09 aprile 2008

Tutte le donne della guerra civile

Sta per arrivare nelle librerie l’ennesima fatica di Marco Pirina, lo studioso che per primo sollevò a livello nazionale, e in tempi non sospetti, la questione delle foibe istriane. Fondatore del Centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur”, da vent’anni Pirina si occupa dei caduti “senza un fiore” come lui stesso ama ripetere, quelli che la vulgata di sinistra ha sempre tenuto rinchiusi nei cassetti della storia. E lo fa sfornando volumi stracolmi di documenti, fatti, testimonianze che hanno contribuito in modo determinante a conoscere meglio gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale in Italia. Tiene le distanze da Giampaolo Pansa (“Lui presenta una storia romanzata mentre io faccio parlare le carte” dice) e ricorda con orgoglio come nel 2003 la sua associazione abbia ricevuto il riconoscimento di Istituto di Storia Moderna, parificato agli Istituti sulla Liberazione.

Ora è la volta di “1943-1945 - Donne nella guerra civile italiana”, con un sottotitolo significativo: “Tra il Gladio e la Stella Rossa”. Incontriamo Pirina durante un tour di conferenze nel Bolognese, invitato dai Circoli della Libertà. Nel volume sono abbracciati tutti i tipi di donne. Si va dalle ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana (quelle regolari attive nel Servizio Ausiliario Femminile e quelle aggregate ai reparti combattenti della X Mas, delle Brigate Nere, della Monte Rosa, eccetera), alle cosiddette Volontarie della Libertà, sul fronte partigiano. In questo caso la suddivisione è in staffette, collaboratrici e combattenti. Le diverse storie raccontate vengono illustrate da immagini e ritratti di figure femminili particolarmente importanti. Non vengono trascurate neppure le civili, vittime di entrambi i fronti.

“Tanto per i partigiani quanto per i fascisti - conferma Pirina - esse non sono nient’altro che spie e per questo vengono uccise, violentate, deportate senza ritorno oppure scompaiono nel nulla. Si tratta di storie ancora più drammatiche di coloro che hanno deciso di schierarsi”. Uno dei capitoli del libro è dedicato alle maestre, nel mirino dei partigiani in quanto ritenute il trait-d’union tra il regime e i bambini: vengono eliminate dovunque si trovino.

E’ l’umanità, nonostante il sangue e l’odio di quegli anni, a sgorgare dal libro. Ecco, allora, le storie d’amore. Quella “nera” tra gli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, oppure quella “rossa” tra i partigiani comunisti Mirco e Katia, uccisi dai loro compagni perché si erano separati dalla brigata di appartenenza. Qual è, dunque, l’immagine che si ricava della donna nel ‘43/’45? “La donna fascista - risponde Pirina - crede fermamente in Dio, Patria e Famiglia. Esce di casa e va volontaria per difendere la sua idea di focolare, pur sapendo di rischiare la morte in una battaglia già perduta. La partigiana è invece colei che punta a ritagliarsi un ruolo nella società nuova che si formerà. Il suo è un atto di ribellione, vuole diventare qualcuno”. Ci riuscirà? “Assolutamente no.

Nel 1945, Ilio Barontini, capo partigiano e dirigente del Partito Comunista d’Italia, scrive che spetta agli uomini portare avanti un progetto politico ben preciso. Alle donne chiede esplicitamente di tornare tra le mura domestiche. Quelle stesse donne dovranno aspettare il femminismo degli anni Settanta per vedere esaudito il loro desiderio”. Insomma, la guerra civile al femminile non ha vincitori: solo vinti. Anzi, vinte. Le fasciste perché perdono la guerra, e le partigiane in quanto costrette a riporre nel cassetto dei loro sogni più intimi l’obiettivo di uscire di casa.

07 aprile 2008

"Voti Pdl? Sei un comunista e un nazista"

Barbara Spinelli, sulla Stampa di domenica, a un settimana esatta dalle elezioni, fa il suo dovere di giornalista organica al Pd di Veltroni nonché di compagna di vita di Tommaso Padoa-Schioppa, uno dei ministri peggiori del defunto governo Prodi: firma un editoriale di insulti a chi voterà Popolo della Libertà. Alla faccia dei propositi buonisti dell’ex-sindaco di Roma. Gia dal titolo si può intuire che aria tira: “Quanto è cristiana la destra”. Il tono, insomma, è il solito: ascoltate me che vi insegno a vivere.

L’argomento è il rapporto con l’islam e le ricette proposte dal Pdl. Si parte con “Fitna”, il video girato dal parlamentare olandese di estrema destra Wilders che denuncia la violenza connaturata al Corano, e si prosegue con l’ultimo libro di Tremonti “La Paura e la Speranza”, dedicato agli effetti perversi della globalizzazione, sottolineando la terribile assonanza del titolo tremontiano con quelli dei volumi fallaciani post-11 settembre.

Nel video e nel libro, per la Spinelli, c’è quello che il Popolo della Libertà intende per dialogo con l’altro, il diverso. Un dialogo che in realtà non esiste perché nel fronte berlusconiano c’è solo voglia di costruire muri, di soffiare sul fuoco dell’insicurezza percepita dai cittadini, di desiderio di isolamento. Dall’altra parte masse di diseredati che premono alle frontiere le quali, nonostante la loro difficile condizione di vita, riescono a comportarsi alla stregua di lord incompresi e pertanto ingiustamente respinti da quei fascio-comunisti dei destrorsi.

Per la nota editorialista oggi è l’identità cristiana a rappresentare il filo conduttore degli avversari del suo TPS; una identità “escludente” che si infila lungo il sentiero di ideologie incendiarie precedenti. La Spinelli cita esplicitamente “la classe” e “la razza” come antesignane di chi oggi si batte per salvaguardare la tradizione. Capito? Chi voterà Berlusconi è una via di mezzo tra un comunista e un nazista. Anzi, meglio tutt’e due. Una sorta di assassino seriale in potenza, pronto ad appiccare il fuoco contro lo straniero invasore.

Una Spinelli, dunque, che a pochi giorni dal voto non riesce a trattenersi e ricade nell’antico vizio di quella sinistra livorosa che vede nell’avversario un nemico acerrimo. E pur di dipingerlo come tale prescinde dalla realtà e si dimentica di alcuni fatti che la gente comune, a differenza degli intellettuali organici, non dimentica: l’11 settembre, le stragi di Madrid e Londra, le cellule fondamentaliste islamiche sparse in tutta Europa, i numerosi attentati sfiorati per un soffio, un atteggiamento politicamente corretto delle istituzioni che porta a piegare la testa di fronte ai violenti e via dicendo.

La celebre firma del quotidiano torinese si presta a svolgere il lavoro sporco a beneficio del leader del Pd che va in giro per l’Italia, in televisione, nei dibattiti ad assicurare rispetto per l’avversario e toni concilianti. Se però gratti sotto la superficie di sorrisi e promesse, e ti avventuri nel girone dei maitre-a-penser di complemento, ecco rispuntare l’antica intolleranza salottiera. Evidentemente mai morta.

02 aprile 2008

Che cosa sta succedendo in Inghilterra?

Giustizia avrebbe voluto che, con il crollo del comunismo alla fine degli anni Ottanta, tutti i movimenti occidentali d’ispirazione socialista sprofondassero nel discredito. Invece, grazie a un’abile operazione di riconversione ideologica, la sinistra è riuscita a conservare l’egemonia culturale passando dal marxismo al multiculturalismo. La nuova sinistra multiculturalista non concentra più le sue critiche sulle strutture economiche della società capitalistica, come prescriveva il marxismo classico.

Quasi nessuno oggi ha più il coraggio di chiedere l’abolizione della proprietà privata o la collettivizzazione dei mezzi di produzione. L’attacco prende invece di mira le “sovrastrutture” culturali della società, secondo la lezione di Antonio Gramsci e della Scuola di Francoforte.

Lo spopolamento degli inglesi

Il multiculturalismo rappresenta una continuazione della guerra fredda con altri mezzi, e dietro una facciata relativista si pone l’obiettivo di distruggere il retaggio tradizionale dell’Europa cristiana.

Quest’odio profondo per tutto ciò che appartiene al passato storico dell’Europa si manifesta con l’esaltazione acritica di ogni cultura estranea all’Occidente, comprese le più feroci ed aberranti, e con il desiderio frenetico di ripopolare il vecchio continente con immigrati extraeuropei anche apertamente ostili ai valori dei paesi ospitanti.

Il paese dove l’applicazione dell’ideologia multiculturalista ha raggiunto le punte più avanzate è la Gran Bretagna. Nei lunghi anni di governo laburista, con Tony Blair e ora con Gordon Brown, il Regno Unito ha spalancato le frontiere ad un’immigrazione di massa prevalentemente musulmana, e ogni anno affluiscono più di 250.000 immigrati dal Terzo Mondo.

Gli inglesi autoctoni fanno pochi figli (l’attuale tasso di fertilità di 1,6 figli per donna è il più basso della storia inglese da quando si sono iniziate a raccogliere le statistiche nel 1924) e, spaventati dai rapidi mutamenti sociali, hanno iniziato ad emigrare in gran numero: ogni anno 200.000 inglesi lasciano la madrepatria per stabilirsi prevalentemente negli Stati Uniti, in Canada o in Australia.

Sulla base di questi trend i demografi hanno calcolato che entro la fine del secolo la popolazione inglese sarà ridotta in minoranza nella propria terra natale.

Un’arma per l’islamizzazione

I problemi maggiori nascono dal fatto che il processo di trasmissione della cultura nazionale è stato messo al bando in Gran Bretagna in omaggio alla “correttezza politica”.

Secondo l’ideologia progressista dominante, infatti, trasmettere la cultura anglosassone agli immigrati rappresenterebbe un grave atto di “imperialismo culturale”. Lo stesso erede al trono, il principe Carlo, ha in più occasioni denigrato la cultura giudeo-cristiana e manifestato la sua ammirazione per l’islam, a suo dire capace di riempire il vuoto spirituale dell’Occidente.

In questo ambiente favorevole, la penetrazione della legge coranica nella società britannica è stata rapida. Negli ultimi anni a Londra dozzine di tribunali islamici hanno emesso migliaia di sentenze su matrimoni, divorzi e eredità. E nonostante la bigamia e la poligamia siano illegali in Gran Bretagna, il governo ha deciso di sostenere economicamente le famiglie poligamiche musulmane a condizione che i vari matrimoni siano avvenuti all’estero, in nazioni che riconoscano come legale la poligamia.

A Huddersfield, nel West Yorkshire, una locale scuola confessionale cristiana ha optato per censurare la celebre fiaba dei “Tre porcellini” per paura di offendere la locale comunità maomettana.

Inoltre, secondo un recente rapporto, in diverse scuole del Regno Unito verrebbero censurati gli studi riguardanti episodi considerati offensivi per la comunità islamica, come il genocidio ebraico e le crociate.

Molti docenti, infatti, avrebbero difficoltà ad imporre lezioni che possano infastidire il sentire degli alunni islamici. A Oxford, i genitori di bambini della Rose Hill Primary School sono furiosi, in quanto hanno ricevuto una lettera su cui c’era scritto che la carne hallal sarebbe stata servita a tutti i bambini e che questa decisione faceva parte di una “politica di integrazione a scuola”.

D’altronde, alzare la voce contro queste situazioni appare alquanto difficile se si pensa che il vescovo di Rochester, Michael Nazir-Ali, ha subito minacce di morte per aver denunciato l’esistenza, in Inghilterra, di “no-go areas” in cui i non musulmani rischiano grosso se provano a entrarvi, mentre un lavoratore cattolico, Joseph Protano, è stato licenziato dal Royal Manchester Children’s Hospital per aver litigato con degli islamici che avevano coperto il crocifisso e la statua della madonna in una sala di preghiera.

Ci si mette pure il Primate anglicano

Infine, come se tutto questo non bastasse, è arrivata come una bomba la dichiarazione dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, secondo cui “pare inevitabile” l’adozione di parti della sharia nel sistema legale britannico.

L’alto prelato della chiesa di Stato inglese, ormai ridotta la lumicino a causa dei paurosi sbandamenti progressisti delle gerarchie (oggi in Inghilterra i cattolici praticanti sono diventati più numerosi degli anglicani praticanti), ha affermato che continuare a insistere sull’applicazione della legge britannica, piuttosto che autorizzare la legge islamica, causerebbe “un certo pericolo” per il paese.

Il fatto che il leader spirituale di una nazione dalla storia illustre sia arrivato al punto di chiedere la liquidazione della propria millenaria eredità culturale è sembrato troppo anche ai cittadini inglesi indottrinati da decenni di “correttezza politica”.

A parte il sostegno di alcuni membri del sinodo vescovile anglicano, la reazione di condanna delle parole di Williams è stata quasi unanime a livello politico, giornalistico e popolare. Da più parti si è chiesta la sua rimozione, e Williams si è detto “sorpreso” e “scioccato” dall’enorme quantità di proteste. Il quotidiano Sun si è così espresso con un editoriale: “È facile denigrare l'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, trattandolo da vecchio idiota. In realtà, egli è una pericolosa minaccia per la nostra nazione”.

In pratica, secondo l’Arcivescovo Williams, in Gran Bretagna le donne immigrate soggette a matrimoni forzati, mutilazioni genitali o violenze domestiche dovrebbero essere affidate al giudizio delle corte islamiche, invece che protette dalla Common Law inglese. Che si ricordi a memoria d’uomo, è la prima volta che una delle massime autorità spirituali dell’Europa propone di abbandonare delle vittime innocenti al loro destino.

