chiaro: parliamo della Lega delle cooperative. Il polmone economico dello schieramento che abbiamo appena descritto. Una macchina da 45 miliardi di euro all’anno, di fronte ai quali i 3 miliardi dell’impero berlusconiano fanno apparire Silvio come un accattone con le pezze al sedere. A proposito di conflitto d’interessi. Ma questo è un altro discorso.
Un blocco sociale, politico, economico e culturale che ha rappresentato e continua a rappresentare una palla al piede dello sviluppo dell’Italia di dimensioni colossali. Un blocco arciconservatore quando si tratta di difendere rendite di posizione maturate nei decenni: le cosiddette liberalizzazioni, per esempio, altro non sono che provvedimenti in favore delle coop. E relativista a tutto spiano laddove la sfida venga portata sul piano della dignità umana e dei valori di fondo: pensiamo ai dico o alla inseminazione artificiale. In ogni caso sempre intellettualmente ipocrita, per cui ciò che va bene ora potrebbe non andare bene fra cinque minuti: la missione in Afghanistan era stata di guerra lo scorso anno fino alle votazioni di aprile, per poi trasformarsi come per magia in missione di pace non appena D’Alema è diventato ministro degli Esteri.
E’ più che naturale, allora, che siano due i bersagli preferiti da chi difende il portafoglio e rinuncia a tutto il resto: gli Stati Uniti e la Chiesa, in particolare il papato di Ratzinger. I primi sono l’icona dell’individuo che rischia da solo, di colui che conta sulle proprie forze, in pratica del cittadino che non appalta il cervello ad altri (siano partiti o sindacati). Il loro imperialismo, vero o presunto, viene preso a pretesto per attacchi che hanno altri obiettivi. Pertanto se gli Usa subiscono il più grave attentato terroristico della storia dell’umanità, lo slogan che viene coniato un minuto dopo e ripetuto in tutte le salse è: “Se la sono cercata”. L’America viene dipinta come l’oppressore principale dei deboli della terra quando la realtà è esattamente opposta: sono i deboli ad aver sempre visto in essa una opportunità di riscatto.
Papa Benedetto XVI è il supremo guardiano dei valori in cui è nato e si è formato il nostro mondo occidentale. Un guardiano che oltre a gridare cose che la Chiesa va gridando da secoli, si dimostra tanto laico da sostenere che non c’è fede senza ragione. Ecco allora che le sue uscite si trasformano in “indebite intromissioni nella vita dello Stato”. Ratzinger spaventa i materialisti dei giorni nostri perché si dimostra molto più moderno di loro, e quindi va delegittimato. E come lo si delegittima? Dicendo che il Vaticano non si fa gli affari suoi. E guarda caso quando in giro per l’Italia compaiono scritte infamanti e minacciose verso monsignor Bagnasco, capo dei vescovi, a sinistra la solidarietà non è affatto scontata. A Bologna, la maggioranza cofferatiana che amministra la città si è spaccata al momento di votare un documento di solidarietà al vertice della Cei. Come dicevamo, non è un problema solo di radicalismi più o meno spinti. Il segretario della federazione diessina del capoluogo emiliano, Andrea De Maria, faccia da ragazzo acqua e sapone, cresciuto fin dall’adolescenza a pane e politica, se ne è uscito fuori dicendo che la spaccatura “non è tanto grave”.
Si torna al discorso iniziale: un universo – quello sinistrorso – il quale, anche se in profondo conflitto al proprio interno per ragioni esclusivamente di potere, nei fatti si afferma come un moloch dedito alla difesa di se stesso e null’altro.
Graziano Girotti
Tratto dal quotidiano L’Opinione di mercoledì 18 aprile 2007
13 aprile 2007
Imperialismo islamico
Secondo la teoria suggerita da Bernard Lewis, la violenza islamica nasce dal profondo senso di frustrazione patito da una civiltà consapevole della propria arretratezza e incapace di adattarsi al mondo moderno; secondo un’altra teoria, molto diffusa tra gli accademici, gli scrittori e i giornalisti, il terrorismo islamico costituisce una reazione alla politica estera occidentale di alcune frange estremiste, che non rappresentano l’Islam nel suo insieme e gli insegnamenti autentici della religione musulmana.
