17 aprile 2009
E all'orizzonte rispunta Prodi
Beninteso, i numeri sono dalla sua parte. Ed eravamo stati facili profeti al momento dell’investitura di Delbono a prevedere l’esito cui si è giunti da poche ore. Bologna resta un simbolo per il vecchio Pci, e perderla vorrebbe dire naufragio definitivo. Rifare l’Unione, dunque, garantisce sul risultato immediato (forse). Ma il nodo è proprio questo: l’orizzonte politico di una intera classe dirigente, di quella che va dagli ex-democristiani di sinistra che guardano all’Udc, a Rifondazione e tra poco ai Verdi non riesce ad andare oltre l’8 giugno 2009.
Per usare un linguaggio da giornalisti sportivi, si vuole vincere ma non convincere. Nel senso che l’obiettivo vero è quello di riconquistare le poltrone che contano e non farsi sfuggire di mano la gestione del potere, ben sapendo che quando si comincerà ad amministrare rispunteranno quelle frizioni e quelle distanze ideologiche che provocheranno l’immobilismo del governo locale. Ha ragione Filippo Berselli, coordinatore regionale del PdL, quando parla di “deja vu”.
Ma qui c’è in gioco ben altro che la sconfitta del centrodestra. Abbiamo una città che sta per finire in mano a chi si presenta con il phisique du role del becchino, a chi sa già che dovrà impiegare il proprio tempo a mediare, spiegare, tirare per la giacca questo o quell’altro alleato. Tutto fuorché governare e buttarsi a testa bassa per tirare fuori la città dal cono d’ombra in cui è sprofondata da tempo. L’Unione è la coalizione perfetta per accelerare, e non ridurre, il degrado di Bologna. E Delbono, politico senza carisma e incapace di trasmettere ottimismo, è la persona giusta per assolvere al compito.
Si può contrastare questa prospettiva? Intanto ciò che sta maturando all’interno del Pd sul piano nazionale potrebbe portare a conseguenze imprevedibili anche in periferia. Se le elezioni europee finiranno male, come molti segnali indicano, si dà per scontata la rottura definitiva fra ex-Ds e ex-Margherita. Rottura che difficilmente potrà riflettersi sull’esito della consulatazione elettorale bolognese, è vero, bensì sulla tenuta della coalizione subito dopo, con rischi consistenti di implosione. Oppure c’è il rischio più grave per Delbono: quello di non vincere al primo turno. Se il vicepresidente della Regione non porta la rinata Unione immediatamente alla vittoria, dovendo ricorrere al “secondo tempo”, l’effetto valanga sarà incontrollabile.
Certo, un centrodestra unito avrebbe aiutato molto a raggiungere l’obiettivo. Invece esso è spaccato fra due candidati forti come Cazzola e Guazzaloca, la cui presenza sui giornali e nei media in generale è monopolizzata quasi totalmente da inutili polemiche reciproche che non aiutano a erodere consenso a Delbono.
08 aprile 2009
I terremoti e il peccato originale
Tre secoli di rosseauvismo ci hanno portato a pensare che la natura e l'uomo sarebbero fondamentalmente buoni e in sé perfetti. La nostra società sarebbe stata corrotta solo dall'egoismo della proprietà privata e dalla superstizione religiosa.
Sono cose che non si dicono più, e nemmeno ci si rende più conto di pensarle, ma le strutture culturali dominanti nella nostra società occidentale, ancora oggi, si basano proprio su questo paradigma.
Uno degli effetti collaterali più perniciosi di tutto ciò (assieme a quella famosa, progressiva, identificazione del diritto con il desiderio della quale già abbiamo parlato altre
volte) è che ormai la gente non riesce più a confrontarsi con un evento tragico della propria o altrui esistenza, senza che si vada subito a cercare il responsabile.
A parte i terremoti, sappiamo tutti che ormai buona parte dei medici ospedalieri, anche quelli bravi, nel corso della carriera si trovano almeno tre-quattro cause sul groppone. E' diventato inevitabile, visto che non appena muore qualche loro paziente che aveva meno di ottant'anni, i familiari vanno dall'avvocato ancora prima di essere andati dall'impresa di pompe funebri.
Poi, d'accordo, nessuno dice che la scienza e la tecnica non debbano indagare, cercare di migliorare, e che ci debbano essere incentivi alla responsabilità individuale, ecc.. e questo anche nella prevenzione dei terremoti.
Però occorrerebbe un impianto culturale diverso, anche perchè i cosiddetti "scienziati" ormai sono quasi tutti "tecnoscienziati", che fanno ricerche solo se e in quanto finanziate o finanziabili, e quindi devono sempre fare i conti con esigenze pratiche. E' una realtà che può non piacere, e si possono rimpiangere quanto si vuole i sistemi fondati sui finanziamenti pubblici (ne sanno qualcosa le nostre badanti ucraine e i nostri muratori albanesi che, spesso e volentieri, avrebbero tutti la loro bella laurea da esibire).
Tuttavia resta il fatto che la nostra società occidentale è progredita così, e senza questo sistema la conoscenza non potrebbe andare avanti.
Lasciando perdere i personaggi alla Travaglio, in perenne ricerca di pubblicità, che ci sono anche nel mondo scientifico, ormai dovrebbe essere stato chiarito che la ricerca sulla prevedibilità dei terremoti presenta scarse compatibilità economiche, in quanto il vero problema è semmai quello di mettere le case in sicurezza.
I giapponesi e i californiani ci sono riusciti meglio di noi, però nel loro caso bisogna tenere conto delle esigenze impellenti di una sismicità molto più elevata, che nel tempo li ha costretti a molte più ricostruzioni. Loro non devono confrontarsi con un'urbanizzazione statica che risale a secoli fa.
Ricorderò sempre l'espressione perplessa di quel collega giapponese in visita, che nel guardare la facciata di una basilica bolognese mi ripeteva "but, is it old?". Così come quella di una studentessa americana, con la quale facevo fatica a fare passare il concetto per cui quelle mura romane che ci trovavamo davanti risalivano al quarto e non al quattordicesimo secolo.
I giapponesi costruivano le case in legno e con le pareti di carta proprio per un senso connaturato di precarietà, e questo modo di pensare li ha facilitati nel tenersi aggiornati sui criteri antisismici.
Noi invece costruiamo in cemento armato e in muratura, quando proprio non possiamo costruire in pietra, perchè partiamo dal presupposto che una casa sia per sempre.
E' dunque inevitabile che, dopo un terremoto, vi siano quelli che cercano di imbastire polemiche sulla mancanza di sicurezza degli edifici. E' normale che, in casi come questi, specie a sinistra, ci sia chi se la prende con la mancanza di controlli e di finanziamenti da parte dello Stato e degli enti locali: il terremoto è un evento naturale come la pioggia, e quando arriva la pioggia ... chi è il ladro con cui prendersela?
Perlomeno, c'è da tirare un sospiro di sollievo che questa sciagura non sia avvenuta durante il governo Prodi. Altrimenti a quest'ora staremmo facendo i conti con la nuova sovrattassa sul terremoto abbruzzese, che a sua volta sarebbe stata apposta sulla tassa per smaltire la spazzatura di Napoli entro il 2011.
Ma a parte questo, visto che - se si vuol rimanere su un piano di realtà - è impensabile che alla fine paghi sempre Pantalone, avete mai visto come diventano selvagge le assemblee di condominio, quando arriva l'amministratore a dire che ci sarebbe da andare in tasca per mettere a norma l'impianto elettrico oppure per smaltire l'amianto del tetto?
Ecco, sommessamente domandiamo, ma la gente a queste cose ci pensa, quando scende al bar, apre la Repubblica, e poi comincia a polemizzare sulla incapacità di fare prevenzione dei terremoti?
03 aprile 2009
Ma quanto rosicano i pensionati dell'Arci (e il senatore Guzzanti...)

Dedicato a tutti compagni di oggi e di ieri - che tanto sono sempre gli stessi - ecco qui lo spottone di Silvio che, come un imperatore al Colosseo, ostende il pollice recto assieme all'abbronzato mr. President e al russo Medvedev. Nella galleria di foto di un'imbarazzatissima Repubblica c'è anche uno scatto in cui è proprio Obama a ripetere il medesimo gesto. Ma lui al massimo poteva ispirarsi a Fonzie, che tra l'altro è stato suo sponsor elettorale.
Il nostro amarcord elettorale di bolognesi - che con un po' di sano campanile, ancora oggi, non si rassegnano al ben diverso accento ferrarese dell'attuale commissario liquidatore del più grande ente inutile italiano - si nutre ancora dell'immagine di vecchi pensionati seduti fuori dal circolo Arci. Con il doppio mento che usciva fuori dal collo sbottonato della camicia presa in Piazzola, parlando ad alta voce perchè sentissero tutti i compagni e anche gli avventori causali, loro sì che ci spiegavano la pulettica con la prosopopea di chi veniva da lontano, e andava solo in autobus con l'abbonamento a prezzo politico.
"Finalmente con Prodi avremo uno che ci potrà rappresentare all'estero, che sa parlare bene l'inglese, mica come quello là ...".
24 marzo 2009
Cofferati e lo psicodramma della sinistra
Manca un programma, manca una coalizione, manca un programma della coalizione. Questo il vestito nuovo che il sarto Coffy ha confezionato per il candidato senza simbolo. Accuse che ben difficilmente possono essere smentite e che hanno il sapore della bocciatura definitiva. Ma la notizia non è neppure questa, anche se il materiale sarebbe sufficiente addirittura per la fluviale predica domenicale di Eugenio Scalfari, sempre sul quotidiano di riferimento. La notizia è un’altra, ed è che il primo sostenitore di Flavio Delbono si chiamava proprio Sergio Cofferati. Attenzione: non è un omonimo di quello che qualche ora fa gli ha fracassato gli stinchi meglio di quanto avrebbe potuto fare Ringhio Gattuso. No, sono la stessa persona.
Per questo parliamo di psicodramma. A sinistra e nel centrosinistra non sanno più che pesci pigliare. Se è il tuo stesso primo cittadino a ritenere che il tuo candidato a sostituirlo giudica quest’ultimo una nullità politica, resta il lettino dello psichiatra. Bocciando Delbono, Cofferati boccia se stesso e si spedisce direttamente dietro la lavagna con il cappello da asino ben calzato sulla testa. In questo modo accende i riflettori sul fallimento suo e soprattutto sull’incapacità del centrosinistra di guadagnare credibilità agli occhi dei bolognesi.
