24 gennaio 2009

Un mito da sfatare: la superiorità culturale islamica

Nei paesi occidentali è in atto da qualche tempo, tra le elite politiche e intellettuali, uno sforzo propagandistico che da un lato mira a denigrare il passato dell’Europa, e dall’altro a presentare la storia dell’islam sotto la luce più positiva possibile. Una sua tipica espressione è l’idea della superiorità culturale dell’islam medievale sulla Cristianità europea.

Secondo la versione presente in quasi tutti i manuali scolastici, e accolta perfino dal Consiglio d’Europa, nell’Europa medievale il sapere antico era andato quasi interamente perduto, ma fortunatamente era stato conservato dagli arabi, che lo tradussero nella loro lingua e lo trasmisero in Occidente, permettendo così la rinascita della civiltà europea. Senza l’apporto della cultura islamica l’Europa non avrebbe conosciuto il Rinascimento e lo sviluppo scientifico e tecnologico moderno. Il mondo occidentale ha quindi un grande debito nei confronti dell’islam.

Le ricerche più recenti, come quelle di Sylvain Gougenheim, professore di storia medievale alla scuola normale superiore di Lione, hanno dimostrato quanto sia inesatto e parziale questo modo di leggere gli avvenimenti passati.

Mai interrotto il legame con il mondo classico

Il punto cruciale è che la tradizione culturale della Grecia antica non era scomparsa durante i cosiddetti “secoli bui”, ma aveva continuato a sopravvivere, senza soluzione di continuità, nella parte orientale dell’impero romano. Se per secoli l’Europa occidentale non ebbe un facile accesso alla cultura classica conservata nell’impero bizantino è proprio perché le conquiste arabe avevano reso la navigazione nel mar Mediterraneo estremamente insicura per i cristiani.

Tuttavia, malgrado fossero diventati più rari e difficoltosi, i legami con Bisanzio non si interruppero mai del tutto. Anche nel corso dell’Alto Medioevo circolavano in Occidente numerosi manoscritti antichi e molte persone erano in grado di leggerli, tanto che Pipino il Breve si fece spedire da Papa Paolo I la Retorica di Aristotele e altri testi greci.

Con la ripresa politica ed economica successiva all’anno 1000 i cristiani latini furono in grado di ripristinare dei contatti più intensi con i propri cugini orientali, entrando così in possesso delle opere originali greco-romane senza necessità di intermediazioni arabe.

Il domenicano Guglielmo di Moerbeke tradusse una quantità enorme di opere di Aristotele, Archimede, Erone di Alessandria, e molte altre furono tradotte dai monaci di Saint-Michel. Infine, dopo la conquista turca di Costantinopoli del 1453, molti studiosi greci fuggirono verso Occidente, favorendo l’ulteriore diffusione della cultura classica nell’Italia rinascimentale.

Va aggiunto inoltre che quasi tutti i traduttori arabi non erano musulmani ma dhimmi cristiani, come l’assiro Johannitius (in arabo Hunayn ibn Ishaq, 809-873) o il giacobita Yahya ibn’Adi (893-974), e che le traduzioni arabe delle opere greche furono scelte in maniera molto selettiva.

I testi politici, ad esempio, non furono mai tradotti in arabo perché considerati incompatibili con l’islam. Non è un caso che la Politica di Aristotele, che Guglielmo di Moerbeke aveva tradotto in latino nel 1260, sia stata pubblicata per la prima volta in lingua persiana solo nel 1963.

L'islam contrario al logos greco

Il pensiero greco-romano ebbe in realtà pochissima influenza sulle realtà teologiche, politiche e giuridiche del mondo islamico. Il sistema immunitario culturale dell’islam non riuscì ad assorbire il logos greco, ma lo vide come un corpo estraneo e alla fine l’espulse.

L’idea che i musulmani abbiano salvato la cultura greca rappresenta quindi una vera assurdità, se si considera che per secoli i greci hanno fronteggiato in prima linea l’assalto della jihad islamica, che ha spazzato via intere comunità elleniche dall’Anatolia, dalla Siria, dall’Egitto e da tutto il Mediterraneo orientale: un processo di annientamento culturale che continua ancora oggi nella parte settentrionale dell’isola di Cipro invasa dai turchi.

Cultura prospera...nonostante l'islam

Se la scienza e la filosofia prosperarono sul suolo musulmano durante la prima metà del Medioevo ciò non avvenne grazie all’islam, ma nonostante l’islam. Non c’è nulla nella dottrina islamica che possa aver dato impulso alla ricerca scientifica o filosofica, e praticamente tutti i maggiori pensatori della cosiddetta “epoca d’oro” dell’islam, come Rhazi (865-925), Farabi (870-950), Avicenna (980-1037), Averroè (1126-1198), furono osteggiati o perseguitati dalle autorità politiche e religiose musulmane.

Nel libro L’incoerenza dei filosofi l’influentissimo teologo musulmano Al-Ghazali (1058-1111) attaccò il razionalismo greco e l’idea stessa di causa ed effetto, e ne concluse che la conoscenza scientifica è impossibile.

La teologia islamica dominante seguì questa impostazione, insistendo che le leggi fisiche non esistono perché, altrimenti, la volontà di Allah ne risulterebbe vincolata. Ricercare delle leggi fisse nella natura è una bestemmia, perché Allah è completamente libero di mutare le leggi della fisica in qualsiasi momento.

Osserva al riguardo il fisico americano Frank J. Tipler nel suo recente libro La fisica del cristianesimo (Mondadori, p. 139): «Nel corso dei miei studi piuttosto approfonditi, non sono mai riuscito a trovare una sola scoperta scientifica significativa compiuta nell’intera storia della civiltà islamica fino al XX secolo. Gli esempi di risultati scientifici documentati da parte di studiosi islamici sono sostanzialmente banali.

Tutta la fisica e tutta l’astronomia moderne derivano dall’opera dei cristiani Galileo e Copernico, che in pratica erano all’oscuro dell’opera degli scienziati islamici, e presero invece le mosse dall’opera dei greci Archimede e Tolomeo. Dal punto di vista della scienza, la civiltà islamica è come se non fosse esistita. Attribuisco questo fatto alle dottrine teologiche islamiche contrarie all’idea di leggi naturali
».

Altro falso merito

Molti riconoscono però agli arabi il merito di aver fatto da tramite delle innovazioni giunte in Europa dall’Oriente, come i numeri con lo zero, erroneamente detti “arabi” ma in realtà nati in India; la carta, inventata in Cina e diffusa in Spagna dagli arabi durante la metà del XII secolo; o il gioco degli scacchi, sviluppato anticamente tra l’India e la Persia e pervenuto in Occidente all’epoca delle prime crociate.

Va osservato tuttavia che, essendo l’impero arabo situato a metà strada tra la Cristianità europea e le civiltà orientali, ogni novità proveniente dall’Asia doveva necessariamente passare dal Medio Oriente musulmano per raggiungere l’Europa, ma difficilmente si può attribuire all’islam il merito di questo accidente geografico.

Occorre piuttosto chiedersi come mai il mondo islamico, pur trovandosi in una posizione geografica ideale, a contatto con tutte le maggiori civiltà mondiali dell’epoca, non coltivò nessuna delle innovazioni che si svilupparono nella più isolata Europa medievale, come la stampa (la cui introduzione nelle terre islamiche venne impedita praticamente fino al diciannovesimo secolo), le nuove tecniche di coltivazione, la ruota idraulica, i mulini a vento, gli orologi meccanici, gli occhiali, la partita doppia, la notazione musicale, le università o gli ospedali (il primo ospedale, costruito a Baghdad ai tempi del califfato Abbaside, fu opera del cristiano nestoriano Gabrail ibn Bahtisu, così come la prima scuola di medicina fu fondata a Gundeshapur, in Persia, dai cristiani assiri).

Una cultura parassitaria

È chiaro che la cosiddetta “scienza islamica” aveva poco o nulla a che fare con l’islam, ma era invece il risultato dell’amalgama delle avanzate conoscenze dei greci, degli indiani, dei persiani, degli ebrei e dei cristiani orientali, che i dominatori islamici sfruttarono in maniera parassitaria.

La breve fioritura culturale dei primi secoli di dominio islamico si ebbe quasi esclusivamente grazie all’eredità pre-islamica di una regione che rimase, per parecchio tempo, a maggioranza non islamica. Col passar dei secoli, man mano che i musulmani diventavano numericamente maggioritari nelle terre da loro conquistate, anche la creatività culturale andò definitivamente spegnendosi.

In conclusione, chi parla di “età d’oro” dell’islam commette un errore di prospettiva storica, perché ai tempi della conquista araba il Medio Oriente era già più avanzato dell’Europa devastata dalle invasioni barbariche. Questa superiorità non iniziò con l’introduzione dell’islam: al contrario, cessò con essa. La tanto vantata grandezza islamica rappresentò in realtà il crepuscolo finale delle progredite civiltà pre-islamiche mediorientali.

Usuali cliché buonisti anticristiani

Il cliché secondo cui “nel medioevo l’Europa era più arretrata del mondo islamico” è quindi privo di senso, perché non esistevano due civiltà concorrenti che si confrontavano sullo stesso piano. In Europa la civiltà romana era crollata con la fine dell’impero d’Occidente, e nuova civiltà, la Cristianità, stava faticosamente nascendo dalle rovine, difendendosi con le unghie e con i denti dai nemici che la attaccavano da ogni lato: i vichinghi a nord, i magiari a est, i musulmani a sud e a ovest.

Invece di concentrarsi su questo dramma storico senza precedenti, in cui una civiltà riuscì tra difficoltà indicibili a sopravvivere, a ricostituirsi su nuove basi spirituali e poi a fiorire, molti storici preferiscono sottolineare con compiacimento il fatto irrilevante dell’inferiorità dell’Europa rispetto all’islam, che si era impadronito con la forza delle ricchezze e del sapere delle civiltà più avanzate dell’epoca, e che teneva sotto assedio la stessa Europa, ostacolandone in maniera decisiva la ripresa economica.

C’è probabilmente un fine ideologico nel ricordare ossessivamente quanto la civiltà islamica fosse un tempo più raffinata di noi: quello di distruggere negli occidentali la capacità di apprezzare il proprio passato, di identificarsi con la propria civiltà e di formarsi dei giudizi critici sull’islam. In questo modo si rafforza l’agenda multiculturalista e anti-cristiana che ha paralizzato le società occidentali, e che le ha rese incapaci di difendersi dai nemici che vogliono distruggerla.

Guglielmo Piombini
(Radici Cristiane, n. 41, febbraio 2009)

17 gennaio 2009

Al centrodestra non interessa vincere a Bologna

La discesa in campo di Alfredo Cazzola, che si è candidato a sindaco di Bologna alcuni giorni fa puntando a raccogliere i consensi di tutto il centrodestra, è la prova che il fronte anti-Pd aveva bisogno delle primarie come il pane. Ora in lizza ci sono tre big: appunto l’ex presidente del Bologna, poi Giorgio Guazzaloca appoggiato dall’Udc, e infine il giovane Daniele Corticelli, altro civico alternativo al prodiano Delbono e compagni.

Senza trascurare il senatore Stefano Morselli, storaciano pentito, che ha confermato la sua corsa in solitaria. Cosa succederà da qui a giugno, laddove ci sarà – come è molto probabile che ci sia – il via libera di Berlusconi a Mister Motor Show nelle prossime ore? Proviamo a indovinare: tutti e quattro penseranno a darsele di santa ragione, ciascuno mirando a squalificare gli altri concorrenti che guardano con appetito al medesimo parco-voti. Una gara per di più già iniziata.

Delbono potrà così condurre una campagna elettorale in quasi totale relax, essendosi già scontrato con i competitori interni, e si concentrerà sul vero obiettivo: non tanto quello di mettere in difficoltà la folta truppa di avversari quanto quello di ricostituire il grande Ulivo. A quel punto la vittoria sarà molto vicina. Addirittura al primo turno, se volessimo fare i pessimisti a oltranza.