Entrambe le spiegazioni presentano quindi il rinascente jihad islamico come un fenomeno essenzialmente reattivo. Efraim Karsh, analizzando le guerre islamiche da Maometto ai giorni nostri, sostiene invece che la guerra santa non è una risposta a una crisi interna o a una minaccia esterna, ma rappresenta una spinta aggressiva che è sempre stata parte integrante della tradizione islamica: “Dal primo impero arabo-islamico della metà del settimo secolo all’impero ottomano, l’ultimo grande impero musulmano, quella dell’Islam è una storia di continue ascese e cadute di imperi universali e di non meno importanti sogni imperialistici”.
Gli intellettuali e gli esperti di politica internazionale sono abituati ad applicare le categorie di “impero” e di “imperialismo” esclusivamente alle potenze occidentali. Karsh dimostra però che l’idea di creare un impero islamico su scala mondiale ha ispirato fin dalle origini tutti i leader musulmani, come confermano le citazioni che pone all’inizio del suo libro: nel marzo 632 Maometto affermò, nel suo discorso d’addio: “Mi è stato ordinato di combattere tutti gli uomini fino a quando non diranno che non c’è altro Dio fuori di Allah”; nel 1189 il Saladino pronunciò parole molto simili: “Attraverserò questo mare per inseguirli nelle loro terre, fino a quando non rimarrà più nessuno sulla faccia della terra che non riconosca Allah”; quasi otto secoli dopo, nel 1979, l’ayatollah Khomeini si esprimerà nei medesimi termini: “Noi esporteremo la nostra rivoluzione in tutto il mondo, fino a che le grida ‘Allah è il solo Dio e Maometto è il suo Messaggero’ risuoneranno ovunque”; infine anche Osama bin Laden, nel novembre 2001, ha dichiarato: “Mi è stato ordinato di combattere gli uomini fino a quando non diranno che Allah è l’unico Dio e Maometto il suo Profeta”.
È vero che anche l’Occidente cristiano ha avuto le sue epoche di espansione imperiale, ma rispetto alla storia dell’Islam vi sono alcune differenze fondamentali. Nei primi secoli il Cristianesimo si è diffuso pacificamente, senza l’ausilio del potere politico e malgrado le persecuzioni. Gesù Cristo aveva concepito il Regno di Dio in senso spirituale e aveva tenuto distinta la sfera di Cesare da quella di Dio. La nascita dell’Islamismo invece è inestricabilmente legata alla creazione di un impero mondiale, perché Maometto intendeva edificare, in nome di Dio, un regno terreno. Nel diciottesimo secolo l’Occidente aveva già perso il suo messianismo religioso, e alla metà del ventesimo secolo ha abbandonato anche le sue velleità imperiali. L’Islam invece, osserva Karsh, ha conservato la sua ambizione imperiale fino ai giorni nostri.
Non è del tutto corretto, quindi, interpretare l’attentato alle Torri Gemelle di New York come una risposta alla politica estera statunitense. L’America costituisce l’obiettivo naturale dell’aggressione islamica, spiega Karsh, perché la sua posizione di preminenza mondiale rappresenta l’ostacolo principale alla restaurazione del califfato: “La guerra di Osama bin Laden e degli altri islamisti non è contro l’America in sé, ma è l’ultima manifestazione di un ricorrente sogno imperiale. Questa visione non è per nulla confinata ai gruppi fondamentalisti, come testimonia la vasta approvazione popolare che l’attentato dell’11 settembre ha riscosso nei paesi islamici. Nell’immaginazione storica di molti musulmani Osama Bin Laden non è altro che una nuova incarnazione del Saladino”.
Tra gli obiettivi dei fondamentalisti non c’è solo la riconquista della terre che un tempo furono sotto il dominio musulmano, come Israele, la Spagna o i Balcani. L’enorme aumento della popolazione islamica in Europa avvenuto nell’ultimo decennio, grazie alla massiccia immigrazione e all’elevata natalità, rappresenta per molti musulmani il segnale evidente che anche paesi come la Francia e la Gran Bretagna, che non sono mai stati soggetti al potere islamico, fanno ormai parte della “Casa dell’Islam” e sono quindi diventati legittimi obiettivi di conquista. In Francia, ricorda Karsh, una persona su dieci è musulmana, e pare che cinquantamila cristiani all’anno si convertano all’Islam; per diversi anni a Bruxelles il nome Muhammad è stato il più popolare tra i neonati; in Inghilterra le moschee sono più frequentate delle chiese anglicane. Le profezie sul trionfo finale dell’Islam in Europa sono ormai diventate un luogo comune tra gli islamici, e vengono espresse tranquillamente e alla luce del sole da imam che passano per moderati.