L’entrata assassina di Cofferati si ripercuote anche su tutto il centrodestra, caricandolo di una responsabilità ancora maggiore in termini di affidabilità di programmi, di alleanze e di governo. Ne saprà approfittare?
20 marzo 2009
Le balle di Michele Serra
Ohibò, a questo punto della lettura siamo stati assaliti da dubbi esistenziali. Eravamo convinti che tutta la stampa locale avesse raccontato la vicenda per come era effettivamente andata. Vale a dire un medico, in passato sostenitore di Delbono e attuale presidente del sindacato della ambulatorietà privata, aveva avuto l’idea e l’aveva lanciata, scatenando il putiferio. Invece no: Serra dimostrava come sempre di possedere una marcia in più e di essere lui il vero custode della verità. Tutto un complotto ordito nelle oscure stanze di quegli oscurantisti di filo-berlusconiani, insomma.
Rosi dall’invidia e richiuso il quotidiano, ci siamo messi a riflettere sulla nostra condizione di giornalisti incapaci di andare al di là delle nostre convinzioni politiche, che puntualmente inquinano i nostri articoli. Stavamo per essere vinti da queste frustranti considerazioni che abbiamo voluto riprendere in mano l’intervista concessa dal medico a un quotidiano locale, dove Antonio Monti (questo il suo nome) ammetteva di aver appoggiato il candidato senza simbolo. E tra le mani ci sono di nuovo capitati i ritagli di stampa dove venivano riportate le voci fatte correre dai sostenitori di un altro candidato di sinistra, Gianfranco Pasquino, secondo le quali lo stesso Monti aveva finanziato la campagna elettorale di Delbono. Voci liquidate dal medico come “idiozie”. Oppure, ancora, quegli articoli dove si mettevano nero su bianco prima l’adesione entusiastica di Delbono al check up e dopo qualche ora la retromarcia dell’ex vicepresidente della Regione. “Avevo capito che era un mezzo scherzo”.
Tutto questo per Serra non era accaduto: al contrario, si è trattato di banale e scontata guerra interna al centrodestra. Delbono immacolato, Pasquino intoccato, Monti l’agnello sacrificale. E così il cerchio (della disinformazione) si è chiuso. Proponiamo Michele Serra assessore alla Cultura del Comune. Di Delbono o di Pasquino, non fa differenza. Post-scriptum: alla fine di queste righe pensiamo di aver brillantemente superato le nostre frustrazioni. “E’ la campagna elettorale, bellezza”.
17 marzo 2009
Bologna, il procuratore colpisce ancora
L’altro giorno si è concesso l’ennesima scorribanda mediatica. In poche ore prima è intervenuto sulle ronde decise dal governo e subito dopo ha applaudito (a modo suo, s’intende) alla decisione del Tribunale di infliggere solo sei anni di carcere allo stupratore di una quindicenne. In entrambi i casi è riuscito in una impresa per la quale ci sentiamo di ringraziarlo sentitamente. Perché ci ha fatto tornare alla mente quale dovrebbe essere il pregio principale di un magistrato: il riserbo, il silenzio, il lavoro duro ed efficace nell’ombra. Materie che Piro non riesce a maneggiare con cura. Con grande gaudio dei mass-media, va da sé.
Insomma le ronde le ha definite “inquietanti”, uno di quegli aggettivi cui ricorrono i politici di professione (appunto) per squalificare al massimo grado i comportamenti dei loro avversari, soprattutto quando non si hanno argomenti sostanziali. Rivelando di non aver riflettuto sul provvedimento del governo con mente sufficientemente libera da scorie ideologiche. “Inquietante” richiama l’oscurantismo più impenetrabile, il mistero che nasconde minacce inconfessabili. Basta la parola per gettare discredito verso chi o cosa la si rivolge.
Non contento della prima performance, Piro se ne è concessa una seconda. Altrettanto ardita. Commentando la sentenza del Tribunale ricordata poc’anzi, e sottolineato che la condivideva in pieno, ha tenuto a precisare che la leggerezza della pena era giustificata anche dall’età della vittima: “Non è una bambina”, avrebbe dichiarato. Quando abbiamo letto queste poche parole ci sono corsi non pochi brividi lungo la schiena. E abbiamo avuto la riprova che quella dei magistrati è la casta delle caste, tutta richiusa in se stessa, senza contatti con l’esterno e senza la minima idea dei problemi che attanagliano famiglie e genitori. Magistrati spesso incolori ma con un potere enorme tra le mani. In una parola: inquietanti.
04 marzo 2009
Delbono, Kafka e la campagna elettorale
perché lo spettro di Kafka si aggira con sempre maggiore insistenza
dalle sue parti. Dunque possono anche avere contorni divertenti gli
stratagemmi cui deve ricorrere per tentare di uscire da situazioni
paradossali. E la più paradossale di tutte riguarda il traffico.
Siccome sul guazzabuglio del Civis il Partito Democratico rischia di
giocarsi una bella fetta di consensi, e siccome l’assessore al
Traffico del Comune, l’indistruttibile Maurizio Zamboni, non ne vuol
sapere di fermare la macchina come invece vorrebbe Delbono, l’altro
giorno è scattata la reazione indispettita di Claudio Merighi,
portavoce del candidato senza simbolo.
Zamboni deve stare zitto, è stata la sostanza delle parole di Merighi.
Capite, allora, perché l’impresa propagandistica di Delbono diventa
paragonabile a una fatica di Ercole? Da un lato un giorno sì e l’altro
pure non perde occasione di ricordare che “il Civis è opera di
Guazzaloca ma ora fa finta di dimenticarsene”, e dall’altro appena si
distrae di un nanosecondo arriva il siluro dalla giunta Cofferati.
Cofferati, per chi se lo fosse dimenticato, è quel sindaco che ha
detto di appoggiarlo nella sua corsa alla conquista di Palazzo
d’Accursio.
Nelle evidenti difficoltà dell’ex-vicepresidente della Regione affonda
la lama Alberto Vannini, capogruppo de La Tua Bologna in Comune. “Il
povero Delbono – dice - insiste a dire cose in cui non crede nemmeno
lui. Tutti i giorni tira maldestramente in ballo Guazzaloca per avere
un po’ di spazio sui giornali. Purtroppo per lui spesso si fa male da
solo”. Insomma per Vannini Delbono “assomiglia sempre più al suo
mandante politico: il sindaco Cofferati. Ricordate quando Sergio disse
solennemente che avrebbe tenuto per sé la delega dell'assessorato alla
Sicurezza voluto da Guazzaloca? Oggi Delbono dice le stesse cose.
Visti i disastrosi risultati di Cofferati sono certo che i bolognesi
sperano vivamente che Delbono se ne torni nella sua comoda seggiola di
consigliere regionale. Ricca poltrona che non ha mai abbandonato”.
L’altro paradosso del candidato arancione (dal colore dei suoi
manifesti elettorali) è quello di voler accreditare a tutti i costi
l’immagine di illuminato riformista, per poi puntualmente far emergere
un’anima antiberlusconiana a prescindere per compiacere la sinistra
antagonista di cui sta rincorrendo i voti. “Guazzaloca e Cazzola – ha
dichiarato - sono pallidi imitatori del presidente del Consiglio.
Annunci molti, sostanza poca, leggi approssimative a valanga, problemi
risolti nessuno. Puntano solo a farsi eleggere, perché per loro stare
al potere è l'unica legittimazione. Il resto, le idee, i progetti, il
confronto, non gli interessano”. Certo, quando il potere per il potere
viene criticato dal più prodiano dei prodiani qualche domanda
bisognerebbe porsela.
25 febbraio 2009
Sicurezza, le sinistre si rinchiudono nel fortino ideologico
affondano le rigogliose radici in una evidente incapacità di offrire
risposte concrete sui problemi che più interessano i cittadini. I
quali, di fronte a un mutismo imbarazzante, coperto a volte soltanto
da proposte astratte e altre volte incomprensibili, si stanno
orientando decisamente a destra o, come molti sostengono, verso la
Lega. Veltroni si è dimesso per aver perso l’ennesima elezione. E se
una sconfitta può anche essere un infortunio, e due sconfitte il
principio di un malessere, quando i rovesci diventano una serie
significa che la debolezza del partito è ormai strutturale.
Tra i terreni più scivolosi che nelle ultime settimane si sono imposti
all’attenzione generale, un posto di primo piano va purtroppo
riservato alla sicurezza con una serie di violenze alle donne che ha
provocato l’impennata dell’inquietudine in molte famiglie italiane.
Il Governo ha provato a mandare segnali forti, se non altro per
contrastare una emozione diffusa destinata ad aumentare frustrazione,
rabbia e sfiducia verso lo Stato. Il recente decreto ha scatenato
polemiche per aver istituzionalizzato lo strumento delle ronde.
E a sinistra sono partite puntuali le polemiche e le critiche. C’è chi ha
parlato di manganelli, di caccia allo straniero, di
strumentalizzazioni, addirittura di decisione che potrebbe aumentare
l’ansia. Quando però ti metti di buzzo buono e cerchi di capire quali
sono le proposte alternative che provengono da manifestazioni tanto
sdegnate, ti senti rispondere che la violenza alle donne va affrontata
da un punto di vista “culturale e sociale”. Le ronde? Per carità,
manco a parlarne. Una risposta che nei fatti si trasforma in un rinvio
a tempo indeterminato della soluzione del problema. Insomma,
chiacchiere inconcludenti e demagogiche.
Lo scollamento della sinistra dall’uomo della strada, preoccupato per
la propria figlia adolescente che se ne esce di casa per andare al
cinema o a una festa tra amici, viene così confermata per l’ennesima
volta. Ma ci chiediamo dove stia lo scandalo delle ronde, se depuriamo
il discorso da ogni strisciante accusa di provvedimento fascistoide.
Se ci sono cittadini, organizzati in associazioni, che si prestano
volentieri a regalare il proprio tempo libero nel controllo del
territorio, l’amministrazione comunale ha il dovere di utilizzarli a
beneficio dell’intera comunità. Il problema della sicurezza ha
raggiunto picchi di gravità talmente elevati che non possiamo più
perderci in giri di parole. Si tratta di rimboccarsi le maniche qui e
ora.