La morale di tutta questa storia è che ai leader nazionali del centrodestra conquistare Bologna interessa molto poco. Come al solito. Beninteso: non si tratta di peccato mortale. Soprattutto quando dall’altra parte si distende una opposizione veltroniana a dir poco sbrindellata e alla mercé di se stessa. Ma è proprio questo il punto: ci si doveva impegnare affinché sotto le Due Torri, per ciò che rappresenta la città nell’immaginario collettivo della sinistra, il Popolo della Libertà fosse in grado di elaborare una strategia che quanto meno provasse a vincere.

Invece, anche su Cazzola all’interno del PdL c’è chi storce la bocca. Raisi si è dimostrato freddino, in Forza Italia l’ala di Comunione e Liberazione non è un mistero abbia un debole per il Guazza; solo Giovanardi ha pronunciato un sì convinto, per non parlare della Lega, addirittura entusiasta.

Certo, Cazzola sembra possedere qualche freccia in più degli altri nella sua faretra. E’ un personaggio molto conosciuto e vincente, avendo venduto il Bologna Calcio dopo averlo portato in serie A e all’indomani della storica vittoria in casa del Milan all’inizio del campionato; con la Virtus Pallacanestro ha fatto sfracelli; ha condotto il Motor Show alla notorietà mondiale. Quando si è trattato di entrare in rotta di collisione con la nomenklatura di sinistra non ci ha pensato due volte ed è partito lancia in resta con gli attacchi a Comune e Provincia (si veda il caso Romilia), e oggi non è più accusabile di conflitti di interesse anche se Delbono lo ha prontamente etichettato come un Berlusconi in miniatura.

Accusa scontata e prevedibile, lanciata più per parlare alla “pancia” del proprio elettorato che per convinzione. Cazzola, infine, non è neppure esageratamente schiacciato sul centrodestra avendo avuto qualche frequentazione dall’altra parte, cosa che non guasta.

Il problema è che il centrodestra arriva a Cazzola dopo un percorso incredibilmente accidentato, fatto di annunci imminenti e poi sfumati, di briscoloni sempre rimasti nell’ombra, di scontri interni a volte anche duri, di attese sfibranti circa le intenzioni di Guazzaloca.

Il PdL ha tirato a campare giorno dopo giorno, navigando senza timone e dunque privo di un disegno da tradurre in pratica. Se Cazzola doveva essere, allora era meglio prendere il toro per le corna mesi fa e lavorare per una scelta condivisa il prima possibile. Invece si è fatta passare l’immagine di un partito indeciso e spaccato al proprio interno, scatenando le legittime ambizioni di questo e di quello.

13 dicembre 2008

La fabbrica dei divorzi

Nel 2010 compirà 40 anni la legge Fortuna-Baslini che legalizzò il divorzio, quella “conquista civile” che, secondo la cultura dominante, ha proiettato il nostro paese nella modernità. Tra i pochi guastafeste che si permettono di mettere in dubbio la retorica celebrativa ufficiale ha fatto sentire la propria voce un avvocato bolognese, Massimiliano Fiorin, che, forte della sua esperienza professionale, descrive in un libro appena pubblicato, La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia (San Paolo, p. 303, € 18,00), la tragica e largamente sottaciuta realtà delle separazioni coniugali e dell’affidamento dei figli in Italia.

Originariamente, ricorda Fiorin, il divorzio era stato presentato come un rimedio per i casi più estremi di disaccordo coniugale, ma col passar del tempo si è andata formando una vera e propria “fabbrica dei divorzi”, manovrata da magistrati, avvocati, consulenti e assistenti sociali, che spinge alla rottura della famiglia alla minima difficoltà, e dalla quale è quasi sempre il padre a uscirne con le ossa rotte, sia finanziariamente che riguardo il rapporto con i figli. Questa micidiale macchina distruggi-famiglia messa in piedi dallo Stato divorzista ha fatto letteralmente esplodere il numero delle separazioni e dei divorzi, che ultimamente hanno toccato il record storico, con un incremento rispettivamente del 57,3% e del 74 % rispetto a dieci anni fa. Il sistema giuridico, infatti, sembra fatto apposta per favorire il coniuge che decide di rompere l’impegno matrimoniale, anche quando mancano del tutto delle serie ragioni.

Tra i principali alleati del divorzismo di massa Fiorin indica lo Stato assistenziale, la cui espansione abnorme a partire dagli anni Sessanta ha finito per determinare un vero e proprio esproprio statale delle funzioni svolte un tempo dalla famiglia. Nelle aspettative delle nuove generazioni, infatti, il mito dello Stato sociale “dalla culla alla bara” si è sostituito alla tradizionale funzione di garanzia e protezione della famiglia, e per tale motivo le giovani coppie non percepiscono più la stabilità della famiglia e i figli come un investimento sul futuro, particolarmente sulla vecchiaia. Ne è seguito il calo del numero dei matrimoni, il crollo delle nascite e, in prospettiva, il collasso economico dello Stato assistenziale, irrimediabilmente minato dalla riduzione della popolazione attiva e dall’invecchiamento della società.

Lo sfascio delle famiglie e il crollo delle nascite non sono stati però gli unici frutti amari dell’ideologia divorzista. La fabbrica dei divorzi, che prometteva libertà e felicità per tutti, ha prodotto, nelle parole di Fiorin, dei veri e propri “oceani di disperazione”: innanzitutto nei figli, dato che gli operatori della fabbrica dei divorzi proprio non riescono a comprendere che l’unico vero interesse dei figli sarebbe che i genitori rinunciassero a separarsi, almeno fino a che essi non saranno adulti.

Ma non meno atroci sono le sofferenze patite da moltissimi uomini separati, che da un giorno all’altro, dopo aver ricevuto l’atto giudiziario della moglie che chiedeva la separazione, hanno perso tutto: moglie, figli, casa, beni, salute, dignità, in situazioni di palesi ingiustizie avallate dai tribunali imbevuti di ideologia femminista, che malgrado l’approvazione della legge sull’affido condiviso nel 2006 continuano a privilegiare in ogni modo la madre.

Non c’è da meravigliarsi, allora, dell’alto tributo di sangue richiesto dalla fabbrica dei divorzi. Secondo la stime riportate da Fiorin, nell’ultimo decennio i morti per la violenza connessa alle esigenze della logica divorzista sono stati più di un migliaio. I suicidi legati a separazioni o divorzi, dal 2000 al 2005, sono stati più di 250, e nel 75 % dei casi hanno riguardato persone di sesso maschile. A queste tragedie bisogna aggiungere le frequenti e gravi sindromi psicopatologiche che colpiscono sia i coniugi in crisi, sia i loro figli, e in molti casi coinvolgono terze persone, soprattutto tra i parenti e i conoscenti dei diretti interessati.

In tutto l’Occidente risulta sempre più chiaro che il matrimonio risolvibile unilateralmente sia stato un esperimento fallito, perché ha portato la società a una situazione non sostenibile nel lungo periodo. Le persone comuni non possono affrontare un simile modello, e la società nel suo insieme nemmeno.

Le legislazioni e le pronunce giudiziarie divorziste emanate a partire dagli anni Sessanta nei paesi occidentali non assicurano infatti a chi si sposa che il coniuge rimarrà fedele al suo impegno. Davanti a tanto sfascio le giovani generazioni di paesi dove questo processo è andato più avanti hanno cominciato a rivendicare il diritto di potersi sposare con norme che garantiscano la vita alla famiglia, e non la sua distruzione. In alcuni stati americani (Louisiana, Arkansas, Arizona) è già possibile contrarre un matrimonio indissolubile molto simile a quello cattolico, detto covenant marriage.

Tra i suoi promotori più convinti vi sono non solo i cristiani, ma anche i libertarians, da sempre favorevoli alla possibilità di organizzare la propria sfera di intimità secondo i propri desideri e convinzioni.

La società occidentale, conclude Fiorin, non troverà mai una via d’uscita rispetto ai guasti e alle sofferenze prodotte dal divorzismo se prima non sarà riuscita a restituire centralità e onore alla figura paterna, che oggi è la parte più debole di tutto il sistema divorzista, quella verso la quale ci si può accanire senza troppi complimenti.

Sulla necessità di rivalutare la figura paterna nella nostra società Fiorin si ispira espressamente alle idee del noto psicoterapeuta Claudio Risè, che è l’autore della prefazione. Dove il padre è ancora presente, infatti, non arriva la disgregazione portata dal divorzio. Laddove invece le famiglie si sbriciolano è perché il padre si assentato, oppure, assai più spesso, perché è stato contestato, spodestato, svilito e messo in condizione di non potersi opporre.

(Guglielmo Piombini, Il Domenicale, 13 dicembre 2008)

05 dicembre 2008

Ma io alla riforma Gelmini do la sufficienza

Imprigionati fra chi, da un lato, santifica il ministro Mariastella Gelmini e chi (molti) dall’altro lo crocifigge a prescindere, abbiamo deciso di avvicinare un cosiddetto operatore del settore, la cui testimonianza - proprio perché non politica - è interessante per capirci qualcosa di più nella sequela di proteste e occupazioni varie. Peraltro non è un operatore qualunque dal momento che Paolo Marcheselli ricopre una carica delicata: quella di dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale dell'Emilia Romagna. Lo abbiamo sentito a margine di un convegno organizzato dalla fondazione Sant’Alberto Magno, a Bologna.

Allora, Marcheselli, quale voto si sente di dare alla riforma della scuola tanto contrastata negli ultimi mesi?
"Al momento sarei portato a dare la sufficienza. Anche se tengo a sottolineare che il decreto legge non offre un’idea di quella che sarà la scuola del futuro. Bisognerà attendere i regolamenti attuativi: sono questi, infatti, gli strumenti legislativi che avranno il compito di delineare il corpo e l’anima della legge. Oggi siamo in una fase di attesa".

Però le contestazioni vanno avanti a ritmo serrato. Sono giustificate?
"Abbiamo visto momenti molto vivaci di protesta, ma se si va a vedere con attenzione il vero motivo di preoccupazione rimane il maestro unico nella scuola primaria e il relativo rischio di cancellazione del tempo pieno. Ma tutti gli altri aspetti sono stati accettati: dal voto in condotta all’obbligo di recuperare il debito durante l’anno pena la non ammissione a quello successivo, alla stessa valutazione in decimi. Sull’inserimento degli stranieri nelle classi comuni vorrei sottolineare che fino all’approvazione dell’ordine del giorno del Governo erano frequentissime le preoccupazioni dei nostri insegnanti circa le modalità ancora in vigore".

Vale a dire?
"Oggi il bambino straniero, compreso quello che non parla una parola di italiano, viene immediatamente inserito nella classe comune. E ciò può accadere in ogni momento dell’anno scolastico: a novembre, febbraio o aprile, per esempio. Se ciò si ripete più volte durante lo stesso anno, i problemi organizzativi acquistano dimensioni enormi. Beninteso: non bisogna confondere questo ragionamento con il senso di accoglienza che è totale sia da parte dei docenti che da parte delle famiglie".

Torniamo al maestro unico: cosa si aspetta concretamente?
"Ripeto: saranno i regolamenti a spiegare come il ministro intenda riempire le 40 ore settimanali. Oggi la legge prevede che al momento dell’iscrizione si possa scegliere fra quattro modelli orari: 24, 27, 30 e 40 ore. Va da sé che il maestro unico lo possiamo trovare soltanto nel primo modello, ma da lì in poi non potrà esserci. Dunque c’è bisogno di nuovi docenti. Certo, ci sono le due ore di insegnamento della religione cattolica, l’ora (o due) di lingua inglese. Dunque siamo già alle 27/28 ore. Da lì in poi? Ricordo che il ministro continua a dire di non voler cancellare il tempo pieno, anzi lo implementerà. Oggi viene assicurato da due insegnanti, ciascuno dei quali ha un obbligo di servizio di 24 ore per complessive 48. Però il servizio che diamo al bambino in realtà è di 40 ore. Ciò significa che abbiamo otto ore da redistribuire".

Insomma, a suo avviso c’è stata o no troppa strumentalizzazione?
"Assolutamente sì. È venuto fuori il punto debole del nostro corpo docente che è quello di essere refrattario a qualsiasi cambiamento. Basta chiedere all’ex-ministro Luigi Berlinguer".