Il mondo conoscerà tempi meno turbolenti di quelli attuali, conclude Karsh, quando si sopiranno definitivamente le secolari ambizioni imperialistiche musulmane: “Solo quando le elite politiche del Medio Oriente e del mondo musulmano si riconcilieranno con la realtà del nazionalismo statuale, rinunceranno ai sogni imperiali pan-arabi o pan-islamici, e vedranno l’Islam come una fede personale e non come uno strumento delle proprie ambizioni politiche, gli abitanti di queste regioni potranno guardare ad un futuro migliore, libero da aspiranti Saladini”.
26 marzo 2007
Arriva il libro più amato dalla Fallaci
La tesi centrale del libro, definito nella prefazione di Gianni Baget Bozzo “una enciclopedia dell’Islam fondamentalista”, è che, dopo il totalitarismo bruno basato sulla lotta delle razze e il totalitarismo rosso basato sulla lotta di classe, l’Occidente deve affrontare un totalitarismo “verde”, quello islamico, che si fonda sulla lotta tra le civiltà e le religioni.
Sulla base degli insegnamenti dei grandi autori liberali, come Hannah Arendt, Raymond Aron, Friedrich von Hayek e Karl Popper, lo studioso italo-francese dimostra in maniera convincente che il fondamentalismo islamico presenta tutte le caratteristiche dei movimenti totalitari: la confusione tra i campi della politica e della società civile, la mobilitazione totale e permanente, la fuga in avanti nell’estremismo, la scomparsa della distinzione tra civili e militari, il rifiuto dell’individualismo, il terrore di massa, il fine che giustifica i mezzi, il ricorso alla menzogna, il fanatismo ideologico, la demonizzazione di un nemico (l’Occidente giudeo-crociato) giudicato responsabile di tutti i mali di cui soffrirebbero le nazioni islamiche umiliate.
Per raggiungere la vittoria il totalitarismo islamico dispone di molte carte a suo favore: le più grandi riserve di petrolio del mondo; una determinazione senza limiti, che spinge generazioni di islamisti a preferire la morte alla vita; una demografia conquistatrice; e la paura che l’ascesa ineluttabile dell’islamismo suscita nell’infeconda Europa post-coloniale.
La vecchia Europa, infatti, sembra terrorizzata psicologicamente e pronta a tutte le debolezze e a tutte le negazioni pur di calmare i seguaci del totalitarismo islamista. Questo atteggiamento remissivo, spiega Del Valle, non fa che accentuare tra i fondamentalisti la rappresentazione sprezzante di un’Europa in declino, scristianizzata, senza solidi valori e colpita da una generalizzata sindrome di Stoccolma, quel fenomeno psicologico di sottomissione volontaria e di paura che spinge a difendere i propri carnefici.
Gli islamisti sono abili nel sfruttare la colpevolizzazione dell’uomo “bianco-giudeo-cristiano”, e sanno di poter contare sulla collaborazione di tanti occidentali pervasi dall’“odio di sé”. La fascinazione per l’Islam, diffusa soprattutto tra le elite politiche e intellettuali, è un prodotto della crisi di coscienza europea.
L’islamofilia, spiega Del Valle, nasce ai tempi dell’Illuminismo come riflesso dello spirito di rivolta contro la civiltà giudeo-cristiana, la Bibbia, la Chiesa cattolica e l’Ancien Régime, perché fu l’Europa cattolica e “oscurantista”, avversata dai Lumi, che resistette e scacciò l’islam dal nostro continente. Volendo far tabula rasa del proprio passato, gli europei post-cristiani proiettano nell’islam l’immagine di vittima della detestata Europa di un tempo. Nell’immaginario occidentale moderno l’Islam gode quindi del vantaggio di non essere stato intaccato dagli stereotipi negativi che, a partire dall’età moderna, hanno preso di mira il Cristianesimo.