14 febbraio 2009
Dall'Aktion T4 al "Progetto Eluana"
Ecco le “vite indegne di essere vissute”, come recitava lo slogan inventato da Hitler in persona.
Si tratta di uno dei vari filmati di propaganda nazista della seconda metà anni ’30, che erano stato girati dai registi del regime per supportare il progetto Aktion T4. Un programma segreto, ma studiato nei minimi particolari, che precorrendo l’avvio della Shoah si proponeva l’eliminazione dei disabili gravi di tutto il Reich e dei territori occupati.
Già nel 1935 il Fuhrer lo aveva promesso al capo dei medici del Reich, Gerhard Wagner, che una volta avviata la guerra avrebbe attuato un programma eugenetico che sarebbe passato per l’eutanasia di massa. E fu di parola: nel 1939 – alla vigilia dell’invasione della Polonia – si iniziò con l’eutanasia infantile, per poi passare alla soppressione programmata di tutti i disabili. Nel giro di pochi anni, laddove alla legislazione sulla sterilizzazione forzata dei portatori di handicap aveva fatto seguito quella promulgata contro gli ebrei e gli zingari, l’assassinio di massa dei disabili fu seguito a ruota da quello dei medesimi ebrei e zingari.
Quei raccapriccianti filmati di propaganda, ancora oggi reperibili in rete, mi sono venuti alla mente mentre leggevo un articolo di giornale dei nostri giorni, sul tragico caso di Eluana Englaro. “…Il corpo rinsecchito, atrofizzato, gli arti di vecchia, rattrappiti; le piaghe sulla guancia destra posizionata spesso di lato, non potendo deglutire; il naso ormai enorme rispetto a un viso ritratto, le orecchie deformate, callose, scurite per le piaghe; le pupille grandi e spente che si muovevano orribilmente in tutte le direzioni, oppure immobili con le palpebre a mezz’asta proprie della demenza; la saliva che colava dalla bocca, la lingua morta e penzolante…”.
Ovviamente si trattava di falsità, di consapevoli menzogne messe in circolazione ad arte, come è nella natura di tutti gli articoli di propaganda. La testimonianza delle suore misericordine di Lecco, alle quali la vita disabile di Eluana è stata barbaramente strappata, ma anche le risultanze dell’autopsia, hanno dimostrato che non erano affatto quelle le condizioni della donna assassinata. La carità cristiana delle suore, nel corso dei lunghi anni di stato vegetativo, aveva sempre impedito quello sfacelo del corpo, che del resto in genere non tocca mai ad alcun disabile in quelle condizioni, specie quando può contare su una famiglia umana o religiosa che si prenda cura di lui.
L’articolo era di Filippo Facci, ed è comparso sul Giornale.
* * *
Si è sostenuto che la vicenda di Eluana Englaro abbia segnato uno spartiacque nella coscienza collettiva del nostro Paese.
Il Foglio ha scritto che la Chiesa cattolica in questa occasione avrebbe perduto qualcosa di più che una battaglia. Ciò in quanto, nel corso del dramma collettivo che pure ha accompagnato l’inatteso caso di eutanasia giudiziaria, avrebbe mostrato tutta la debolezza del suo ceto intellettuale e dei suoi media. La Chiesa avrebbe dovuto fare i conti con la perdita della sua antica capacità di fare presa sul sentire comune del Paese, così come con una risorgente impossibilità – per mancanza di energie morali, dopo la crisi postconciliare e le stagioni perdenti dei referendum su divorzio e aborto – di condurre in Italia una nuova cultural war sul grande tema della difesa della vita.
Certo, per i laicisti arrabbiati che hanno condotto il piano di eliminazione di Eluana, o comunque che ne hanno approfittato, si trattava di prendersi una rivincita per lo smacco subito con il referendum sulla fecondazione assistita.
L’obiettivo era quello abbattere la pretesa eccezionalità italiana, dove si teme che la presenza del Vaticano ancora riesca ad opporre qualche resistenza – come il catechon paolino – all’affermarsi del “mondo nuovo” raccontato da Huxley e dagli altri autori apocalittici del Novecento.
Era insomma chiaro a tutti, fin dall’inizio, che il vero nemico era la Chiesa cattolica. Anche se fino all’ultimo i fautori del “progetto Eluana” non si sono fatti sfuggire l’occasione di buttarla in politica (risuona ancora l’infame battutaccia che il capo degli eutanasisti avrebbe pronunciato nel mostrare a una giornalista Rai il corpo della ragazza che stava morendo di sete: “può una donna come questa essere in grado di generare un figlio?!?”).
Ora, è vero che in questa occasione, dove sembra essersi infranto il principio della assoluta dignità e indisponibilità della vita umana – ultimo fondamentale caposaldo della cultura giudaico-cristiana che ha costruito l’Occidente – la Chiesa cattolica e apostolica sembra esserne uscita umiliata.
La civiltà che sulla scia dell’ebraismo pose fine alla pratica dei sacrifici umani per scopi religiosi, abbattè lo ius vitae et necis dei padri sui figli che appunto apparteneva alla romanità e a tutte le civiltà antiche, e inventò il concetto di laicità proprio nei confronti del potere imperiale, per negare allo Stato il diritto di offendere i diritti naturali dei cittadini, in effetti in questa occasione è apparsa impotente e sul punto di crollare.
E’ un pensiero inevitabile, nel momento in cui hanno iniziato ad essere attaccati in modo così spettacolare i pilastri stessi sui quali la civiltà cristiana è sorta. La civiltà che nel nome del Cristo sofferente iniziò a prendersi cura dei bambini abbandonati, dei malati gravi, e così inventò gli ospedali, e la medicina moderna come la intendiamo ancor oggi (non tutti, peraltro…), sembra dunque essere in procinto di cedere il passo ad una nuova visione del mondo.
I contenuti di questa nuova civiltà appaiono ancora da definire, ma sappiamo che essa trova i suoi antecedenti proprio in quelle culture e religiosità precristiane che – non a caso – proprio il nazionalsocialismo tedesco del secolo scorso aveva cercato di reintrodurre nella modernità.
Ma ecco, nonostante l’apparente debolezza degli ultimi consapevoli difensori del pensiero laico e cristiano, noi crediamo che tutto questo non potrà avvenire realmente. Quanto meno, non potrà arrivare fino in fondo, ammesso che un fondo vi sia. Perché è proprio nella estrema debolezza che, da duemila anni, la novità cristiana trova tutta la sua forza.
Più di quindici anni fa, quando ancora era semplicemente il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, il Cardinale Ratzinger pubblicò un intervento nel quale evidenziò che – tutto sommato – non è un fatto inusuale che le civiltà più cristianizzate ed evolute possano incontrare, anche per lunghi periodi, fasi di apparente “cecità al diritto”.
Era già successo con lo schiavismo dei neri negli Stati Uniti della fine del settecento. Così come con il primo colonialismo del XIX secolo, quando si ricominciò a pensare che esistessero razze inferiori che dovevano essere soggiogate all’uomo europeo anche sul piano giuridico. Poi, come tutti sappiamo, questo pensiero anticristiano si è ripresentato negli orrori del nazismo e anche in quelli del socialismo reale, quando la discriminazione e poi lo sterminio iniziarono ad essere attuati su larga scala non per ragioni razziali, bensì economiche, nella solita illusione di poter costruire una nuova umanità.
Tuttavia, è anche vero che – all’esito di questi tormentati periodi – nella storia dell’Occidente si è sempre tornati, per così dire, ad una relativa normalità. Il buon senso delle genti, l’educazione cristiana connaturata al sentire dei popoli, la capacità di percepire la realtà delle cose – perché sono proprio la realtà, la verità oggettiva, il logos dei greci così come la ragion pratica dei moderni, i principi di fondo nei quali il cristianesimo trova tutta la sua forza – alla fine finiscono sempre per riaffiorare.
C’è dunque motivo di sperare. Anche ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita i sondaggi non avevano previsto nulla di quel che è successo. I grandi giornali e le tv stavano tutti dall’altra parte, eppure è andata in quel modo spettacolare che ancora brucia a lorsignori. Secondo noi non possono essere bastati pochi anni, nonostante le apparenze, a cambiare le cose nel nostro Paese.
Bisogna quindi vigilare e ripartire, in nome della libertà e della dignità umana. Ma non basteranno le opere di misericordia corporale, anche se in effetti pare che si tratti proprio di ricominciare a dare da bere agli assetati. Ci vogliono fin d’ora anche quelle di misericordia spirituale. Bisogna riprendere senza paura a consigliare i dubbiosi, e ad ammonire i peccatori. In spirito di verità, che poi è anche quello della vera laicità.
La differenza cristiana, la capacità di essere nel mondo senza essere del mondo, ci aiuterà. E’ sempre accaduto così, e capiterà anche stavolta, anche perché in Italia e in Europa, immigrazione a parte, il trend demografico non è certo dalla parte della generazione laicista e disperata dei sessantottini.
Sancte Michael Arcangele, defende nos in proelio.
08 febbraio 2009
Silvio il Giusto, Caifa e la folla del pretorio ...
In fondo alla viuzza che scorre di fianco alla prefettura (via Santa Croce, non del tutto a caso ...), ci siamo imbattuti in un paio di poliziotti che improvvisavano un blocco del traffico, e non facevano transitare nessuno davanti al portone del Palazzo del Governo.
Abbiamo quindi parcheggiato nelle vicinanze, e poi siamo tornati lì a piedi. Davanti al portone c'era un piccolo schieramento di polizia in assetto antisommossa.
I soliti cassintegrati, ho pensato io. E invece, proprio in quel momento stava arrivando un silenzioso gruppetto di una cinquantina di persone, età media sui trent'anni, che in testa portava un piccolo striscione con scritto "Eluana non mollare".
Oh, bene, una manifestazione per la vita. Ma perchè davanti alla prefettura?
Poi, passando di fianco al silenzioso corteo, ho visto che nelle mani non stringevano rosari, bensì dei cartelli bianchi con la solita cagnara politica: "Giorgio non mollare", "Berlusconi giù le mani dalla costituzione", "l'Italia é un Paese laico", e roba così.