Verso un suicidio organizzato

L’estremismo con cui gli inglesi hanno abbracciato l’ideologia multiculturalista è tanto più sorprendente, se si pensa che solo vent’anni fa il Regno Unito era la patria del conservatorismo thatcheriano. Questo radicale capovolgimento però non è stato solo ideologico, ma anche psicologico.

Nella loro storia gli inglesi non si sono mai fatti sottomettere da nessuno: basti ricordare l’ammirevole eroismo cui diedero prova durante la seconda guerra mondiale. Oggi invece sembrano non avere altro desiderio che quello di arrendersi ai nuovi arrivati islamici. La nazione che ha resistito a Napoleone e Hitler si è fatta sconfiggere dal multiculturalismo.

Cento anni fa la Gran Bretagna era l’unica superpotenza mondiale. Oggi sta scomparendo perfino la sua cultura. Questa è la prima volta nella storia, ha rilevato il London Observer, che una popolazione indigena maggioritaria si è volontariamente ridotta in minoranza in assenza di guerra, carestie o epidemie.

Una cosa è certa: l’esperimento multiculturalista pianificato dalle elite inglesi finirà molto tragicamente, come tutte le utopie fallimentari del passato.

Guglielmo Piombini

(Radici Cristiane, n. 33, aprile 2008)


Cento: "Bassolino se ne vada"

Paolo Cento, esponente storico dei Verdi, sottosegretario all’Economia e oggi candidato al Senato in Emilia-Romagna per la Sinistra Arcobaleno, riporta l’attenzione nell’intervista concessa all’Opinione sullo scandalo dei rifiuti napoletani. E chiede ai suoi compagni di partito di abbandonare la giunta Bassolino per andare così alle elezioni anticipate in Campania. “Un errore non averlo deciso prima” dice.

Rallenti, Cento. Intanto partiamo dalla fine del governo Prodi. Chi ci rimette di più in termini di immagine, e quindi di consenso, tra il Pd di Veltroni e la Sinistra Arcobaleno di Bertinotti?
La caduta del governo Prodi chiude la stagione delle alleanze a sinistra così come le abbiamo viste negli ultimi quindici anni. Non so chi ci rimette o chi ci guadagna: so che si chiude un’epoca. So inoltre che Prodi cade per un eccesso di frammentazione politica e per l’accelerazione della leadership veltroniana verso l’autosufficienza del Pd. La Sinistra Arcobaleno deve rivendicare come un fatto positivo la riconquista dell’autonomia politica, programmatica, culturale e ideale. Ovviamente autonomia non significa autosufficienza.

Se Berlusconi vince le elezioni con un largo margine, come imposterete il rapporto col Pd?
Intanto gli accordi si fanno prima delle elezioni e non dopo. Il nostro programma ci porterà a fare una opposizione radicale al centrodestra. Certo, il Pd dopo il 14 aprile si troverà di fronte a un bivio. Verificata la sua non autosufficienza, dovrà capire dove guardare per preparare una alternativa credibile al centrodestra. Se dovesse nascere un governo di larghe intese, nei fatti e al di là della formula individuata, sulle scelte economiche e di riforma costituzionale il nostro compito consisterà in una opposizione molto forte a quella che rappresenterebbe una degenerazione della democrazia.

A quel punto, però, rischierebbe di cadere l’opzione sindacalista: non si potranno più portare i milioni di persone in piazza, per intenderci…
L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di partecipazione, di democrazia deliberante come la chiama il professor Zamagni. Quella, cioè, capace di affrontare i conflitti. Io stesso, se sarò eletto, presenterò una proposta di legge che vada in questa direzione prendendo a modello lo statuto della Regione Emilia-Romagna, dove si possono trovare alcuni articoli interessanti, anche se non applicati. Tuttavia certe battaglie si possono condurre anche fuori dalle sedi istituzionali.

La campagna elettorale di Veltroni si può definire di sinistra?
No, la sua è una campagna elettorale americana. Il suo progetto è quello di cancellare l’autonomia della sinistra e mettere all’interno del Pd un certo radicalismo innovativo senza prescindere, però, da un timone rigorosamente ancorato al centro moderato, che guarda alle classi dirigenti forti, a Confindustria, alle imprese.

Quanto si è indebolito l’ecologismo dopo lo scandalo dei rifiuti napoletani?
Io credo che dalla crisi della Campania l’ecologismo dovrebbe uscirne rafforzato. I rifiuti per le strade sono la dimostrazione che quando manca una risposta ecologista, il sistema va in tilt. La colpa è di chi non ha voluto fare la raccolta differenziata. In Campania si parla sempre e soltanto di inceneritori. Almeno seguiamo l’esempio dell’Emilia-Romagna, dove grazie alla presenza dei Verdi nei governi locali e regionali si è fatto qualche termovalorizzatore ma solo perché si è portata la raccolta differenziata a livelli superiori al 30-35 per cento.

E chi non ha voluto fare la raccolta differenziata?
Chi non ha voluto una gestione trasparente del problema. L’errore dei Verdi è stato quello di non essere usciti dalla giunta Bassolino nei mesi scorsi, quando lo scandalo cominciava a farsi evidente. Dobbiamo lasciare Bassolino e andare a elezioni anticipate in Campania. Non dimentichiamo che il presidente della Regione è un esponente di quel Pd che parla di ambientalismo del fare, che poi si trasforma in un fallimento clamoroso.

Quanto l’antiberlusconismo resta determinante per la sinistra radicale?
A me sembra più determinante per il Pd. Quando Veltroni richiama al voto utile per battere Berlusconi, fa leva sull’antiberlusconismo senza dichiararlo. La Sinistra Arcobaleno è contro il berlusconismo perché la ritiene una malattia grave che attraversa la politica in modo trasversale.

Voto disgiunto: sì o no?
Nelle Regioni come l’Emilia-Romagna, dove il Pd prende la maggioranza dei seggi, ogni seggio conquistato dalla Sinistra Arcobaleno è tolto al centrodestra. Se si parla di voto utile, non c’è dubbio che l’unico voto utile sarebbe quello a una Sinistra Arcobaleno che arrivi al 12 per cento al Senato. Ma noi chiediamo il voto al Senato agli incerti oltre che agli stessi elettori del Pd anche per una ragione politica: in Emilia-Romagna la nostra lista è guidata dalla Borsellino.

Bertinotti ha dichiarato che vedrebbe di buon grado l’occupazione delle case sfitte. Non è una battaglia di retroguardia?
E’ una battaglia di necessità. Nelle grandi città, dove è acuta la crisi sociale, di fronte a interi palazzi abbandonati a se stessi dalla speculazione immobiliare, pubblica o privata, l’occupazione è un rimedio estremo provocato da un bisogno gravissimo: quello di un tetto.

Graziano Girotti
(L'Opinione, 2 aprile 2008)

23 febbraio 2008

Aboliamo l'adolescenza

“Il branco”, “generazione degenerata”, “bulli”, “selvaggi con il telefonino”, sono solo alcune delle definizioni usate dai giornalisti per descrivere un ceto giovanile che sale sempre più spesso agli onori delle cronache per delitti efferati, comportamenti viziosi e incivili, atti di vandalismo, gesti di prepotenza verso i deboli, atteggiamenti autodistruttivi, esibizionistici, parassitari. Nelle inchieste giornalistiche gli adolescenti appaiono spesso cinici e annoiati della vita, gregari e conformisti, indifferenti alla religione, sprezzanti delle tradizioni e della cultura (l’interesse per i libri e per la lettura, ad esempio, subisce un vero e proprio crollo con il passaggio dall’infanzia all’adolescenza).

La mentalità dominante tende a idealizzare e ad assolvere i giovani che contestano le “imposizioni” tradizionali, famigliari e sociali. La ribellione adolescenziale, ci assicurano gli psicologi nei talk-show, è un passaggio “formativo” inevitabile e benefico per l’individuo e la società. La durata dell’adolescenza, per di più, viene estesa in continuazione: in origine gli adolescenti erano solamente i “teen-ager” dai dodici ai diciotto anni, ma oggi sono considerati adolescenti anche gli ultratrentenni! Nel 2002 l’Accademia Nazionale delle Scienze statunitense ha ridefinito l’adolescenza come l’età che va dai dodici ai trent’anni, mentre secondo una ricerca della MacArthur Foundation la transizione all’età adulta non termina prima dei trentaquattro anni.

Due libri usciti di recente negli Stati Uniti hanno messo però in discussione questa visione lassista e indulgente dell’adolescenza: The Case Against Adolescence (Quill Driver Books, Sanger 2007) dello psicologo Robert Epstein, e The Death of the Grown-Up. How America’s Arrested Development Is Bringing Down Western Civilization (St. Martin Press, New York 2007) dell’ editorialista del «Washington Times» Diana West.

La tesi principale del libro di Robert Epstein è che l’adolescenza non è un dato biologico, ma una costruzione culturale che allunga artificialmente il periodo dell’infanzia. Il concetto di adolescenza non esisteva prima del ventesimo secolo, e molte culture non hanno neanche un termine per definirla. Nelle società tradizionali i giovani venivano integrati nella società degli adulti appena dimostravano di esserne capaci, e i fenomeni di ribellione o di disagio giovanile erano inesistenti. Non esisteva una “cultura giovanile” perché i giovani passavano quasi tutto il loro tempo insieme agli adulti, in una società modellata dai valori di questi ultimi.

Oggi invece negli Stati Uniti gli adolescenti vivono a contatto con i loro coetanei in media 65 ore alla settimana, contro le 4 ore alla settimana di un secolo fa.
Questa separazione dei giovani dagli adulti, secondo Epstein, ha avuto origine con la legislazione che ha progressivamente innalzato l’età minima per lavorare e l’età dell’obbligo scolastico, e si è poi approfondita con la mentalità permissiva del secondo dopoguerra. Invece di tutelare i giovani, l’esclusione degli adolescenti dal mondo degli adulti ha finito tuttavia per generare frustrazione: “Immagina come puoi sentirti se il tuo corpo e la tua mente ti dicono che sei un adulto, ma gli adulti attorno a te continuano a dirti che sei ancora un bambino. È questa infantilizzazione forzata  spiega Epstein  a rendere molti giovani arrabbiati o depressi. Più vengono trattati come bambini, più psicopatologie mostrano”.

Il paese dei balocchi

Oggi gli adolescenti vivono in una zona franca nella quale vige l’irresponsabilità quasi completa. Possono spendere molti soldi non propri, stare alzati tutta la notte, fare sesso liberamente, sfrecciare con dei bolidi a gran velocità, sballarsi con alcolici e droghe nei rave-party: tutti comportamenti balordi che non sarebbero tollerati in nessun altro gruppo d’età.

Secondo Epstein l’idea di confinare i giovani per tanto tempo in una sorta di paese dei balocchi non ha senso, perché gli adolescenti sono molto più competenti di quello che si crede. I test dimostrano che gli adolescenti sono pari agli adulti in molte aree di competenza. In alcuni campi, come l’intelligenza, le abilità percettive o la memoria, il picco viene addirittura raggiunto intorno ai 14-15 anni, e poi cala inesorabilmente. Provate a indovinare chi imparerà per primo una lingua straniera, a giocare a scacchi o a usare un apparecchio tecnologico: un quindicenne o un cinquantenne? Eppure, se interrogati, gli adulti sottostimano regolarmente i punteggi ottenuti dagli adolescenti in queste prove.

La ricetta di Epstein per superare la frustrazione e la ribellione dei giovani è quella tradizionale: torniamo a trattarli come adulti e diamogli tutte le responsabilità che desiderano, di lavorare, di possedere proprietà, di firmare contratti, di creare delle imprese, di prendere decisioni sulla propria salute, di vivere e di mantenersi da soli, di sposarsi e di fare figli, e in men che non si dica tutti i petulanti sintomi del “disagio giovanile” svaniranno come nebbia al sole.

La realtà, purtroppo, sembra andare nella direzione opposta, come documenta Diana West nel suo libro dedicato alla “morte dell’età adulta”. Non solo gli adolescenti maturano più tardi, ma gli adulti si mettono sempre più spesso a scimmiottare le mode adolescenziali nei vestiti, nella musica o nei passatempi. Tra gli adulti d’età compresa fra i 18 e i 49 anni sono più numerosi quelli che guardano Cartoon Network della CNN; questa stessa fascia d’età costituisce un terzo dei 56 milioni di americani che assistono al cartone animato SpongeBob, ideato per bambini dai sei agli undici anni; l’età media dei giocatori di videogiochi era di diciotto anni nel 1990, oggi è di trent’anni; molti adulti, anche a 25 anni, continuano a leggere soltanto narrativa giovanile rivolta ai teen-ager.

In cauda semper islam

Il discredito dell’età adulta sorto all’epoca della contestazione giovanile, osserva la West, ha provocato il declino delle virtù legate alla maturità, in favore della gratificazione istantanea, dell’impazienza per i limiti posti dalla realtà, e dell’ossessione per il proprio io tipica dei teen-ager. Un aspetto saliente della cultura occidentale, prima della rivoluzione culturale di quarant’anni fa, era riassunto nella formula “farsi una vita”. Moltissimi romanzi letterari ruotavano intorno all’idea che l’esistenza individuale fosse un’opera in via di progressiva realizzazione. La vita aveva un inizio, un intermezzo e una fine. Passando attraverso queste tappe consecutive l’uomo fortificava il proprio carattere e perfezionava, grazie all’accresciuta l’esperienza, la propria personalità. Al contrario, osserva la West, l’attuale visione della vita come eterna adolescenza si caratterizza proprio per la sua assenza di progetto: è processo senza culmine, viaggio senza destinazione, essere senza divenire.