Le vere ragioni profonde della mancata reazione europea agli assalti del totalitarismo islamista vanno quindi ricercate nella scarsa autostima e nell’alienazione dalla propria cultura storica, che secondo molti europei non meriterebbe più di essere difesa e preservata. Buona parte dell’Occidente, scrive Del Valle, non solamente non crede più in se stesso, ma si detesta inconsciamente e desidera scomparire collettivamente in uno slancio autopurificatore e riparatore, come il suicida che vuole farla finita con se stesso a forza di detestarsi e svalutarsi.
Questo masochismo redentore ed espiatorio degli occidentali, frutto della tendenza a dubitare della propria civiltà e a flagellarsi di continuo, costituisce una irresistibile esortazione alla liberazione delle pulsioni più sadiche e aggressive del totalitarismo islamista.
Se l’Europa persiste nei suoi atteggiamenti autodistruttivi, accettando un’immigrazione incontrollata dai paesi islamici e permettendo agli imam di predicare liberamente l’odio, potrebbe sorgere nel mezzo delle società europee una nuova cortina di ferro culturale e ideologica. Favorite dall’ideologia multiculturalista, in molte città europee stanno infatti nascendo delle aree abitate da musulmani inaccessibili anche alle forze di polizia. Da questi ghetti ceduti agli islamici potrebbe divampare in un futuro non troppo lontano l’insurrezione o addirittura la guerra civile. Quelle del Libano e della ex Yugoslavia, avverte Del Valle, sono cominciate così.
Guglielmo Piombini
(Libero, 23 marzo 2007)
22 marzo 2007
Riforma elettorale: la preferenza è di destra. E basta con Bondi-Tafazzi
Messa così, la questione dell’introduzione della preferenza nella futura (o futuribile?) riforma elettorale può apparire inquinata da una visione partigiana. Tuttavia, la sostanza è esattamente quella descritta: o il cittadino non conta nulla, trattato alla stregua di una vacca da mungere, e allora freghiamocene di chi vorrebbe come rappresentante. Ma se poco poco riteniamo importante che fra eletto ed elettore riprenda un minimo di dialogo, di confronto, si insinui un grammo di responsabilità, ebbene prevedere che il signor Rossi scriva esplicitamente il patronimico del candidato preferito è la strada da battere.
Dice: “Ma voi forzitalioti siete stati al governo, avete prodotto una legge elettorale tafazziana e la preferenza mica l’avete inserita. Come la mettete?”. La mettiamo male, infatti abbiamo perso. E stupisce che il coordinatore nazionale del più importante e straordinario partito italiano stia ancora lì a menarla con “se tornano le preferenze risorgono pure i notabili”. Ovviamente stiamo parlando di Sandro Bondi che solo la settimana scorsa si esprimeva in questi termini sul quotidiano “Libero”. E francamente non riusciamo a capire se creda sul serio a quello che dice, oppure (e lo capiremmo, eccome se lo capiremmo) se barricatosi sotto la cadrega, che si vuole tenere ben stretta, tenti di respingere gli assalti nemici facendo del terrorismo riformarolo col tono di quello che sta aspettando la confessione dei peccati altrui.
La sconfitta della Casa delle Libertà nel 2006 ha avuto tanti padri, ma il mancato inserimento delle preferenze ha incarnato una vera e propria contraddizione per una coalizione che si riteneva liberale. La preferenza è di destra perché significa attenzione alle esigenze del singolo elettore, cui si concede un briciolo (mica tanto) di potere contrattuale nei confronti del candidato. “Non hai lavorato? Hai combinato solo sciocchezze? Hai manifestato a braccetto con Cecchi Paone? Male: la prossima volta col cavolo che ti voto”. L’assenza della preferenza è di sinistra perché si traduce nel cervello all’ammasso, nell’adesione acritica al partitone che pensa per te, lavora per te, vota per te.
Il solito Bondi-Tafazzi afferma che la preferenza è scomparsa dal mondo occidentale, quindi non ci sarebbe ragione per tornare al passato. Forse che qualche Paese sviluppato ha un sistema elettorale come quello nostrano? Piuttosto non si capisce (o meglio: si capisce benissimo) perché agli italiani si chieda la preferenza nelle elezioni di quartiere, comunali, regionali, europee e poi gli si volti le spalle in occasione del voto per il Parlamento (oltre che per la Provincia), che da un punto di vista politico è il più delicato di tutti.