Poichè mia moglie, mio figlio, e io stesso che lo tenevo per mano, in quel momento eravamo gli unici passanti, appena i manifestanti ci hanno visto hanno voltato i cartelli verso di noi, e ci hanno guardati in silenzio.
Erano quasi tutti vestiti di nero, come dei preti, e in fondo a loro modo lo erano. Il loro silenzio era lugubre, e non si capiva se erano più imbarazzati loro, o noi che li guardavamo esterrefatti.
Allora mia moglie, donna d'altri tempi benchè ancor giovane, e con solido senso pratico, ha detto ad alta voce: ma questi sono proprio scemi... pretendono pure di essere qui in nome di Eluana? Che poi, cosa dovrebbe fare Eluana per "non mollare"? Far capire che vuole suicidarsi? Sputare il sondino o cercare di staccarsi la lingua a morsi?...
Vedendo la scena di quella piccola turba, che rovesciava completamente il senso della realtà - come del resto è nella strategia di fondo del principe di questo mondo - sul momento mi è venuto da pensare al "crucifige" urlato nel cortile del pretorio (che in effetti era proprio la prefettura del tempo ...).
Così ce ne siamo andati via, un po' per non rischiare che ci scappasse di urlar loro qualcosa, e un po' per un istintivo senso di protezione verso il bambino.
Allora ho pensato che davvero - per quelli che hanno conservato il senso del soprannaturale - da tempo non capitava di poter vedere satana in azione così scopertamente, come in questa vicenda.
Ma non dico satana in senso metaforico, come immagine del male, no no... in corteo assieme a quell'ambulanza che viaggiava di notte (di notte, ovviamente, a lui mica piace agire alla luce del giorno ...) da Lecco verso Udine si poteva vedere proprio il principe di questo mondo in persona.
Lo si vedeva mentre incedeva in parata, con tanto di diavoloni e diavolacci con il forcone che gli facevano corteo, mentre il servizio d'ordine dei diavoletti provvedeva a mettere in squadra tutti quelli che, dai lati della strada e davanti alle tv, assistevano compiaciuti al viaggio della morte.
E' il continuo rovesciamento della realtà e del senso comune che rivela la sua presenza scatenata. Ed è ancora la stessa storia di quei primi anni del Cristianesimo: una storia di gente che si ostina a dichiarare morta una persona che invece vive, mentre i farisei continuano a stracciarsi le vesti contro chi non rispetta l'osservanza del sabato (c'è una sentenza! c'è la Costituzione! siamo in uno stato di diritto!) e si scandalizzano di colui che insegnava che il sabato è per l'uomo e non viceversa.
C'è persino chi, con alle spalle la figura del principe che ghigna beffardo sulla stupidità umana, pretende anche di zittire tutti quanti con la sua morale rovesciata: "quella ragazza sta subendo un'inaudita violenza!"
Ma come? La fanno morire di sete e poi alla fine quelli che le usano violenza saremmo noi?
Ritorna così identico a se stesso quell'antico dialogo nel tempio di Gerusalemme:
"Mosè non vi diede la legge? Eppure nessuno di voi pratica la legge. Perchè cercate di uccidermi? Rispose la folla: Tu hai un demonio, chi cerca di ucciderti? ... "
Già, chi cerca di uccidere Eluana? Sono tutti per la giustizia, per la legge, per la Costituzione, e pure dalla parte del povero padre che usa la compassione che gli è dovuta come una clava, non solo sulla vita della figlia, ma anche nei confronti di tutti coloro che obiettano...
Ecco, ho sempre pensato che ci fosse in Berlusconi molto di più di quello che appare.
Non è un cattolico (e chissenefrega), ma ora questa mossa del decreto legge - dove secondi fini politici ne poteva avere ben pochi, visto che se vuole governare in pace non aveva nessun interesse a fare incazzare Napolitano - lo ha consacrato quanto meno come un Giusto, in senso biblico.
Uno di quelli che gli ebrei moderni, dopo la Shoah, invitavano con tutti gli onori in Israele, a piantare un albero anche se non faceva parte del popolo eletto. Uomini così li invitavano in quanto, di fronte all'incedere del male, ciascuno di loro si era rivelato un Giusto. Uno di quelli ai quali non si seccheranno mai le radici. Perchè chi salva una vita umana, salva il mondo intero.
E dall'altra parte, Caifa si è appellato alla legge. Alla ragion di Stato. E gli ha dato l'identica risposta che diede al sinedrio: "voi non capite, è meglio che un uomo solo muoia per il popolo...", mentre il corteo dei farisei era già pronto a schierarsi con lui, con frange e filatteri in bella vista, finanche scendendo in piazza a difesa della Costituzione.
Nonostante che tutto si possa dire, tranne che stavolta quello che ha messo in discussione la sacra Carta - usurpando una responsabilità che in effetti era affidata al Governo, così come un potere di controllo che senza dubbio sarebbe spettato al Parlamento e alla Consulta - sia stato il solito bonapartista di Arcore.
E vien da pensare alle parole di Massimo Caprara, che subito dopo che Caifa fu innalzato a capo del sinedrio ricordò - lui che lo conosceva bene - che tanti anni prima, ai tempi dell'invasione dell'Ungheria, anche quella volta poteva parlare, poteva firmare.
Ma si rifiutò e rimase fedele all'ordine di partito...
"...Voi vi sdegnate perche' ho risanato un uomo di sabato? Non giudicate dall'apparenza ma giudicate con giusto giudizio!". Disse il Giusto ai farisei che lo volevano condannare perchè non rispettava la legge, e da uomo che era si faceva Dio.
C'è tutto quell'antico dialogo che si tenne poco meno di duemila anni fa, nel cortile del tempio, in questa vicenda di Eluana.
Una storia che si ripete nei suoi aspetti umani, ma anche giuridici: "ora voi cercate di uccidermi (secondo la legge!) perché la mia parola non trova posto in voi ... anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!... Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste... Perché non comprendete il mio linguaggio?
Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro.
Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna.... ".
Omicida e menzognero, fin dal principio.
Colui che rovescia la verità.
Che vuole la morte dell'uomo, e la chiama vita. Che vuole l'ingiustizia, e la chiama legge. Che si atteggia a vittima di violenza, ed è il carnefice.
Tornando a riprendere l'auto, la sera, siamo ripassati davanti alla prefettura. La piccola folla ovviamente si era già dispersa da tempo. "Papà, l'hanno poi uccisa quella ragazza?", mi ha chiesto il bambino.
P.S.: E almeno tenete basso il ditino, cari monopolisti della compassione e del senso di umanità, e non veniteci a dire - su istruzione del solito padre vostro - che noi cattolici stiamo facendo solo del moralismo e piuttosto dovremmo pregare anche per il padre di Eluana...
Non siamo mica come quei cupi predicatori evangelici all'americana, che vedono Sodoma e Gomorra dappertutto, noi.
E tantomeno come i soliti cristianucci, compagnucci, laicistucci piccini picciò, che adesso sono diventati tutti medici e tutti giuristi, e sono tutti lì a discettare di stato vegetativo e di attentati alla Costituzione come se avessero due lauree per ciascuno, una in medicina e l'altra in giurisprudenza.
Vogliono dire sempre la loro anche se sono capaci di vedere Gomorra (Sodoma no, Sodoma non va discriminata ....) solo in quel che dice o fa Berlusconi, a prescindere.
Soprattutto stamattina, a Messa, noi cattolici abbiamo pregato per la famiglia di Eluana - anche la madre, quella che non ama stare sotto i riflettori - perchè capiscano chi è l'unico medico, dei corpi e delle amime, che può aiutarli a portare il peso del loro dolore.
Anche se, a quanto pare, pure oggi il sor Beppino ha usato il suo dolore come una clava, non solo sulla vita della figlia, ma anche per zittire tutto l'universo mondo, e ha rilasciato l'ennesima intervista a El Pais, nella quale attacca di nuovo Berlusconi, il Parlamento italiano, la Chiesa cattolica...
Insomma, chi accetta una scommessa che in capo a qualche anno il sor Beppino (per il quale continuiamo a pregare, per carità) alla prossima tornata sarà candidato a qualche Parlamento, europeo o italiano?
Scommettiamo una pizza napolitana?
05 febbraio 2009
Forza Pasquino: colpo di fortuna per il PdL
ll primo riguarda proprio il PdL e il serio rischio di beccarsi 50 (più uno) a zero da Delbono il 6 e 7 giugno, rendendo pertanto inutile attendere le successive due settimane per conoscere l’identità del nuovo sindaco. Con l’andazzo che a destra ci tocca sopportare da mesi, e che - temiamo ma non auspichiamo - ci toccherà sopportare nel prossimo futuro, costituito di più candidati che guardando al medesimo bacino elettorale punteranno a squalificare l’avversario più vicino piuttosto che pensare di portare via voti a sinistra, la decisione del professore è una vera benedizione. Solo Corticelli ha dimostrato di saper “leggere” le forze in campo nel centrodestra (anche spinto da sondaggi non troppo benevoli), e ha cominciato la manovra di avvicinamento a Cazzola.
Insomma chi vota Pasquino è un elettore di sinistra, che avrebbe sicuramente scelto Delbono senza l’intellettuale in campo e dunque avrebbe contribuito ad allargare la voragine tra il centrosinistra e il centrodestra. In questo modo, invece, una percentuale più o meno piccola verrà sottratta all’ex vicepresidente della Regione. E se il PdL va al secondo turno, può succedere di tutto. Non a caso alcuni esponenti del Pd e i giornali di sostegno hanno immediatamente attaccato Pasquino accusandolo di “aiutare Berlusconi”. Ma c’è un’altra considerazione da fare, forse più importante di quella visibile in superficie. Correndo al primo turno, Pasquino dimostra che le primarie a sinistra non sono finite.
Sotto quella cenere leggera che era scesa dopo l’archiviazione della competizione di metà dicembre, cova ancora il fuoco dello scontro di fazione. La vendetta prodiana nel cuore rosso dell’ex-Pci (Delbono in Comune e Draghetti in Provincia) contro un Veltroni colpevole di averlo cacciato da Palazzo Chigi, non è ancora raggiunta. Se poi Delbono non riuscirà a sottoscrivere l’accordo con l’estrema sinistra, molto arrabbiata con il Walter nazionale per lo sbarramento al 4 per cento alle elezioni europee concordato con Berlusconi, la questione è destinata a complicarsi ulteriormente.