04 dicembre 2008

Ho occupato i binari e me ne vanto

E poi c’è chi dice che la sinistra antagonista è capace solo di fare opposizione, non sapendo neppure dove sta di casa la maturità necessaria per governare. A volte verrebbe da esclamare: verissimo. L’ennesima riprova l’abbiamo avuta in occasione del rinvio a giudizio di chi nel 2003 occupò i binari della stazione di Bologna per protestare contro la guerra in Iraq. Tra di loro c’era anche Tiziano Loreti, segretario provinciale di Rifondazione comunista, un tipo dunque che rappresenta il punto di riferimento politico di un partito - che pur scomparso dal Parlamento - resta vivo e vegeto. Dopo la decisione del magistrato, Loreti se ne è uscito con dichiarazioni riprese da alcuni giornali e che vale la pena leggere di nuovo.

“Quella del 20 marzo 2003 è stata un’azione doverosa che sono contento di aver fatto. La rivendico e vado a processo con animo leggero e orgoglioso. In stazione c’erano migliaia di persone e per uno come me che è sempre stato dentro i movimenti, quella è stata una delle azioni più giuste che abbia mai fatto. Quel giorno ha sbagliato chi non c’era, non chi ha occupato i binari perché si è trattato di un’azione utile e di un atto doveroso. Era necessario protestare contro una guerra che ha fatto migliaia e migliaia di morti”.

Ora, a parte il fatto che per Loreti avremmo una notizia che lo sorprenderà e cioè che ogni guerra causa migliaia e migliaia di morti, e dunque non si capisce perché se ne è andato a rompere le scatole ai viaggiatori in transito per Bologna soltanto per l’Iraq e invece non traslochi direttamente dalle parti di piazza Medaglie d’Oro. Infatti non ci risulta che nel mondo, dopo il 2003, sia scoppiata la pace perenne e tutti gli esseri umani vadano d’amore e d’accordo. Ma, si sa, per certi esponenti politici esistono i conflitti giusti e quelli ingiusti.

La differenza sta nella presenza o meno degli odiati americani. Se ci sono, la guerra è ingiusta e bisogna protestare. Se non ci sono, allora chissenefrega. A parte tutto questo, dicevamo, che comunque fa già girare le scatole, le parole di Loreti contengono in sé un tasso di pericolosità inaccettabile, che va al di là di ogni comprensione e giustificazione. Ci meravigliamo che nessun prestigioso maitre à penser sotto le Due Torri (e dire che non mancano) si sia preso la briga di stigmatizzarle. Quel giorno Loreti e i suoi compagni bloccarono la circolazione ferroviaria causando ritardi per 118 treni.

Quante centinaia di persone, se non addirittura migliaia, hanno dovuto mandare a ramengo la loro giornata a causa dei moti (a corrente alternata) di chi crede di poter decidere per gli altri che cos’è il bene e cos’è il male? Perché Loreti ritiene che la sua scala di valori morali sia più importante della scala di valori dei viaggiatori di quel giorno? Scusate: queste non sono violenze propriamente dette? A Bologna la casta degli studenti, sempre pronta a protestare contro tutto e tutti (a parte i suoi amici politici, s’intende, tra i quali Loreti e Rifondazione) rappresenta un bacino straordinario di carne da cannone per chi è specializzato nel fomentare il dissenso e il conflitto.

Con le sue dichiarazioni, Loreti ha dato un esempio negativo a tutti quei ragazzi che lo ascoltano e lo seguono. Ai quali viene insegnato che ciò che personalmente si ritiene giusto, diventa oggettivamente tale in modo automatico anche per gli altri: volenti o nolenti.

28 novembre 2008

Cofferati e studenti, miscela esplosiva

Si fa a botte in strada e si fa a botte (o quasi) in Consiglio comunale. Cosa sta accadendo a Bologna? Il tasso di violenza è schizzato alle stelle negli ultimi mesi in città, con l’assalto al banchetto dei giovani di destra che difendevano la riforma della scuola e la rissa sfiorata tra Carella (PdL) e Monteventi (indipendente di sinistra) a fare da ciliegina su una torta a dir poco indigesta. E se poi per violenza consideriamo anche le incessanti manifestazioni di protesta che un giorno sì e l’altro pure occupano strade e piazze, aumentando a dismisura i problemi per i cittadini, allora il livello di guardia è stato superato da tempo.

Sono due i fattori che mescolandosi fra di loro si sono trasformati in una micidiale carica esplosiva. Il primo ha una dimensione eminentemente locale e un nome ben preciso: Sergio Cofferati. Nei giorni scorsi un durissimo comunicato di Ascom Bologna riassumeva bene quali sono le responsabilità del sindaco nel clima di tensione col quale siamo costretti a convivere. “Le ordinanze e i divieti - si leggeva in una nota - hanno preso il posto del dialogo e del confronto, procurando solo danni. Troppe tensioni, troppe imposizioni, troppi diktat hanno creato un evidente approccio problematico ai temi che riguardano la convivenza civile nella nostra città”.

Una bocciatura definitiva della quale sottoscriviamo ogni parola. Ma si deve aggiungere qualcosa, che poi a nostro avviso è la vera ragione del fallimento della trasformazione del Cinese in amministratore. Il limite sostanziale di Cofferati, alla fine, non è quello di essere incapace di fare il sindaco ma di essersi rivelato l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Probabilmente l’ex-leader della Cgil poteva scegliere tutte le città d’Italia dove inziare con una qualche speranza di successo la sua carriera di primo cittadino, meno una: Bologna.

E qui entra in scena il secondo fattore scatenante. La sinistra radicale mantiene sotto le Due Torri una notevole capacità organizzativa e di creazione del dissenso, potendo far leva su un polmone universitario praticamente inesauribile e facilmente malleabile. Gente capace di protestare contro tutto e tutti, ogni giorno (anche perché non ha nient’altro da fare), oltre che di rispolverare l’antifascismo militante senza lasciarsi cogliere da una risata irrefrenabile. Una forza d’urto, questa, incanalata a seconda delle necessità e in modo spregiudicato contro lo stesso Cofferati (politiche della sicurezza, per esempio) oppure contro il perfido Berlusconi e la sua riforma della scuola, aggiungendo tensioni a tensioni.

Tutto ciò per riconoscere all’attuale sindaco l’unico merito possibile: con i suoi metodi rudi, da sindacalista duro e puro, le sue contraddizioni e incompetenze, ha acceso i riflettori sulla ragione più profonda dei conflitti che in città emergono con sempre maggiore virulenza: una sinistra che per una fetta non trascurabile resta solo e soltanto antagonista. Reazionaria sotto tanti aspetti. Immobile nelle sue stantie ideologie. E se a Roma comanda Berlusconi lo diventa ancora di più.

21 novembre 2008

E' nato il partito della Cgil

E’ morta la Triplice sindacale? Viva a Triplice! Dopo la manifestazione della settimana scorsa in Emilia-Romagna organizzata in totale solitudine dalla Cgil contro le politiche del Governo, il panorama politico si arricchisce di un nuovo partito: quello della Camera Generale del Lavoro, in sigla Cgil appunto. Una spaccatura che si è portata dietro anche accuse piuttosto pesanti tra i leader delle formazioni sindacali.

Ma il dato più interessante resta che l’opposizione politica è stata delegata dal Pd all’organizzazione guidata da Guglielmo Epifani. E quale territorio più favorevole della “rossa” Emilia Romagna? Impegnato a Roma tra vigilanze Rai e imboscate di D’Alema, a Veltroni non resta che ritirarsi in buon ordine e far scendere in campo i duri e puri della Cgil. I quali non si sono fatti pregare e si sono precipitati in piazza a urlare la loro rabbia. Rabbia politica, però. Che ha ben poco a che fare con la soluzione dei problemi dei lavoratori. Anzi, essa va nella direzione esattamente opposta.

Perché è questo il messaggio che è stato lanciato: alla Cgil non interessa più muoversi nel rispetto rigoroso del proprio ruolo, tutelando i diritti dei lavoratori (vecchi e nuovi) bensì rifiutare a priori qualunque forma di dialogo costruttivo con il Governo e le aziende. Decisione ancora più censurabile quando si consideri la gravissima crisi finanziaria ed economica che attanaglia il Paese.

Se in una situazione tanto critica ci si dovrebbe attendere un surplus di responsabilità da parte di chiunque, venerdì scorso abbiamo avuto la prova che la Cgil proprio non ce la fa a resistere all’istinto antiberlusconiano. Di fronte alla crisi, la strumentalizza per catturare consenso da girare al Pd. Al governo c’è Berlusconi? E allora via alle danze, pardon alle marce di protesta. Dicendo no a tutto e a prescindere da tutto.

Comportamento rischioso, questo, perché porta direttamente all’isolamento rispetto a Uil e Cisl le quali, invece, tentano di mantenere atteggiamenti più coerenti col loro ruolo sedendosi ai tavoli di crisi. Isolamento che è puntualmente arrivato. Poco importa, però, perché in questo momento alla sinistra politica e sindacale interessa dire al Paese che l’opposizione a Berlusconi è viva e lotta con noi. Peraltro c’è un Di Pietro che travestendosi da rifondarolo comunista porta via consenso.

Ecco perché le piazze vengono riempite a ripetizione, approfittando di ogni occasione per alzare la voce. E la voce si alza unicamente per difendere con le unghie e con i denti un terreno che altrimenti franerebbe. In definitiva, proprio quando dal più grande sindacato italiano ci si aspetterebbe sguardo alto e scelte coraggiose, al contrario arrivano strumentalizzazioni di cortissimo respiro e strategie rivolte all’interno della sinistra con funzioni di supplenza.

27 ottobre 2008

Il mito della tollerante Andalusia musulmana


Sfatiamo un altro dei più divulgati miti storiografici e religiosi in voga oggi: quello della tolleranza dei musulmani in Andalusia nei confronti dei cristiani e degli ebrei

Nel suo fondamentale studio Eurabia, Bat Ye’or ha rivelato al pubblico l’esistenza di un progetto di graduale trasformazione del vecchio continente in un appendice del mondo arabo-musulmano, perseguito attraverso le strutture del cosiddetto Dialogo Euro-Arabo, un ombrello di organizzazioni controllato dalle élite politiche dell’Unione Europea e del mondo arabo.

Eurabia

L’Eurabia è essenzialmente un progetto politico che mira alla simbiosi tra Europa e mondo musulmano per ricreare, come ai tempi dell’impero romano, un nuova entità politica che abbracci tutto il Mediterraneo. Gli strumenti che le élite politiche stanno mettendo in atto per realizzare questo obiettivo sono: la promozione dell’immigrazione di massa di musulmani in Europa, la presentazione benevola della storia e della religione musulmana nelle università e nei mezzi d’informazione, la lotta al Cristianesimo e alle identità nazionali, la promozione del multiculturalismo, l’introduzione di reati d’opinione come l’islamofobia per colpire giudiziariamente le critiche all’islamismo.

Il mito andaluso

Un progetto del genere, che sarà verosimilmente osteggiato dalla popolazione europea autoctona, necessita di miti ideologici per essere portato avanti. Il più diffuso è senza dubbio il “mito andaluso”, secondo cui la Spagna medievale prima della Reconquista cristiana rappresentava un bellissimo esempio di tolleranza e pacifica convivenza tra musulmani, cristiani ed ebrei.

Quel modello dimostrerebbe che un islam illuminato esiste ed è esistito, e che una società multiculturale a prevalenza islamica, cioè il futuro che le élite eurabiche stanno preparando per il vecchio continente, non deve far paura a nessuno.

Peccato che le ricerche storiche più approfondite abbiano dimostrato che quello della tolleranza andalusa, a dispetto della sua continua diffusione nei media politicamente corretti, non sia altro che un vero e proprio capovolgimento della realtà.

La conquista e l’occupazione islamica della Spagna furono caratterizzate infatti da un continuo uso della violenza. La Spagna venne invasa nel 710-716 d.C. da tribù arabe originarie della penisola arabica, che compirono immense razzie, schiavizzazioni, deportazioni e uccisioni delle popolazioni conquistate. La maggior parte delle chiese vennero convertite in moschee. Dopo la conquista seguì la colonizzazione della penisola iberica attraverso una massiccia immigrazione berbera e araba.

Nelle regioni iberiche che si vennero a trovare sotto una stabile controllo islamico i cristiani e gli ebrei vennero relegati, come in tutto il resto del mondo islamico, nella condizione di dhimmi, vera e propria forma di apartheid su base religiosa che si manifesta attraverso il pagamento di una tassa, la jizya, e molte altre forme umilianti di sottomissione dei popoli “infedeli” ai padroni musulmani.