Hollywood, i giornali e la televisione continuano però ad esaltare la cultura ribellistica giovanile degli anni Sessanta e a ridicolizzare l’età adulta, soprattutto la figura paterna, perché legata al concetto di autorità. Si assiste così al patetico spettacolo di vecchioni, come il sessantacinquenne Paul McCartney, il settantenne Jack Nicholson o l’ottantaduenne Paul Newman, che ancora si atteggiano a giovani ribelli in lotta contro l’establishment.

In queste condizioni, conclude la West, l’Occidente non ha alcuna possibilità di affrontare le sfide del futuro, in particolare la gravissima minaccia portata dall’islam: “L’illimitata espansione dell’influenza islamica in Occidente, attraverso mezzi violenti (il terrorismo) e pacifici (la demografia) potrebbe segnare l’epilogo della civiltà occidentale. Occorrono delle donne e degli uomini maturi che ne prendano atto, non dei bambini che si nascondono di fronte alla realtà, perché le civiltà che rinviano per sempre l’età adulta non giungeranno mai alla maturità”.

Guglielmo Piombini
(Il Domenicale, 23 febbraio 2008)

12 febbraio 2008

Silvio "vo fà lo statista"

Alla fine chi pensava di incarnare la figura autentica del Sarkozy italiano, vale a dire Gianfranco Fini, ha dovuto riconoscere che il phisique du role si attaglia perfettamente a chi negli ultimi mesi lui stesso aveva giudicato essere il suo peggior nemico, ossia Silvio Berlusconi. Il Popolo della Libertà ha ripristinato in modo netto le gerarchie all’interno del centro destra, dopo un periodo che definire burrascoso è da generosi incalliti.

Messe da parte incomprensioni politiche e ripicche personali, il PdL dimostra per l’ennesima volta che nel campo dei moderati e dei liberali, le idee innovative e gli strumenti per realizzarle restano in mano a chi dal 1994 in poi, ossia dalla fondazione di Forza Italia, ha “terremotato” la politica di casa nostra: Berlusconi Silvio da Arcore.

Il quale ha una voglia matta di compiere quel gradino in più che gli consentirebbe di entrare in modo definitivo nella galleria dei (pochi) statisti italiani della storia repubblicana. E sa bene che per riuscirvi deve porre le basi per un accordo col Pd subito dopo le elezioni. Un accordo volto a tirare fuori il Paese dalle secche prima di tutto istituzionali in cui si trova da anni.

A quel punto sarà lui, e soltanto lui, ad aver impresso la svolta necessaria affinché l’Italia torni nel salotto buono dell’Europa e del mondo, con in più un bagaglio di regole moderne. Il discorso che Berlusconi ha tenuto sabato scorso in un caldissimo Teatro Nuovo, a Milano, per esempio, offre alcuni spunti di riflessione che vanno proprio in questa direzione. Intanto vivremo una campagna elettorale poco usuale.

Non mancheranno, sia chiaro, gli accenti forti, le polemiche al calor bianco, le accuse fuori dai denti. Ma Berlusconi punterà, neppure tanto velatamente, a dare una mano a Veltroni a mettere in cantina la sinistra massimalista e chi l’ha portata al governo, Romano Prodi. Legittima il sindaco di Roma all’inizio del suo intervento, facendogli gli auguri per la sua decisione di andare da solo, e delegittima il Professore e l’area comunista accusandoli di essere i veri responsabili del disastro in cui si trova l’Italia. Critica peraltro fondata. Insomma, l’alleanza tra i due partiti maggiori non sarà soltanto all’ordine del giorno dal 15 aprile in poi. Ma lo è già qui e ora.

Anche Veltroni deve però lanciare messaggi per un reale cambiamento di clima nei rapporti col centro destra, se vuole conservare un margine di dialogo con la (futura?) maggioranza parlamentare. Ecco quindi che l’arma dell’antiberlusconismo viene riposta e lasciata in eredità a chi ha già fatto capire di puntare ancora molto proprio sull’antiberlusconismo, che poi si trasforma in accusa di inciucismo nei confronti dell’ex alleato Pd: Diliberto e compagni. Berlusconi, poi, deve ancora sciogliere alcuni nodi importanti.

Questi nodi si chiamano Casini e Mastella. Il primo è stato sonoramente fischiato dalla platea del Teatro Nuovo ogni volta che Berlusconi pronunciava il suo nome. E a chi dalla sala gli urlava di dire qualcosa sul leader dell’Udc, Silvio ha risposto che da quell’orecchio non ci sentiva. Ma la reazione più piccata l’ha avuta quando un altro militante è sbottato gridando che “Mastella non lo vogliamo”. L’espressione del viso di Berlusconi si è fatta severa. “Ricordo – ha detto con tono che non ammetteva repliche – che senza la decisione dell’Udeur di uscire dal governo, ora continueremmo ad avere Prodi. Noi conosciamo il valore della riconoscenza”. Certo, se Mastella avesse fatto cadere Prodi per ragioni ideali e non per sue beghe giudiziarie, tra la base del centro destra ci sarebbero meno mugugni.

Perché non perderemo lo scontro di civiltà

(Questo articolo è tratto dalla prefazione di Guglielmo Piombini al libro di Tony Blankley, "L'ultima chance dell'Occidente", da poco edito dall'editore Rubbettino)

Uno dei fatti culturali più rilevanti degli ultimi anni è lo sviluppo di un filone di studi di orientamento liberal-conservatore che guarda con forte preoccupazione alle tendenze culturali, economiche e demografiche in atto in Europa. Un numero crescente di osservatori vede nel declino della pratica religiosa, nel prolungato calo delle nascite e nella mancata integrazione della crescente immigrazione islamica i sintomi di una grave decadenza culturale, che potrebbe mettere a rischio l’identità cristiana e occidentale del vecchio continente. Le voci che con più autorevolezza hanno denunciato questa crisi spirituale dell’Europa (manifestatasi con il rifiuto delle proprie radici, l’apostasia da se stessa, la dittatura del relativismo e il suicidio demografico), sono state quelle di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

È sorprendente la rapidità con cui si è diffusa questa visione pessimistica: all’inizio del nuovo millennio l’idea che l’Europa fosse un continente decadente, nichilista e senza voglia di futuro sembrava una provocazione, ma oggi è diventata quasi un cliché. Il timore che l’Europa si trasformi in Eurabia, cioè in un continente a prevalenza musulmana, antisemita e ostile agli Stati Uniti, è stato sollevato, tra gli altri, da autori come Oriana Fallaci, Bernard Lewis, Niall Ferguson, Marcello Pera, Robert Spencer, George Weigel, Bruce Bawer, Claire Berlinski, Pat Buchanan, Serge Trifkovic, Daniel Pipes, Melanie Phillips, Paul Belien, Roberto de Mattei, Massimo Introvigne, Mark Steyn, Bat Ye’or, Alexandre Del Valle, Walter Laqueur, Bruce Thornton.

Il libro dell’editorialista del «Washington Times» Tony Blankley, L’ultima chance dell’Occidente (da poco edito dalll’editore Rubbettino) fa parte di questo genere di letteratura, e analizza gli scenari futuri dello scontro di civiltà tra Occidente e Islam.

Blankley ritiene che il vecchio continente sia in pericolo, perché fiaccato economicamente, moralmente e demograficamente dalle ideologie socialiste, relativiste e antinataliste. Lo sviluppo tecnologico e il benessere economico sono una facciata che nasconde una gravi crisi, che potrebbe segnare il tramonto della civiltà europea. L’Europa, infatti, vede profilarsi all’orizzonte un futuro di caratterizzato dal calo e dall’invecchiamento della popolazione, dalla riduzione delle persone in età lavorativa, dall’esplosione delle spese assistenziali e dalla presenza maggioritaria di popolazioni musulmane in molte aree del vecchio continente, per effetto della loro massiccia immigrazione e alta fertilità.

L’islamizzazione strisciante dell’Europa

La situazione dell’Europa, a differenza di altre aree del mondo in via d’invecchiamento come il Giappone, è ancor più infausta a causa della soluzione rischiosa che molte nazioni europee hanno scelto per colmare i vuoti di popolazione: l’immigrazione proveniente dai paesi musulmani. Dall’Africa e dall’Asia milioni di immigrati musulmani si sono riversati nel vecchio continente negli ultimi decenni. Solo cinquant’anni fa le persone di religione islamica residenti in Europa erano 250.000, oggi sono venti milioni. Inoltre i musulmani, diversamente dagli occidentali, hanno famiglie numerose. La loro alta natalità, combinata all’immigrazione, porterà la popolazione musulmana in Europa a raddoppiare nel 2025.

Il problema è che gli immigrati musulmani non sembrano aver alcuna intenzione di integrarsi nella cultura e nelle istituzioni europee. Al contrario, i sentimenti anti-occidentali sembrano aver fatto breccia soprattutto tra gli immigrati di seconda e terza generazione, e proprio nei paesi, come l’Olanda e la Gran Bretagna, che sono andati più avanti nell’applicazione del multiculturalismo. Non solo non si vedono segni d’europeizzazione dell’islam (il mitico euro-islam sognato da schiere di intellettuali e politici europei rimane ancora una chimera) ma, al contrario, alcuni segnali (come la radicalizzazione dell’antisemitismo e antiamericanismo, la cancellazione dei riferimenti alla tradizione giudaico-cristiana nell’arte e nella cultura, l’accettazione di norme della sharia nella giurisprudenza europea, la limitazione della libertà di espressione e di critica dell'islam) sembrano indicare una crescita dell’influenza culturale islamica nel vecchio continente.

L’Europa è popolata sempre più da alieni che fisicamente vivono qui, ma che spiritualmente appartengono alla umma musulmana. Non hanno intenzione di adattarsi all’ambiente che trovano. Offesi e intimiditi dall’ordine e dalla bellezza artistica e monumentale che trovano, desiderano istintivamente rimodellare il paesaggio ad immagine dell’Anatolia, del Punjab o del Maghreb. Il loro continuo influsso sta rendendo questa trasformazione irreversibile in molte aree urbane del vecchio continente.

In questa situazione gravida di pericoli, l’Europa del futuro si troverà davanti a tre scenari possibili. Daniel Pipes li ha riassunti in questo modo: 1) integrazione dei musulmani; 2) dominio musulmano; 3) rifiuto dei musulmani.

L’Occidente vincerà lo scontro di civiltà

Proviamo ad analizzare lo scenario peggiore possibile. Cosa potrebbe succedere nei prossimi decenni se i musulmani, quando gli equilibri demografici saranno per loro più favorevoli, scatenassero il jihad armato in Europa, dando luogo ad una escalation di violenze, atti terroristici, insurrezioni o addirittura ad una vera e propria guerra civile?

Secondo il commentatore americano Ralph Peters, se gli europei (che malgrado tutto rimangono in netto vantaggio per quanto riguarda l’economia, la tecnologia, la scienza, la forza militare) si sentiranno realmente minacciati nella propria incolumità, lasceranno perdere tutti i bla bla multiculturalisti, reagiranno nella maniera più decisa, e non esiteranno ad espellere in massa gli islamici dall’Europa.

A meno che gli islamici non siano in grado di prendere il controllo in pochissimo tempo di tutto il continente, prevenendo una reazione ostile della popolazione autoctona, al primo accenno di problemi si troverebbero circondati da una popolazione ostile e privati del supporto dello stato sociale che permette a molti estremisti di vivere alle spalle della popolazione pacifica e di dedicarsi a tempo pieno al terrorismo. Le eventuali enclavi musulmane non sarebbero economicamente autosufficienti, perché verrebbero tagliate fuori dal mondo esterno, senza materie prima e senza possibilità di commerciare. Se anche si formassero, potrebbero durare poco (come le Krajine serbe o i regni crociati in Terrasanta).

Per di più, data la stagnazione economica e scientifica del mondo musulmano, è probabile che nel prossimo futuro le tecnologie militari modificheranno ancor di più la situazione militare a vantaggio dell’Occidente. Se l’Europa fosse sotto un pericoloso attacco islamico, anche una popolazione invecchiata ed esigua, ma tecnologicamente progredita, potrebbe prevalere sul campo di battaglia. Si aggiunga che, per ragioni storiche e strategiche, gli Stati Uniti non permetterebbero mai che l’Europa cadesse sotto il dominio della Mezzaluna, e quasi sicuramente interverrebbero in soccorso dei resistenti europei come durante la seconda guerra mondiale.

Un’altra tecnologia chiave che potrebbe svilupparsi in maniera inaspettata è la capacità di aumentare la durata media dell’aspettativa di vita attiva degli individui. Già ora l’aspettativa di vita cresce circa un anno ogni quattro, e le capacità fisiche delle persone anziane migliorano. Queste tecnologie sono relativamente costose e potranno essere alla portata solo di economie sviluppate. Questo implica che l’invecchiata popolazione autoctona europea tra venti o trent’anni potrebbe essere molto meno invalida di quello che si pensa oggi. La popolazione islamica, d’altro canto, se non è in grado di produrre un’economia efficiente non sarà in grado di pagare per le stesse tecnologie (anzi, per averle dipenderà dall’Occidente, proprio come avviene oggi per molti farmaci moderni).