Preferenza fa rima (in tutti i sensi) con concorrenza. A prevalere è il politico che non ha il culo di pietra, che si muove, che lavora battendo il territorio palmo a palmo. Che organizza iniziative di cui spesso beneficerà tutto il partito. Che si fa portavoce dei problemi di coloro che lo hanno eletto. E’ il politico col telefono sempre acceso. E se qualcuno si trasformerà in “notabile”, pazienza. Preferiamo correre questo rischio piuttosto che la certezza di avere a che fare con nullafacenti irresponsabili, nel senso politico del termine, il cui unico pregio è essere molto amici di chi decide le candidature.
11 marzo 2007
L'oscurantismo dei liberal sull'omosessualità. Solidarietà a Risè e al Domenicale
Lo sospettavamo da tempo, e gli ultimi sviluppi della polemica sui Dico non hanno fatto altro che darcene una conferma.
I pregiudizi dei liberal sull’omosessualità sono ben più assurdi, beceri ed insidiosi per la libertà di pensiero e la ricerca scientifica, di quanto non lo sia mai stata la cosiddetta “omofobia”. La quale ultima, tra l’altro, è a sua volta una patologia che nemmeno esiste, se non come slogan polemico nei confronti di chiunque osi contraddire le loro posizioni.
Stiamo parlando del dogma della “normalità” della condizione omosessuale, e del pregiudizio positivo che la circonda. Un vero e proprio idolo del pensiero, che non accetta di essere discusso e tantomeno di poter essere falsificato in senso popperiano, e quindi che non ha nemmeno una base scientifica.
Infatti la principale conseguenza del dogma della “normalità” del gay è quella tipica delle idee fanatiche di ogni epoca: l’incoercibile senso di avversione e di scandalo verso qualsiasi opinione che si discosti dalla vulgata.
Non solo i militanti omosessualisti, ma anche i radicali e gli intellettuali genericamente liberal, su questo argomento si dimostrano capaci solo di lanciarsi in invettive scomposte verso i pochi dissenzienti, e persino di formulare richieste di censura preventiva nei loro confronti.
Certo, l’atteggiamento di chi nemmeno prova a controllarsi, perdendo completamente le staffe di fronte a qualsiasi opinione che contraddica la matrice “naturale” dell’omosessualità, così come la sua presunta “normalità”, e comunque l’obbligo morale di accoglierla come un comportamento socialmente indifferente (anzi, positivo e da valorizzare), di solito non viene mai solo.
Quasi sempre, si tratta di un pregiudizio che si accompagna ad un’altra serie di convinzioni sempre uguali a se stesse, tanto superficiali quanto profondamente intolleranti, su una serie di argomenti connessi di non poco rilievo. Cioè, riguardo ai grandi temi della libertà e della morale, e del ruolo civile e sociale della religione.
Infatti, solo quando si parla di questi ultimi argomenti, e in particolare di cattolicesimo e di curia vaticana (che rappresenta l’altro idolo polemico di tutte le ossessioni omosessualiste), queste persone si dimostrano capaci di altrettanta furia ideologica.
Le loro invettive suonano in modo davvero impressionante in una società aperta come la nostra, specie in quanto provengono da coloro che se ne spacciano per i principali fautori, e di solito pretendono di dare patenti di razionalità e liberalismo a tutti quanti.
Siamo insomma in presenza di una vera e propria sindrome isterica, che con la libertà di opinione e di ricerca scientifica ha ben poco a che vedere.
Sta diventando un vero problema, perché – come ci dimostra il recente caso Mastella-Santoro, ma anche le prese di posizione di alcuni bloggers che abbiamo letto negli ultimi giorni – si tratta di un atteggiamento che potrebbe danneggiare seriamente il livello delle libertà civili della nostra società, che di questi tempi è già piuttosto pericolante di suo.