La società andalusa venne infatti divisa per caste, con al vertice i conquistatori arabi, seguiti dai colonizzatori berberi, dagli iberici convertiti all’islam (chiamati Muwalladun) e infine dai dhimmi cristiani (detti mozarabi) ed ebrei. In quanto cittadini di infima classe, i dhimmi non potevano costruire nuove chiese o sinagoghe né restaurare quelle vecchie; erano segregati in speciali quartieri, dovevano portare abiti che li rendessero riconoscibili ed erano soggetti ad una pesante tassazione speciale; nelle campagne i contadini cristiani diventarono una classe servile al servizio dei padroni islamici; feroci rappresaglie mediante mutilazioni e crocifissioni punivano implacabilmente i mozarabi che chiedevano aiuto ai re cristiani.

Esempi di convivenza islamica...

L’umiliante status imposto ai cristiani e la confisca delle loro terre provocarono continue rivolte, punite con massacri, a Toledo (761, 784-86), Saragozza (dal 781 al 881), Cordoba (805), Merida (805-813, 828) e di nuovo a Toledo (811-819).

Talvolta gli insorgenti vennero crocifissi, come prescrive il Corano alla sura 5, 33 («La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba dai lati opposti o che siano esiliati sulla terra»). La rivolta di Cordoba dell’818 venne repressa con tre giorni di massacri e saccheggi, al termine dei quali trecento notabili cristiani vennero crocifissi e ventimila famiglie espulse.

Al-Andalus rappresentava la terra del jihad per eccellenza. Ogni anno, talvolta anche due volte all’anno, dalle regioni meridionali della penisola iberica partivano i raid dei musulmani per la conquista di bottino e schiavi nei regni cristiani del nord della Spagna, nelle regioni basche, nella Francia e nella valle del Rodano. I corsari andalusi attaccavano e invadevano le coste dell’Italia, della Sicilia e delle isole egee, saccheggiando e bruciando tutto quello che incontravano. Migliaia di persone vennero deportate come schiavi in Andalusia, dove il califfo manteneva una milizia composta da decine di migliaia di schiavi cristiani catturati in ogni parte d’Europa, e un harem di donne cristiane catturate.

Uno dei più importanti giuristi arabo-andalusi dell’epoca, Ibn Hazm di Cordoba (morto nel 1064) scriveva che Allah aveva stabilito la proprietà degli infedeli al solo scopo di fornire bottino ai musulmani. Anche la dinastia berbera degli almohadi, che regnò in Spagna e Nord Africa dal 1130 al 1232, arrecò enormi distruzioni alla popolazione cristiana ed ebrea.

Questa devastazione, realizzata mediante massacri, prigionie e conversioni forzate, è stata raccontata da alcuni scrittori ebrei, come il cronista Abraham Ibn Daud e il poeta Abraham Ibn Ezra. Quando non erano convinti della sincerità delle conversioni degli ebrei all’islam, gli inquisitori musulmani (che precedettero di tre secoli quelli cristiani!) sequestravano i bambini di quelle famiglie per affidarli ad educatori musulmani. Nel suo libro Moorisch Spain lo storico Richard Fletcher conclude quindi che «la Spagna dei Mori non fu una società tollerante e illuminata nemmeno nella sua epoca più raffinata».

Un piano di scristianizzazione

Questa terribile eredità della dominazione musulmana nella penisola iberica è rimasta impressa fino ad oggi nella memoria degli spagnoli. Ogni anno, in una tradizione che risale al sedicesimo secolo, i villaggi spagnoli festeggiano la liberazione dai Mori durante i festival “Moros y Cristianos”, nei quali viene distrutta e bruciata l’effigie di Maometto (chiamata “la Mahoma”).

Solo dopo l’attentato dell’11 marzo 2004 alla stazione di Madrid, che ha fatto 192 vittime, alcuni villaggi, come quello di Boicarent vicino a Valencia, hanno deciso di interrompere la plurisecolare tradizione per paura di ritorsioni.

Da parte sua il governo socialista di Zapatero, salito al potere solo grazie all’effetto dell’attentato, ha approvato un piano che limita l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e che prevede finanziamenti per l’insegnamento della religione islamica e per la costruzione di moschee a favore del milione di musulmani che già vivono nel paese iberico. Il cardinale Antonio Maria Rouco Varela ha denunciato la politica filo-islamica dei socialisti come un tentativo di cancellare secoli di storia spagnola per riportare il paese alla situazione precedente alla Reconquista.

È prevedibile che questo progetto di sradicamento forzato dell’identità cristiana della Spagna, se mai andrà in porto, non riporterà in auge una nuova Andalusia “tollerante e multiculturale”, che non è mai esistita se non nelle menzogne di chi falsifica la storia per professione, ma riporterà in vita i secoli più tragici della storia spagnola.

Guglielmo Piombini


Radici Cristiane, n. 39, novembre 2008

26 settembre 2008

Europa 2050: meno bambini più lupi

I ricercatori del Berlin Institute for Population and Development hanno realizzato, in collaborazione con la rivista naturalistica Geo, un importante studio di 368 pagine sulle prospettive demografiche dell’Europa, intitolato Europe’s Demographic Future. Growing Imbalances (“Il futuro demografico dell’Europa. Squilibri crescenti”). Sul sito dell’istituto è disponibile una sintesi in inglese in 16 pagine, che anticipa i punti più rilevanti dell’indagine.

I bassi tassi di fertilità, l’invecchiamento delle popolazioni e il crescente numero di immigrati provenienti da altre regioni del mondo sono i fattori che, secondo i ricercatori tedeschi, cambieranno il volto dell’Europa nel corso dei prossimi decenni. Questi processi toccheranno il loro zenith fra 30 o 40 anni, e la loro inversione sembra per ora improbabile.

In realtà l’invecchiamento e la riduzione della natalità sono un fenomeno globale, ma gli effetti si faranno sentire prima nelle zone geografiche che hanno fatto da apripista, l’Europa e la Russia, dove queste tendenze sono in corso da decenni. In tutte le altre aree del mondo gli attuali tassi di natalità, sebbene calanti, garantiranno infatti un aumento della popolazione da qui alla metà del secolo.

Il rapporto dell’istituto berlinese prevede che, nel periodo 2007-2050, gli abitanti degli Stati Uniti e del Canada cresceranno del 30,7 %, da 335 a 438 milioni; quelli dell’America Latina e dei Caraibi aumenteranno del 37,6 %, passando da 569 a 783 milioni; gli abitanti dell’Asia passeranno da 4 miliardi a 5 miliardi e duecentomila, con un aumento del 30,1 %; l’Africa vedrà addirittura più che raddoppiare la propria popolazione, da 944 milioni a 1.937 milioni, con una crescita del 105,2 %. Per contro, l’Europa del 2050 avrà l’8,3 % di abitanti in meno rispetto ad oggi, calando da 591 a 542 milioni; nella Russia la riduzione sarà ancor più marcata, dato che gli abitanti scenderanno da 142 a 112 milioni, con una differenza negativa del 21,1 %.

Attualmente nessun paese europeo arriva al tasso naturale di sostituzione della popolazione di 2,1 figli per donna, che serve a mantenere stabile la popolazione nel tempo. La media europea è di 1,5 figli per donna, e questo significa che ogni nuova generazione si riduce del 25 % rispetto a quella precedente. Se a questo dato si aggiunge quello dell’invecchiamento, che vede da qui al 2050 un aumento degli ultrasessantacinquenni dal 16 % al 28 % del totale, con un innalzamento dell’età media di quasi 10 anni (da 39 a 47 anni), le prospettive dell’Europa si fanno drammatiche. Il numero calante delle persone in età lavorativa, combinato con l’aumento delle spese pensionistiche e sanitarie destinate alla crescente popolazione anziana, renderà sempre più difficile all’Europa competere con le altre regioni del mondo.

Il rapporto, che valuta la sostenibilità demografica di 285 regioni d’Europa sulla base di 24 indicatori demografici, economici, sociali e ambientali, osserva che i tassi di fertilità sono distribuiti in maniera piuttosto diseguale all’interno del continente. Si va infatti dai quasi 2 figli per donna dell’Islanda, dell’Irlanda e della Francia agli 1,2 figli per donna delle regioni più depresse dell’Europa dell’est, della Spagna del nord o dell’Italia del sud, nelle quali, afferma il direttore dell’istituto Reiner Klingholz, sarà impossibile impedire il completo spopolamento di molti centri rurali, dove i lupi e le foreste stanno già facendo ritorno.

La ricerca presenta dunque una diagnosi molto realistica sulla grave situazione demografica del vecchio continente, e riconosce l’esistenza di una crisi dovuta al calo e all’invecchiamento della popolazione. Ma quali ne sono le cause, e quali rimedi vengono proposti? Nello sforzo di non contraddire l’ortodossia progressista dominante, le risposte degli esperti di popolazione del Berlin Institute appaiono eccessivamente condizionate dal “politicamente corretto”. Lo studio propone, in sostanza, di far fronte alla crisi demografica incoraggiando da un lato l’immigrazione, e dall’altro una maggiore “eguaglianza di genere” nel mondo del lavoro: «L’immigrazione è necessaria, e non c’è alternativa», afferma Reiner Klingholz, portando come esempi positivi l’Irlanda e la Gran Bretagna.

C’è qualcosa di paradossale nell’idea che solo l’immigrazione di massa possa tenere in piedi l’economia dell’Europa, perché proviene da quello stesso campo progressista che, fino a qualche tempo fa, si batteva per il controllo delle nascite e in favore di politiche denataliste con il pretesto che eravamo già in troppi. Oggi si sono accorti che il calo delle nascite ha provocato dei vuoti paurosi nell’economia, e tentano di rimediare ripopolando freneticamente il vecchio continente con popolazioni aventi culture aliene, e talvolta apertamente ostili, a quelle dei paesi ospitanti.

I curatori del rapporto, inoltre, si rifiutano di mettere in correlazione la crisi demografica dell’Europa con la distruzione dell’istituto familiare avvenuto dal Sessantotto in poi. «Non ha assolutamente senso demografico - affermano i ricercatori - riproporre le strutture della famiglia tradizionale. Al contrario, più uguaglianza viene offerta agli uomini e alle donne sul posto di lavoro, più figli nascono. Oltre la metà dei bambini nati in Svezia, Norvegia e Francia, tutti e tre paesi con alti tassi di natalità, nascono fuori dal matrimonio. In Islanda questa percentuale arriva al 65 %. I tassi di natalità declinanti degli ultimi decenni sono strettamente collegati al cambiamento del ruolo della donna nella società, perché a partire dagli anni Sessanta le donne hanno avuto uguali possibilità di accesso all’istruzione. Queste donne oggi sono interessate alla carriera e allo stipendio, e hanno un numero apprezzabile di figli solo nei paesi che permettono a entrambi i genitori di conciliare lavoro e famiglia».

Viene dunque esaltato un modello sociale e familiare, basato sul sostegno statale ai genitori che lavorano (sotto forma di asili nido, scuole, sussidi), e sull’equiparazione fra tutti i tipi di unione (matrimoniali e non), che in realtà non ha prodotto gli effetti voluti: in Svezia il tasso di natalità è in calo continuo dagli anni Novanta, mentre in Francia e in Gran Bretagna il tasso di natalità superiore alla media europea sembra dovuto in larga misura all’alta fertilità della vasta comunità musulmana. Un modello, quello nordico, che ha finito per generare altri problemi sociali, perché gran parte dei bambini privi di una famiglia stabile sono più insicuri e depressi, registrano maggiori difficoltà a scuola e, una volta cresciuti, cadono più facilmente nell’alcolismo e nella delinquenza.

Se in futuro l’Europa conoscerà una nuova primavera demografica non sarà certo per via di qualche alchimia politico-sociale studiata a tavolino dai politici o dagli esperti, ma grazie a una nuova rivoluzione culturale che metta al centro la vita, la famiglia e i figli.