L’attuale potere dell’Islam deriva quasi unicamente dal petrolio, i cui proventi gli permettono di finanziare il proselitismo e il terrorismo in tutto il mondo. Il mondo islamico però è sottosviluppato, e non produce nient’altro di significativo. Anche per lo sfruttamento del petrolio è dipendente dalle conoscenze tecniche occidentali, e i giacimenti più proficui e più facili da sfruttare si stanno esaurendo. Quando avrà consumato tutto il suo tesoro, il mondo islamico si ritroverà ancor più povero di prima. Difficilmente avrà le risorse per conquistare l’Europa o per mantenere il controllo sul suo territorio.

Queste considerazioni spingono i fondamentalisti ad agire con estrema urgenza, ma la loro impazienza potrebbe costargli la vittoria. Può darsi infatti che i jidahisti abbiano scatenato troppo presto la guerra santa, suscitando anzitempo una possibile reazione dell’Occidente. L’abbandono della strategia araba della taqiyya, cioè della dissimulazione delle proprie intenzioni, potrebbe rappresentare lo stesso tipo di errore che commisero i giapponesi quando attaccarono gli americani a Pearl Harbor.

Attualmente il vecchio continente si trova nel punto più basso di una fase depressiva, ma forse il confronto con l’islam è proprio ciò che serve agli europei per rivitalizzare la propria civiltà. Le crisi sono sempre rivelate da una sfida proveniente dall’esterno, e per questo oggi l’Europa si trova costretta ad interrogarsi sui fondamenti della propria cultura e a rivalutare gli aspetti positivi, a lungo trascurati, della propria eredità cristiana. Senza la sfida “provvidenziale” lanciata dall’islam, gli europei sarebbero probabilmente rimasti nel proprio torpore decadente, invece di riscoprire la propria identità, affrontare la realtà e prendere le adeguate contromisure.

La storia del XX secolo ha dimostrato che i sistemi ideologici totalitari, pur apparendo dall’esterno solidi e indistruttibili, sono in realtà così rigidi che, quando entrano in crisi, crollano rapidamente e completamente. Lo stesso potrebbe accadere con l’Islamismo radicale, che mancando della flessibilità necessaria per affrontare le sfide del mondo moderno, potrebbe uscirne disintegrato. Secondo Ali Sina, un intellettuale iraniano ex musulmano che sta organizzando un movimento mondiale di apostati dalla religione islamica attraverso il sito www.faithfreedom.org, “l’islam è un castello di carte che crollerà se sufficientemente spinto, e potremo assistere alla sua scomparsa entro qualche decennio”.

Noi europei siamo i fortunati eredi della civiltà che ha prodotto la quasi totalità delle più grandi creazioni intellettuali della storia umana. È necessario però che la religione che ha originato questa civiltà unica sia vivificata, perché la scienza, la filosofia, l’arte e la libertà che tanto apprezziamo, se private dei loro fondamenti culturali originari, sono destinate ad evaporare.

In questa prova cruciale il secolarismo è uno degli ostacoli maggiori, perché incoraggia la denatalità, la mancanza di fiducia, i dubbi e l’apatia. Nell’attuale crisi spirituale dell’Europa il relativismo rappresenta la stessa fatale debolezza del politeismo degli abitanti della Mecca del settimo secolo, che troppo a lungo tollerarono Maometto entro le mura della città, e ne furono poi conquistati. Il multiculturalismo e l’egualitarismo devono essere screditati se l’Europa vuole sopravvivere, perché fino a quando l’ideologia dominante imporrà l’idea che tutte le culture sono uguali, sarà impossibile organizzare una difesa della civiltà occidentale.

L’Europa non diventerà Eurabia, perché dispone ancora di un immenso patrimonio morale e culturale dal quale attingere. Sono queste le ragioni di speranza che Tony Blankley offre ai lettori del suo appassionante libro.

29 gennaio 2008

FI tra guerre intestine e sfida elettorale

Dunque, Romano si è tagliato gli attributi da solo e a questo punto la politica italiana di primo piano se ne libera definitivamente. Essere mandato a casa dopo nemmeno due anni di presidenza del consiglio, una volta si può capire; ma alla seconda qualche sospetto viene. Evidentemente l’uomo non è portato a lavorare in squadra, come si direbbe in una qualunque azienda.

Oddio, di personaggi a sinistra incapaci di collaborare pare non ne manchino. Basta guardare verso il Campidoglio. Il capo del Partito Democratico, Walter Veltroni, ha rovesciato il tavolo dicendo che alle prossime elezioni la nuova formazione si presenterà da sola. Che è stato come suggerire agli alleati più piccoli di piazzare a Palazzo Chigi una bomba di quelle pesanti. Bomba che alla fine è puntualmente esplosa.

A destra si brinda. E per i primi minuti di euforia, ci può anche stare. Subito dopo, però, sarà bene guardare in faccia la realtà. E la realtà racconta di stracci volati fino a ieri nell’ex Casa delle Libertà, ridotta a ring di tutti contro tutti. Ora, d’incanto, è scoppiata la pace: pacche sulle spalle, “vai Silvio che sei forte” e poesie del genere. A parte il fatto che non è scontato che si vada ad elezioni, e dunque sarà bene che il centrodestra tenga duro su questo fronte se vuole centrare l’obiettivo, c’è da chiedersi quanto sia credibile una unità riscoperta dalla sera alla mattina.

Ricordiamo che Forza Italia è un partito in via di liquidazione per la nascita del Popolo della Libertà. E all’interno di FI si è scatenata una battaglia che oggi si vede meno ma che resta in tutta la sua virulenza contro l’unica vera novità spendibile sul piano nazionale da Berlusconi, cioè Michela Vittoria Brambilla. E ricordiamo che An e Udc l’hanno giurata a Silvio per aver accelerato verso il partito unico.

Non può bastare la pregiudiziale anti-prodiana, allora, per vincere la tornata elettorale. Perché se così fosse, se cioè i leader del centrodestra non mettessero mano in modo costruttivo a sanare i loro problemi, subito dopo la vittoria si troverebbero nelle medesime condizioni di Prodi nel 2006, con una maggioranza più o meno ampia ma comunque instabile. Per il centrodestra si apre dunque una fase particolarmente delicata e non priva di insidie.

Deve raggiungere quella compattezza, prima di tutto programmatica, che solo una settimana fa sembrava appartenere a un’altra dimensione. E come ben sanno i vecchi saggi, costruire è molto più difficile che distruggere. Non si pensi che la figuraccia rimediata da Prodi e compagnia si traduca in milioni di voti di elettori del centrosinistra che tra qualche mese li indirizzeranno automaticamente nella saccoccia del centrodestra.

Tra la gente la disillusione è enorme verso la politica in genere e verso i politici in genere. Il rischio è l’astensione di massa. Come reagiranno gli elettori di destra laddove scoprissero che Mastella è diventato un loro alleato? Ecco perché l’intuizione di Berlusconi di dar vita al Popolo della Libertà, con i Circoli che lavorano tra i bisogni quotidiani del signor Rossi e della signora Maria, e che dunque non si perdono in beghe incomprensibili, può rappresentare l’ennesimo asso nella manica dei moderati italiani. Fini e Casini lo capiranno?

Graziano Girotti
(L'Opinione, 29 gennaio 2008)

22 gennaio 2008

Diventeremo Eurabia? Non è detto. Ecco perché

In tempi nei quali si impedisce al Papa di andare alla Sapienza di Roma per affermare che “la fede non va imposta in modo autoritario” e che l’approccio laico al sapere è il primo valore su cui deve fondarsi l’università (dando così una lezione di autentico liberalismo ai nostri laicisti che ancora si macerano nelle nostalgie per il Sessantotto), diventa utile prendere in mano un libro uscito alcune settimane fa.

Si tratta de “L’ultima chance dell’Occidente”, scritto da Tony Blankley e pubblicato da Rubbettino, casa editrice sempre in grado di scovare intellettuali che se vivessero nel nostro Paese sarebbero immediatamente emarginati fra le streghe da bruciare non appena aprissero bocca o scrivessero qualcosa. Un altro di questi intellettuali è Guglielmo Piombini, che ha tradotto il volume e ne ha curato la prefazione. Blankley, editorialista del Washington Times, oltre che popolare commentatore politico alla radio e alla televisione, in passato è stato consigliere nonché autore dei discorsi del presidente Ronald Reagan.

Nella sua ultima opera, Blankley ragiona sul possibile scenario che tra qualche decennio vedrebbe l’Europa trasformata in Eurabia. Tre le tendenze che, se non combattute adeguatamente, renderebbero inevitabile questa prospettiva: la massiccia immigrazione musulmana, il tasso di natalità negativo e l’egemonia del multiculturalismo.
I calcoli matematici confermano che se gli attuali trend demografici permangono costanti fino alla fine del secolo, la popolazione europea si ridurrà dagli attuali 700 milioni ad appena 200 milioni di abitanti e i musulmani saranno maggioranza. Nello stesso tempo la popolazione degli Stati Uniti, con un tasso di natalità attualmente vicino al fatidico numero di 2,1 figli per donna, aumenterà fino a raggiungere nel 2050 i 400 milioni di abitanti.

Di fronte a queste cifre, gli osservatori statunitensi si chiedono se una futura Europa a maggioranza musulmana farà ancora parte dell’Occidente, o se si trasformerà in un continente nemico dell’America. A ciò bisogna aggiungere la graduale e strisciante islamizzazione del Vecchio continente, che favorisce la diffusione di sentimenti anti-occidentali tra gli immigrati musulmani di seconda e terza generazione e proprio in quei paesi, come l’Olanda e la Gran Bretagna, che sono andati più avanti nell’applicazione del multiculturalismo.

Secondo un rapporto del ministero degli interni britannico del 2004, il 26 per cento dei musulmani che risiedono nel paese non provano alcun sentimento di lealtà verso l’Inghilterra, il 13 per cento sostengono il terrorismo e l’1 per cento (circa ventimila persone) sono attivamente impegnati nel terrorismo o nelle attività di appoggio. Si potrebbero fare tantissimi altri esempi.
A Londra, una corte penale ha accettato il principio della sharia secondo cui un musulmano non può essere giudicato da un non-musulmano.
In Germania sono sempre più numerose le sentenze della magistratura che, in omaggio alle differenze culturali, derogano alla legge tedesca in materia di famiglia, poligamia, separazione dei sessi, macellazione, preghiere pubbliche.

Blankley si pone l’obiettivo di capire se gli europei abbiano abbracciato in modo definitivo una mentalità materialista, relativista e postcristiana, condannandosi all’estinzione nell’Eurabia, o se invece desiderano ancora trasmettere la propria identità culturale ai propri discendenti perché non diventino stranieri nella propria terra. Secondo l’autore, gli attuali trend culturali, religiosi e demografici europei non continueranno a lungo.
Intanto gli europei stanno cambiando il modo di guardare all’immigrazione islamica, soprattutto dopo gli attentati di Londra e Madrid. La gente comune, a dispetto della propaganda politicamente corretta diffusa dalle élite culturali e politiche, si sta accorgendo che la grande maggioranza degli islamici non cerca affatto l’integrazione, ma persegue un piano a lunga scadenza di dominazione dell’Europa con mezzi diversi dal passato.

In secondo luogo, il contatto con una cultura completamente diversa e fortemente ostile come quella islamica sta facendo riscoprire in molti europei i tanti aspetti positivi e a lungo trascurati della propria fede cristiana. Benedetto XVI sta concentrando gli sforzi maggiori del suo pontificato nell’obiettivo di riaccendere la fiamma della fede cristiana in Europa.
Infine, l’inevitabile crisi fiscale degli stati assistenziali imporrà drastici cambiamenti sociali. Negli ultimi decenni il welfare state ha contribuito fortemente alla denatalità, dando a molte persone l’illusione di poter evitare i sacrifici e i costi legati all’allevamento dei figli senza subire alcuna conseguenza futura, nella certezza che lo Stato le avrebbe mantenute e assistite durante la vecchiaia.

Troppe persone hanno fatto i calcoli in questo modo e di conseguenza non sono mai nate le generazioni incaricate di pagarne il conto. Tra pochi anni infatti cominceranno a ritirarsi dal lavoro i numerosi baby-boomers venuti alla luce nel dopoguerra, proprio quando il numero dei produttori e dei contribuenti si ridurrà drasticamente per effetto del calo demografico. L’inevitabile collasso della sicurezza restituirà però un ruolo fondamentale alle associazioni caritatevoli religiose e innescherà molto probabilmente un nuovo boom delle nascite, perché durante gli austeri tempi di magra i figli torneranno a rappresentare una indispensabile protezione per la tarda età.

Insomma, minacciati dall’aggressione islamica e dalla crisi dello Stato sociale, gli europei torneranno a comportarsi come hanno sempre fatto nelle circostanze difficili, abbandonando gli stili di vita edonistici e riscoprendo la fede e la famiglia. Lo stesso ciclo della secolarizzazione avrebbe già raggiunto il suo culmine in Europa proprio in questi anni con l’arrivo dei protagonisti della contestazione nei posti chiave del potere, che si sono portati dietro egualitarismo, relativismo morale, multiculturalismo, pari opportunità, liberazione sessuale, materialismo e edonismo. Ideali che hanno eroso negli uomini occidentali la volontà di vivere una vita produttiva, di moltiplicarsi e di affermare la propria cultura.