E il Popolo della Libertà? Intanto attende il 7 febbraio, giorno in cui Guazzaloca dovrebbe formalizzare la sua candidatura. Soltanto dopo prenderà una decisione. Nel frattempo, giusto per non perdere tempo, sono iniziate le polemiche con la Lega su presunte richieste di poltrone. Discussione inutile e per certi versi ridicola visto che prima bisogna vincere. E si vince se si è tutti uniti. O no?
04 febbraio 2009
Caro Berlusconi, il Passante Nord non serve più
Dunque: sappiamo che le hanno assicurato quanto l’opera sia assolutamente necessaria per risolvere i problemi di traffico del capoluogo e di mezza Italia. E sappiamo anche che di fronte alla bocciatura arrivata nei giorni scorsi dall’Ue a proposito dell’ipotesi di affidare i lavori direttamente a Società Autostrade, lei ha generosamente esclamato: “Ghe pensi mi a trovare i dané” (più o meno). Ecco, presidente, lasci perdere: si concentri su Obama, Israele, le tasche (forse) vuote degli italiani. Insomma, si impegni su qualsiasi altro problema che non sia la mobilità bolognese.
Quell’opera, oggi, febbraio 2009, non serve più. Prima di spiegarle il motivo, però, ci permetta di informarla su una curiosità bella e istruttiva, come diceva qualcuno tanti anni fa. Coloro che giusto l’altro ieri, di fronte alla “ferale” notizia giunta da Bruxelles, sono sbottati sommergendo i giornali locali di decine di dichiarazioni colme di sdegno accusando il governo e lei di aver remato contro, appartengono al Pd o più in generale alla sinistra.
Bene, anzi male. Perché nell’ottobre del 2007 - neppure un anno e mezzo fa, per capirci, quando a Palazzo Chigi soggiornava Romano Prodi - era lo stesso capogruppo dell’Ulivo in Commissione Ambiente, il senatore Francesco Ferrante, a definire il passante “opera inutile e dannosa. Meglio adoperarsi subito per soluzioni alternative”. Insomma, sedici mesi fa a sinistra si condannava l’opera al fuoco eterno, oggi Draghetti e Venturi (presidente e vice della Provincia), per non dire del solito Errani, ritengono il passante assolutamente vitale per Bologna, l’Italia e probabilmente il mondo intero.
Detto questo, per amore di precisione, veniamo alle ragioni in base alle quali il bypass autostradale a nord della città sarebbe opportuno chiuderlo definitivamente nel cassetto dei progetti mancati. Sono due. La nuova autostrada Cispadana, già approvata dall’assemblea regionale, farà diminuire del 10 o addirittura del 15 per cento il carico veicolare sul passante nord. Inoltre, la terza corsia dinamica del tratto autostradale che attraversa la città è destinata a ridurre ulteriormente il traffico che sceglierà il passante. La conseguenza è una sola, caro Presidente: l’opera ha perso da tempo il suo punto di forza, quello di essere appetibile sotto il profilo della redditività. Se, dunque, il bypass a nord non serve più e sarebbe troppo costoso per le casse dello Stato finanziarlo, diventa invece essenziale chiudere l’anello autostradale a sud del capoluogo. Essenziale per evitare il rischio di bloccare l’intera città.
24 gennaio 2009
Un mito da sfatare: la superiorità culturale islamica
Secondo la versione presente in quasi tutti i manuali scolastici, e accolta perfino dal Consiglio d’Europa, nell’Europa medievale il sapere antico era andato quasi interamente perduto, ma fortunatamente era stato conservato dagli arabi, che lo tradussero nella loro lingua e lo trasmisero in Occidente, permettendo così la rinascita della civiltà europea. Senza l’apporto della cultura islamica l’Europa non avrebbe conosciuto il Rinascimento e lo sviluppo scientifico e tecnologico moderno. Il mondo occidentale ha quindi un grande debito nei confronti dell’islam.
Le ricerche più recenti, come quelle di Sylvain Gougenheim, professore di storia medievale alla scuola normale superiore di Lione, hanno dimostrato quanto sia inesatto e parziale questo modo di leggere gli avvenimenti passati.
Mai interrotto il legame con il mondo classico
Il punto cruciale è che la tradizione culturale della Grecia antica non era scomparsa durante i cosiddetti “secoli bui”, ma aveva continuato a sopravvivere, senza soluzione di continuità, nella parte orientale dell’impero romano. Se per secoli l’Europa occidentale non ebbe un facile accesso alla cultura classica conservata nell’impero bizantino è proprio perché le conquiste arabe avevano reso la navigazione nel mar Mediterraneo estremamente insicura per i cristiani.
Tuttavia, malgrado fossero diventati più rari e difficoltosi, i legami con Bisanzio non si interruppero mai del tutto. Anche nel corso dell’Alto Medioevo circolavano in Occidente numerosi manoscritti antichi e molte persone erano in grado di leggerli, tanto che Pipino il Breve si fece spedire da Papa Paolo I la Retorica di Aristotele e altri testi greci.
Con la ripresa politica ed economica successiva all’anno 1000 i cristiani latini furono in grado di ripristinare dei contatti più intensi con i propri cugini orientali, entrando così in possesso delle opere originali greco-romane senza necessità di intermediazioni arabe.
Il domenicano Guglielmo di Moerbeke tradusse una quantità enorme di opere di Aristotele, Archimede, Erone di Alessandria, e molte altre furono tradotte dai monaci di Saint-Michel. Infine, dopo la conquista turca di Costantinopoli del 1453, molti studiosi greci fuggirono verso Occidente, favorendo l’ulteriore diffusione della cultura classica nell’Italia rinascimentale.
Va aggiunto inoltre che quasi tutti i traduttori arabi non erano musulmani ma dhimmi cristiani, come l’assiro Johannitius (in arabo Hunayn ibn Ishaq, 809-873) o il giacobita Yahya ibn’Adi (893-974), e che le traduzioni arabe delle opere greche furono scelte in maniera molto selettiva.
I testi politici, ad esempio, non furono mai tradotti in arabo perché considerati incompatibili con l’islam. Non è un caso che la Politica di Aristotele, che Guglielmo di Moerbeke aveva tradotto in latino nel 1260, sia stata pubblicata per la prima volta in lingua persiana solo nel 1963.
L'islam contrario al logos greco
Il pensiero greco-romano ebbe in realtà pochissima influenza sulle realtà teologiche, politiche e giuridiche del mondo islamico. Il sistema immunitario culturale dell’islam non riuscì ad assorbire il logos greco, ma lo vide come un corpo estraneo e alla fine l’espulse.
L’idea che i musulmani abbiano salvato la cultura greca rappresenta quindi una vera assurdità, se si considera che per secoli i greci hanno fronteggiato in prima linea l’assalto della jihad islamica, che ha spazzato via intere comunità elleniche dall’Anatolia, dalla Siria, dall’Egitto e da tutto il Mediterraneo orientale: un processo di annientamento culturale che continua ancora oggi nella parte settentrionale dell’isola di Cipro invasa dai turchi.
Cultura prospera...nonostante l'islam
Se la scienza e la filosofia prosperarono sul suolo musulmano durante la prima metà del Medioevo ciò non avvenne grazie all’islam, ma nonostante l’islam. Non c’è nulla nella dottrina islamica che possa aver dato impulso alla ricerca scientifica o filosofica, e praticamente tutti i maggiori pensatori della cosiddetta “epoca d’oro” dell’islam, come Rhazi (865-925), Farabi (870-950), Avicenna (980-1037), Averroè (1126-1198), furono osteggiati o perseguitati dalle autorità politiche e religiose musulmane.
Nel libro L’incoerenza dei filosofi l’influentissimo teologo musulmano Al-Ghazali (1058-1111) attaccò il razionalismo greco e l’idea stessa di causa ed effetto, e ne concluse che la conoscenza scientifica è impossibile.
La teologia islamica dominante seguì questa impostazione, insistendo che le leggi fisiche non esistono perché, altrimenti, la volontà di Allah ne risulterebbe vincolata. Ricercare delle leggi fisse nella natura è una bestemmia, perché Allah è completamente libero di mutare le leggi della fisica in qualsiasi momento.
Osserva al riguardo il fisico americano Frank J. Tipler nel suo recente libro La fisica del cristianesimo (Mondadori, p. 139): «Nel corso dei miei studi piuttosto approfonditi, non sono mai riuscito a trovare una sola scoperta scientifica significativa compiuta nell’intera storia della civiltà islamica fino al XX secolo. Gli esempi di risultati scientifici documentati da parte di studiosi islamici sono sostanzialmente banali.
Tutta la fisica e tutta l’astronomia moderne derivano dall’opera dei cristiani Galileo e Copernico, che in pratica erano all’oscuro dell’opera degli scienziati islamici, e presero invece le mosse dall’opera dei greci Archimede e Tolomeo. Dal punto di vista della scienza, la civiltà islamica è come se non fosse esistita. Attribuisco questo fatto alle dottrine teologiche islamiche contrarie all’idea di leggi naturali».
Altro falso merito
Molti riconoscono però agli arabi il merito di aver fatto da tramite delle innovazioni giunte in Europa dall’Oriente, come i numeri con lo zero, erroneamente detti “arabi” ma in realtà nati in India; la carta, inventata in Cina e diffusa in Spagna dagli arabi durante la metà del XII secolo; o il gioco degli scacchi, sviluppato anticamente tra l’India e la Persia e pervenuto in Occidente all’epoca delle prime crociate.
Va osservato tuttavia che, essendo l’impero arabo situato a metà strada tra la Cristianità europea e le civiltà orientali, ogni novità proveniente dall’Asia doveva necessariamente passare dal Medio Oriente musulmano per raggiungere l’Europa, ma difficilmente si può attribuire all’islam il merito di questo accidente geografico.
Occorre piuttosto chiedersi come mai il mondo islamico, pur trovandosi in una posizione geografica ideale, a contatto con tutte le maggiori civiltà mondiali dell’epoca, non coltivò nessuna delle innovazioni che si svilupparono nella più isolata Europa medievale, come la stampa (la cui introduzione nelle terre islamiche venne impedita praticamente fino al diciannovesimo secolo), le nuove tecniche di coltivazione, la ruota idraulica, i mulini a vento, gli orologi meccanici, gli occhiali, la partita doppia, la notazione musicale, le università o gli ospedali (il primo ospedale, costruito a Baghdad ai tempi del califfato Abbaside, fu opera del cristiano nestoriano Gabrail ibn Bahtisu, così come la prima scuola di medicina fu fondata a Gundeshapur, in Persia, dai cristiani assiri).