(Guglielmo Piombini, Svipop)

17 settembre 2008

Preferenze, battaglia sacrosanta

A Bologna, l’Udc è andata in piazza per raccogliere firme a favore della reintroduzione delle preferenze. Vale a dire l’opportunità per i cittadini di mandare in Parlamento i rappresentanti che ritengono migliori, senza essere costretti ad accettare la lista imposta dalle segreterie romane. Si tratta di una battaglia liberale e popolare, che salutiamo con soddisfazione. Soprattutto si tratta di una battaglia a favore del merito. Al di là delle chiacchiere restiamo convinti che debba essere spedito a Roma chi è più radicato sul territorio, chi fa politica sul serio, chi ha voglia di mettersi in gioco perché sa che ha qualcosa da dire. Insomma: merita la promozione chi ha voglia di lavorare e non punta esclusivamente sull’amicizia con questo o quel leader. I cortigiani non ci sono mai piaciuti e continuano a non piacerci.

La preferenza riavvicina la gente comune al governo della cosa pubblica perché costringe l’esponente politico a non abbandonare il proprio elettorato Per di più innescando una concorrenza salutare tra i candidati in lizza. I quali saranno indotti a non dimenticare il loro legame col territorio dal quale provengono una volta eletti, battendosi per esigenze realmente sentite.

E se alla successiva tornata elettorale i cittadini riterranno che i “loro” politici non abbiano lavorato bene, ne sceglieranno altri. Liberamente. Questa è democrazia. Il “padrone” del politico eletto, dunque, non è più il capo del partito cui egli appartiene, bensì i suoi elettori. Con le preferenze si rovescia completamente il rapporto tra cittadini e formazioni politiche, facendo pendere l’ago della bilancia sui primi e non sulle sovrastrutture delle seconde.

Qualche anno fa, quando esplose il fenomeno-Berlusconi, per anni si è parlato di rivoluzione liberale in arrivo. La reintroduzione delle preferenze sarebbe un tassello importante per far sì che questa rivoluzione possa tornare nel dibattito politico in veste di prospettiva seria e soprattutto realizzabile. Concorrenza, merito, democrazia, libertà e aggiungiamoci responsabilità: tutti valori che sono connaturati a una destra moderna, che guarda al futuro consapevole della propria forza. E allora perché si è mossa solo l’Udc?

10 settembre 2008

Il libro dell'orgoglio occidentale


La civiltà occidentale soffre di una grave crisi d’identità ed è attaccata da pericolosi nemici interni ed esterni, ma per fortuna ha ancora dei difensori di valore, come Anthony Esolen, professore di letteratura inglese all’università statunitense di Providence e rinomato traduttore di importanti opere letterarie occidentali, tra cui La Divina Commedia di Dante Alighieri. La sua The Politically Incorrect Guide to Western Civilization, recentemente pubblicata dalla casa editrice Regnery di Washington, rappresenta un’efficace risposta al multiculturalismo e a tutte le ideologie anti-occidentali che dal Sessantotto in poi hanno conquistato l’egemonia nelle scuole e nelle accademie americane ed europee.

Anthony Esolen, che è di religione cattolica, accusa la dominante correttezza politica di essere un tentativo, neanche tanto mascherato, di demolire le fondamenta su cui è stata costruita la cultura europea e americana. Tutto ciò che i progressisti odiano di più (il cristianesimo, il giudaismo, la moralità tradizionale, la famiglia monogamica, il capitalismo, la proprietà privata) si può infatti riassumere in due parole: civiltà occidentale.

Per contrastare questo programma distruttivo Esolen vuole restituire agli uomini e alle donne occidentali l’orgoglio per la propria civiltà. L’Occidente, non dimentichiamolo, è l’invidia del pianeta. Ogni giorno milioni di persone provenienti da ogni angolo della terra dimostrano con le loro azioni di essere disposte a tutto pur di raggiungere le nostre società, e questo vale anche per quelle popolazioni musulmane che a parole ostentano odio e disprezzo nei nostri confronti.

Fuori dall’Occidente e dalle aree influenzate dalla cultura occidentale la vita è ancora pericolosa, brutale e breve. Solo nella cultura occidentale, infatti, è emersa un’idea universale dei diritti umani. Questa nozione, radicata nella concezione giudaico-cristiana della dignità della persona fatta ad immagine del Dio creatore, ha permesso la nascita di istituzioni politiche più liberali e rispettose dell’individuo, che altrove stentano ad attecchire.

Non bisogna avere il timore di ricordare che è dall’Occidente quotidianamente insultato da marxisti, multiculturalisti e islamisti che proviene la quasi totalità delle creazioni intellettuali, artistiche, scientifiche e tecnologiche di cui oggi gode l’umanità. Miliardi di persone che vivono nel resto del mondo non sarebbero mai nate né sopravvissute senza i progressi morali, tecnici, alimentari e medici portati ovunque dagli europei. L’idea vittoriana del fardello dell’uomo bianco, oggi derisa, contiene dunque un profondo nucleo di verità.

Nel suo libro Esolen ripercorre la storia della cultura occidentale esaltando la grandezza dell’antica Grecia, dell’antica Roma e del Medioevo. La diffusione del relativismo morale segnò il declino di Atene e dell’impero romano. La burocratizzazione, l’elevata tassazione e la depravazione morale minarono infatti l’istituzione famigliare su cui Roma aveva costruito la propria forza. Dall’incoronazione di Ottone al sacro Romano Impero nel 962 alla morte di Dante nel 1321, scrive Esolen, l’Europa conobbe invece una delle massime fioriture culturali della storia umana, e anche le glorie del Rinascimento furono principalmente frutto del Medioevo e della cultura cristiana.

L’epoca moderna segna però l’inizio della crisi della Cristianità. Dall’Illuminismo in poi la cultura occidentale divorzia dai suoi fondamenti religiosi e metafisici, e vede proliferare nel suo seno una gran quantità di ideologi fanatici, di scienziati ciarlatani, di intellettuali farneticanti. L’inaudita violenza degli ultimi secoli, che raggiunge il suo culmine nel Novecento, è secondo Esolen il prodotto delle idee di questi cattivi maestri, che hanno incoraggiato da un lato la crescita inarrestabile dello Stato, e dall’altro l’eliminazione dell’influenza della Chiesa dalla vita sociale. I pochi che intuirono come sarebbe andato a finire questo perverso progetto della modernità, e che continuarono a difendere la dignità umana (ad esempio Edmund Burke, Gilbert K. Chesterton, T. S. Eliot, Russell Kirk, Friedrich von Hayek o Aleksandr Solzenicyn), furono sprezzantemente bollati come “conservatori”.

Se gli europei continueranno sulla via del secolarismo radicale, e se gli americani li seguiranno a ruota, conclude Esolen, alla fine non troveranno una nuova età della ragione, ma qualcosa di già visto: altri Lenin, altri Stalin, o persino altri Maometto: «Per quelli di noi che amano l’Occidente la battaglia può sembrare scoraggiante. I nostri avversari hanno dalla loro parte i principali mezzi d’informazione, le università, il potere politico e molto più denaro. Per fortuna dalla nostra parte abbiamo millenni di storia e qualche fuoriclasse che risponde al nome di Aristotele, Sant’Agostino, Burke o Eliot».

Le cattive idee che oggi vengono propagandate come rivoluzionarie e illuminate non sono per nulla nuove; le grandi menti dell’Occidente hanno combattuto il relativismo, l’ateismo, il materialismo e la statolatria per millenni. Le loro grandi idee sono ancora in grado di prevalere contro tutte le elucubrazioni degli pseudo-intellettuali progressisti.

Guglielmo Piombini


(Il Domenicale, 7 settembre 2008)

25 agosto 2008

L'Unione Europea è una Francia allargata

Il grande blogger norvegese Fjordman, tra i principali fustigatori del multiculturalismo, della correttezza politica e del filo-islamismo delle nostre elite politico-intellettuali, ha pubblicato un brillante articolo sul Brussels Journal del 9 agosto.

La traduzione in italiano si può leggere a questo link:

LA FRANCIA: UNA NAZIONE FERITA
di Fjordman


Fjordman parla in questo articolo della Francia, e fa considerazioni illuminanti come la seguente:

"Io apprezzo molti aspetti della cultura francese, ma ammetto di disprezzare profondamente la moderna cultura politica francese. Almeno fin dalla fine del diciottesimo secolo la Francia ha conosciuto solo classi politiche incredibilmente elitarie, sollevazioni violente e utopie ideologiche. Francamente, una delle cose più disturbanti dell’Unione Europea è il fatto che esporta l’insana cultura politica e burocratica francese al resto del continente.

Non c’è dubbio che la Francia sia sproporzionatamente responsabile per la situazione in cui si trova oggi buona parte dell’Europa. L’Unione Europea è un’idea francese, così come l’Eurabia. Entrambe sono state concepite come strumenti per promuovere la declinante influenza francese nell’arena internazionale. Ricordo distintamente che nel 2005 si chiedeva ai francesi di votare “sì” alla proposta di Costituzione Europea perché si trattava di votare a favore di una “Francia allargata”.

Ma con decine di automobili incendiate ogni giorno nelle banlieus, centinaia di mini-stati islamici di fatto incastonati nel cuore della Francia e una elite politica notoriamente arrogante e decisissima a importare altri musulmani, per quale motivo gli altri europei dovrebbero desiderare di vivere in una Francia allargata? La verità è che questo è un paese che si sta incamminando sulla via del suicidio culturale e che ha un profilo demografico peggiore di ogni altra nazione europea, dato che i musulmani costituiscono già il 10 per cento della popolazione".

03 luglio 2008

Scozia, la polizia chiede scusa ai musulmani

I musulmani scozzesi si sono lamentati per il cane (animale immondo come il maiale) nella cartolina inviata dalla polizia - e riportata sotto - per pubblicizzare un nuovo numero telefonico di pubblica utilità. E la polizia ha chiesto scusa!

Tratto da Dhimmi Watch





July 1, 2008
Scotland: Muslims offended by picture of puppy on police postcard

Offensive.

And the department apologized. "Muslims outraged at police advert featuring cute puppy sitting in policeman's hat," from the Daily Mail, July 1:

A postcard featuring a cute puppy sitting in a policeman's hat advertising a Scottish police force's new telephone number has sparked outrage from Muslims.
Tayside Police's new non-emergency phone number has prompted complaints from members of the Islamic community.
The choice of image on the Tayside Police cards - a black dog sitting in a police officer's hat - has now been raised with Chief Constable John Vine.
The advert has upset Muslims because dogs are considered ritually unclean and has sparked such anger that some shopkeepers in Dundee have refused to display the advert.
Dundee councillor Mohammed Asif said: 'My concern was that it's not welcomed by all communities, with the dog on the cards.
'It was probably a waste of resources going to these communities.
'They (the police) should have understood. Since then, the police have explained that it was an oversight on their part, and that if they'd seen it was going to cause upset they wouldn't have done it.'
Councillor Asif, who is a member of the Tayside Joint Police Board, said that the force had a diversity adviser and was generally very aware of such issues.
He raised the matter with Mr Vine at a meeting of the board.
The chief constable said he was unaware of the concerns and that the force had not sought to cause any upset but added he would look into the matter.
Councillor Asif said: 'People who have shops just won't put up the postcard. But the police have said to me that it was simply an oversight and they did not seek to offend or upset.'
Cards featuring police dog-in-training Rebel have been distributed to communities throughout the area to advertise the single number point of contact for non-emergency calls to the police.
Rebel has proved a popular recruit for Tayside Police after coming through the very first Lothian and Borders Police dog-breeding programme in February.
One of seven German Shepherd pups born in early December, he has now completed his course of inoculations, and is free to venture out onto the streets of Tayside.
Vaccinations aside: "Abu Dharr reported: The Messenger of 'Allah (may peace be upon him) said: When any one of you stands for prayer and there is a thing before him equal to the back of the saddle that covers him and in case there is not before him (a thing) equal to the back of the saddle, his prayer would be cut off by (passing of an) ass, woman, and black Dog. I said: O Abu Dharr, what feature is there in a black dog which distinguish it from the red dog and the yellow dog? He said: O, son of my brother, I asked the Messenger of Allah (may peace be upon him) as you are asking me, and he said: The black dog is a devil." - Sahih Muslim 4.1032

A spokesman for Tayside Police said: 'Trainee police dog Rebel has proved extremely popular with children and adults since being introduced to the public, aged six weeks old, as Tayside Police's newest canine recruit.
'His incredible world-wide popularity - he has attracted record visitor numbers to our website - led us to believe Rebel could play a starring role in the promotion of our non-emergency number.
'We did not seek advice from the force's diversity adviser prior to publishing and distributing the postcards. That was an oversight and we apologise for any offence caused.'