Graziano Girotti
(L'Opinione, 22 gennaio 2008)

07 gennaio 2008

Aborto: il rovesciamento della laicità

Le polemiche sorte dopo la proposta di Giuliano Ferrara di una moratoria sull’aborto fanno pensare che davvero, nella nostra cultura politica, nel corso degli ultimi trent’anni si sia compiuto un rovesciamento.

Le dichiarazioni dei laicisti nostrani, che in quanto ben spalleggiati dai media sembrano essere ancora molto più numerosi di quanto poi non siano in realtà, ci hanno dimostrato che ormai è proprio la loro la parte più retrograda, dogmatica, reazionaria ed ottusa dello schieramento politico.
Vale a dire che i cosiddetti “laici” sono diventati proprio quello che, ai tempi della loro giovinezza, sostenevano che fossero i cattolici moderati e benpensanti.
Invece – e questa a ben vedere non è una novità – ai nostri giorni la vera laicità proviene proprio da coloro che ascoltano ed acclamano papa Ratzinger come il più grande maītre à penser dei nostri tempi.

Cosa hanno infatti dichiarato lor signori, riguardo all’opportunità di rivedere la vigente legge sull’aborto? Le stesse cose che dicevano trent’anni fa, quando è stata approvata.
Non hanno cambiato nemmeno le virgole. Non si sono minimamente preoccupati di andare a vedere cosa sia successo, nel corso di questi trent’anni, mentre loro invecchiavano inesorabilmente.
A risentirli oggi sembra davvero di ascoltare un disco in vinile di prima dell’avvento della stereofonia: “l’autodeterminazione della donna …”; “la piaga dell’aborto clandestino …”; “… ma l’aborto è sempre un dramma”; “… bisogna piuttosto promuovere la contraccezione …”.

Al Tg5 hanno addirittura riesumato il vecchio Pannella, che ha riproposto il solito discorso oscillante tra due soli concetti: “ferri da calza” e “mammane”, che al massimo si invertivano di posizione e diventavano “mammane” e “ferri da calza”.
Del resto, su questo e tanti altri temi il buon Giacinto detto Marco non aveva mai cambiato registro nemmeno quando ancora era più lucido. Ma non è il solo, e nemmeno c’è solo la barba bianca di Eugenio Scalfari a tenergli compagnia, magari con un plaid sulle ginocchia. Ci sono anche dei cinquantenni che quando si parla di aborto (o divorzio) continuano a ripetere le stesse identiche frasi, e sono refrattari a qualsiasi tentativo di approfondimento.

Un dogmatismo stolido, insomma, che forse non trova eguali in nessun altro argomento (oddio, è meglio non sottovalutarli, ma al momento non ci sembra proprio…).
Per loro il tempo non è passato, siamo ancora nel 1978. Del resto, a farci caso, qualcuno di loro si veste ancora come in quegli anni. E probabilmente – se non fosse per i soldi che hanno fatto – girerebbero ancora tutti con le Alfette, e i più sfigati con la Lancia Delta.
Invece i cattolici, e non solo loro, cosa hanno chiesto? In poche parole, da un punto di vista metodologico, hanno proposto di cominciare ad essere un po’ più laici, anche quando si parla di aborto.

Cos’è infatti la laicità? Non dovrebbe essere l’atteggiamento di chi non parte mai da dogmi e verità precostituite, ma cerca sempre di verificare, discutere, fare esperienza, e praticare quello che i liberali di una volta chiamavano “il metodo del dubbio”? Appunto, questo è esattamente quello che i cattolici stanno chiedendo, e non da oggi, rispetto alla 194.
Legge che prescrive solennemente che l’aborto in Italia non deve essere un mezzo di contraccezione, e quindi i pubblici poteri devono adottare le “iniziative necessarie per evitare che sia usato ai fini della limitazione delle nascite” (art. 1). Legge che prevede che, prima di essere ammessa ad abortire, la donna debba essere “aiutata a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza”, in quanto le strutture socio-sanitarie pubbliche e private devono “promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto” (art. 5).

Tant’è che – con buona pace di alcune sentenze della magistratura, che considerano l’aborto un diritto soggettivo della donna – si tratta di un intervento che può essere eseguito solo nell’ambito di strette limitazioni, che non hanno poi tanto a che vedere con la “autodeterminazione”.
Nei primi novanta giorni di gravidanza, affinché sia autorizzato l’aborto deve essere riscontrato nella donna “un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito” (art. 4).
Anche in questi casi, il medico deve congedare la richiedente con un “invito a soprassedere per sette giorni”, soltanto dopo il quale la donna può presentarsi presso le strutture autorizzate.
Questa è la legge vigente, questa è l’unica norma sovrana alla quale lor signori pretendono che - in nome della laicità - si sia tutti sottoposti e ossequienti, senza distrazioni prevenienti dal Vaticano.

Bene, chiediamo noi – e chiedono i veri laici – e allora tutto questo è avvenuto, negli ultimi trent’anni?
Si dice che sarebbero molti i casi di donne che ottengono di abortire quando hanno già un figlio o due. In simili situazioni è perlomeno dubbio che vi siano le condizioni di cui all’art. 4, ed è legittimo il sospetto che si tratti di aborti a fini contraccettivi. E’ vero? Quante sono, ogni anno?
Si dice poi che ci siano altrettante abortenti che sarebbero tutt’altro che ragazze-madri, come si diceva una volta. Sarebbero invece donne con una vita regolare, nemmeno più giovanissime, con un lavoro, un compagno di vita, e che di certo non vivono in “condizioni economiche, sociali o familiari” di disagio. Ecco, anche questo è vero? Quante sono? Ci sono dati statistici affidabili al riguardo?

Sono domande delle quali è difficile mettere in dubbio la laicità. In fondo, stiamo solo chiedendo di controllare i dati dell’esperienza, dopo trent’anni di legge 194. Non si era detto che laicità significa capacità di interrogarsi liberamente, e di verificare sempre quel che ci viene raccontato?
Invece, si tratta di domande per le quali è difficile trovare una risposta pubblica. Nella politica e sui giornali, sono in circolazione troppi sacerdoti del dogma laicista per poter tranquillamente porre queste questioni.

I pretesi “oscurantisti” di un tempo sono diventati i veri laici, e come dicevamo non è una novità, in quanto la dimensione della laicità nella politica l’ha inventata proprio il cristianesimo. Date a Cesare quel che è di Cesare, e poi la lotta delle investiture, la teoria dantesca dei “due soli”, cioè l’Impero e il Papato, ecc...
Ma nel contempo, è accaduto che i pretesi “laici” siano invece diventati i peggiori oscurantisti, nel senso etimologico del termine: quelli che vogliono tenere gli altri all’oscuro.
E sono proprio i cattolici che devono insegnare loro il mestiere, invitandoci tutti a fare alcune cose che, in una società aperta e laica, dovrebbero essere garantite ma anche sempre ben coltivate: cioè - sembrano dirci - interrogatevi. Fatevi venire dei dubbi. Discutete. Verificate. Siate laici.

Aveva ragione Augusto del Noce, uno che di rovesciamenti filosofici ed ideali se ne intendeva.
Già negli anni settanta diceva che uno dei tratti salienti della società europea, nonostante tante professioni di laicità e di liberazione dell’uomo dalle catene dei dogmi, era diventato proprio il “divieto di fare domande”. E oggi, secondo alcuni, siamo già arrivati all’epoca del “divieto di dare risposte”.

Ma tanta tracotanza sembra nascondere solo la disperazione di chi scopre che le sue idee di sempre, per le quali ha lottato per un’intera carriera politica o giornalistica, erano enormi inganni. O comunque sono idee che hanno irrimediabilmente perso, e sono finite fuori dal vento della storia perché non trovano più alcun riscontro nella vita reale degli uomini, e nelle loro esigenze.
Per questo, solo per rassicurarsi, continuano a ripetere le stesse cose di trent’anni fa.
All’epoca della legge 194 chi scrive aveva poco più di dieci anni, e ricorda che suo nonno cantava sempre il “tango delle capinere”, e per Natale si faceva regalare dischi che portavano l’etichetta nera della Decca. Cosa hanno regalato per quest’ultimo Natale ai vari Pannella, Scalfari, ecc.?

20 dicembre 2007

Silvio a Bologna è un messaggio a Pier

Sono bastati due giorni per smentire anche gli scettici più incalliti. Che il rovesciamento del tavolo del centrodestra, ad opera di un Berlusconi tutto proteso a far nascere il nuovo partito del Popolo della Libertà, non avesse alcuna conseguenza sulla scelta del candidato sindaco moderato per Bologna, solo qualche ingenuo poteva pensarlo. Bene. Dopo quello che è successo la settimana scorsa, e nell’arco di sole ventiquattro ore, crediamo che di ingenui in giro non ce ne sia più l’ombra.

Ora è ufficiale: la partita per le amministrative del 2009 è ufficialmente riaperta. L’arrivo di Silvio in piazza Galvani è stato più importante sotto il profilo dell’immagine che sotto quello della sostanza. Fino ad ora dalle parti di Arcore, Bologna è rimasta appaltata a Pier Ferdinando Casini. Era lui ad avere il diritto di fare il bello e il cattivo tempo. Del resto, nel gioco delle alleanze è normale che vada così. Nel 1999, l’individuazione di Giorgio Guazzaloca - esponente civico ma in realtà casiniano doc - era maturata proprio nel rispetto rigoroso del patto che legava a livello nazionale la Casa delle Libertà.

Allora una casa molto solida, anche se il centrodestra era in piena traversata del deserto. Ci sarebbero voluti altri due anni prima di raggiungere l’oasi rinvigorente, con il trionfo nelle elezioni politiche del 2001. Poi cominciarono le follinate. Ma questo è un altro discorso. Oggi, però, quell’alleanza è in frantumi. Berlusconi sta cambiando di nuovo faccia al centrodestra. E lo fa puntando decisamente ad allargare i confini della sua disciolta (o quasi) Forza Italia. Ed allargare i confini vuol dire guardare agli elettori dell’Udc, di Alleanza nazionale, ai delusi, a chi non ha mai fatto politica e magari anche a qualche simpatizzante di sinistra pentito. Bologna, in sostanza, non è più esclusiva riserva di caccia di qualcuno.

Ecco, il comizio dell’ex presidente del Consiglio (pare deciso dalla sera alla mattina) voleva mandare esattamente questo messaggio: caro Casini, il Popolo della Libertà può avere - e ha - radici solide anche sotto le Due Torri. D’ora in avanti non puoi più pensare di giocare da solo.

Pier ci ha riflettuto una giornata e alla fine ha rilasciato una dichiarazione mai udita prima, a suo modo storica: “Se ci sono altri candidati per Palazzo d’Accursio, a parte Guazzaloca – ha detto -, è il momento che si facciano avanti”. Da ricordare che fino a quel momento l’Udc aveva puntualmente fatto un solo nome, e uno soltanto: appunto quello del Guazza, senza il quale non poteva che esserci una sconfitta sicura. Che la sortita di Casini voglia dire reale cambiamento di posizione, e dunque si ritenga sul serio l’ex sindaco non più in grado di andare oltre la somma dei partiti del centrodestra, c’è un solo modo per saperlo: l’esplicito rifiuto a correre da parte di re Giorgio. Cosa che ha immediatamente chiesto il coordinatore regionale di An, Filippo Berselli.

A questo punto vengono in ballo gli interessi della città, e dunque dei bolognesi. Le nebbie vanno diradate il prima possibile. Perché le favorevoli condizioni del 1999 non si ripresenteranno e pertanto i voti andranno guadagnati uno per uno. Operazione che richiede tempo e organizzazione. Ciò sia che Cofferati si ricandidi (molto difficile), sia che si trasferisca a Roma (probabile).

Guazzaloca ha perso gran parte del suo civismo agli occhi dell’elettorato che decide l’esito delle elezioni, e la sinistra non sbaglierà ad affidarsi a un’altra Silvia Bartolini. Se Casini non è più tanto certo di avere in Guazzaloca un asso in grado di raccogliere i consensi dei moderati e anche andare ben al di là di essi, ha il dovere di chiedergli un passo indietro. Ci sarebbe, infine, l’ultimo problema. Un Berlusconi che decide di muoversi anche a Bologna implica un partito forte, organizzato e coeso. Oggi le sue truppe sotto i portici non hanno nulla di tutto questo. Purtroppo.

Graziano Girotti
L'opinione, 20 dicembre 2007

12 dicembre 2007

Processo a Darwin


Dagli Stati Uniti all’Europa, le critiche all’evoluzionismo stanno suscitando un crescente interesse intellettuale. Ne è prova il brillante libro del giornalista e saggista Marco Respinti, Processo a Darwin. Un’inchiesta a tutto campo sul darwinismo per smascherare incongruenze, falsità e luoghi comuni (Piemme, pp. 192, € 12,00). Nella sua requisitoria Respinti si attiene rigorosamente ai fatti comprovati e alle risultanze scientifiche. Le uniche prove ammesse, pro o contro la teoria di Darwin, sono quelle che scaturiscono dal metodo empirico canonizzato fin dai tempi di Galileo, secondo cui la scienza, per essere tale, deve essere strettamente legata all’osservazione diretta dei fenomeni e alla ripetibilità degli esperimenti.