Una cultura parassitaria
È chiaro che la cosiddetta “scienza islamica” aveva poco o nulla a che fare con l’islam, ma era invece il risultato dell’amalgama delle avanzate conoscenze dei greci, degli indiani, dei persiani, degli ebrei e dei cristiani orientali, che i dominatori islamici sfruttarono in maniera parassitaria.
La breve fioritura culturale dei primi secoli di dominio islamico si ebbe quasi esclusivamente grazie all’eredità pre-islamica di una regione che rimase, per parecchio tempo, a maggioranza non islamica. Col passar dei secoli, man mano che i musulmani diventavano numericamente maggioritari nelle terre da loro conquistate, anche la creatività culturale andò definitivamente spegnendosi.
In conclusione, chi parla di “età d’oro” dell’islam commette un errore di prospettiva storica, perché ai tempi della conquista araba il Medio Oriente era già più avanzato dell’Europa devastata dalle invasioni barbariche. Questa superiorità non iniziò con l’introduzione dell’islam: al contrario, cessò con essa. La tanto vantata grandezza islamica rappresentò in realtà il crepuscolo finale delle progredite civiltà pre-islamiche mediorientali.
Usuali cliché buonisti anticristiani
Il cliché secondo cui “nel medioevo l’Europa era più arretrata del mondo islamico” è quindi privo di senso, perché non esistevano due civiltà concorrenti che si confrontavano sullo stesso piano. In Europa la civiltà romana era crollata con la fine dell’impero d’Occidente, e nuova civiltà, la Cristianità, stava faticosamente nascendo dalle rovine, difendendosi con le unghie e con i denti dai nemici che la attaccavano da ogni lato: i vichinghi a nord, i magiari a est, i musulmani a sud e a ovest.
Invece di concentrarsi su questo dramma storico senza precedenti, in cui una civiltà riuscì tra difficoltà indicibili a sopravvivere, a ricostituirsi su nuove basi spirituali e poi a fiorire, molti storici preferiscono sottolineare con compiacimento il fatto irrilevante dell’inferiorità dell’Europa rispetto all’islam, che si era impadronito con la forza delle ricchezze e del sapere delle civiltà più avanzate dell’epoca, e che teneva sotto assedio la stessa Europa, ostacolandone in maniera decisiva la ripresa economica.
C’è probabilmente un fine ideologico nel ricordare ossessivamente quanto la civiltà islamica fosse un tempo più raffinata di noi: quello di distruggere negli occidentali la capacità di apprezzare il proprio passato, di identificarsi con la propria civiltà e di formarsi dei giudizi critici sull’islam. In questo modo si rafforza l’agenda multiculturalista e anti-cristiana che ha paralizzato le società occidentali, e che le ha rese incapaci di difendersi dai nemici che vogliono distruggerla.
Guglielmo Piombini
(Radici Cristiane, n. 41, febbraio 2009)
17 gennaio 2009
Al centrodestra non interessa vincere a Bologna
Senza trascurare il senatore Stefano Morselli, storaciano pentito, che ha confermato la sua corsa in solitaria. Cosa succederà da qui a giugno, laddove ci sarà – come è molto probabile che ci sia – il via libera di Berlusconi a Mister Motor Show nelle prossime ore? Proviamo a indovinare: tutti e quattro penseranno a darsele di santa ragione, ciascuno mirando a squalificare gli altri concorrenti che guardano con appetito al medesimo parco-voti. Una gara per di più già iniziata.
Delbono potrà così condurre una campagna elettorale in quasi totale relax, essendosi già scontrato con i competitori interni, e si concentrerà sul vero obiettivo: non tanto quello di mettere in difficoltà la folta truppa di avversari quanto quello di ricostituire il grande Ulivo. A quel punto la vittoria sarà molto vicina. Addirittura al primo turno, se volessimo fare i pessimisti a oltranza.
La morale di tutta questa storia è che ai leader nazionali del centrodestra conquistare Bologna interessa molto poco. Come al solito. Beninteso: non si tratta di peccato mortale. Soprattutto quando dall’altra parte si distende una opposizione veltroniana a dir poco sbrindellata e alla mercé di se stessa. Ma è proprio questo il punto: ci si doveva impegnare affinché sotto le Due Torri, per ciò che rappresenta la città nell’immaginario collettivo della sinistra, il Popolo della Libertà fosse in grado di elaborare una strategia che quanto meno provasse a vincere.
Invece, anche su Cazzola all’interno del PdL c’è chi storce la bocca. Raisi si è dimostrato freddino, in Forza Italia l’ala di Comunione e Liberazione non è un mistero abbia un debole per il Guazza; solo Giovanardi ha pronunciato un sì convinto, per non parlare della Lega, addirittura entusiasta.
Certo, Cazzola sembra possedere qualche freccia in più degli altri nella sua faretra. E’ un personaggio molto conosciuto e vincente, avendo venduto il Bologna Calcio dopo averlo portato in serie A e all’indomani della storica vittoria in casa del Milan all’inizio del campionato; con la Virtus Pallacanestro ha fatto sfracelli; ha condotto il Motor Show alla notorietà mondiale. Quando si è trattato di entrare in rotta di collisione con la nomenklatura di sinistra non ci ha pensato due volte ed è partito lancia in resta con gli attacchi a Comune e Provincia (si veda il caso Romilia), e oggi non è più accusabile di conflitti di interesse anche se Delbono lo ha prontamente etichettato come un Berlusconi in miniatura.
Accusa scontata e prevedibile, lanciata più per parlare alla “pancia” del proprio elettorato che per convinzione. Cazzola, infine, non è neppure esageratamente schiacciato sul centrodestra avendo avuto qualche frequentazione dall’altra parte, cosa che non guasta.
Il problema è che il centrodestra arriva a Cazzola dopo un percorso incredibilmente accidentato, fatto di annunci imminenti e poi sfumati, di briscoloni sempre rimasti nell’ombra, di scontri interni a volte anche duri, di attese sfibranti circa le intenzioni di Guazzaloca.
Il PdL ha tirato a campare giorno dopo giorno, navigando senza timone e dunque privo di un disegno da tradurre in pratica. Se Cazzola doveva essere, allora era meglio prendere il toro per le corna mesi fa e lavorare per una scelta condivisa il prima possibile. Invece si è fatta passare l’immagine di un partito indeciso e spaccato al proprio interno, scatenando le legittime ambizioni di questo e di quello.
13 dicembre 2008
La fabbrica dei divorzi
Originariamente, ricorda Fiorin, il divorzio era stato presentato come un rimedio per i casi più estremi di disaccordo coniugale, ma col passar del tempo si è andata formando una vera e propria “fabbrica dei divorzi”, manovrata da magistrati, avvocati, consulenti e assistenti sociali, che spinge alla rottura della famiglia alla minima difficoltà, e dalla quale è quasi sempre il padre a uscirne con le ossa rotte, sia finanziariamente che riguardo il rapporto con i figli. Questa micidiale macchina distruggi-famiglia messa in piedi dallo Stato divorzista ha fatto letteralmente esplodere il numero delle separazioni e dei divorzi, che ultimamente hanno toccato il record storico, con un incremento rispettivamente del 57,3% e del 74 % rispetto a dieci anni fa. Il sistema giuridico, infatti, sembra fatto apposta per favorire il coniuge che decide di rompere l’impegno matrimoniale, anche quando mancano del tutto delle serie ragioni.
Tra i principali alleati del divorzismo di massa Fiorin indica lo Stato assistenziale, la cui espansione abnorme a partire dagli anni Sessanta ha finito per determinare un vero e proprio esproprio statale delle funzioni svolte un tempo dalla famiglia. Nelle aspettative delle nuove generazioni, infatti, il mito dello Stato sociale “dalla culla alla bara” si è sostituito alla tradizionale funzione di garanzia e protezione della famiglia, e per tale motivo le giovani coppie non percepiscono più la stabilità della famiglia e i figli come un investimento sul futuro, particolarmente sulla vecchiaia. Ne è seguito il calo del numero dei matrimoni, il crollo delle nascite e, in prospettiva, il collasso economico dello Stato assistenziale, irrimediabilmente minato dalla riduzione della popolazione attiva e dall’invecchiamento della società.
Lo sfascio delle famiglie e il crollo delle nascite non sono stati però gli unici frutti amari dell’ideologia divorzista. La fabbrica dei divorzi, che prometteva libertà e felicità per tutti, ha prodotto, nelle parole di Fiorin, dei veri e propri “oceani di disperazione”: innanzitutto nei figli, dato che gli operatori della fabbrica dei divorzi proprio non riescono a comprendere che l’unico vero interesse dei figli sarebbe che i genitori rinunciassero a separarsi, almeno fino a che essi non saranno adulti.
Ma non meno atroci sono le sofferenze patite da moltissimi uomini separati, che da un giorno all’altro, dopo aver ricevuto l’atto giudiziario della moglie che chiedeva la separazione, hanno perso tutto: moglie, figli, casa, beni, salute, dignità, in situazioni di palesi ingiustizie avallate dai tribunali imbevuti di ideologia femminista, che malgrado l’approvazione della legge sull’affido condiviso nel 2006 continuano a privilegiare in ogni modo la madre.
Non c’è da meravigliarsi, allora, dell’alto tributo di sangue richiesto dalla fabbrica dei divorzi. Secondo la stime riportate da Fiorin, nell’ultimo decennio i morti per la violenza connessa alle esigenze della logica divorzista sono stati più di un migliaio. I suicidi legati a separazioni o divorzi, dal 2000 al 2005, sono stati più di 250, e nel 75 % dei casi hanno riguardato persone di sesso maschile. A queste tragedie bisogna aggiungere le frequenti e gravi sindromi psicopatologiche che colpiscono sia i coniugi in crisi, sia i loro figli, e in molti casi coinvolgono terze persone, soprattutto tra i parenti e i conoscenti dei diretti interessati.