30 giugno 2008

Barry Goldwater, il rivoluzionario dell'Arizona


Le elezioni presidenziali americane del 1964, che seguirono l’assassinio di John Kennedy, videro la vittoria “a valanga” del candidato democratico Lyndon Johnson su quello repubblicano, il senatore dell’Arizona Barry Goldwater, il quale vinse in soli sei stati raccogliendo il 39 per cento del voto popolare. Malgrado le dimensioni della sconfitta, la sua corsa alla presidenza rappresentò però un definitivo punto di svolta nella politica americana. Il significato della rivoluzione operata da Goldwater viene spiegato dal professor Antonio Donno, docente presso l’Università del Salento e tra i massimi esperti del pensiero politico americano, nella sua bella monografia Barry Goldwater. Valori americani e lotta al comunismo (Le Lettere, Firenze, 125 pp., euro 18,00).


Barry Goldwater si fece interprete dei sentimenti conservatori dell’America dell’Ovest e del Sud-Ovest all’interno di un partito, il Grand Old Party, che era stato sempre dominato dalle elite finanziarie e industriali del Nord-Est. Ma soprattutto fu il primo a sfidare la filosofia statalista del New Deal che da almeno trent’anni dominava la politica statunitense, e che non era stata sostanzialmente intaccata durante gli otto anni dell’amministrazione repubblicana di Eisenhower. Goldwater riuscì infatti ad operare una fusione tra le istanze conservatrici (l’anticomunismo senza compromessi, il tradizionalismo morale, l’elogio dell’eredità cristiana e la fedeltà ai valori dell’Occidente) e quelle libertarie (l’individualismo, l’esaltazione del libero mercato, l’antistatalismo, la critica del welfare-state) che non andò più dispersa e che riemerse prepotentemente quindici anni dopo, nel 1980, con la vittoria di Ronald Reagan.


Il successo di Reagan, infatti, non può essere spiegato se non alla luce del programma politico che Goldwater mise a punto nei suoi due libri The Coscience of a Conservative del 1960, che ebbe un successo editoriale senza precedenti (tre milioni e mezzo di copie vendute fino al 1964, mentre la traduzione italiana, pubblicata dalle Edizioni del Borghese, fu completamente snobbata), e Why Not Victory? del 1962, dove espose la sua linea di politica estera di duro contrasto al comunismo.


Riprendendo i principi originari del liberalismo americano, Goldwater scrisse con grande temerarietà un manifesto politico di un violenza concettuale inaudita, dopo tanti anni di quieto conformismo statalista. Il suo coraggio porterà i conservatori americani a sostenere con entusiasmo la sua candidatura alle presidenziali del 1964. Nel mondo intellettuale lavorarono per lui le migliori menti dell’epoca, come William Buckley, Harry Jaffa, Brent Bozell, Karl Hess, Frank Meyer, Milton Friedman, Ayn Rand. I democratici scateneranno invece contro Goldwater una campagna di denigrazione forsennata, sul tipo di quella messa in atto contro il senatore Joe McCarthy.


Contrapponendosi ai liberals impegnati in uno sforzo collettivo per imporre il progresso, il conservatorismo di Goldwater poneva l’accento sullo sviluppo spirituale dell’individuo e riaffermava l’insegnamento cristiano sulla sacralità della persona umana. Si trattava, spiega Antonio Donno, di una testimonianza di capitale importanza, che riposizionava il fattore religioso al centro dell’azione politica. Il ritorno alle matrici giudaico-cristiane della nazione americana produrrà infatti nei decenni successivi un vero terremoto nell’approccio di molta parte dell’elettorato americano alla politica.


Inoltre, insistendo sui diritti inalienabili e di per sé evidenti dell’individuo, il senatore dell’Arizona operava un significativo recupero della tradizione giusnaturalista americana risalente all’epoca coloniale e alla Dichiarazione d’Indipendenza. Quando scriveva che «durante tutta la Storia dell’umanità, le più gravi insidie alla libertà individuale sono partite, sempre, dal Governo», Goldwater si rifaceva esplicitamente alle idee radicalmente antistataliste della Old Right (la vecchia destra anti-rooseveltiana di Frank Chodorov e Albert Jay Nock) e del libertarismo di Ayn Rand e Murray Rothbard. «Come può essere libero un uomo - si chiedeva Goldwater - se i frutti del suo lavoro non sono a sua disposizione perché ne faccia quello che vuole, ma vengono trattati, invece, come parte d’un fondo comune di ricchezza pubblica? La proprietà e la libertà sono inseparabili: quando il governo, sotto forma d’imposte, porta via la prima, invade anche la seconda».


Questa affermazione ci porta direttamente alla critica dello Stato assistenziale, che Goldwater condannava nella maniera più decisa, non solo perché determinava una vera e propria ingiustizia sociale, umiliando i più capaci e meritevoli a favore di un settore parassitario sempre più vasto, ma soprattutto perché produceva negli individui degli effetti psicologici disastrosi. I sostenitori del welfare state, osserva Goldwater, sanno bene che l’individuo può essere posto alla mercé del governo non solo facendo dello Stato il suo datore di lavoro, ma spogliandolo dei mezzi per provvedere ai suoi bisogni personali e dando al governo la responsabilità di accudire a quei bisogni dalla culla alla tomba. «L’assistenzialismo - scrive Goldwater ne La coscienza di un conservatore - trasforma l’individuo da un essere spirituale, dignitoso, industre, pieno di fiducia in se stesso, in una creatura animale dipendente senza che nemmeno se ne renda conto».


In sostanza, Goldwater sostiene che il socialismo ottenuto per mezzo dell’assistenza è più pericoloso di quello che risulta dalle nazionalizzazioni, perché l’effetto politico e psicologico del primo è peggiore. In compenso dei benefici l’individuo finisce infatti per concedere al governo il massimo del potere politico. Ancor più dannosa però è l’influenza esercitata sul suo carattere: l’eliminazione di ogni senso di responsabilità per il proprio benessere e per quello della sua famiglia e dei parenti. La puntuale conferma delle previsioni di Goldwater arriverà nel corso degli anni Settanta, quando entreranno a pieno regime le politiche di “guerra alla povertà” introdotte da Lyndon Johnson nel suo progetto di Grande Società. La sfascio delle famiglie dovuta alla scomparsa della figura paterna, l’aumento della criminalità e il degrado morale che da allora hanno cominciato a caratterizzare i sobborghi urbani abitati prevalentemente dalla popolazione nera sono infatti il risultato diretto della deresponsabilizzazione individuale prodotta dall’assistenzialismo statale.


L’aiuto ai più bisognosi, dice Goldwater, deve essere lasciato nelle mani dei privati, delle associazioni, delle Chiese, degli enti locali, perché gli aspetti materiali e spirituali dell’essere umano sono connessi, e la responsabilità personale di provvedere ai propri bisogni materiali è tutt’uno con la responsabilità di essere liberi: «La libertà politica dell’uomo è illusoria, se egli dipende per i suoi bisogni economici dallo Stato. Le scelte che governano la sua vita sono scelte che egli deve fare: non possono essere fatte da nessun altro, individuo o collettività». I progressisti tendono a guardare soltanto al lato materiale della persona umana, ma - scrive Goldwater riprendendo la lezione del celebre libro di Friedrich von Hayek del 1944, La via della schiavitù - considerare l’uomo parte di una massa indifferenziata significa, alla fine, consegnarlo alla schiavitù.


In politica estera Goldwater era convinto che la coesistenza pacifica con il comunismo fosse impossibile, perché il totalitarismo sovietico aveva come obiettivo la conquista del mondo. A questa dottrina gli Stati Uniti non potevano opporre la ricerca della pace ad ogni costo, ma una lotta senza quartiere per ottenere la vittoria. L’unica alternativa alla sconfitta totale era la vittoria totale. Queste sue idee provocarono, durante i primi anni ’60 e per tutta la campagna elettorale del 1964, una dura polemica con il senatore democratico William Fullbright, sostenitore di un atteggiamento meno ostile verso il mondo comunista.


Per Goldwater il mondo libero stava combattendo non una guerra fredda ma una “guerra comunista”, dato che «le regole di questo conflitto ci sono state imposte dall’Unione Sovietica per mezzo di un disegno massiccio volto alla distruzione degli Stati Uniti ed alla dominazione del mondo». Goldwater rigettava con forza l’apertura di Fullbright verso il mondo comunista perché la politica imperialista dell’Unione Sovietica era inseparabile dai suoi presupposti ideologici, ed era quindi impossibile garantire pace, libertà e prosperità al mondo senza la preventiva sconfitta del comunismo.


Si trattava, secondo il senatore dell’Arizona, di una lotta tra il popolo senza di Dio e il popolo di Dio, tra la schiavitù e la libertà: «Dico che non possiamo vivere con queste due filosofie. Un giorno ve ne sarà una soltanto. Siamo i portatori della civiltà occidentale, il più nobile prodotto del cuore e dell’intelligenza dell’uomo» e per questa ragione «i comunisti non ci seppelliranno. I comunisti rispettano una sola cosa: la forza. E la forza dello spirito è più grande della forza delle armi». Una visione, quella di Goldwater, che anticipa di quasi due decenni le denunce di Ronald Reagan contro l’Impero del Male, e che verrà clamorosamente confermata dagli avvenimenti degli anni ’80 culminati con il crollo del Muro di Berlino.


In definitiva, Goldwater lasciò un segno sulla politica americana maggiore di ogni altro candidato perdente del ventesimo secolo. Con la sua tenace candidatura il senatore dell’Arizona diede inizio a una controrivoluzione conservatrice i cui effetti durano tuttora. Il suo merito fu quello di stabilire delle solida fondamenta politiche e ideologiche alla rivoluzione reaganiana, e di far comprendere a una generazione di conservatori che la loro era una causa giusta e vincente. Oggi il ricordo delle parole di fede e di coraggio di Goldwater potrebbe nuovamente ispirare l’Occidente nella sfida mortale contro il totalitarismo islamista.


Guglielmo Piombini


(Liberal Quotidiano, 28 giugno 2008)

26 giugno 2008

Il procuratore e-lettore

Questa è la storia di uno di loro. Nel senso di magistrati. Di quei magistrati che quando li osservi nel lavoro o durante il tempo libero (poco, ci si augura), suscitano puntualmente sospetti che quel “pericoloso” di Berlusconi, alla fin fine, un po’ di ragione ce l’abbia nel tentare di ricondurli a un maggior senso dello Stato. Dicono che Enrico Di Nicola, procuratore capo a Bologna, stia andando in pensione. Sarà per questo che nei giorni scorsi non ha voluto mancare alla presentazione dell’ultima fatica letteraria di Romano Prodi, dal titolo: “La mia visione dei fatti. Cinque anni di governo in Europa”.

Qualche libro da leggere quando non sarà più indaffarato come oggi, infatti, gli tornerà utile. Di Nicola era là, seduto tra le prime file in compagnia di tanti leader e leaderini di partito giunti a rendere omaggio all’ex-presidente del Consiglio. Leader e leaderini che magari durante la recente campagna elettorale avevano bastonato Romano con gusto e che ora tornavano ad ascoltare il suo verbo. Battendo le mani e annuendo. Per carità, non ci scandalizziamo di certe ipocrisie. La politica è questo e molto altro. Per fortuna. Insomma, tutti i politici che si erano dati appuntamento in quella sala non stonavano affatto. Tanto è vero che la stampa locale, la mattina dopo, ha prontamente messo in luce come solo Prodi sappia tenere unita l’intera sinistra. Una balla colossale, sia chiaro, se solo si guardi a come è nata la crisi del suo governo all’inizio dell’anno.

Ma anche questa bugia poteva essere comprensibile nel gioco delle parti della politica e nella fame di notizie dei giornali. Se però scrutavi con attenzione nel caravanserraglio prodiano una sola persona, invece, non c’entrava nulla ma proprio nulla. E non c’entrava nulla perché non doveva c’entrare nulla. Una persona che portava la faccia paciosa e segnata dal tempo tipica dei pastori abruzzesi: Enrico Di Nicola.