Una volta eliminate tutte le sovrastrutture ideologiche e filosofiche, sostiene Respinti, le certezze scientifiche del darwinismo risultano molto scarse e di dubbio valore. Nessuno, in laboratorio e tantomeno in natura, ha mai osservato direttamente le modalità con cui il caso, la selezione naturale o i condizionamenti ambientali abbiano dato origine alla vita o abbiano prodotto la macroevoluzione, cioè la trasformazione di una specie in un’altra. Se vogliamo rimanere ai fenomeni osservati, l’abiogenesi (lo sviluppo della vita dalla materia inorganica, come postula l’evoluzionismo) è stata confutata dagli esperimenti di Lazzaro Spallanzani e, in maniera definitiva, di Louis Pasteur. L’unica cosa che si può constatare empiricamente è la microevoluzione, cioè quel cambiamento limitato dei viventi, all’interno di una stessa specie, di cui le regole della genetica mendeliana mostrano il funzionamento regolare e ordinato, e non certo casuale.


Il campo dove si gioca la partita decisiva è probabilmente quello della paleontologia. Se la teoria di Darwin fosse corretta, la terra dovrebbe essere stracolma di reperti fossili appartenenti a un numero incalcolabile di organismi intermedi tra una specie e l’altra. Tuttavia dopo 150 anni di ricerche non solo non sono stati ritrovati gli anelli intermedi tra una specie e l’altra, ma dai ritrovamenti fossili risulta, al contrario, che le specie viventi siano apparse più o meno simultaneamente, già perfettamente formate, nella grande esplosione di vita del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa. Tutte le supposte scoperte di forme transizionali intermedie (come l’Uomo di Piltdown, l’archaeopterix o l’archaeoraptor) si sono rivelate ad un più attento esame degli errori di valutazione, se non dei veri e propri falsi costruiti ad arte. Occorre dunque ammettere che, allo stato attuale, i fossili non si accordano con l’ipotesi evoluzionista.


Respinti nota un fatto curioso: un abate (Gregor Mendel) ha dimostrato l’infondatezza della casualità nella trasmissione dei caratteri ereditari; un altro abate (Lazzaro Spallanzani) ha demolito per primo l’ipotesi della “generazione spontanea” della vita; un medico profondamente cattolico (Louis Pasteur) ha smascherato la farsa dell’abiogenesi. I più cristallini e onesti indagatori del reale attraverso i canoni del metodo scientifico galileiano sono quindi tutti uomini di gran fede religiosa, mentre dalla parte dei darwinisti abbondano gli ideologi pressappochisti e talvolta anche i veri e propri truffatori, come il falsificatore Ernst Haeckel, lo scienziato stalinista Trofim Lysenko o, ai nostri giorni, l’antropologo tedesco Reiner Protsch von Zieten, che per trent’anni ha manipolato i dati a nostra disposizione sull’uomo di Neandhertal.


Respinti dedica poi uno dei capitoli finali alla teoria del disegno intelligente (meglio dovrebbe dirsi “progetto intelligente”), che nell’ultimo decennio si è proposta come seria alternativa scientifica al paradigma darwiniano. La controversia innescata dall’Intelligent Design sembra avere tutte le caratteristiche delle maggiori rivoluzioni scientifiche del passato. I sostenitori del darwinismo appaiono sulla difensiva, e il loro tentativo di rifiutare o di censurare il dibattito, anche ricorrendo alla via giudiziaria, è il segno più evidente delle loro difficoltà.


Per lungo tempo l’establishment scientifico ha cercato di convincere il pubblico che l’unica opposizione all’evoluzionismo proviene dai creazionisti biblici. Il disegno intelligente, tuttavia, è una teoria nata nei laboratori scientifici e nelle università, non tra i fondamentalisti protestanti della Bible Belt, e la sua popolarità si sta estendendo anche fuori dagli Stati Uniti: nell’agosto del 2005 settecento scienziati provenienti da diciotto paesi diversi si sono riuniti a Praga per una conferenza su “Darwin e il progetto”; nello stesso anno, un articolo uscito su “Le Monde” ha rivelato la crescente influenza della teoria del disegno intelligente sugli studenti francesi.


Il fatto sociologico più significativo è proprio il forte fascino che questa teoria esercita sui giovani che hanno il coraggio di mettere in questione l’ortodossia e di seguire i risultati della ricerca ovunque li portino. Saranno loro a decidere l’esito del dibattito.


(Guglielmo Piombini)

06 dicembre 2007

Stanno massacrando l'accordo del 23 luglio

“Il collegato alla Finanziaria massacra l’accordo sul welfare del 23 luglio”. Non usa perifrasi Alessandra Servidori, tra gli autori del libro “Giù le mani dalla Legge Biagi”, per commentare quanto sta accadendo all’interno della maggioranza di governo in materia di lavoro. L’occasione è stata un convegno organizzato a Loiano, sull’Appennino bolognese, da Ubaldo Salomoni, consigliere regionale e coordinatore in Emilia-Romagna dei Gruppi della Libertà.

“Il professor Marco Biagi – è stato il messaggio introduttivo di Salomoni – ha dimostrato con il Libro Bianco un autentico spirito riformista, tutto proteso alla difesa dei giovani e dei non garantiti. La sua legge 30 ne è la prova inconfutabile”. Dopo gli interventi di tre sindaci, il padrone di casa Giovanni Maestrami, Marino Lorenzini (Monghidoro) e Giuseppe Venturi (Monterenzio), la palla è passata a colei che di Biagi è stata amica e collega di lavoro per decenni.

Allora, Servidori, perché sarebbe stato tradito il tentativo imbastito con l’accordo del 23 luglio?
"Perché nel collegato alla Finanziaria, come dicevo, scompaiono alcune figure contrattuali che sarebbero molto utili a determinati comparti. Penso allo staff leasing o al job on call. Nel turismo, per esempio, esistono mesi in cui c’è bisogno di personale e altri mesi dove questa esigenza diminuisce fino a scomparire. Se non si regolamenta, si fa vincere il sommerso e dunque il lavoro irregolare. Inoltre non dimentico le riforme degli ammortizzatori sociali e della contrattazione, che vengono lasciate a un impegno delle parti sociali ben poco sostanziale sotto il profilo dei tempi".

Ecco perché è molto critica.
"Esatto. Siamo di fronte a una vera e propria abiura. Viviamo in uno stato di incertezza. L’accordo dell’estate scorsa poteva e doveva continuare lungo il percorso tracciato dal Pacchetto Treu prima e dalla Legge Biagi poi. In pratica, poteva tradursi nella sconfessione della sinistra radicale. Mi pare che l’opportunità si stia perdendo".

Insomma, Prodi non ce la fa a staccarsi dall’ala antagonista della sua maggioranza?
In realtà, non ci ha mai nemmeno provato. Sa bene che la sua salvezza sta proprio nell’estrema sinistra, che gli consentirà di arrivare al 2009 garantendo la pensione ai parlamentari.

Da cosa nasce l’odio ideologico e viscerale degli ultimi anni verso la Legge Biagi, a suo parere?
"Da una sorta di vendetta nei confronti dell’esigenza riformista di Marco. In questo la Cgil è stata connivente. Non dimentichiamoci il dito puntato del leader sindacale Sergio Cofferati proprio contro il Libro Bianco, con il quale si intendeva individuare riforme ben precise. Già con il Pacchetto Treu la sinistra aveva dovuto subire l’introduzione di tipologie contrattuali come quella del cococo. E dunque non aveva nessuna intenzione di lasciar mettere le mani sulla materia del licenziamento e sul celebre articolo 18. In Europa le protezioni sono molto inferiori a quelle previste nel nostro Paese, e soprattutto sono legate a strumenti di accompagnamento al lavoro che il disoccupato è costretto ad accettare. In Italia, invece, resistono ancora i due anni di cassa integrazione che finiscono per favorire l’assegno di disoccupazione e il lavoro nero. Tutto questo apparteneva a una vecchia idea di welfare. Le forze sindacali hanno dimostrato di essere incapaci a governare il cambiamento".

Il professor Cazzola ha parlato proprio su queste colonne di sinistra reazionaria…
"Direi piuttosto conservatrice. La base elettorale della sinistra è costituita da pensionati e pubblico impiego. Con il popolo delle partite iva non riesce a sfondare perché non ha uno straccio di idea di sistema Paese. I sindacati non hanno cultura riformista ma solo protezionista. E’ il loro male oscuro".

Ha appena ricordato le accuse di Cofferati contro Biagi. Da lui si sarebbe aspettata alcune parole chiarificatrici in questi suoi anni “bolognesi”?
"Cofferati è troppo presuntuoso e arrogante. Sa di avere usato parole che hanno condannato Marco. E spesso con le parole si arma la mano di chi spara".

Graziano Girotti
(L'opinione, 6 dicembre 2007)

03 dicembre 2007

La manovra a tenaglia per fermare Silvio

Con la sinistra governativa allo sfascio e quella partitica che a fatica intravede un futuro, ecco ridiscendere in campo il “democratico” braccio giudiziario e giornalistico. C’è da distrarre l’opinione pubblica disfatta dalle tasse e da una situazione economica che resta sul brutto stabile. Peraltro un Berlusconi stile-’93, che rimescola le carte con coraggio e lungimiranza, aumenta in modo esponenziale il rischio che i moderati si riprendano l’Italia e magari provino pure, questa volta con successo, a tradurre in pratica quella rivoluzione liberale che resta l’unica strada possibile per salvare il Paese da un declino che ora sembra inarrestabile.

Insomma, c’è molto lavoro “sporco” da fare. E allora ecco muoversi in pompa magna chi quel lavoro per la sinistra ha sempre compiuto con dedizione e costrutto. Prima ci ha pensato l’armata Repubblica-na, che ha gridato uno scoop totalmente inesistente: ai tempi del secondo governo Berlusconi, i dirigenti Rai e Mediaset si rifugiavano in bagno e da lì, al riparo da orecchi indiscreti, partivano teleconferenze per favorire il network privato rispetto a quello pubblico. Ovviamente a tirare i fili era Silvio il quale, fregandosene delle cose di governo, pensava a ingrassare i suoi bilanci.

Il direttore Ezio Mauro, all’operazione, è riuscito persino ad appioppare un nome che sa di trame segrete, logge massoniche, torbido, fango. Delta, l’ha chiamata. Il ragazzo ci sa fare, è indubbio. Peccato che dopo solo alcuni giorni dall’esplosione del caso, il Corriere della Sera intervisti l’ex direttore generale della Rai, Pierluigi Celli. Il quale non ci pensa due volte a togliere le brache all’erede del Fondatore e a lasciarlo alla mercè delle risate di quei pochi lettori che si accorgono dell’articolo. “Ma le telefonate ci sono sempre state!” ha sostanzialmente dichiarato. “Era ed è normale che i vertici di due aziende concorrenti si confrontino”. La rivelazione resta confinata nelle pagine interne e passa sotto silenzio. Talmente sotto silenzio che è di poche ore fa la notizia della sospensione dalla Rai della sua direttrice marketing, colei che viene ritenuta la materiale esecutrice dei voleri di Silvio. E per lei l’odissea, ne siamo sicuri, è appena agli inizi.

Poi c’è l’altro versante, quello giudiziario. L’obiettivo prescelto è stato il sindaco di Milano, Letizia Moratti, coinvolta in una inchiesta su presunti incarichi d’oro. Primo cittadino stimato, donna, personaggio di sicuro avvenire nel Partito della libertà, la Moratti rappresenta un bersaglio a dir poco interessante. “Le recenti polemiche rispetto ad incarichi profumatamente retribuiti, soprattutto quando provenienti da sinistra – ha commentato il capogruppo di Forza Italia alla provincia meneghina, Bruno Dapei – ci avevano fin qui fatto sorridere al pensiero di quanto, a riguardo, abbiamo visto accadere a Palazzo Isimbardi (sede del consiglio provinciale) e nelle società partecipate e controllate dalla Provincia. Dal piano politico, la vicenda ora sembra spostarsi su quello giudiziario. Déjà vu”. Sì, un film visto e rivisto, che ora però va assolutamente replicato. C’è da fermare Silvio. Ed è scattata la manovra a tenaglia.

Graziano Girotti
(L'Opinione, 1 dicembre 2007)

21 novembre 2007

Partito Popolare della Libertà?

Scusate se ci citiamo, non è assolutamente per dire che avevamo ragione noi, anzi. E’ solo per fare notare che, se in politica tutto può cambiare nello spazio di un mattino, le nostre domande restano però ancora quelle.

Quando abbiamo aperto questo piccolo blog, subito dopo le elezioni politiche della primavera 1996, per cercare di contribuire come potevamo alla rinascita del Centrodestra, nel nostro “Piccolo Manifesto del Filo a Piombo” (e non dite che “manifesto” è un concetto di sinistra: e il “popolo” allora che cos’è?) avevamo scritto:

“ ... oggi, dopo le elezioni del 9-10 aprile, abbiamo la sensazione di essere sempre stati, e di essere ancora, sempre un po’ più avanti e assieme un po’ più indietro rispetto alla personalità di Silvio Berlusconi.
Più avanti, perché anche ora che Forza Italia si è confermata il primo partito italiano, e ha dimostrato la sua capacità di rispondere alle attese della maggioranza degli italiani, continuiamo ad interrogarci su come un partito simile potrà sopravvivere alla personalità del Caimano, e strutturarsi come polo di attrazione di un futuro partito dei moderati.
Ma nel contempo ci sentiamo più indietro, rispetto alla genialità con cui Berlusconi è riuscito e tuttora continua ad interpretare il sentire comune del Paese che non si riconosce nella sinistra.
Non è la prima volta, dal 1994 ad oggi, che ci sorprendiamo a doverlo idealmente rincorrere, subito dopo avere temuto che la sua epopea politica fosse quasi al capolinea.”