Non è un caso che, almeno fin dagli anni ’80, l’omosessualismo abbia mutuato dalla sinistra più estrema la tecnica voltairiana di fare di tutto per screditare gli oppositori anche sul piano personale. Ormai non si ha più alcun ritegno nell’insultare chi ha opinioni diverse sull’omosessualità, additandolo come una persona a sua volta malata (l’omofobia, appunto), moralmente spregevole, e persino degna di attenzioni giudiziarie.
La voglia di querela e di censura sistematica del movimento gay nei confronti di tutti i dissenzienti – specie se cattolici – ha radici antiche e potremmo fare molti esempi.
Ma a parte gli eccessi dei militanti, ci spaventa davvero notare come il pregiudizio gay friendly sia riuscito a trasformare in implacabili inquisitori anche numerosi intellettuali, politici, giornalisti, che per altri versi sembrerebbero essere soggetti autenticamente liberali e moderati.
In questi giorni ne abbiamo avuto l’ennesimo esempio, leggendo sulla blogosfera le reazioni che sono seguite alla pubblicazione di un numero del Domenicale che – nel contesto della polemica sui Dico – si è permesso di pubblicare un intervento sul tema dell’omosessualità del professor Claudio Risè, psicanalista e scrittore abbastanza noto, e a sua volta curatore di un proprio sito e di un blog.
Quest’ultimo ha dissertato con la sua consueta pacatezza e dovizia di argomentazioni, ricordandoci che l’idea dell’omosessualità come comportamento tipizzato, naturale e soprattutto irreversibile sia un’invenzione della cultura novecentesca.
Prima della fine dell’ottocento, e fin dall’antichità, non esisteva nemmeno la parola “omosessualità”. Nessuno – nemmeno tra i soggetti più tolleranti, e persino tra gli stessi omosessuali – aveva mai pensato che l’attrazione e la pratica erotica nei confronti di individui dello stesso sesso potesse rappresentare una condizione personale o una scelta di vita.
Prima della rivoluzione sessuale degli anni ’60, nessuno si era mai sognato di sostenere che un omosessuale dovesse in qualche modo ritenersi vincolato ad accettare come tali le proprie inclinazioni, e anzi a coltivarle con un certo orgoglio, in virtù di una sorta di obbligo di lealtà e coerenza verso la propria natura (e quella dei suoi simili).
Solo dagli anni sessanta, appunto, ha cominciato a svilupparsi un pensiero gay friendly basato su presupposti inconsistenti sul piano scientifico, che però sono ben presto diventati dogmi culturali. E cioè, la presunta matrice genetica dell’omosessualità, la sua irreversibilità, e soprattutto l’esigenza di trasformarla in uno stile di vita coerente con se stesso, in quanto portatore di valori positivi.
In realtà, nonostante le numerose ricerche svolte sul tema da tutta la comunità scientifica occidentale, il gene dell’omosessualità nessuno è mai riuscito ad individuarlo, e nemmeno ad ipotizzarne l’esistenza in modo scientificamente accettabile.
Quindi, la rivendicazione di una pretesa condizione omosessuale (e di una cultura “gay”, parola che etimologicamente ha davvero la stessa radice dell’italiano “gaio”, come se si dovesse trattare per forza di persone allegre e positive) è solo una recentissima costruzione culturale.
Basandosi su queste osservazioni, che oltretutto presentano innumerevoli riscontri clinici, Claudio Risè ha quindi difeso l’operato di studiosi come l’americano Joseph Nicolosi, ideatore del progetto di ricerca della associazione Narth, che tratta da un punto vista psicoanalitico le persone che desiderano uscire dalla omosessualità.
Tuttavia non vi è dubbio che Risè – così come lo stesso Nicolosi – nei loro interventi non hanno mai accolto nemmeno per implicito l’idea per cui il comportamento omosessuale sarebbe una malattia. Al contrario, entrambi si sono apertamente richiamati a un principio cardine della psicoanalisi, secondo il quale non si devono mai imporre determinati modelli di comportamento ai pazienti che chiedono aiuto per modificarli.
Vale a dire che in psicoanalisi, così come non si deve imporre l’eterosessualità, nemmeno si dovrebbe fare con il suo contrario. E questo non sulla base di un pregiudizio o di una scelta di valore, bensì di un criterio fondato sul rispetto della libertà individuale e della autonomia delle persone.