Un magistrato, seppure alle soglie del meritato riposo, dovrebbe evitare come la peste serate come quella del libro di Prodi, ex-capo di governo (lo ripetiamo) e capo-partito. Per una semplice e tuttavia determinante ragione: chi amministra la legge non deve solo essere indipendente dalla politica oltre che da tutto il resto, ma lo deve anche formalmente sembrare. La forma, per chi porta la toga, è sostanza. E il magistrato che fa finta di dimenticarselo non presta un buon servizio all’ordine di cui fa parte, al Paese e dunque ai cittadini, giustamente timorosi che quando emette sentenze (o le emetteva) si faccia condizionare dalle sue conclamate amicizie. I magistrati e-lettori di ogni colore rappresentano la prova - tra le tante - di come l’Italia rimanga in modo pervicace un Paese istituzionalmente anomalo.

19 giugno 2008

Bologna 2009, primarie per il centrodestra

Negli stessi momenti in cui diceva sì all’offerta degli americani per l’acquisto del Bologna Calcio, portando all’incasso l’affare centrato con la promozione in serie A, sul tavolo più scivoloso e meno lineare della politica Alfredo Cazzola rispondeva picche alle speranze dei cittadini di centrodestra di vederlo candidato sindaco alle amministrative del prossimo anno, in competizione con Sergio Cofferati. Col senno di poi la vicenda si potrebbe leggere in modi diversi.

Da quello severo: alcuni esponenti del Popolo della Libertà sarebbero caduti nella “trappola” mediatica tesa abilmente da Cazzola, che ha (legittimamente) pensato al proprio business e menato per il naso una parte della città (meno legittimamente). A quello comprensivo: nel Pdl cittadino la voglia di trovare l’uomo della Provvidenza che porti a destra quel venti per cento di voti necessario per vincere ha annebbiato le menti di politici di lungo corso, che alla fine si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano.

Ora, a parte la banale considerazione per la quale chi ha responsabilità di partito sarebbe buona norma che prima chiedesse in privato a qualcun altro se intende correre per la carica di primo cittadino. E solo dopo aver ricevuto una risposta positiva rilascia dichiarazioni ai giornali. A parte questo, dicevamo, il danno d’immagine inferto al centrodestra è di quelli pesanti. Inutile nasconderselo. Non a caso il segretario provinciale del Pd, Andrea De Maria, ci ha inzuppato il pane della polemica. Sarà pure un “pollo allevato in batteria”, come lo ha apostrofato lo stesso Cazzola, ma anche i polli sanno tirare i calci di rigore. Soprattutto a porta vuota.

E perfino i sostenitori di Giorgio Guazzaloca hanno ripreso fiato dopo qualche giorno di sbandamento, quando il presidente del Bologna aveva fatto capire che cresceva il suo desiderio di sbarcare in politica. L’arrivo dell’ex-signor Motor Show, del resto, avrebbe significato la pensione immediata per l’uomo della vittoria del ’99. E così il parlamentare del Pdl Enzo Raisi, da sempre scettico verso la riproposizione del Guazza, e proprio per evitare che egli venisse rilanciato in grande stile, si è visto costretto a mettere da parte il fioretto accusando il comitato pro-Guazzaloca di aver raccolto “firme farlocche” ai banchetti. Il problema, a questo punto, è che il centrodestra torna da dover era partito. Vale a dire senza avere la minima idea di chi candidare. Ed è normale, a nostro avviso anche doveroso, che le primarie riconquistino il centro del dibattito.

Se all’orizzonte non compaiono personalità in grado di catalizzare i consensi delle formazioni di centrodestra, nonché di tutte le componenti che si sentono alternative alla sinistra sotto le Due Torri, allora la conta democratica è il metodo migliore che conosciamo. Bene ha fatto il consigliere comunale di Forza Italia, Lorenzo Tomassini, a passare rapidamente dalle parole ai fatti aprendo un sito Internet (www.primarieperbologna.it) dove chiunque può offrire il proprio contributo a proposito del programma e - quando ci saranno i nomi - votare per il candidato che preferisce.

Ai partiti non resta che accelerare i tempi e approntare un tavolo di confronto con coloro che non si rassegnano a ritrovarsi Cofferati ancora sindaco. Senza perdersi troppo in beghe interne su chi potrebbe comandare nel Pdl bolognese una volta nato sul serio: chi ha i consensi deve governare. Nelle ultime ore è spuntata anche l’ipotesi Giancarlo Mazzuca, neo-deputato e soprattutto ex-direttore del Resto del Carlino. Mazzuca, a differenza di Cazzola, ci è andato più cauto: “Non mi muovo - ha fatto capire - se prima non c’è un accordo complessivo nel centrodestra. E se Guazzaloca non mi dà il via”.

18 giugno 2008

La condanna a morte della Gran Bretagna

Dietro lo pseudonimo di Fjordman si nasconde uno dei blogger liberal-conservatori più letti della rete. Nei suoi lucidi e approfonditi saggi questo commentatore politico norvegese ha smontato gran parte dei miti politically correct diffusi in Occidente, come la presunta età dell’oro del mondo islamico, i debiti dell’Europa verso la cultura araba, il progresso delle scienze nell’islam medievale o la tolleranza e la raffinatezza dell’Andalusia musulmana.


Oltre ai saggi di tipo storico, Fjordman ha affrontato con grande intelligenza i più scottanti temi d’attualità: la perversa natura del multiculturalismo, il rischio di colonizzazione islamica del vecchio continente, il probabile divampare della jihad islamica in Europa entro un decennio o due, come conseguenza dell’immigrazione musulmana di massa. L’originalità di queste riflessioni hanno fatto di Fjordman una star all’interno dei gruppi che stanno organizzando in rete la resistenza intellettuale alla trasformazione dell’Europa in Eurabia.


Nel suo ultimo articolo Fjordman parla della situazione catastrofica della Gran Bretagna, il paese europeo in cui, nei lunghi anni di regno laburista di Tony Blair e Gordon Brown, l’imposizione del multiculturalismo ha raggiunto le punte più avanzate. È veramente triste assistere al modo in cui viene oggi umiliata la cultura di questa nazione dalla storia gloriosa, che ha donato al mondo, tra le tante cose straordinarie, la rivoluzione industriale e le istituzioni politiche del governo limitato.


La situazione ha raggiunto una tale gravità che vien da chiedersi se si possa parlare, invece che di suicidio nazionale, di vera e propria esecuzione a freddo di un’intera nazione, pianificata da alcune elite politiche e intellettuali decise a imporre ad ogni costo al proprio paese un folle esperimento di ingegneria sociale, non più in nome del socialismo ma del multiculturalismo post-marxista.


Sul sito della Libreria del Ponte si può leggere in esclusiva la traduzione di questo articolo di Fjordman, intitolato Gran Bretagna: una nazione condannata a morte.

09 giugno 2008

L'Italia è a rischio estinzione

Il Filo a Piombo ha avvicinato Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, la lotta contro la droga e le politiche sociali, ponendogli alcune domande.

Oggi più che mai l’Italia è alle prese con numerose emergenze. Quali sono le sfide più impellenti nell’ambito delle politiche sociali, di cui si occupa in qualità di sottosegretario?
"L’ultimo libro di Piero Angela (“Perché dobbiamo fare più figli”, ndr) lancia un grido d’allarme ben preciso: se continuano gli attuali trend demografici l’Italia si estinguerà. I numeri sono contro di noi perché la denatalità, l’invecchiamento della popolazione e gli immigrati renderanno il nostro Paese assolutamente irriconoscibile rispetto a quello che storicamente è sempre stato".

Qual è il primo passo da compiere in questa direzione?
"Difendere la famiglia riconosciuta nella Costituzione. E abbiamo già cominciato a farlo. Il primo decreto legge ha previsto l’abolizione dell’Ici, la detassazione degli straordinari e la rinegoziazione dei mutui. Tutti provvedimenti che interessano da vicino le famiglie. Ma il punto fondamentale è il quoziente famigliare sul quale stiamo lavorando. L’obiettivo deve essere quello di rendere potenzialmente più solida la stabilità della famiglia e affermare un principio: avere o non avere figli non può essere considerata la stessa cosa".

Il presidente Napolitano, in occasione della festa della Repubblica, ha puntato il dito contro il fenomeno del “ribellismo”. A suo avviso, è realmente preoccupante? E soprattutto: come si combatte?
"E’ preoccupante, eccome. E Napolitano ha fatto benissimo a parlarne. Il ribellismo si traduce spesso in egoismo, nell’idea di poter godere di tutti i benefici della nostra epoca senza assumersi alcuna responsabilità. Per esempio, oggi si protesta contro l’aumento dei carburanti. E’ giusto farlo, beninteso. Ma non dimentichiamo che molti, in passato, si sono opposti a qualunque forma di differenziazione energetica. Non mi riferisco solo al nucleare ma anche alle centrali a carbone e quelle a metano, alla stessa alta velocità".

Il senatore Quagliariello ha proposto l’uso della celere contro le intolleranze di stampo politico. Concorda?
"Le manifestazioni pacifiche cessano di essere tali nel momento in cui si vuole rompere il cordone della polizia a furia di spintoni, benché con le mani alzate. Questo vuol dire usare la forza per impedire alla democrazia di funzionare".

Anche Berlusconi non ha escluso l’uso della forza a Napoli. Senza peraltro scatenare le reazioni scandalizzate di sindacati e gruppuscoli vari come invece sarebbe accaduto solo poco tempo fa. L’Italia è diventata un Paese adulto nell’arco di due mesi?
"In passato la società civile, che io definirei incivile, manifestava contro la soluzione del problema delle scorie nucleari. E il risultato è che quelle scorie sono ancora presenti a Caorso e a Trino Vercellese, senza essere state messe in sicurezza. La stampa ha sempre presentato i dimostranti per qualsiasi causa, anche quella più sballata, come degli eroi. Oggi c’è la presa di coscienza che andando avanti di questo passo a Napoli arriverà il colera".

06 maggio 2008

Numerose conversioni dall'islam al cristianesimo nel mondo

Frotte in fuga dall'islam cercano chiese


«Si fanno cristiani 667 islamici all’ora, 16mila al giorno, 6 milioni all’anno». Lo sceicco Ahmad al-Qataani esagererà pure, ma il fenomeno allarma le autorità musulmane. Che quindi inaspriscono la repressione. Ma non serve a nulla...

Il battesimo di Magdi Cristiano Allam ha fatto notizia, ma è solo la punta di un iceberg gigantesco, le cui dimensioni esatte sono in larga misura ignote. I gravi pericoli cui va incontro chi abbandona la fede islamica rendono difficili le stime, ma le notizie disponibili lasciano intuire un fenomeno rilevante, forse persino in grado di modificare clamorosamente il futuro del mondo. Secondo il London Times, il 15% circa dei musulmani residenti in Europa hanno lasciato l’islam. In Gran Bretagna sono attorno alle 200mila unità e in Francia si calcola che ogni anno 15mila islamici diventino cristiani: più o meno 10mila cattolici e il resto protestanti.

Nel 2006 lo sceicco Ahmad al-Qataani, intervistato da Al-Jazeera, pronunciò parole allarmate: «L’islam è sempre stato la principale religione dell’Africa e un tempo c’erano 30 lingue africane che si scrivevano in caratteri arabi. Il numero dei musulmani africani è attualmente di 316 milioni, metà dei quali sono nordafricani di cultura araba. Nella parte dell’Africa non araba il numero dei musulmani non eccede i 150 milioni. Quando si pensa che l’intera popolazione africana è di un miliardo di persone, ci si rende conto che in proporzione il numero dei musulmani è diminuito notevolmente rispetto all’inizio del secolo scorso. D’altra parte il numero dei cattolici è aumentato da un milione nel 1902 a circa 330 milioni. A questi si aggiungono 46 milioni di appartenenti ad altre confessioni cristiane. Ogni ora 667 musulmani si convertono al cristianesimo. Ogni giorno 16mila musulmani si convertono al cristianesimo. Ogni anno 6 milioni di musulmani si convertono al cristianesimo. Sono numeri enormi».