In tutto l’Occidente risulta sempre più chiaro che il matrimonio risolvibile unilateralmente sia stato un esperimento fallito, perché ha portato la società a una situazione non sostenibile nel lungo periodo. Le persone comuni non possono affrontare un simile modello, e la società nel suo insieme nemmeno.
Le legislazioni e le pronunce giudiziarie divorziste emanate a partire dagli anni Sessanta nei paesi occidentali non assicurano infatti a chi si sposa che il coniuge rimarrà fedele al suo impegno. Davanti a tanto sfascio le giovani generazioni di paesi dove questo processo è andato più avanti hanno cominciato a rivendicare il diritto di potersi sposare con norme che garantiscano la vita alla famiglia, e non la sua distruzione. In alcuni stati americani (Louisiana, Arkansas, Arizona) è già possibile contrarre un matrimonio indissolubile molto simile a quello cattolico, detto covenant marriage.
Tra i suoi promotori più convinti vi sono non solo i cristiani, ma anche i libertarians, da sempre favorevoli alla possibilità di organizzare la propria sfera di intimità secondo i propri desideri e convinzioni.
La società occidentale, conclude Fiorin, non troverà mai una via d’uscita rispetto ai guasti e alle sofferenze prodotte dal divorzismo se prima non sarà riuscita a restituire centralità e onore alla figura paterna, che oggi è la parte più debole di tutto il sistema divorzista, quella verso la quale ci si può accanire senza troppi complimenti.
Sulla necessità di rivalutare la figura paterna nella nostra società Fiorin si ispira espressamente alle idee del noto psicoterapeuta Claudio Risè, che è l’autore della prefazione. Dove il padre è ancora presente, infatti, non arriva la disgregazione portata dal divorzio. Laddove invece le famiglie si sbriciolano è perché il padre si assentato, oppure, assai più spesso, perché è stato contestato, spodestato, svilito e messo in condizione di non potersi opporre.
(Guglielmo Piombini, Il Domenicale, 13 dicembre 2008)
05 dicembre 2008
Ma io alla riforma Gelmini do la sufficienza
Allora, Marcheselli, quale voto si sente di dare alla riforma della scuola tanto contrastata negli ultimi mesi?
"Al momento sarei portato a dare la sufficienza. Anche se tengo a sottolineare che il decreto legge non offre un’idea di quella che sarà la scuola del futuro. Bisognerà attendere i regolamenti attuativi: sono questi, infatti, gli strumenti legislativi che avranno il compito di delineare il corpo e l’anima della legge. Oggi siamo in una fase di attesa".
Però le contestazioni vanno avanti a ritmo serrato. Sono giustificate?
"Abbiamo visto momenti molto vivaci di protesta, ma se si va a vedere con attenzione il vero motivo di preoccupazione rimane il maestro unico nella scuola primaria e il relativo rischio di cancellazione del tempo pieno. Ma tutti gli altri aspetti sono stati accettati: dal voto in condotta all’obbligo di recuperare il debito durante l’anno pena la non ammissione a quello successivo, alla stessa valutazione in decimi. Sull’inserimento degli stranieri nelle classi comuni vorrei sottolineare che fino all’approvazione dell’ordine del giorno del Governo erano frequentissime le preoccupazioni dei nostri insegnanti circa le modalità ancora in vigore".
Vale a dire?
"Oggi il bambino straniero, compreso quello che non parla una parola di italiano, viene immediatamente inserito nella classe comune. E ciò può accadere in ogni momento dell’anno scolastico: a novembre, febbraio o aprile, per esempio. Se ciò si ripete più volte durante lo stesso anno, i problemi organizzativi acquistano dimensioni enormi. Beninteso: non bisogna confondere questo ragionamento con il senso di accoglienza che è totale sia da parte dei docenti che da parte delle famiglie".
Torniamo al maestro unico: cosa si aspetta concretamente?
"Ripeto: saranno i regolamenti a spiegare come il ministro intenda riempire le 40 ore settimanali. Oggi la legge prevede che al momento dell’iscrizione si possa scegliere fra quattro modelli orari: 24, 27, 30 e 40 ore. Va da sé che il maestro unico lo possiamo trovare soltanto nel primo modello, ma da lì in poi non potrà esserci. Dunque c’è bisogno di nuovi docenti. Certo, ci sono le due ore di insegnamento della religione cattolica, l’ora (o due) di lingua inglese. Dunque siamo già alle 27/28 ore. Da lì in poi? Ricordo che il ministro continua a dire di non voler cancellare il tempo pieno, anzi lo implementerà. Oggi viene assicurato da due insegnanti, ciascuno dei quali ha un obbligo di servizio di 24 ore per complessive 48. Però il servizio che diamo al bambino in realtà è di 40 ore. Ciò significa che abbiamo otto ore da redistribuire".
Insomma, a suo avviso c’è stata o no troppa strumentalizzazione?
"Assolutamente sì. È venuto fuori il punto debole del nostro corpo docente che è quello di essere refrattario a qualsiasi cambiamento. Basta chiedere all’ex-ministro Luigi Berlinguer".
04 dicembre 2008
Ho occupato i binari e me ne vanto
“Quella del 20 marzo 2003 è stata un’azione doverosa che sono contento di aver fatto. La rivendico e vado a processo con animo leggero e orgoglioso. In stazione c’erano migliaia di persone e per uno come me che è sempre stato dentro i movimenti, quella è stata una delle azioni più giuste che abbia mai fatto. Quel giorno ha sbagliato chi non c’era, non chi ha occupato i binari perché si è trattato di un’azione utile e di un atto doveroso. Era necessario protestare contro una guerra che ha fatto migliaia e migliaia di morti”.
Ora, a parte il fatto che per Loreti avremmo una notizia che lo sorprenderà e cioè che ogni guerra causa migliaia e migliaia di morti, e dunque non si capisce perché se ne è andato a rompere le scatole ai viaggiatori in transito per Bologna soltanto per l’Iraq e invece non traslochi direttamente dalle parti di piazza Medaglie d’Oro. Infatti non ci risulta che nel mondo, dopo il 2003, sia scoppiata la pace perenne e tutti gli esseri umani vadano d’amore e d’accordo. Ma, si sa, per certi esponenti politici esistono i conflitti giusti e quelli ingiusti.
La differenza sta nella presenza o meno degli odiati americani. Se ci sono, la guerra è ingiusta e bisogna protestare. Se non ci sono, allora chissenefrega. A parte tutto questo, dicevamo, che comunque fa già girare le scatole, le parole di Loreti contengono in sé un tasso di pericolosità inaccettabile, che va al di là di ogni comprensione e giustificazione. Ci meravigliamo che nessun prestigioso maitre à penser sotto le Due Torri (e dire che non mancano) si sia preso la briga di stigmatizzarle. Quel giorno Loreti e i suoi compagni bloccarono la circolazione ferroviaria causando ritardi per 118 treni.
Quante centinaia di persone, se non addirittura migliaia, hanno dovuto mandare a ramengo la loro giornata a causa dei moti (a corrente alternata) di chi crede di poter decidere per gli altri che cos’è il bene e cos’è il male? Perché Loreti ritiene che la sua scala di valori morali sia più importante della scala di valori dei viaggiatori di quel giorno? Scusate: queste non sono violenze propriamente dette? A Bologna la casta degli studenti, sempre pronta a protestare contro tutto e tutti (a parte i suoi amici politici, s’intende, tra i quali Loreti e Rifondazione) rappresenta un bacino straordinario di carne da cannone per chi è specializzato nel fomentare il dissenso e il conflitto.
Con le sue dichiarazioni, Loreti ha dato un esempio negativo a tutti quei ragazzi che lo ascoltano e lo seguono. Ai quali viene insegnato che ciò che personalmente si ritiene giusto, diventa oggettivamente tale in modo automatico anche per gli altri: volenti o nolenti.
28 novembre 2008
Cofferati e studenti, miscela esplosiva
Sono due i fattori che mescolandosi fra di loro si sono trasformati in una micidiale carica esplosiva. Il primo ha una dimensione eminentemente locale e un nome ben preciso: Sergio Cofferati. Nei giorni scorsi un durissimo comunicato di Ascom Bologna riassumeva bene quali sono le responsabilità del sindaco nel clima di tensione col quale siamo costretti a convivere. “Le ordinanze e i divieti - si leggeva in una nota - hanno preso il posto del dialogo e del confronto, procurando solo danni. Troppe tensioni, troppe imposizioni, troppi diktat hanno creato un evidente approccio problematico ai temi che riguardano la convivenza civile nella nostra città”.
Una bocciatura definitiva della quale sottoscriviamo ogni parola. Ma si deve aggiungere qualcosa, che poi a nostro avviso è la vera ragione del fallimento della trasformazione del Cinese in amministratore. Il limite sostanziale di Cofferati, alla fine, non è quello di essere incapace di fare il sindaco ma di essersi rivelato l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Probabilmente l’ex-leader della Cgil poteva scegliere tutte le città d’Italia dove inziare con una qualche speranza di successo la sua carriera di primo cittadino, meno una: Bologna.
E qui entra in scena il secondo fattore scatenante. La sinistra radicale mantiene sotto le Due Torri una notevole capacità organizzativa e di creazione del dissenso, potendo far leva su un polmone universitario praticamente inesauribile e facilmente malleabile. Gente capace di protestare contro tutto e tutti, ogni giorno (anche perché non ha nient’altro da fare), oltre che di rispolverare l’antifascismo militante senza lasciarsi cogliere da una risata irrefrenabile. Una forza d’urto, questa, incanalata a seconda delle necessità e in modo spregiudicato contro lo stesso Cofferati (politiche della sicurezza, per esempio) oppure contro il perfido Berlusconi e la sua riforma della scuola, aggiungendo tensioni a tensioni.
Tutto ciò per riconoscere all’attuale sindaco l’unico merito possibile: con i suoi metodi rudi, da sindacalista duro e puro, le sue contraddizioni e incompetenze, ha acceso i riflettori sulla ragione più profonda dei conflitti che in città emergono con sempre maggiore virulenza: una sinistra che per una fetta non trascurabile resta solo e soltanto antagonista. Reazionaria sotto tanti aspetti. Immobile nelle sue stantie ideologie. E se a Roma comanda Berlusconi lo diventa ancora di più.