Oggi, a un anno e mezzo di distanza, ci sembra ancora valida la domanda su come quello che sta per nascere potrà sopravvivere a Berlusconi. Per questo sarebbe fondamentale partire con il piede giusto.
In ogni caso, per ora, abbiamo anche l’impressione di avere appena assistito ad uno dei più bei gol di Maradona o Baggio, o eventualmente - anche se non ci piaceva la maglia - ad un assist di Platini.

Improvvisamente, quando la partita sembrava sonnecchiare e si temeva la beffa al 90°, ecco che all’improvviso è arrivato uno di quei gol che si possono solo stare a guardare a bocca aperta. Allargando le braccia, nel caso che si fosse un difensore o un tifoso dell’altra squadra. Perchè all’improvviso si è intuito - e non capito, perchè se si cerca di capire certi colpi si ottiene solo di perdersene la bellezza - di aver visto all’opera un fuoriclasse che quando decide di puntare la porta mostra di avere almeno tre marce in più di tutti gli altri.

Duole pensare che possa venir meno il bipolarismo. Siamo quarantenni, quindi riusciamo ancora ad avere in prima persona il ricordo asfissiante dei governi che venivano fatti in parlamento, e si scioglievano per decisione delle segreterie dei partiti. Al punto di esservene almeno quattro o cinque per legislatura. Noi siamo di quelli che sognavano la Thatcher e Reagan quando in Italia si alternavano (litigando) Craxi e De Mita, e dopo ogni elezione non si faceva il governo, bensì “l’analisi del voto”.
Quindi, figuriamoci se adesso non abbiamo tutte le paure possibili di fronte al solo pensiero una futura larga intesa tra Berlusconi e Veltroni.

Però va anche detto che in questi ultimi quattordici anni i benefici del bipolarismo ce li siamo goduti solo a metà, e solo nel quinquennio del secondo governo Berlusconi. E anche in quel periodo, abbiamo l’impressione che certe cose non si siano fatte - specialmente la riforma della giustizia, quella della pubblica amministrazione e le grandi opere pubbliche - sia stato soprattutto per colpa delle discontinuità di Follini, e del troppo amore di Fini per chi vive alla greppia dello Stato (per non parlare dei suoi mal di pancia verso Tremonti e delle sue sortite laiciste e filoimmigratorie).

Resta comunque il fatto che il buon Silvione il suo contratto con gli Italiani lo ha realizzato solo per metà. Se non fosse che per il nostro Paese è già grasso che cola, si potrebbe anche guardare al bicchiere mezzo vuoto che non sappiamo come potrà mai più essere riempito.
Inoltre, per il resto, gli ultimi quattordici anni sono stati anni che - esattamente come prima - hanno visto governi che venivano sfiduciati e sostituiti da esecutivi “tecnici”, con le segreterie di partito che imponevano al Quirinale se e quando sciogliere le camere, e soprattutto con i partitelli che alle elezioni mai e poi mai arriveranno in doppia cifra che però continuavano imperterriti a bloccare tutto chiedendo ed ottenenso continue verifiche, compromessi, posti di potere, ecc. ecc.

Per questo, alla fine, stiamo ancora con Silvio e speriamo che sia la volta buona. Se con lui proprio deve rinascere la Dc, almeno sia una Dc liberale come non lo è stata più dai tempi di De Gasperi. E comunque, è ora che il suo partito si strutturi sul territorio in maniera completamente diversa da prima. Non siamo quelli che storcono il naso perchè ancora una volta l’organizzazione nascerà dall’alto, però resta il fatto che - appunto - non è che in futuro ci sarà sempre Berlusconi a toglierci le castagne dal fuoco, quando ci sarà bisogno di ricominciare a radicarsi sul territorio.

Infine, abbiamo una osservazione, per ora che siamo nella fase costituente: e se alla fine lo chiamassimo “Partito Popolare della Libertà”? Richiama il PPE, ma senza usare il sostantivo “popolo” che alle nostre orecchie - e non solo alle nostre - in effetti fa un po’ troppo bandiera rossa la trionferà. E poi riunisce comunque i due concetti, quello dell’estrazione popolare e quello dell’idea liberale, senza essere troppo lungo e ridondante di congiunzioni.
Pensaci, Silvio. Noi ci staremo.

20 novembre 2007

San Babila, esito naturale di un percorso coerente

“La politica non può dividere ciò che la piazza unisce”. A pronunciare queste parole, davanti a milioni di persone plaudenti e sbandieranti ciascuna il proprio vessillo di partito, fu Gianfranco Fini il 2 dicembre 2006 in piazza San Giovanni, a Roma. Una manifestazione grandiosa sulla quale i principali leader dei partiti della Casa delle Libertà e moltissimi elettori dell’Udc si ritrovarono d’accordo nel ritenerla il punto di partenza per la nascita di un nuovo contenitore riservato a tutti i moderati e i liberali italiani.

Per questo sorprende la reazione del capo di Alleanza nazionale alla “bomba” lanciata da Berlusconi: Forza Italia si scioglie per confluire nel partito del popolo italiano delle libertà. E’ possibile che la freddezza di Fini sia legata alle polemiche degli ultimi giorni, come tali contingenti e di cortissimo respiro. Saranno i prossimi giorni a far capire meglio le sue intenzioni. E’ certo però che Silvio ha parlato al cuore e alla mente della cosiddetta base, dei militanti volontari, di tutti coloro che non ne vogliono più sapere delle minuscole beghe fra alleati.

Si è librato in alto per guardare più lontano di tutti. Ancora una volta, dopo il 1994. Un percorso coerente dunque, quello di Silvio, che in meno di dodici mesi estrae dal cilindro l’ennesima innovazione. Anche se l’immagine del cilindro non è la più calzante. Perché non si tratta di un’invenzione estemporanea, ma di un progetto meditato e tradotto in pratica. Non è un caso che accanto a lui, in piazza San Babila, ci fosse una raggiante Michela Vittoria Brambilla.

Colei che materialmente ha realizzato quel progetto dandogli la forma dei Circoli della Libertà. Un passaggio di testimone, allora, che avviene sulla base del successo dei Circoli, della raccolta firme contro Prodi, di un sentimento comune ai moderati italiani di rilanciare la sfida liberale. Una sfida che con Forza Italia non era stata vinta, ma che Forza Italia aveva avuto comunque il merito di “fotografare”, di porla sul tavolo della politica e del Paese. Ora il Cavaliere ci riprova, innovando negli uomini (o per meglio dire, nelle donne). E capisce che il suo vecchio partito, così come la vecchia coalizione di centrodestra, usurata dai conflitti interni, non è più capace di dare le risposte che la gente pretende.

Come è suo costume, salta a piè pari la politica politicante e parla direttamente al signor Rossi e alla signora Maria. Sintomatico il primo impegno che ha urlato, lanciando la nuova idea: quello di mandare a casa i vecchi parrucconi, consentendo a tutti di eleggere i propri dirigenti. Parrucconi che anche Forza Italia aveva e continua ad avere.

Colonnelli senza consenso, lontanissimi dalla base che la base vuole ripudiare. Un partito consunto dai conflitti interni, sempre più profondi e sempre più devastanti. Un partito che, appunto, ha perso per strada lo spirito che lo aveva animato all’inizio. Se da Fini è arrivato il gelo e dalla Lega un fermo disinteresse, l’Udc pare andarci più cauta. Ma la bomba è appena deflagrata. Ci ricordiamo cosa dicevano tutti tredici anni fa dopo l’annuncio della nascita di Forza Italia?

Graziano Girotti
(L'opinione, 20 novembre 2007)

09 novembre 2007

In morte di Enzo Biagi. Sessanta minuti di applausi a Blondet

Vorrei fare anche qui un ricordo di Enzo Biagi.

L'altro giorno ho sentito per caso, in automobile, un giornale radio mattutino della Rai, proprio mentre dava per la prima volta la notizia della morte: subito dopo sono partiti due coccodrilli - come si dice in gergo - che erano già stati evidentemente preparati almeno dal giorno prima.
Uno era un'intervista a Paolo Mieli, che a quanto pare aveva dato per morto il Venerato Maestro prima ancora che ci lasciasse sul serio.

Tutte le mezze tacche del giornalismo in questi giorni hanno sgomitato per avere la possibilità di scrivere due righe di proprio ricordo, solo per fare capire al lettore che conoscevano bene Enzo Biagi, e quindi sottintendere che sono veri giornalisti anche loro.

Bene, vorrei farlo anch'io su questo blog. Perchè non ho sempre fatto l'avvocato, come alcuni dei nostri venticinque lettori sapranno. Sono stato anch'io un giornalista, quando ero più giovane.
A venticinque anni, appunto, ho lavorato per il Corriere della Sera e poi per l'Europeo (gruppo RCS).

Essendo io giovane, e nemmeno con il contratto da redattore (ma anche se l'avessi avuto avrebbe fatto lo stesso), quando l'Europeo metteva in pagina qualche servizio su argomenti di costume, a volte toccava a me fare il giro delle telefonate ai vari Vip, per chiedere una dichiarazione in materia e poi fare l'articolo con il "pastone" dei vari pareri.

Era un po' una prassi di tutti i periodici, a quell'epoca. E per chi doveva redigerla, uno dei lavori più umilianti che ci siano.

Un giorno salta fuori una notizia che riguardava la bestemmia.
Non ricordo di preciso di cosa si trattasse, forse qualche Vip che aveva bestemmiato in Tv o qualche prete che aveva lanciato iniziative particolari contro la blasfemia.

Allora comincio il giro delle telefonate.
Poichè erano i primi anni '90, faccio prima Vittorio Sgarbi, poi don Baget Bozzo, poi Lina Sotis, poi provo con l'Alba Parietti, e poi con qualcun altro che non ricordo.
Ho sempre avuto in simpatia Sgarbi ed era il mio preferito per queste cose, proprio perchè non solo era il più disponibile, ma era anche bravissimo ad inventarsi su due piedi - senza nemmeno pensarci - una risposta intelligente per una qualunque domanda idiota.

Poi mi passa davanti la caporedattrice che aveva commissionato il pastone e mi chiede: hai chiesto a Biagi? E' un tuo conterraneo e mi pare che sia anche credente.

Ma dove lo vado a pescare, alla Rai? Chiedo io. E lei: vedo se ho il numero, la RCS (cioe' l'editore comune) gli passa un ufficio tutto suo, è probabile che lo trovi li'.

Lo chiamo, devo insistere per farmelo passare, nonostante avessi ben specificato che chiamavo per conto di una testata dello stesso editore che ci pagava tutti, lui, me e la segretaria con cui stavo parlando (non ho detto testualmente così ma quasi), e in questo modo riesco ad avercelo al telefono.

Gli spiego la cosa, e gli faccio capire che consideravo anch'io insopportabile la prassi di quelle dichiarazioni di costume che i settimanali chiedono ai Vip, ma facevo appello al suo senso di solidarietà per un giovane collega, che si trovava costretto dal comune editore a fare il pezzo.
E poi gli avevo chiesto un parere sulla bestemmia, mica di bestemmiare lui.

Mi ha trattato malissimo.

Ora che è morto, mi segnalano l'articolo che segue, di Maurizio Blondet, un giornalista che dalle parti del Filo a Piombo non condividiamo particolarmente su molte cose, ma su qualche altra sì.
Però, se ieri a Pianaccio i suoi compaesani montanari lo hanno salutato con "O Bella Ciao", io - da bolognese di città, appena un po' in collina - vorrei congedarmi da Enzo Biagi con questo articolo.
Salutando le opinioni di Blondet esattamente come i colleghi di Fantozzi salutarono la sua famosa dichiarazione sulla Corazzata Potemkin.

Anche se a qualcuno sembrerà una bestemmia.


Morte del venerato maestro
Maurizio Blondet
08/11/2007

Tutto il coro italico ha cantato le lodi per Enzo Biagi. Nemmeno una stecca, non una nota dissonante. Uomo libero, bravo, buono, eccezionale, santo subito.
Sapete cosa vuol dire?
Che l'Italia non ha preso atto - il solito ritardo culturale - del più grande passo avanti della sociologia italiana dopo Pareto, confermando ancora una volta il disprezzo in cui tiene i suoi scienziati e scopritori.

Intendo parlare della scoperta di Edmondo Berselli, giornalista a tempo perso (su Repubblica, l'Espresso), ma socio-comico di valore assoluto: il quale ha definito le tre categorie in cui si dividono in Italia le personalità di qualche emergenza mediatica, siano intellettuali, artisti, letterati o politici. E' una scoperta fondamentale, pari solo a quella della tripartizione funzionale nelle società arcaiche indo-europee definita da Dumézil. Anche Berselli ha definito una tripartizione che inaugura, di fatto, la nuova sociologia: la «Sociologia delle Mezze Tacche».