È probabile che al-Qataani abbia gonfiato i numeri per accrescere l’allarme tra i propri correligionari, ma le sue dichiarazioni rivelano un trend sempre più chiaro: malgrado le minacce di morte e le persecuzioni che subiscono gli “apostati, nel mondo le conversioni dall’islam al cristianesimo sono molto più numerose di quelle in senso contrario. La crescita numerica dell’islam, che di recente (come ha riconosciuto il Vaticano) ha superato il cattolicesimo come religione più praticata nel mondo, si deve infatti quasi esclusivamente all’alta natalità dei Paesi islamici, i cui tassi di mortalità infantile si sono enormemente ridotti rispetto al passato grazie alla medicina occidentale. La crescita del cristianesimo, invece, si basa soprattutto sulle conversioni degli adulti. Come ha scritto il leader cristiano evangelicale Wolfgang Simpson, «negli ultimi due decenni sono arrivati a Cristo più musulmani che in tutti i secoli precedenti».

Non diamo loro il femminismo...
Il personaggio che le autorità religiose islamiche temono di più è il sacerdote copto Zakaria Botros, definito dal giornale arabo al-Insan al-Jadid «il nemico pubblico numero uno dell’islam». I suoi programmi trasmessi via satellite dagli Stati Uniti, nei quali discute da un punto di vista cristiano gli aspetti più problematici del Corano (la guerra santa, l’inferiorità delle donne, la lapidazione e così via), hanno provocato conversioni clandestine di massa al cristianesimo. La sua perfetta conoscenza della lingua araba e delle fonti islamiche gli permette di raggiungere un vasto pubblico mediorientale, e gli spettatori rimangono colpiti dalla frequente incapacità degli ulema, che spesso scelgono il silenzio, di rispondere in maniera convincente alle sue osservazioni. La ragione ultima di questo successo è che, diversamente da certe controparti occidentali che criticano l’islam solo da un punto di vista politico, l’interesse principale di Botros è la salvezza delle anime.

Come ha scritto Raymond Ibrahim sul periodico conservatore statunitense National Review, «molti critici occidentali non capiscono che per disinnescare l’islamismo radicale occorre proporre al suo posto qualcosa di teocentrico e di spiritualmente soddisfacente, non il secolarismo, la democrazia, il consumismo, il materialismo o il femminismo. Le “verità” di una religione possono essere sfidate solo dalla Verità di un’altra religione. Padre Zakaria Botros combatte il fuoco con il fuoco».

In tutto il Medio Oriente la ripulsa per gli aspetti più deteriori legati al fondamentalismo islamico, come l’autoritarismo politico, l’intolleranza, la violenza e il terrorismo, hanno avvicinato milioni di uomini e di donne al cristianesimo. Pare infatti che in Iran un milione di persone si siano segretamente convertite al cristianesimo evangelicale negli ultimi cinque anni. Il pastore Hormoz Shariat sostiene di averne convertite 50mila con il suo programma in lingua farsi trasmesso via satellite. Hormoz fa notare che nel periodo 1830-1979, 150 anni di sforzi di evangelizzazione, i missionari erano riusciti a costituire una comunità evangelicale di sole 3mila persone. Oggi invece il parlamento iraniano, preoccupato per il crescente numero di giovani che abbandonano l’islam, sta lavorando per varare la pena di morte per gli apostati.

Non reggono più la violenza
Un fenomeno simile si sta ripetendo nell’Iraq in guerra, dove sempre più persone, stanche di subire le conseguenze del terrorismo di al Qaida e delle violenze dell’estremismo religioso, ascoltano con scetticismo crescente i discorsi dei loro capi religiosi. Secondo il pastore protestante Paul Ciniraj, 5mila islamici si sono convertiti al cristianesimo in Iraq, 10mila in India, altrettanti in Afghanistan, 15mila in Kazakistan, 30mila in Uzbekistan. Roman Silantyev, segretario esecutivo del Concilio Interreligioso di Russia, ha affermato che l’anno scorso nel suo Paese circa due milioni di musulmani “etnici” si sono convertiti al cristianesimo (100mila solo nel Kirghizistan). Il disgusto per la violenza islamista è fra le motivazioni principali, dato che il numero maggiore di conversioni si è avuto nell’area di Beslan, teatro del celebre quanto atroce attentato contro una scuola elementare.

Un sandwich particolare
In Algeria la conversione di circa 80mila persone ha spinto le autorità governative a emanare di recente leggi che puniscono severamente il “proselitismo” cristiano. In Marocco numerosi articoli di giornale hanno lamentato la conversione di 25-40mila musulmani, soprattutto tra le popolazioni berbere. In Sudan ben 5 milioni di persone hanno accolto Cristo a partire dai primi anni Novanta, malgrado le terribili persecuzioni messe in atto dal governo. Quali le ragioni di queste conversioni in massa? Secondo un leader evangelicale sudanese, «la gente ha visto com’è l’islam, e al suo posto vuole Gesù».

Dopo decenni di guerra islamista, migliaia di conversioni clandestine al cristianesimo sono avvenute anche nelle aree rurali del Kashmir, dove un fedele ha dichiarato: «M’interessa la religione, ma odio la violenza. Odio i fondamentalisti dell’islam. Vengo in chiesa per cercare la pace». Il muftì di Perak, in Malesia, valuta in circa 250mila il numero di chi ha abbandonato l’islam facendo domanda ufficiale di apostasia allo Stato, un diritto che è concesso solo ai cittadini malesi appartenenti a minoranze etniche.

Colpisce che ad attivarsi siano però soprattutto le Chiese protestanti, evangelicali e pentecostali. Nel 1996 la Società Biblica Egiziana vendette solo 3mila copie di un film su Gesù, ma 600mila nell’anno 2000. Conversioni segretissime sembrano verificarsi addirittura tra i palestinesi. Un pastore evangelicale ha dichiarato: «Ho lavorato tra queste persone per 30 anni, e dovete credermi se vi dico di non aver mai visto nulla di simile». Ma vi è di più: come riporta il sito www.backtojerusalem.org/vision, un gran numero di missionari predicano il Vangelo lungo la strada che dalla Cina giunge a Gerusalemme; e gli evangelicali della Nigeria vogliono fare l’analogo, con 50mila missionari pronti a battere tutto il Nordafrica per giungere ancora, sempre, ovvio, a Gerusalemme. Un sandwich, con l’Arabia Saudita wahhabita nel mezzo...

Più timida è invece l’attività missionaria di diversi cattolici. Il padre gesuita Samir Khalil Samir, uno dei massimi esperti cattolici dell’islam, consigliere del Papa, testimonia, per esperienza personale, che nei Paesi islamici molto clero cattolico, per paura o per un malinteso “ecumenismo”, cerca di dissuadere le conversioni.


Guglielmo Piombini
(Il Domenicale, 3 maggio 2008)

29 aprile 2008

No Kid di Corinne Maier: un libro ripugnante

Il consumo di contraccettivi a livello industriale e l’aborto di massa danno la misura di quanto la società moderna si sia scristianizzata e allontanata dagli insegnamenti biblici. Nel libro della Genesi la prima cosa che Dio dice all’uomo e alla donna, dopo averli creati, è di avere figli: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra». La procreazione e la fertilità umana sono così centrali nella narrazione biblica, da formare le basi del patto di Dio con Israele: «La mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli, e ti renderò fecondo, molto fecondo», dice Dio ad Abramo. In generale l’Antico Testamento vede la mancanza di figli come la peggiore delle disgrazie e condanna duramente il sesso non procreativo, come nell’episodio di Onan.

Anche Gesù, nel Nuovo Testamento, dà prova di un atteggiamento assai raro nel mondo antico, elogiando lo spirito meraviglioso dei bambini: «Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. E prendendoli fra le braccia e imponendo loro le mani li benediceva».

Mentre la Bibbia non fa che celebrare la discendenza numerosa, la mentalità prevalente nell’attuale Occidente secolarizzato vede nei figli, più che una benedizione, un peso insopportabile da evitare con ogni mezzo. Questa visione avversa alla procreazione ha trovato una compiuta espressione nel libro della scrittrice francese Corinne Maier, No Kid. Quaranta ragioni per non avere figli (p. 148, euro 13,50), appena pubblicato dalla casa editrice Bompiani sull’onda del successo di critica ricevuto all’estero, dove è stato adottato come manifesto dal child-free, il movimento di liberazione dai figli.

Gli argomenti contro i bambini della Maier, che oltretutto è madre “degenere” di due figli, rappresentano in realtà un perfetto distillato di quella “cultura della morte” infarcita di edonismo, materialismo e mathusianesimo che, nelle parole di Benedetto XVI, sta conducendo la civiltà europea al “congedo dalla storia”.

La popolarità del libro della Maier spiega infatti, meglio di ogni indagine economica o sociologica, le ragioni culturali che stanno alla base della grave decadenza demografica della civiltà europea. Agli inizi del Novecento l’Europa costituiva circa il 30 per cento della popolazione mondiale, ma alla metà del XXI secolo si ridurrà a un misero 7 per cento. Le proiezioni demografiche sull’Europa dei prossimi decenni prospettano un futuro drammatico, nel quale pochissimi giovani europei in età produttiva e riproduttiva dovranno mantenere un numero esorbitante di anziani, e contemporaneamente vedersela con masse crescenti e bellicose di immigrati musulmani.

Anche coloro che non vedono la denatalità come un problema morale dovrebbero considerarla un’emergenza sociale, dato che non esiste problema che i paesi europei si trovino oggi ad affrontare (dalla bancarotta dello stato sociale alla stagnazione economica, dall’invecchiamento della società all’invasione immigratoria) che non abbia come causa l’immensa mancanza di giovani e di bambini.

Tuttavia, invece di correre ai ripari, i responsabili culturali della catastrofe che si va materializzando davanti a noi continuano imperterriti a predicare e a diffondere l’ideologia antinatalista. Dato che l’Italia detiene quasi il record mondiale di denatalità, la pubblicazione di un libro in cui si esortano le donne italiane a non fare figli appare quindi, in primo luogo, come un’operazione di cattivo gusto.

In realtà vi sono molte analogie tra la mentalità antinatalista di oggi e quella dell’epoca precristiana. Per un bambino essere concepito nella Grecia o nella Roma classica era estremamente pericoloso, proprio come lo è oggi nell’Occidente secolarizzato e neopagano, dove l’aborto è diventato la prima causa di morte. In tutte le società antiche, infatti, l’abbandono dei neonati, l’infanticidio, l’aborto e perfino i sacrifici rituali di bambini (ad esempio tra i cananei e i cartaginesi) erano largamente diffusi.

A causa di queste pratiche, le famiglie numerose erano molto rare nella società greco-romana. Intorno al 140 a.C. lo storico greco Polibio si lamentava che «nel nostro tempo tutta la Grecia ha conosciuto una scarsità di bambini e una generale decadenza della popolazione… perché la passione per gli spettacoli, per il denaro e per i piaceri di una vita oziosa ha pervertito i nostri uomini».

Spesso le prime vittime della cultura antinatalista erano le bambine. Nell’antica Grecia era un fatto raro, persino tra le famiglie più ricche, allevare più di una figlia. Un’iscrizione del secondo secolo d.C trovata a Delfi rivela che, su un campione di seicento famiglie, solo una su cento aveva due figlie.

L’orientamento fortemente favorevole alla famiglia e ai figli degli ebrei e dei cristiani, invece, li distingueva nettamente dalle altre popolazioni antiche. Non a caso lo storico romano Tacito deprecava gli ebrei per la loro singolare opposizione all’infanticidio: «Tra di loro è un crimine uccidere un neonato, ed è strana la passione con cui propagano la loro razza».

I cristiani non solo avevano famiglie più numerose, ma spesso adottavano i bambini abbandonati. Anche grazie a questo vantaggio demografico a poco a poco i cristiani soppiantarono i pagani nell’impero romano. L’avvento di Gesù Cristo segnò dunque “il trionfo degli innocenti”, cioè dei bambini da sempre disprezzati, maltrattati, respinti o eliminati. Al contrario, il consenso di cui godono oggi le idee di Corinne Maier danno il segno dell’imbarbarimento in cui è precipitato l’Occidente moderno che ha voltato le spalle alla propria tradizione morale e religiosa.


Guglielmo Piombini


(Una versione ridotta di questo articolo è uscita sul quotidiano Liberal del 25 aprile 2008)