Dunque, Risè ha formulato osservazioni documentate ed intelligenti, se non proprio di puro buon senso, che se avessero riguardato un qualunque altro argomento sarebbero state serenamente discusse su un piano scientifico. Eppure, come era prevedibile, dopo l’uscita di quel numero del Domenicale si è letto in rete, e non solo, il solito campionario di reazioni scomposte.
Nel mondo dei bloggers, persino autori solitamente moderati e di centrodestra come Pierluigi Mennitti o come Daw si sono uniti al coro degli estremisti radicali nell’attaccare violentemente Risè e il Domenicale, con le solite becere accuse di oscurantismo, dogmatismo religioso, illiberalità, e persino di razzismo.
Oltretutto, con l’accusa di razzismo i forsennati dell’ideologia gay friendly hanno anche operato – più o meno inconsapevolmente – un rovesciamento concettuale davvero assurdo e beffardo: infatti, cosa altro è il razzismo se non la tendenza a ritenere che alcuni comportamenti e caratteristiche umane (di solito quelle deteriori) derivino dalla razza, e quindi da basi genetiche, piuttosto che dall’ambiente, dalla cultura e dall’educazione?
Eppure, sono proprio i sostenitori ad oltranza della “naturalità” e della “normalità” del comportamento omosessuale che in passato cercavano disperatamente di individuare di un gene specifico in tale senso, e che ancor oggi sostengono che la personalità gay sarebbe innata ed irreversibile.
Chi dunque è il razzista, colui che sostiene che l’omosessualità dipende dalla natura, o chi invece la considera un’espressione della volontà?
Nonostante tutto ciò, la buriana è stata tale che persino l’editore del Domenicale, il senatore Marcello Dell’Utri, si è sentito costretto a prendere le distanze dalla sua stessa rivista, spaventato dal fantasma dell’idea di considerare l’omosessualità come una malattia. Idea che peraltro nessuno ha mai sostenuto.
Addirittura, tra i bloggers vi è stato qualcuno che – come un qualsiasi bigotto benpensante – ha invocato l’intervento “delli superiori”, cioè degli ordini professionali, affinché vengano represse simili inaccettabili idee, e si impedisca l’orrida eventualità che si trasformino in protocolli terapeutici. Detto da gente che di solito si spaccia per liberale, e quindi si dice fautrice dell’abolizione degli ordini suddetti e anche del valore legale dei titoli di studio, in nome della libertà di ricerca scientifica, davvero non c’è male.
Non è peraltro nemmeno la prima volta che accade. Stavolta, tuttavia, questi censori sono arrivati – secondo la migliore tradizione totalitaria – a far dire alla vittima cose che questa in realtà non ha mai sostenuto, nemmeno indirettamente o per implicito. Come ad esempio l’idea che l’omosessualità sarebbe una malattia, e che coloro che la praticano siano persone moralmente indegne o comunque da reprimere.
Tuttavia, per capire le posizioni di autori come Claudio Risè basterebbe leggere quanto da loro scritto, senza nemmeno metterci troppa attenzione, ma solo un minimo di sforzo di liberarsi dei pregiudizi liberal sull’omosessualità. Non tanto perchè questi ultimi siano a loro volta indegni, quanto perché sono privi di fondamento razionale.
Purtroppo, il nostro Piombo ci ha appena ricordato, sullo stesso Domenicale e su questo nostro blog, come il medioevo fosse un’epoca assai meno oscura di come un pregiudizio universalmente diffuso ce la dipinge.
Ma secondo noi, bisogna cominciare a discutere seriamente dell’ipotesi speculare secondo la quale, ai nostri tempi, il vero oscurantismo e la vera irrazionalità superstiziosa provengano proprio da parte del pensiero liberal.
Il quale, riguardo ai problemi posti dal fenomeno dell’omosessualità (ma anche su altri temi, soprattutto quelli religiosi) non accetta alcun contraddittorio, né sul piano scientifico né su quello della libera discussione di idee. In quanto, a differenza del pensiero conservatore e cattolico, sul punto la confraternita dei pensatori liberal non ha alcuna idea razionalmente sostenibile da far valere, ma solo dogmi e pregiudizi da imporre, senza nemmeno garantire un minimo accettabile di eleganza e di onestà intellettuale.