Egli divide la società dei salotti che contano in tre categorie ascendenti:1) Belle Promesse 2) Soliti Stronzi 3) Venerati Maestri.
E' uno schema che, come la tavola periodica degli elementi di Mendeleyef, consente di portare un limpido ordine nel caos apparente della società italiota.
Tutto si riduce allo sforzo di passare da Bella Promessa (per un'opera prima o un film) a Venerato Maestro, evitando il passaggio alla categoria 2.
Fate un nome a caso: Nanni Moretti? Bella Promessa, ma già trascolora a Solito Stronzo.
Non sarà mai Venerato Maestro.
Baricco? Bella Promessa ieri, Solito Stronzo in atto. Camilleri? Venerato Maestro, anche se Solito Stronzo a tutto tondo.
Ecco, avete capito lo schema, ora potete applicarlo da soli. Facile e geniale.

Se Berselli non fosse così misconosciuto e la sua Teoria generale della Mezza Tacca fosse più diffusa, oggi ci saremmo risparmiate le lodi più sperticate rivolte al defunto.
Tutti hanno trattato Biagi da Venerabile Maestro, ma sapendo che in realtà era - e ormai da decenni - il Solito Stronzo.
Avidissimo, senza cuore (letteralmente: l'organo era stato sostituito da tubi di teflon, miracolo della cardiochirurgia) e perciò reso un non-morto, recitava da finto buono.
In realtà, era un'azienda, anzi una piantagione sudista: aveva al suo servizio uno stuolo di negri, intesi come giornalisti anonimi che scrivevano i libri suoi. Libri che lui firmava, dopo averci incastonato, manco fossero rubini e perle, qualcuno dei suoi ripetitivi luoghi comuni - una quindicina in tutto - che ne garantivano il successo.Esempio: «Una volta intervistai Heminghway e gli chiesi se era credente. 'A volte, di notte', rispose».

Era lo stile Biagi, e nulla ha più successo presso le dattilografe di un libro che dice quello che già avete sentito mille volte. Il guaio è che Biagi pretendeva di incastonare quei suoi grumi anche nei fondi che esigeva - da Mieli - fossero messi in prima pagina, e sul Corriere.
Imbarazzante: di fatto era sempre lo stesso fondo, un fondo di magazzino risalente agli anni '50 e riciclato come spiegazione di ogni fenomeno avvenuto da allora: fosse la discesa in campo di Berlusconi, l'11 settembre o l'invasione dell'Iraq, saltava sempre fuori la storia di Heminghway.

Ma Biagi doveva essere accontentato. Un uomo potente e bilioso, vendicativo - ci sono redattori del Corriere, costretti a passare i suoi pezzi, che si ricordano ancora coi sudori freddi, come li trattava quando osavano telefonargli per dire che una sua parola non si capiva (scriveva a mano).
Il fatto è che al Corriere era tornato Montanelli, e il buonissimo Biagi non tollerava che Indro andasse in prima, e lui no. Il tipico Solito Stronzo.
Scomparso Montanelli, si placò.Forse anche l'idraulica al teflon cominciava a cedere. Ma ormai era passato alla categoria superiore: il Venerato Maestro.

Il motivo lo sapete: perché Berlusconi lo aveva «cacciato dalla RAI», con quello che nella leggenda passa come «decreto bulgaro». Infatti, come avete sentito tutti fino all'indigestione, l'episodio è stato evocato mille volte: non era più Enzo Biagi il miliardario, era il nuovo Giacomo Matteotti assassinato dai fascisti.
E' infatti la sinistra a decretare quello status: la famosa egemonia culturale.
Persino Montanelli, detestato destrorso bersaglio delle BR, divenne di colpo Venerato Maestro quando cominciò a insultare Berlusconi.

Da anni ormai è questo l'esame decisivo che apre la porta del mausoleo ideale (ricalcato su quello che a Mosca conserva il pupazzetto dipinto di Lenin): essere contro Berlusconi, avergli tirato dei colpi bassi.
Ciampi il banchiere è Venerato Maestro. La Levi Montalcini, Venerata Maestra. Il professor Veronesi, il chirurgo dei ricchi? Venerato Maestro da quando si prospetta una sua entrata in un qualunque governo di sinistra.
Persino la mummia di Andreotti, l'ex Belzebù, è sul punto di assurgere a Venerato Maestro, da quando vota come senatore a vita tenendo in vita Teflon Prodi.

Naturalmente ci sono dei limiti all'egemonia culturale e al suo potere: benchè votino come si deve, un paio di senatori a vita come Emilio Colombo Cocaina e Oscar Luigi Scalfaro l'ipocrita, come Venerati Maestri sono improponibili.
La loro natura di Solito Stronzo è troppo evidente ad occhio nudo.Quanto a Cossiga, le sinistre hanno aggiunto troppe K nel suo nome odiato («Kossiga» con le due SS runiche) per poterlo promuovere. Inoltre, è troppo imprevedibile: il Venerato Maestro deve avere soprattutto una qualità: restare immobile e muto nella gloria che lo circonfonde, appunto come Lenin nel mausoleo.

Vi sono stati altri tempi, in cui - come ricorda Berselli nella sua opera fondamentale («Venerati Maestri - Operetta immorale sugli intelligenti d'Italia», Mondadori) - il potere dell'egemonia culturale non aveva questi limiti.
Norberto Bobbio era una nullità morale e intellettuale palese (un solo libro di Marcello Veneziani, per dire, lo supera di una ventina di volte), ma si riuscì ancora a farne un Venerato Maestro.
E Alberto Moravia?Qualche romanzo potabile all'inizio (nello stato di Bella Promessa) e poi un'incresciosa longevità come banalissimo Solito Stronzo, sfiatato, banale, consunto da quella sua lubricità decrepita.
Eppure rimase Venerato Maestro fino all'ultimo respiro. Era il dittatore delle lettere italiote.
Non si poteva non intervistarlo in ginocchio, chiedere il suo parere con infinito rispetto. E pagargli parcelle colossali per i suoi responsi o collaborazioni all'Espresso.

S'intende che da quando è morto, l'intera opera letteraria di Moravia è caduta nel dimenticatoio, la sua stessa memoria è cancellata: con sollievo, anche a sinistra si sa che non è più necessario citare né leggere quel Solito Stronzo. Lo stesso è accaduto a Bobbio: già due mesi dopo il trapasso nessuno lo citava più. Chiuso. Fine.
E' servito finchè è servito, l'abbiamo dovuto sopportare: si passi ad altro.

Bisogna dire che questa fabbrica di glorie, il PCI l'ha ereditata dalla solida tradizione italiana massonico-risorgimentale. Benedetto Croce (1866-1952) fu il più ingombrante Venerato Maestro della sua epoca, per mezzo secolo. Persino Antonio Gramsci - che come pensatore era più vispo - dovette fare i conti con la cosiddetta «ipoteca crociana», persino Togliatti.
Non c'era scampo: per un secolo, o si era crociani o anti-crociani. In cosa consistesse l'ipoteca crociana è un mistero, che non vale la pena di rivelare ai più giovani, perché tale ipoteca è scomparsa senza lasciar traccia.
Faccio solo notare che in Europa, i filosofi coetanei o di poco posteriori non hanno mai sentito il bisogno di citare Croce una volta: e parlo di Ortega y Gasset (1883-1956), di Heidegger (1889-1976), di Von Hayek (1899-1992) e von Mises (1881-1973).
Tutti costoro non sentirono mai il bisogno di confrontare il loro pensiero con quello di Croce, né di ricavare da lui - sia pure per contrastarlo - qualche apporto intellettuale.
E sì che per decenni Croce si catalogò come «filosofo del liberalismo»: almeno von Mises ed Hayek, che del liberalismo sono i padri, avrebbero dovuto accorgersene.

Un motivo ci sarà.In Europa si sapeva benissimo che Croce era un onorato Solito Stronzo, riciclatore infinito di un hegelismo di seconda mano, liberale per nulla.
Solo in Italia l'ipoteca crociana rimase «incontournable», un macigno sulla strada con cui «si dovevano fare i conti» e da infliggere come «filosofia italiana» unica a generazioni di liceali insieme a Carducci (altro Venerato Maestro oggi perfettamente contournable).
Per dire, era in circolazione allora Vilfredo Pareto, e ancora oggi lo si legge, si trova citato all'estero. Ma lui non divenne mai un Venerato Maestro - non era utilizzabile a sinistra come utile idiota, né recuperabile come «eredità paretiana» troppo elitaria - e dovette andare a insegnare in Svizzera.

Perché questo è l'effetto della creazione italiota di Venerati Maestri, bloccare le idee, le ricerche e le personalità nuove, irrigidire la celebrata «cultura italiana» nel déjà vu e nella laica liturgia santificante. Serve a mummificare in alto, e a sopprimere e soffocare di sotto, a troncare la discussione pubblica.
Solo quando Atropo taglia il filo della vita di un Venerato Maestro - di solito dotato di deplorevole salute senile, cosa non rara tra i fannulloni pantofolai - si respira per un po' e si comincia a curiosare delle novità estere da recuperare fuori tempo massimo: che so, Cèline, Dumézil appunto, Carl Schmitt…
Ma subito viene creato un altro Venerato Maestro, e si torna sotto il tallone dell'Accademia dei panzoni, quella che Leopardi chiamò «Lega dei Birbanti», ossia in italiano moderno la comunella dei farabutti intellettuali di potere.

A volte, la mummificazione è avvenuta con rapidità miracolosa.Piero Gobetti, liberale giacobino autoritario piemontese (solo da noi i liberali erano autoritari) passò dalla condizione di Bella Promessa a quella di Venerabile Maestro a 25 anni, età a in cui dei fascisti lo bastonarono a morte, poveretto.
Norberto Bobbio ha campato alla grande come «erede di Gobetti», dato che il poveretto non era più in grado di diseredarlo. Quella eredità massonica risorgimentale funziona ancora mica male.
Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica e Solito Stronzo fin dai suoi esordi nel giornalismo sciacallesco, è riuscito a farsi Venerato Maestro da solo, grazie ai suoi sproloqui interminabili con cui riempie la prima, ma anche le pagine interne di Repubblica, dove talora si degna di dare alcuni consigli a Dio.
E Venerato Maestro lo è, ma solo per i terrorizzati redattori del suo giornale, costretti per dovere d'ufficio ad arrivare fino in fondo ai suoi chilometrici rigaggi, e a reprimere il sibilo: «Il Solito Stronzo».

Bella forza però, il giornale è suo, e possiede pure un 200 miliardi e passa di patrimonio.
Ferrara è già Venerato Maestro, almeno per una scolta di cattolici tradizionalisti, che lo ingaggiano per farsi recitare le sue omelie contro l'Islamofascismo, ma sappiamo chi lo spalleggia. Oggi, mentre impera il comunismo nella forma debole e in TV, la creazione di Venerati Maestri diventa insieme più veloce ma più superficiale: effetto dell'età della riproduzione tecnica e del lavoro a catena.
Roberto Benigni, che ha fatto sempre ridere poco e ha terminato le sue quattro battutacce da Fiera del Bovino Maremmano, è già sul punto di diventare Venerato Maestro.
Non glielo si può negare, ha voluto bene a Berlinguer.Inoltre il furbastro s'è messo a recitare Dante: colpo basso ben noto all'avanspettacolo anni '30, quando se il comico incassava troppi fischi, l'impresario faceva entrare la soubrette avvolta nuda nel tricolore a cantare «Adua è liberata», e giù applausi.
Il guaio è che Benigni spiega Dante come se Dante fosse lui: è da lì che si vede che è rimasto il Solito Stronzo.

Ma la sinistra s'accontenta. Per esempio, guardate Fassino.
L'Unione Europea lo manda a fare lo «special envoy» per la Birmania. E', guarda caso, lo stesso tipo di posto (solo un po' più basso) dato dai poteri globali a Tony Blair, ora capo del Quartetto per la Palestina.
E' un premio che si dà per servizi resi a scapito del proprio futuro: a Blair, perché dopo l'Iraq in Inghilterra nessuno lo voterà mai più, a Fassino, per aver consegnato l'elettorato del PCI - elettori robotici, sicuri, automatici - all'ammasso globale dei «partiti democratici» che anche da noi si stanno creando onde scontrarsi per finta con lo speculare «partito conservatore».
Ma quella sinecura è anche una pista di lancio per future carriere: guardate Al Gore, sembrava finito, ed è saltato su come Venerato.

Dipende da Fassino. Può diventare una «riserva della repubblica» come Amato, da mettere al governo quando servirà a Goldman Sachs, oppure - se insenilisce abbastanza - Venerato Maestro, a suo tempo però.
Oppure guardate Veltroni: Bella Promessa praticamente dalla nascita e in piena carriera. Se riesce a sopravvivere ai tenaci sforzi di Prodi e dei suoi dossettiani di trasformarlo subito nel Solito Stronzo, un giorno diverrà sicuramente - appena lo benedirà l'arteriosclerosi - un Venerato Maestro, e potrà recensire i film da cineforum su L'Espresso.
Ma non si può non vedere che la sua posizione è altamente rischiosa: già va troppo in TV a difendersi, già è troppo cortese verso Casini, il Solito Stronzo.

Effettivamente c'è il rischio che la fabbrica giri troppo vorticosamente, e quindi a vuoto. Fabio Fazio l'anonimo in carriera garantita, nel programma consegnatogli dal Partito, intervista solo Venerati Maestri in servizio o in riserva. Biagi l'ha intervistato, ed ora chi resta?
Anche per questo forse il pianto è stato così corale: dove sei, Venerato Maestro? Ora ci restano solo Gino Strada e il giudice Caselli.

E' dura.

Maurizio Blondet