21 novembre 2008
E' nato il partito della Cgil
Ma il dato più interessante resta che l’opposizione politica è stata delegata dal Pd all’organizzazione guidata da Guglielmo Epifani. E quale territorio più favorevole della “rossa” Emilia Romagna? Impegnato a Roma tra vigilanze Rai e imboscate di D’Alema, a Veltroni non resta che ritirarsi in buon ordine e far scendere in campo i duri e puri della Cgil. I quali non si sono fatti pregare e si sono precipitati in piazza a urlare la loro rabbia. Rabbia politica, però. Che ha ben poco a che fare con la soluzione dei problemi dei lavoratori. Anzi, essa va nella direzione esattamente opposta.
Perché è questo il messaggio che è stato lanciato: alla Cgil non interessa più muoversi nel rispetto rigoroso del proprio ruolo, tutelando i diritti dei lavoratori (vecchi e nuovi) bensì rifiutare a priori qualunque forma di dialogo costruttivo con il Governo e le aziende. Decisione ancora più censurabile quando si consideri la gravissima crisi finanziaria ed economica che attanaglia il Paese.
Se in una situazione tanto critica ci si dovrebbe attendere un surplus di responsabilità da parte di chiunque, venerdì scorso abbiamo avuto la prova che la Cgil proprio non ce la fa a resistere all’istinto antiberlusconiano. Di fronte alla crisi, la strumentalizza per catturare consenso da girare al Pd. Al governo c’è Berlusconi? E allora via alle danze, pardon alle marce di protesta. Dicendo no a tutto e a prescindere da tutto.
Comportamento rischioso, questo, perché porta direttamente all’isolamento rispetto a Uil e Cisl le quali, invece, tentano di mantenere atteggiamenti più coerenti col loro ruolo sedendosi ai tavoli di crisi. Isolamento che è puntualmente arrivato. Poco importa, però, perché in questo momento alla sinistra politica e sindacale interessa dire al Paese che l’opposizione a Berlusconi è viva e lotta con noi. Peraltro c’è un Di Pietro che travestendosi da rifondarolo comunista porta via consenso.
Ecco perché le piazze vengono riempite a ripetizione, approfittando di ogni occasione per alzare la voce. E la voce si alza unicamente per difendere con le unghie e con i denti un terreno che altrimenti franerebbe. In definitiva, proprio quando dal più grande sindacato italiano ci si aspetterebbe sguardo alto e scelte coraggiose, al contrario arrivano strumentalizzazioni di cortissimo respiro e strategie rivolte all’interno della sinistra con funzioni di supplenza.
27 ottobre 2008
Il mito della tollerante Andalusia musulmana
Sfatiamo un altro dei più divulgati miti storiografici e religiosi in voga oggi: quello della tolleranza dei musulmani in Andalusia nei confronti dei cristiani e degli ebrei
Nel suo fondamentale studio Eurabia, Bat Ye’or ha rivelato al pubblico l’esistenza di un progetto di graduale trasformazione del vecchio continente in un appendice del mondo arabo-musulmano, perseguito attraverso le strutture del cosiddetto Dialogo Euro-Arabo, un ombrello di organizzazioni controllato dalle élite politiche dell’Unione Europea e del mondo arabo.
Eurabia
L’Eurabia è essenzialmente un progetto politico che mira alla simbiosi tra Europa e mondo musulmano per ricreare, come ai tempi dell’impero romano, un nuova entità politica che abbracci tutto il Mediterraneo. Gli strumenti che le élite politiche stanno mettendo in atto per realizzare questo obiettivo sono: la promozione dell’immigrazione di massa di musulmani in Europa, la presentazione benevola della storia e della religione musulmana nelle università e nei mezzi d’informazione, la lotta al Cristianesimo e alle identità nazionali, la promozione del multiculturalismo, l’introduzione di reati d’opinione come l’islamofobia per colpire giudiziariamente le critiche all’islamismo.
Il mito andaluso
Un progetto del genere, che sarà verosimilmente osteggiato dalla popolazione europea autoctona, necessita di miti ideologici per essere portato avanti. Il più diffuso è senza dubbio il “mito andaluso”, secondo cui la Spagna medievale prima della Reconquista cristiana rappresentava un bellissimo esempio di tolleranza e pacifica convivenza tra musulmani, cristiani ed ebrei.
Quel modello dimostrerebbe che un islam illuminato esiste ed è esistito, e che una società multiculturale a prevalenza islamica, cioè il futuro che le élite eurabiche stanno preparando per il vecchio continente, non deve far paura a nessuno.
Peccato che le ricerche storiche più approfondite abbiano dimostrato che quello della tolleranza andalusa, a dispetto della sua continua diffusione nei media politicamente corretti, non sia altro che un vero e proprio capovolgimento della realtà.
La conquista e l’occupazione islamica della Spagna furono caratterizzate infatti da un continuo uso della violenza. La Spagna venne invasa nel 710-716 d.C. da tribù arabe originarie della penisola arabica, che compirono immense razzie, schiavizzazioni, deportazioni e uccisioni delle popolazioni conquistate. La maggior parte delle chiese vennero convertite in moschee. Dopo la conquista seguì la colonizzazione della penisola iberica attraverso una massiccia immigrazione berbera e araba.
Nelle regioni iberiche che si vennero a trovare sotto una stabile controllo islamico i cristiani e gli ebrei vennero relegati, come in tutto il resto del mondo islamico, nella condizione di dhimmi, vera e propria forma di apartheid su base religiosa che si manifesta attraverso il pagamento di una tassa, la jizya, e molte altre forme umilianti di sottomissione dei popoli “infedeli” ai padroni musulmani.
La società andalusa venne infatti divisa per caste, con al vertice i conquistatori arabi, seguiti dai colonizzatori berberi, dagli iberici convertiti all’islam (chiamati Muwalladun) e infine dai dhimmi cristiani (detti mozarabi) ed ebrei. In quanto cittadini di infima classe, i dhimmi non potevano costruire nuove chiese o sinagoghe né restaurare quelle vecchie; erano segregati in speciali quartieri, dovevano portare abiti che li rendessero riconoscibili ed erano soggetti ad una pesante tassazione speciale; nelle campagne i contadini cristiani diventarono una classe servile al servizio dei padroni islamici; feroci rappresaglie mediante mutilazioni e crocifissioni punivano implacabilmente i mozarabi che chiedevano aiuto ai re cristiani.
Esempi di convivenza islamica...
L’umiliante status imposto ai cristiani e la confisca delle loro terre provocarono continue rivolte, punite con massacri, a Toledo (761, 784-86), Saragozza (dal 781 al 881), Cordoba (805), Merida (805-813, 828) e di nuovo a Toledo (811-819).
Talvolta gli insorgenti vennero crocifissi, come prescrive il Corano alla sura 5, 33 («La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba dai lati opposti o che siano esiliati sulla terra»). La rivolta di Cordoba dell’818 venne repressa con tre giorni di massacri e saccheggi, al termine dei quali trecento notabili cristiani vennero crocifissi e ventimila famiglie espulse.
Al-Andalus rappresentava la terra del jihad per eccellenza. Ogni anno, talvolta anche due volte all’anno, dalle regioni meridionali della penisola iberica partivano i raid dei musulmani per la conquista di bottino e schiavi nei regni cristiani del nord della Spagna, nelle regioni basche, nella Francia e nella valle del Rodano. I corsari andalusi attaccavano e invadevano le coste dell’Italia, della Sicilia e delle isole egee, saccheggiando e bruciando tutto quello che incontravano. Migliaia di persone vennero deportate come schiavi in Andalusia, dove il califfo manteneva una milizia composta da decine di migliaia di schiavi cristiani catturati in ogni parte d’Europa, e un harem di donne cristiane catturate.
Uno dei più importanti giuristi arabo-andalusi dell’epoca, Ibn Hazm di Cordoba (morto nel 1064) scriveva che Allah aveva stabilito la proprietà degli infedeli al solo scopo di fornire bottino ai musulmani. Anche la dinastia berbera degli almohadi, che regnò in Spagna e Nord Africa dal 1130 al 1232, arrecò enormi distruzioni alla popolazione cristiana ed ebrea.
Questa devastazione, realizzata mediante massacri, prigionie e conversioni forzate, è stata raccontata da alcuni scrittori ebrei, come il cronista Abraham Ibn Daud e il poeta Abraham Ibn Ezra. Quando non erano convinti della sincerità delle conversioni degli ebrei all’islam, gli inquisitori musulmani (che precedettero di tre secoli quelli cristiani!) sequestravano i bambini di quelle famiglie per affidarli ad educatori musulmani. Nel suo libro Moorisch Spain lo storico Richard Fletcher conclude quindi che «la Spagna dei Mori non fu una società tollerante e illuminata nemmeno nella sua epoca più raffinata».
Un piano di scristianizzazione
Questa terribile eredità della dominazione musulmana nella penisola iberica è rimasta impressa fino ad oggi nella memoria degli spagnoli. Ogni anno, in una tradizione che risale al sedicesimo secolo, i villaggi spagnoli festeggiano la liberazione dai Mori durante i festival “Moros y Cristianos”, nei quali viene distrutta e bruciata l’effigie di Maometto (chiamata “la Mahoma”).
Solo dopo l’attentato dell’11 marzo 2004 alla stazione di Madrid, che ha fatto 192 vittime, alcuni villaggi, come quello di Boicarent vicino a Valencia, hanno deciso di interrompere la plurisecolare tradizione per paura di ritorsioni.
Da parte sua il governo socialista di Zapatero, salito al potere solo grazie all’effetto dell’attentato, ha approvato un piano che limita l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e che prevede finanziamenti per l’insegnamento della religione islamica e per la costruzione di moschee a favore del milione di musulmani che già vivono nel paese iberico. Il cardinale Antonio Maria Rouco Varela ha denunciato la politica filo-islamica dei socialisti come un tentativo di cancellare secoli di storia spagnola per riportare il paese alla situazione precedente alla Reconquista.
È prevedibile che questo progetto di sradicamento forzato dell’identità cristiana della Spagna, se mai andrà in porto, non riporterà in auge una nuova Andalusia “tollerante e multiculturale”, che non è mai esistita se non nelle menzogne di chi falsifica la storia per professione, ma riporterà in vita i secoli più tragici della storia spagnola.
Guglielmo Piombini
Radici Cristiane, n. 39, novembre 2008